14/09/2026
𝐁𝐞𝐧𝐞𝐝𝐢𝐫𝐞 𝐠𝐥𝐢 𝐳𝐚𝐢𝐧𝐢? 𝐅𝐨𝐫𝐬𝐞 𝐛𝐚𝐬𝐭𝐞𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐚𝐩𝐫𝐢𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐁𝐞𝐧𝐞𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞.
Settembre riporta nelle case quaderni nuovi, astucci, diari, libri ancora intatti e zaini pronti a diventare, nel giro di qualche settimana, molto meno ordinati di come erano stati acquistati.
E puntuale, in diverse comunità cristiane, torna anche la cosiddetta "benedizione degli zaini". L’intenzione, diciamo è buona: accompagnare bambini e ragazzi all’inizio del nuovo anno scolastico, affidare al Signore le loro fatiche, le famiglie, gli insegnanti e tutto ciò che li attende.
Il problema nasce quando, per fare pastorale, sembra necessario inventare qualcosa che la Chiesa ha già pensato, scritto e consegnato. Perchè il Benedizionale esiste. E, sorpresa, contiene proprio la "Benedizione degli alunni e insegnanti all’inizio dell’anno scolastico". Degli alunni e degli insegnanti. Non dello zaino. Non dell’astuccio. Non della penna cancellabile. Non del diario. E, almeno per il momento, neppure del tablet con registro elettronico incorporato.
La precisazione potrebbe sembrare una sottigliezza per addetti ai lavori. In realtà custodisce una differenza teologica importante. La benedizione cristiana non è una spruzzata religiosa sulle cose, quasi che un oggetto, una volta raggiunto dall’acqua benedetta, acquisisca una qualche protezione supplementare contro interrogazioni, compiti in classe e insufficienze in matematica.
La liturgia della Chiesa guarda alle persone. Guarda al bambino che entra in classe con qualche timore. Al ragazzo che cerca il proprio posto. All’insegnante chiamato ogni giorno a educare prima ancora che a trasmettere contenuti. Alle famiglie che accompagnano. A una comunità che riconosce nella scuola uno dei luoghi decisivi della crescita umana.
Lo zaino può certamente esserci. Può essere portato dai ragazzi e diventare un simbolo immediato del cammino che comincia. Può rappresentare i libri, lo studio, le responsabilità, le amicizie, le fatiche e perfino qualche inevitabile peso. Ma resta un segno. E quando il segno diventa il protagonista, qualcosa si è spostato.
Si rischia quella pastorale nella quale, per essere originali, bisogna continuamente aggiungere un nuovo rito: oggi gli zaini, domani le matite, dopodomani magari le chiavette USB. E, continuando così, non è difficile immaginare prima o poi una solenne benedizione del caricabatterie, con aspersione finale degli adattatori. Si sorride, naturalmente. Ma la questione è seria. Anche perchè la liturgia non ha bisogno di essere resa interessante attraverso trovate sempre nuove. È già ricca di segni, parole e gesti, purchè ci prendiamo la briga di conoscerli.
Ed è qui che l’invito ai presbiteri diventa molto semplice: prima di costruire nuovi formulari, preparare preghiere improvvisate o moltiplicare "benedizioni di qualcosa", può essere utile riaprire il Benedizionale. Non è archeologia liturgica. È il libro che la Chiesa ci consegna precisamente perchè la preghiera della comunità non dipenda dall’inventiva del celebrante di turno.
La creatività pastorale rimane necessaria. Ma creatività non significa che ogni buona intuizione debba trasformarsi in un nuovo rito. Talvolta la vera creatività consiste nel saper usare bene ciò che già abbiamo.
Il rito previsto dalla Chiesa è persino più bello della trovata dello zaino, perchè allarga lo sguardo. Non si ferma all’oggetto che il ragazzo porta sulle spalle, ma raggiunge la sua intelligenza, la sua libertà, la sua crescita, le relazioni che costruirà e la responsabilità educativa degli adulti che incontrerà.
Dietro uno zaino c’è un ragazzo. Dietro un registro c’è un insegnante. Dietro un anno scolastico ci sono vite che crescono. Ed è su quelle vite che la Chiesa invoca la benedizione di Dio. Gli zaini, dunque, portiamoli pure. Magari anche colorati, nuovi e ben sistemati per la fotografia. Ma, quando arriva il momento di pregare, lasciamo che al centro tornino le persone. E soprattutto ricordiamoci che, prima di inventare un rito per ogni cosa che entra in chiesa, a volte basterebbe semplicemente aprire il Benedizionale.