Don Flavio Alberto Rolfi

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Don Flavio Alberto Rolfi l'importante è farsi una risata, ogni tanto

02/10/2026

Omelia per domenica 4 ottobre 2026

Premessa doverosa, anche se temo inutile. Il brano evangelico di questa domenica venne impiegato per giustificare atteggiamenti per nulla evangelici nei confronti del popolo di Gesù, della Madonna, di San Giuseppe e di tutti gli Apostoli, cioè il popolo di Israele. Tutta questa brava gente nel 1° secolo dopo Cristo viveva in un posto chiamato Israele, e non poteva immaginare che un secolo dopo l’imperatore Traiano, stufo delle continue rivolte antiromane, avrebbe espulso tutti gli Ebrei dalla terra di Israele che venne ribattezzata “Palestina”, mentre Gerusalemme divenne “Aelia Capitolina”. Non avrebbero mai immaginato di essere chiamati “palestinesi”, perché semplicemente la “palestina” non esisteva. Gli Ebrei, espulsi dalla propria terra, iniziarono a disperdersi per tutto il mondo allora conosciuto alla ricerca di un luogo sicuro dove continuare a vivere, ma non sempre furono accolti bene, la storia non fu clemente con quel popolo disperso. Nel loro cuore per secoli e secoli restò immutato l’attaccamento alle proprie radici, alla propria lingua, alla propria religione; ogni anno, dai tempi della Diaspora, alla fine della Cena Pasquale gli ebrei si augurano: «L’anno prossimo a Gerusalemme», mantenendo viva la speranza, due volte millenaria, di essere un popolo libero nella propria terra (cit.). Adesso c’è qualcuno che chiama la nostalgia “sionismo”, dimostrando di non aver capito un tubo. Sono convinto che qualche mio collega disinformato e superficiale leggerà questo testo evangelico come un atto di accusa contro gli Ebrei di ogni tempo, oltre che contro all’Israele di oggi, a cui viene rimproverato ogni male possibile ed immaginabile. Non mi sorprendo più di nulla, né tantomeno mi arrabbio, solo mi piacerebbe vedere nella Chiesa un comportamento più fraterno. Ma veniamo al testo evangelico: alcuni vignaioli, affittuari di un campo su cui sorge una vigna, si rifiutano di dare al Padrone l’uva raccolta. Si infuriano, non accettano richiami e solleciti, diventano violenti ed aggressivi per difendere ciò di cui si sono impadroniti con la violenza. Ammesso e non concesso che il brano evangelico anticipi ciò che sarebbe avvenuto al popolo ebraico, proviamo a chiederci se per caso la stessa vicenda possa riguardare anche noi. Neppure noi siamo padroni del campo in cui lavoriamo, affidatoci da Dio perché lo coltivassimo, anche noi siamo chiamati a dare al Padrone il frutto del nostro lavoro, ma spesso e volentieri pensiamo sia tutta roba nostra. Può avve**re che un prete consideri la Parrocchia come il suo pollaio, in cui gli estranei non sono graditi né ammessi, o che non accetti un trasferimento, avendo deciso che la Parrocchia con tutti i parrocchiani gli appartenga. Può avve**re che un padre consideri sua proprietà i figli, proibendo loro di realizzare i sogni coltivati fin dall’infanzia, o che un marito consideri sua proprietà la moglie, ridotta a far da serva a chi le aveva promesso eterno amore. Sono cose che succedono, e succedono spesso: se non si accetta il fatto di essere contadini in affitto e di avere un Padrone, si comincia a pensare “io faccio quel che voglio”. Può succedere che qualcuno decida di costruirsi una fede “disegnata attorno a te” (cit.), una fede su misura, ritagliata sulle proprie preferenze, decidendo autonomamente cosa sia peccato e cosa no. Nei miei anni belli, quando vivevo in mezzo ai monti, avevo notato che le mucche al pascolo evitavano accuratamente di mangiare determinate piante, per esempio il ranuncolo, bello da vedere ma tossico. Le mucche, più sapienti di molti intellettuali, sapevano che non si scende a patti col male, per nessun motivo, perché il male fa male. Ogni giorno, come le mucche al pascolo, dobbiamo evitare il male e scegliere il bene, perché siamo debitori l’un l’altro di amore vicendevole, segno concreto del nostro lavoro in un vigneto che non ci appartiene. Non aspettiamoci ringraziamenti se ci siamo comportati da persone adulte, non pretendiamo lodi ed encomi se abbiamo fatto semplicemente il nostro dovere, ma diamo lode al Signore che ha voluto fidarsi di noi, affidandoci il proprio campo. Io – adesso mi confesso – non ho ancora digerito il fatto che più di duecento persone ricevano e leggano le mie omelie, ogni tanto vorrei dire “non seguitemi, mi sono perso anch’io”, ma poi penso che è il Signore che mi ha voluto qui, davanti al computer, a scrivere queste note. Questa è la mia vigna: pregate perché sia all’altezza del compito che mi è stato affidato, e al termine della mia giornata sappia dire “sono un servo inutile, ho fatto solo quello che dovevo, ecco i frutti del mio lavoro”. Be ezrat haShem!

