29/08/2026
ROSELINE HAMEL E NASSERA KERMICHE
“La nostra riconciliazione è nata da un dolore che ha colpito entrambe”
Roseline Hamel racconta com'è nata l'amicizia con la madre di uno dei terroristi che ha ucciso suo fratello.
Sono loro due ad aprire il Meeting 2026
Roseline Hamel, 86 anni, è la sorella di padre Jacques, il sacerdote ucciso dieci anni fa da terroristi islamici. Ha voluto incontrare Nassera Kermiche, la madre di uno degli assassini del fratello, a sua volta freddato dalle forze speciali della polizia francese, e tra loro è nato uno splendido rapporto di amicizia: sono diventate “sorelle di dolore”, che è anche il titolo del libro che racconta la loro storia.
L’incontro con Roseline e Nassera apre il Meeting di quest’anno. Il Sussidiario ha rivolto a Roseline alcune domande.
È ancora aperta la ferita di quel 26 luglio 2016, quando suo fratello venne barbaramente ucciso nella sua chiesa, al termine della Messa?
Sin dai primi istanti di questa tragedia, in cui mio fratello Jacques ha sacrificato la vita abbracciando il martirio come testimone di Cristo, la mia fede è stata come calpestata, ridotta a pezzi, in innumerevoli frammenti. Ma con il passare del tempo, con il trascorrere degli anni, oggi posso dire che il suo sacrificio ha mantenuto viva la mia fede, anche se in modo discreto, malgrado la sofferenza sempre presente in me.
Com’è nata l’idea di incontrare Nassera, la madre di Adel, il terrorista assassino a sua volta colpito a morte dalla polizia francese?
Il nostro è un rapporto sorprendente, sorto da una mia iniziativa. Infatti è da un sentimento schiettamente umano che è nata in me la riflessione su quale potesse essere in questa terribile disgrazia il dolore dell’altro, in questo caso appunto Nassera Kermiche. Così è nato tra di noi un legame inaspettato e misterioso, quasi un miracolo, che ci accomuna e ci accompagna nel dolore.
Vi ha mosso solo il desiderio di una riconciliazione, o c’è qualcosa di più?
Oggi, nella mia storia e nella vita di tutti coloro che hanno subito e subiscono il dramma del terrorismo, non si tratta soltanto di mettere in primo piano gesti di riconciliazione, ma innanzitutto riuscire a sopportare il trauma sofferto per continuare a vivere, avendo dentro incancellabile la tragedia che ha ferito il nostro spirito, la nostra carne, il nostro sguardo sul mondo. Per questo ho provato un inaspettato slancio di compassione verso Nassera, per una sofferenza che ha colpito entrambe.
Il vostro incontro è stato favorito dal fatto di essere donne, quindi con una maggiore sensibilità?
No, non c’entra. Nelle circostanze così dolorose in cui ci siamo trovate, la volontà di capire perché e come fosse possibile intraprendere un cammino comune di affronto della realtà è ugualmente accessibile all’anima di una donna o di un uomo. La libertà della coscienza umana non fa distinzioni di genere. A questo proposito, ho avuto la possibilità di incontrare un padre che ha perso la figlia nel massacro del Bataclan del 13 novembre 2015 a Parigi, in cui persero la vita 90 persone. Quel padre si definisce non credente, eppure ha intrapreso lo stesso mio percorso con il padre dell’assassino.
La vostra testimonianza ha incontrato difficoltà? Può essere un’educazione alla pace?
I miei primi passi verso Nassera sono stati una mia iniziativa; ciò che avrebbero potuto pensare la società o chi mi circondava non aveva la minima importanza. La mia intenzione era quella di affrontare insieme il nostro dolore per rimanere in piedi e proseguire insieme il nostro percorso di vita, senza che l’odio prendesse il sopravvento. Poi, dopo otto anni di testimonianze, prima da sola, in seguito insieme a Nassera, ci siamo accorte che il nostro legame non era compreso, anzi era respinto. Abbiamo infatti subito violente critiche, sia sui social che personalmente, nonostante l’accoglienza riservata al nostro percorso fosse in diverse occasioni piuttosto positiva e ci spronasse ad andare avanti.
Il nostro dolore comune, se non capito e non riconosciuto, poteva lasciare spazio all’odio, ma abbiamo scelto lo stesso, con coraggio, di continuare i nostri incontri, la nostra testimonianza, passo dopo passo. Purtroppo sembra che la società abbia dimenticato quanto sia bello stare insieme, ritrovare la serenità, un soffio di vita che credevamo per sempre perduto. Quindi sì, la testimonianza del nostro cammino potrebbe ispirare un’educazione alla pace per la nostra società divisa e smarrita.
Chi era padre Jacques per lei, Roseline?
Era il mio fratello maggiore. Quando sono nata mi ha preso tra le braccia, aveva dieci anni. Due anni dopo, mi tirava fuori dal mio lettino per avvolgermi in una coperta e calmare il mio pianto, aspettando che la mamma finisse di stendere il bucato o ci portasse al riparo dai bombardamenti della guerra: i nostri ricordi d’infanzia sono stati anche dolorosi. Avevamo una relazione strettissima.
Oggi gli direi: “Grazie per aver ascoltato il racconto delle nostre sofferenze, grazie per le tue parole di saggezza e di conforto, grazie per le poesie che mi scrivevi per il mio compleanno. Il motivo della tua morte lascia a ciascuno dei membri della famiglia un grande dolore. Ci armiamo della tua saggezza, della tua semplicità e della tua umanità, per seguire le tue orme, ognuno al proprio ritmo e a modo suo. Senza il tuo spirito che ci accompagna, nulla sarebbe possibile. Quando ci assalgono pensieri dolorosi, ricordiamo che tu hai fatto di noi, per grazia di Dio, degli artefici di pace”.
(Vincenzo Sansonetti)