03/12/2022
RB 7,5-9 Se dunque, fratelli, noi vogliamo toccare la vetta della più grande umiltà, se noi vogliamo giungere rapidamente a quella celeste altezza, cui si può salire mediante l’umiltà della presente vita, dobbiamo innalzare – ascendendo con i nostri atti – quella scala che apparve in sogno a Giacobbe, sulla quale egli vedeva angeli scendere e salire. Certamente questa visione vuole significare che l’esaltazione dell’orgoglio fa discendere, mentre l’abbassamento dell’umiltà fa salire. E la scala elevata in alto è la nostra vita presente che il Signore innalzerà fino al cielo, quando avrà reso umile il nostro cuore. Si può anche dire che i lati di questa scala sono il nostro corpo e la nostra anima. Tra questi lati la divina chiamata ha posto per noi diversi gradi di umiltà e di ascesi spirituale.
Ci eravamo lasciati al capitolo settimo dell’umiltà, per cui riprendo da qui. Un tema questo fuori moda, o che deleghiamo ad altri, come qualcosa che riguarda al massimo i religiosi. Ma il Vangelo ci riporta delle parole di Gesù forti al riguardo che valgono per tutti: imparate da me che sono mite ed umile di cuore (Mt 11,29).
Benedetto parte da un’immagine biblica, quella della scala di Giacobbe (cfr. Gen 28,10-15), per lasciarci alcuni spunti. C’è un’apparente contraddizione, l’umile è colui che diventa piccolo e insignificante, ma in realtà è colui che si avvicina di più a Dio diventando simile al Figlio Suo. E’ un abbassarsi agli occhi del mondo, e forse oggi ancora di più dove si cerca invece di apparire, ma è la vera strada per giungere alla pienezza della nostra umanità. In secondo luogo ci ricorda che questo è un cammino molto concreto che tocca la nostra vita, sia nella sua dimensione concreta, che in quella più spirituale. Qui usa le immagini di corpo e anima. Si concretizza cioè in scelte puntuali, ma è molto di più. E’ importante però riconoscere che è il Signore che ci renderà umili, non noi con i nostri sforzi e i nostri propositi. Ma come? Non con una bacchetta magica, ma attraverso le contrarietà della vita. E’ il modo con cui le affrontiamo che ci può rendere umili. Non significa subire la vita, ma affrontarla non per affermare se stessi, magari con inganno e forza, ma per incarnare l’amore del Vangelo. Miti non significa arrendevoli, ma che non rispondono alla violenza con altra violenza. La vincono con un altro percorso che cerca di sanare la cause lavorando per la giustizia.
Questa immagine della scala ci ricorda anche che quello della umiltà è un percorso, nel quale possiamo crescere o regredire. Non si può dire che siamo o non siamo umili, ma che stiamo screscendo e regredendo. Ed è un percorso fatto di tappe e passaggi, come vedremo in seguito.