26/09/2026

Omelia per domenica 27 settembre 2026

Io sono nato sul confine. Non è un semplice dato anagrafico, ma la storia della mia vita. Ho sempre frequentato persone improbabili, letto libri di stravagante origine, visitato luoghi non previsti. Ho sempre cercato di conoscere anche l’altro versante della montagna, non mi sono mai piaciute le verità indiscutibili, i dogmi assoluti, i punti fermi da accettare così come sono. Un mio vecchio insegnante mi disse una volta che il dogma non è la fine del pensiero, ma la direzione verso cui andare, la prospettiva da esplorare e conoscere sempre meglio. Di conseguenza, non mi sono mai piaciute le persone gonfie di verità, straripanti di certezze, coi cervelli mai attraversati dall’ombra di un dubbio. Persone così mi fanno ve**re i brividi, perché sono quelle che accendevano i roghi in piazza, erigevano le ghigliottine, denunciavano il vicino di casa, il collega, l’amico alla polizia del regime. Preferisco di gran lunga le persone ricche di domande, di incertezze, di interrogativi profondi, sofferti, penosi. Sono persone così ad aver scritto la Bibbia, un testo che più che rispondere interroga, perché cerca le tue risposte nascoste dentro la tua anima. Il primo figlio della parabola, quello svogliato che risponde “no” al Padre, ma che poi ci va, è una persona ricca di contraddizioni, proprio come me, come noi, a volte malmostosi, insofferenti, ma poi disponibili all’ impegno concreto. Ben altro tipo è il secondo figlio, pronto a scattare sugli attenti e a proclamare con sguardo fiero le proprie decisioni irrevocabili (cit.), per poi andarsene per i fatti propri. Ma quante volte la nostra fede è stata proclamata più che vissuta, annunciata e poi smentita dai fatti? Un tempo si diceva che i cresimati erano “soldati di Cristo”; ora nessuno ha più coraggio di ripeterlo, visto il numero delle diserzioni. È cristiano non chi esibisce rosari e vangeli, ma chi si sporca le mani con la complessità della vita reale, chi fa i conti ogni giorno con persone contraddittorie ed imprevedibili, e cerca di tradurre in un linguaggio comprensibile la Parola antica. È cristiano chi racconta la propria speranza e la propria fede attraverso gesti di carità semplice, immediata, rispettosa e fraterna. È cristiano chi cade e si rialza e ricomincia ad andare, è cristiano chi arranca ma non si ferma, è cristiano chi non si illude e non si delude, ma cerca nonostante tutto una possibilità, uno spiraglio, un pertugio. Essere cristiano significa seguire Cristo senza sapere dove va, andando incontro al giorno che viene sapendo ogni giorno è nuovo di zecca, non ripetizione immutabile del giorno appena passato come nel film “Ricomincio da capo”, dove il povero Bill Murray rivive ogni giorno la stessa giornata. Ogni giorno Dio ci lascia, nascosti nelle pieghe delle cose consuete, dei piccoli semi da accogliere e lasciar crescere nel nostro cuore. In questo mondo frastornato, confuso, talvolta delirante, noi cristiani non possiamo accontentarci di dire di essere cristiani, ma dobbiamo esserlo sul serio. C’è bisogno di fatti di Vangelo, non di altre interminabili prediche ricche di parole altisonanti ma vuote, completamente vuote. In una parrocchia dove mi capitò di essere parroco, la Caritas aveva organizzato una raccolta di prodotti alimentari per le persone bisognose, che però dava pochi risultati, decisamente insufficienti. Una sera sul tardi qualcuno suonò il campanello della canonica, io uscii e mi trovai di fronte alcuni soggetti mai visti in chiesa. Uno di quella bella gente mi disse: «Guardi reverendo cosa fanno i comunisti» e aprì le porte di un furgone, dentro c’erano quattro bancali su cui c’erano 4 grosse confezioni di riso, 25 chili l’una. Mi avevano portato un quintale di riso. Pensai parecchio a quell’episodio, dopo tanti anni mi è rimasto in mente. Noi, qui, adesso, cosa possiamo fare? Cominciamo distribuendo sorrisi. Compiendo atti di gentilezza. Invitando chi sappiamo essere solo. Comprando dei libri di scuola a studenti in difficoltà. Mi ha affascinato la tradizione del “caffè sospeso” di Napoli: si va al bar, si prende un caffè e se ne pagano due, uno resta pagato per chi non può permetterselo. La fantasia dei napoletani è insuperabile, come grande è il loro cuore, sarebbe bello se quest’idea semplice e geniale trovasse imitatori. Chi vicino a noi ha bisogno di una parola, di un sorriso, di una stretta di mano? Può succedere che non ci accorgiamo delle persone che vediamo ogni giorno perché i nostri occhi sono distratti, essendo la nostra mente concentrata sul nostro ombelico. Proviamo a guardare la gente negli occhi, proviamo a capire la gente usando il cuore, proviamo a costruire vincoli di amicizia, non accontentiamoci di dire parole di fede, facciamola diventare concreta. “Non sei tu a dover completare l’opera, ma non sei libero di sottrartene”, diceva Rabbi Tarfon, un amico di San Girolamo. Brava gente, c’è tanto da fare: alzatevi, andiamo.

