Di pianta a T con tre navate e tre campate scandite da archi a tutto sesto poggianti su pilastri quadrati, presentava un tempo su uno dei due aggetti laterali tre arcate murate nel corso dell’Ottocento. Tre finestroni trilobati per parte si susseguono sui due lati più lunghi; a destra dell’edificio svetta un tozzo campanile a base quadrata e cuspide piramidale, dietro il quale un tempo si leggevan
o labili tracce di un antico affresco. La chiesa, che si raggiunge attraverso un ponte fatto costruire dal benefattore locale Nicola Dario nel 1904 sopra la campata ancora visibile di quello medievale denominato della Rognosa, era in origine una modesta costruzione probabilmente tardo medievale a navata unica e campaniletto a vela, di cui è memoria nell’affresco della Madonna omonima conservato nella ca****la di santa Sofia. La modifica della modesta costruzione sembra sia avvenuta dopo la peste del 1656 che imperversò in tutto il Regno di Napoli, allorché i papasideresi elessero la Vergine di Costantinopoli patrona del paese, attribuendo a san Rocco, originario protettore, il titolo di compatrono. L’interno conserva un affresco interamente sulla roccia di circa 2 metri per 3, eseguito in tre fasi desumibili dalle diverse mani degli autori, tutti ignoti. La prima, risalente alla seconda parte del XVII secolo comprende l’arco ogivale, la Vergine in trono col Bambino sul ginocchio sinistro, che ricalca i moduli più antichi dell’Odigitria (la protettrice dei viandanti, venerata dai monaci basiliani) e l’arcangelo Michele vestito di corazza in atto di trafiggere con la lancia il diavolo emergente dalle fiamme. La seconda fase, quasi contemporanea o di poco posteriore alla prima, ma opera di altra mano, attiene al vescovo genuflesso ai piedi della Madonna.L’ultima, si riferisce ai due angeli reggicorona eseguiti a cavallo di Sette e Ottocento. La Madonna di Costantinopoli, la cui venerazione nel Regno di Napoli si diffonde dopo Lepanto, è raffigurata in trono rimanda alla tradizione della basilissa (o regina) greco-bizantina, recuperata in ricordo del monachesimo basiliano nella regione del Mercurion; l’arcangelo Michele richiama la venerazione di un santo antipeste ed espressione della teologia del controllo del Cielo su satana propugnata dalla religiosità della post-tridentina; il vescovo, infine, è una figura messa in primo piano dalla teologia controriformistica in quanto simbolo del potere ecclesiastico e del sacerdozio gerarchico.