19/09/2026

Omelia per domenica 20 settembre

“Ad ogni uomo un soldo” è il titolo di un libro, penso ormai introvabile, che mi capitò in mano tanti, troppi anni fa, e che il brano evangelico mi ha fatto tornare in mente. Racconta con arguzia la storia di un prete francese umile, semplice, ingenuo, che cerca di amare le persone per quello che sono, buoni e cattivi, riuscendo a diffondere al suo passaggio una scintilla di speranza e di pace. Ad ogni uomo un soldo: è il motivo di una mia discussione con un tale, convinto che il Signore facesse le cose a casaccio, premiando chi non se lo meritava e castigando chi invece meritava un elogio. Ad ogni uomo un soldo è quel che dice il padrone della vigna ai suoi operai, chiamati a lavorare nella vigna in varie ore della giornata. I primi lavoratori pretendevano un trattamento più alto degli operai dell’ultima ora, perché si sentivano importanti per il grande lavoro fatto, e il padrone doveva tenerne conto. Il peso del nostro io, purtroppo, è spesso eccessivo, ci fa vacillare e ci rende sospettosi, aggressivi e spietati con coloro che ci stanno accanto, e potrebbero fare al padrone un’impressione migliore della nostra. Tutta questa storia, però, mi fa nascere anche un’altra domanda, sgradevole ed antipatica: ma io per quale motivo servo il Signore? Faccio il bravo perché così il Signore mi vuole bene? Dico le preghiere, vado a Messa, faccio tutto quello che devo per fare bella figura? Perché una pulce trovata sulla Bibbia mi sta tormentando da anni, non mi lascia tranquillo e mi tormenta. Eccola qui la pulce: “Il Signore disse a Satana: «Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male». Satana rispose al Signore: «Forse che Giobbe teme Dio “hakhinàm”?, cioè “per niente?”» Io servo il Signore per niente o in vista di qualcosa? Se lo faccio per qualche motivo, la mia fede assomiglia ai “villaggi potiomkin”, i finti villaggi fatti costruire in Crimea dal principe Grigorij Aleksandroviç Potiomkin per impressionare la zarina Caterina la Grande nascondendo la povertà estrema della gente. Facciate dipinte senza nulla dietro, ma con aiuole curate davanti: è così la mia fede? È solo un paravento per nascondere la mia vera anima, o faccio il cristiano per amore? Si ama per niente, si fa una carezza, si sorride, si dà una mano al prossimo per niente. Se lo si fa con un fine nascosto, se la mia è una carezza, un sorriso, un darmi da fare per gli altri in vista di qualcosa, sono una br**ta persona, bugiarda, squallida, inaffidabile. Non ci sono doveri nell’amore, scadenze da rispettare o premi da conquistare, perché si ama per amare, perché ci siamo accorti che amando viene fuori la parte migliore di noi stessi, e non vogliamo rinunciarvi, per nessun motivo al mondo. Siamo stati chiamati a lavorare nella vigna: il Padrone ha fatto il nostro nome, ha puntato il dito verso di noi, ha voluto noi al suo servizio, anche se probabilmente, anzi sicuramente, ci sono in giro molte persone decisamente migliori di noi, di me, eppure il Padrone ha voluto noi, ha voluto me. Sono andato a rivedermi “La vocazione di Matteo Levi” di Caravaggio, con Gesù col dito puntato e lo sguardo che cerca gli occhi di Matteo che, incredulo, si punta un dito sul petto e sembra chiedersi: «chi, io?» «sì, tu», risponde Gesù. Fu una chiamata gratuita, a cui si risponde solo gratuitamente, senza tenere aggiornata la pagina del dare-avere, senza preoccuparsi per niente se ci perdiamo o ci guadagniamo, fregandocene di quel gran rompiscatole che è il nostro orgoglio. Ci illudiamo un po’ tutti di essere insostituibili, ma siamo servi inutili: abbiamo conosciuto tanti papi e vescovi, ma di loro resta solo un ricordo che poco alla volta svanisce. Conta solo quel po’ di bene che riusciamo a fare nel nostro giorno prima che cali la sera e giunga la notte. Non mi sono mai chiesto perché sono in carrozzina o perché la mia salute è diventata materia per medici, o perché ho perso tutto ciò che ero e che avevo. Mi sono chiesto cosa sarei riuscito a fare in questa stagione della mia vita, come posso vivere al meglio i giorni che mi sono dati, come posso meritarmi la fiducia di Dio senza camminare. Sono comunque convinto, come il mio amato Blaise Pascal, che “Dignior plagis quam osculis non timeo quia amo”: “più meritevole di botte che di baci, non temo nulla perché amo”. Faccio quel che posso, quel che riesco, confidando più nella misericordia di Dio che nelle mie scarse facoltà spirituali. Viviamo la nostra fede come un dono, un regalo ricevuto che non possiamo nascondere, trattenere, conservare: siamo come grondaie, che raccolgono l’acqua non per trattenerla ma per portarla altrove, o le api, che prendono il polline e lo trasformano in miele, o un albero da frutto che non mangia i suoi frutti ma li offre, senza chiedere nulla in cambio. Ad ogni uomo un soldo: a me quel soldo basta e avanza, perché profuma di vita eterna.

12/09/2026

Omelia per domenica 13 settembre 2026

Il Signor Thomas Jefferson, distinto signore che per due mandati fu presidente dei neonati Stati Uniti, aveva idee molto chiare sulla Bibbia: faceva togliere tutto quello che non gli piaceva. Tutto quello che gli pareva illogico, irrazionale, oppure semplicemente complicato veniva sforbiciato via, veniva conservato solo quello che appariva al suo esame moralmente ineccepibile. Sono convinto che la Sacra Scrittura a volte sia difficile da mettere in pratica, ma non è ritagliando la Bibbia che si risolvono i problemi, bisogna al contrario sforzarsi per entrare dalla porta stretta, perché il Paradiso, pensato per accoglierci tutti, per qualcuno sarà precluso. Lasciamo a Dio il compito di giudicare le nostre anime, a noi tocca partire dalla parola di Dio, presa “sine glossa”, cioè così com’è, senza adattarla ai nostri gusti, cercare di farla sembrare moderna modificando ciò che ci sembra troppo impegnativo da vivere. Venendo a noi, parlare di misericordia non è mai stato semplice, ora viviamo un tempo in cui la parola “giustizia” sta facendo sempre più rima con la parola “vendetta”. Un ricordo che mi turba ancora: una sera di qualche anno fa un giovane ebreo ortodosso venne ucciso a coltellate a due passi dalla porta di Jaffa, all’imbocco dalla Rehov David, la via in discesa che va verso il Monte del Tempio. Il giorno dopo tutte le case della via, abitate da arabi, erano coperte da una parola scritta dappertutto, sulle porte, sulle finestre, sui contatori della luce, ovunque si riusciva a vedere: “neqamàh”, vendetta. Chiesi al gruppo che mi seguiva di fermarsi un momento, io mi isolai in preghiera, pregai per il morto, per sua moglie ed i suoi tre figli, e per chi lo aveva ucciso, come per chi invocava una vendetta che non sarebbe tardata. Occhio per occhio, diceva Gandhi, rende cieco il mondo, perché solo interrompendo la catena delle vendette si può iniziare a costruire un futuro diverso, migliore, più umano. Sento però la parola vendetta risuonare ovunque, anche da noi, tempo, sta per arrivare la pioggia, per citare il titolo di un film meraviglioso, con una colonna sonora strepitosa, ambientato a Londra e nella Macedonia sull’orlo della guerra civile. “Before the rain”: prima della pioggia, e non si intendeva solo la pioggia dal cielo. Sento ripetute parole di pace uscire solo dalla bocca di Papa Leone XIV, ma i grandi della terra non mi pare proprio che perdano tempo ad ascoltarlo. Vengono in mente le sofferte, umanissime parole di Benedetto XV, che definì “inutile strage” la Prima Guerra Mondiale, e del Santo Papa Paolo VI, che scrisse inutilmente “agli uomini delle Brigate Rosse” per salvare l’amico Aldo Moro. Viene in mente il sacrificio di San Massimiliano Kolbe, che si offrì volontario per il bunker della fame al posto di un padre di famiglia, facendo nascere una scintilla di speranza in un luogo dominato dal diavolo. “I have a dream”, io ho un sogno, diceva Martin Luther King pochi anni prima di essere ucciso da chi invece non voleva sognare. Sognava bianchi e neri vivere assieme, sognava un tempo senza razzismo, senza odio, senza violenza. Anch’io ho un sogno: sogno la pace dei coraggiosi, sogno lo sguardo e le parole di Itzhaq Rabin che nel 1993 strinse la mano al leader palestinese Arafat e che per quella stretta di mano un anno e mezzo dopo fu ucciso. Sogno la pace, come sogno una chiesa che non si senta assediata, circondata, aggredita dal mondo ma si impegni ad incoraggiare la ricerca della pace, diventi sorgente copiosa di misericordia. La pace è faticosa, come è faticosa la misericordia: noi che ci diciamo credenti dobbiamo avere il coraggio della speranza e il coraggio della misericordia, dobbiamo avere la forza di non raccogliere mai da terra i sassi che ci vengono tirati, anche se fanno male. Dobbiamo inventare un futuro di pace, per noi e per tutti. Durante la Guerra israelo-araba del 1948 a Gerusalemme la basilica armena dedicata a San Giorgio fu trasformata in ospedale da campo, venivano accolti feriti di entrambi gli schieramenti purché disarmati. Vorrei una Chiesa impegnata nell’annuncio della misericordia, nella pratica della misericordia, nel sogno della misericordia. La misericordia, come il perdono, è rivoluzionaria, è scandalosa, è contro tutte le regole non scritte che governano il mondo, ma noi cristiani siamo chiamati ad essere testimoni di un mondo nuovo possibile: solo comprendendo questo riusciremo a capire Gesù, uomo libero che perdonò chi lo stava inchiodando sulla croce. Non si tratta di tenere il conto delle volte in cui abbiamo perdonato, ma di allargare i confini del cuore per accogliere i fratelli così come sono. Certamente, il Vangelo è strano, e va accolto nella sua logica paradossale: non cambiamo neppure un segno della Legge, cambiamo piuttosto il nostro cuore, rendiamolo capace di diventare un cuore cristiano. E che Dio doni pace a questo nostro mondo piagato dalle forze del male.

05/09/2026

Omelia per la Domenica 6/9/26

Parliamoci in confidenza: dire a qualcuno “te l’avevo detto” ci fa piacere, come ci fa piacere sentire delle disgrazie altrui, magari capitate a persone con cui avevamo conti in sospeso. I tedeschi hanno ideato una parola per indicare questa gioia cattivella, Schadenfreude; noi italiani non abbiamo questa parola, ma non per questo siamo persone migliori. Certo, siamo peccatori anche noi, ma non come “quelli là”, quelli che non sono come noi, che vengono da lontano e parlano un’altra lingua, quelli che vanno in un’altra chiesa o che non ci vanno, quelli che votano un altro partito, che tengono ad un’altra squadra, eccetera, loro sono colpevoli a prescindere, dovrebbero puniti senza perdere tempo ad ascoltarli. Il Vangelo ci dice invece di parlare con fraternità con tutti, anche con chi dicono essere colpevole, cercando una verità che non sia di comodo e, soprattutto, cercando un modo per riappacificarsi. Ciò che conta veramente, per il Vangelo, non è aver ragione, ma ritrovare un fratello. Fratello…sappiamo ancora essere fratelli? Mi viene in mente la poesia di Giuseppe Ungaretti, “Fratelli”: «Di che reggimento siete/fratelli?/Parola tremante nella notte/Foglia appena nata/Nell’aria spasimante /involontaria rivolta/dell’uomo presente alla sua/fragilità/Fratelli» Siamo tutti fratelli, tutti presenti alla propria fragilità, da difendere e proteggere e tutelare. Fraternità però complicata: io, da buon valtellinese, avevo le mie perplessità su chi veniva “da giù”, salvo sentirmi trattato con diffidenza e sospetto non appena varcavo il confine ed entravo in Svizzera. Lì ero io quello che veniva “da giù”, ero io quello di cui era meglio diffidare. Dicono che il sospetto, la diffidenza per chi è diverso sia radicato nell’uomo, basti pensare ai tanti pregiudizi razziali, etnici, religiosi, politici, di cui sentiamo parlare ogni giorno. Il grande, insuperato Jonathan Swift con l’arma dell’ironia seppe irridere il mondo e le sue manie nel suo libro “I viaggi di Gulliver”, in cui tra le altre cose si parla di Lilliput, città abitata da omini minuscoli, in guerra perenne contro il vicino popolo dei Blefuscu per una causa di importanza cruciale per il destino dell’umanità: le uova vanno aperte dalla parte più grossa o dalla parte più sottile? La mitica India, per gli svampiti europei terra di misticismo e spiritualità sopraffina, è fondata sulle caste, cioè sulla separazione dalla nascita tra le persone. In questi ultimi tempi si è riaffacciato sulle nostre cronache la bestia immonda dell’odio antiebraico, questa volta mascherato da antisionismo. È un odio antico, distillato nei secoli, imbottigliato ogni volta in confezioni diverse con varie etichette ma con l’identico orrendo contenuto. Le scuse per giustificare questo odio non mancano, come non sono mai mancate nei secoli: gli ebrei sono i colpevoli ideali per qualsiasi crimine, capro espiatorio perfetto per tutto il male del mondo. Ci manca tanto una terra dove “buongiorno” voglia davvero dire “buongiorno”, viene voglia di prendere le scope per volare via da questa terra avvelenata, inquinata dall’odio, incapace di fraternità. L’unica strada per uscire da questa situazione è ripartire dal Vangelo, che parla dell’amore di Dio Padre verso tutti perché è Padre di tutti, anche “degli altri”, anche di quelli che non riconosco come fratelli. Siamo ancora immaturi, incapaci di vivere gli uni accanto agli altri come gli scimmioni dell’inizio del film “2001 Odissea nello Spazio” che imparano a spaccarsi la testa prima che a parlare. “Io chiedo quando sarà/che l’uomo potrà imparare/a vivere senza ammazzare”, cantava Q. Ti pil grande Francesco Guccini qualche decennio fa in una canzone che da bimbo mi fece nascere infinite domande, a cui finora non ho saputo dare risposta. C’è sempre un motivo per odiare, e se non c’è si inventa: nel film “Il vento fa il suo giro” si parla di una comunità occitana piemontese che letteralmente espelle una famiglia di francesi perché “diversa”, fabbricando prove inesistenti per costringerli ad andarsene. George Clooney ha recentemente diretto un film inquietante, “Suburbicon”, su un tranquillo sobborgo di una città americana improvvisamente sconvolto dall’arrivo di una coppia di colore, che benché innocenti vengono incolpati per un delitto capitato nei paraggi. Il colpevole è un altro, ma non sarà semplice dimostrarlo. Quanta strada abbiamo ancora da fare, quanti pensieri, quante parole, quante opere ed omissioni da parte nostra hanno contribuito a scavare i burroni che ci separano…Facciamo fatica a sorriderci, figurarsi se riusciamo a dialogare senza astio, o addirittura a perdonarci. Affidiamo la nostra anima, la nostra vita, le nostre speranze a Chi ci ha insegnato a dire “Padre Nostro”, che chiamava “fratello” chiunque incontrasse, e che seppe perdonare chi lo crocifiggeva. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

29/08/2026

Omelia per domenica 30 agosto

“Amor, ch’a nullo amato amar perdona, /mi prese del costui piacer sì forte/che, come vedi, ancor non m’abbandona” scrisse Dante in rime che si imparano a memoria quando si è adolescenti. “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale/ e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino” rispondeva Eugenio Montale, che ebbi l’ardire di studiare nei miei anni belli. Leonard Cohen canta “Guidami con la danza oltre ogni cosa, fino alla fine dell’amore” in una delle canzoni più belle che abbia mai sentito. Sono frasi che avevo in mente, seppellite nella mia memoria, pur essendo uno scapolone stagionato e poco pratico di frasi da scatola di cioccolatini. La Bibbia ovviamente non poteva ignorare questo sentimento così umano: un intero libro, il Cantico dei Cantici, è dedicato all’amore tra due persone, o forse dell’amore di un’anima verso Dio, il dibattito è ancora aperto. In questa domenica il profeta Geremia ci mette del suo: “Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre” usando parole grandi, forti, impegnative, insolite. Non ho mai sentito parlare di Dio in questo modo: ce lo hanno presentato come un placido vecchiotto che ci guarda dall’alto, compiaciuto o corrucciato a seconda delle nostre scelte, ma mai come di un innamorato che non chiede nulla ma pretende tutto, perché Dio o è tutto o è niente, o è il cuore del mio cuore o è una stanca abitudine impolverata, come andare a trovare vecchie zie noiose e ripetitive. Dio è amore che mi ha cercato, mi ha trovato e mi ha sedotto, trasformando radicalmente la mia vita. Io non sono un funzionario, un impiegato con orario d’ufficio e ferie pagate, ma un innamorato, un uomo che per amore ha lasciato tutto, non una volta sola ma più volte, anche recentemente. Sono un innamorato e voglio perdermi in questo amore, non mi potrei mai accontentare di amori di serie B. Dicono che dovrei sposarmi perché da solo non posso vivere, perché così capirei meglio la gente ed i loro problemi. Dicono: ma non sanno di cosa stanno parlando. Non so che capiterà in futuro, ma finché ci saranno preti innamorati so che non accadrà. Non è una roba da disciplina ecclesiastica, ma è qualcosa che riguarda i miei sentimenti, che nessuno può giudicare. Lo so, molti non mi capiranno, mi diranno che non devo generalizzare, che non posso parlare per tutti. Non mi interessa: ciò che conta davvero per me è stare vicino al mio Amore. Di questo parla il Cantico dei Cantici, e di questo parla anche Geremia: dell’amore che brucia dentro le ossa e che ti porta a fare cose inattese, incomprese, che ti spinge oltre i confini stantii del buon senso, della logica e dei ragionamenti complicati. In ebraico, la Lingua scelta da Dio per parlare al suo popolo, il verbo che indica la ricerca da parte di Dio di un incontro indica anche l’approccio sessuale: Dio mi cerca per amarmi, non per aprire un dibattito sulla Chiesa. Una scultura racconta molto bene tutto questo: “L’estasi di santa Teresa” scolpita dal Bernini. Al di là della maestria con cui Bernini trattò il marmo, diventato nelle sue mani leggero come seta, colpisce il visitatore l’atteggiamento di Santa Teresa, che non è certamente quello che troviamo sui santini devozionali. Santa Teresa d’Avila aveva scritto frasi come “ho trovato Dio il giorno in cui ho perduto di vista me stessa”: c’è un prima ed un dopo quel preciso momento in cui tutto cambia, in cui tutto assume un nuovo significato e un diverso valore. Succede in un certo momento, e tutto diventa diverso, tutto cambia, nulla resta come prima. Lasciamoci amare, lasciamoci sedurre, lasciamo il mondo con le sue inutili preoccupazioni alle nostre spalle e occupiamoci solo del nostro amore: rinforziamolo, alimentiamolo, non lasciamo mai la fiamma incustodita, solo così eviteremo che si spenga, ricordiamoci che “in minestra calda non cascan mosche”, come diceva Evagrio Pontico, un Padre della Chiesa. Dio ci ama di un amore eccessivo, ingombrante, che non lascia indifferenti. A Gerusalemme c’è una colossale scultura in acciaio alta oltre tre metri e larga altrettanto, pesante qualche tonnellata; riporta le 4 lettere che formano la parola ebraica “Ahavà”, amore. Ecco, l’amore di Dio è una cosa così, solo che non è fatta di acciaio ma di fuoco che ti scalda il cuore, ti illumina le giornate cupe, non si accontenta mai perché non dice mai basta. “Sero te amavi, pulchritudo tam antiqua et tam nova, sero te amavi! Et ecce intus eras et ego foris…” scriveva un innamorato chiamato Agostino da Ippona (Tunisia) che la chiesa chiama santo. Tardi ti amai, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti amai! Tu eri dentro di me e io ti cercavo fuori… Chi ama si dimentica di tutto il resto, lascia perdere tutti i suoi sogni e le sue illusioni, perché chi ti ha chiamato per nome vale più di tutto il resto. Questo volevo dire, perdonatemi le ripetizioni, sono solo un ragazzino innamorato che ha perso la testa e fa fatica a ragionare. Che Dio vi benedica tutti, rivolga verso di voi il Suo volto e vi conceda pace, Amen.

22/08/2026

Omelia per domenica 23 agosto

Papa Giovanni XXIII, nel suo diario personale, racconta che qualche notte faceva fatica ad addormentarsi perché qualche preoccupazione lo perseguitava. Si girava e rigirava nel letto, poi si trovava a pensare che avrebbe potuto chiedere al Papa un parere, poi si ricordava che il Papa era lui. Anni fa mi capitò in mano un libro intitolato “Le Chiavi Pesanti”, era una biografia accurata di Papa Paolo VI, morto da pochi mesi. Nella mia immaginazione, il Papa viveva, come si dice, da papa: sta nel lusso, ha decine di servitori, tutti lo acclamano, tutto il mondo lo ascolta. Quel libro, abbastanza amarognolo ma ben documentato, mi fece scoprire l’altra faccia della medaglia: sono molto, molto pesanti le chiavi affidate da Cristo a San Pietro. Il Papa è chiamato a guidare oltre un miliardo di persone sparse nei cinque continenti, ad essere voce dell’umanità sofferente presso i potenti della Terra, a parlare di Vangelo ad un mondo frenetico ed annoiato, convulso e distratto, affascinato dalle chimere, attratto dal canto insidioso delle sirene di una modernità illusoria e spietata, evanescente come un miraggio nell’affollato deserto di relazioni che abbiamo costruito. Il Papa è un uomo finito in una gabbia d’oro, affrescata da Michelangelo e Tiziano ma pur sempre una gabbia. Appena eletto il futuro Papa viene lasciato solo per qualche minuto in una piccola ca****la attigua alla grande Ca****la Sistina, chiamata “ca****la delle lacrime” perché in quel luogo, di solito, piange. Per tutto il resto della sua vita non sarà più libero di andare dove vuole, di fare una passeggiata, di andare a cena con un amico, perché sarà inseguito da giornalisti e fotografi, ogni suo gesto verrà esaminato al microscopio, ogni sua parola pesata, confrontata, discussa e giudicata, ogni suo sguardo valutato. Famose furono le fughe dal Vaticano di Giovanni Paolo II, che ogni tanto andava a sciare; Papa Francesco inizialmente voleva andare a vivere nel palazzo del Laterano e andare tutte le mattine in Vaticano usando la metropolitana, come faceva a Buenos Aires da arcivescovo; dovettero faticare a convincerlo, ma preferì restare a vivere in una pensione, non dormì mai nel Palazzo Apostolico. Anche i Papi avevano bisogno di sentirsi persone normali, di chiamare al telefono un amico o di andare di persona a farsi cambiare le lenti. La Parola di Dio oggi ci parla di Gesù che consegna le Chiavi del Regno dei Cieli a San Pietro, cioè ad un uomo peccatore, che dimostrerà presto di non saper pensare secondo Dio ma ancora secondo gli uomini. Nella storia della Chiesa furono numerosi i Papi dalla vita quantomeno discutibile, citiamo solo Bonifacio VIII messo da Dante all’inferno mentre era ancora vivo. Ma che autorità ha davvero il Papa? Quante divisioni ha il Romano Pontefice, per citare una famosa frase di Stalin. L’autorità del Papa non sta nella sua persona, ma nel suo ruolo di guida visibile di una comunità di credenti che si sentono uniti tra loro da legami spirituali. La Chiesa è la veste di Gesù senza cuciture, è la rete piena di grossi pesci che non si rompe, è un’esperienza di fede diffusa su tutta la faccia della terra. Mi è capitato qualche volta di celebrare la Messa di fronte a persone che parlavano un’altra lingua, ma che mi ascoltavano lo stesso, sapevano cosa stavo dicendo. Siamo una famiglia, non un partito politico; come capita in tutte le famiglie, siamo molto diversi fra noi ma abbiamo tutti lo stesso padre. Non è facile avere il compito di guida: per più di 20 anni sono stato parroco, nella mia minuscola esperienza ho potuto capire la solitudine di chi è chiamato a decidere per il bene di una comunità. È necessario, anche solo per un semplice parroco, affidarsi ogni giorno al Signore, chiedergli continuamente un conforto ed un consiglio. Obbedire al Papa significa obbedire al Signore Gesù, e chi pone in dubbio l’autorità del Papa pone in dubbio la verità del Vangelo. Preghiamo per il Papa, perché non fugga per paura quando arrivano i lupi: sono parole di Papa Benedetto XVI che ancora oggi mettono i brividi. Preghiamo per il Papa, perché non tema le fatiche e la solitudine, ma offra la sua vita ogni giorno al Signore che lo ha chiamato ad un così alto e prezioso compito. Ovviamente c’è un film da vedere: una pellicola del 1968, che anticipava di 10 anni l’elezione di un Papa proveniente dall’Europa Orientale. In italiano ha il bizzarro titolo “L’uomo venuto dal Kremlino”, il titolo originario era “Le scarpe del Pescatore”. Anthony Quinn, un sacerdote rinchiuso in un gulag sovietico, viene liberato e mandato a Roma; diviene cardinale e poi eletto Papa col nome di Pio XIII. L’ex Zampanò de “La Strada” di Fellini, attore consumato, vincitore di 2 Oscar, riempie la scena con la sua figura imponente, con la sua figura ieratica, con i suoi sguardi profondi, con le sue parole cariche di speranza e forza. Un film da vedere, ci fa intuire quanto sia complesso essere il Parroco del Mondo. Preghiamo ogni Giorno Maria, Madre della Chiesa, perché sostenga e protegga da ogni male Papa Leone XIV, Servo dei Servi di Dio e Vicario di Gesù Cristo, 267° Successore di San Pietro.

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