Don Flavio Alberto Rolfi

Don Flavio Alberto Rolfi l'importante è farsi una risata, ogni tanto

22/08/2026

Omelia per domenica 23 agosto

Papa Giovanni XXIII, nel suo diario personale, racconta che qualche notte faceva fatica ad addormentarsi perché qualche preoccupazione lo perseguitava. Si girava e rigirava nel letto, poi si trovava a pensare che avrebbe potuto chiedere al Papa un parere, poi si ricordava che il Papa era lui. Anni fa mi capitò in mano un libro intitolato “Le Chiavi Pesanti”, era una biografia accurata di Papa Paolo VI, morto da pochi mesi. Nella mia immaginazione, il Papa viveva, come si dice, da papa: sta nel lusso, ha decine di servitori, tutti lo acclamano, tutto il mondo lo ascolta. Quel libro, abbastanza amarognolo ma ben documentato, mi fece scoprire l’altra faccia della medaglia: sono molto, molto pesanti le chiavi affidate da Cristo a San Pietro. Il Papa è chiamato a guidare oltre un miliardo di persone sparse nei cinque continenti, ad essere voce dell’umanità sofferente presso i potenti della Terra, a parlare di Vangelo ad un mondo frenetico ed annoiato, convulso e distratto, affascinato dalle chimere, attratto dal canto insidioso delle sirene di una modernità illusoria e spietata, evanescente come un miraggio nell’affollato deserto di relazioni che abbiamo costruito. Il Papa è un uomo finito in una gabbia d’oro, affrescata da Michelangelo e Tiziano ma pur sempre una gabbia. Appena eletto il futuro Papa viene lasciato solo per qualche minuto in una piccola ca****la attigua alla grande Ca****la Sistina, chiamata “ca****la delle lacrime” perché in quel luogo, di solito, piange. Per tutto il resto della sua vita non sarà più libero di andare dove vuole, di fare una passeggiata, di andare a cena con un amico, perché sarà inseguito da giornalisti e fotografi, ogni suo gesto verrà esaminato al microscopio, ogni sua parola pesata, confrontata, discussa e giudicata, ogni suo sguardo valutato. Famose furono le fughe dal Vaticano di Giovanni Paolo II, che ogni tanto andava a sciare; Papa Francesco inizialmente voleva andare a vivere nel palazzo del Laterano e andare tutte le mattine in Vaticano usando la metropolitana, come faceva a Buenos Aires da arcivescovo; dovettero faticare a convincerlo, ma preferì restare a vivere in una pensione, non dormì mai nel Palazzo Apostolico. Anche i Papi avevano bisogno di sentirsi persone normali, di chiamare al telefono un amico o di andare di persona a farsi cambiare le lenti. La Parola di Dio oggi ci parla di Gesù che consegna le Chiavi del Regno dei Cieli a San Pietro, cioè ad un uomo peccatore, che dimostrerà presto di non saper pensare secondo Dio ma ancora secondo gli uomini. Nella storia della Chiesa furono numerosi i Papi dalla vita quantomeno discutibile, citiamo solo Bonifacio VIII messo da Dante all’inferno mentre era ancora vivo. Ma che autorità ha davvero il Papa? Quante divisioni ha il Romano Pontefice, per citare una famosa frase di Stalin. L’autorità del Papa non sta nella sua persona, ma nel suo ruolo di guida visibile di una comunità di credenti che si sentono uniti tra loro da legami spirituali. La Chiesa è la veste di Gesù senza cuciture, è la rete piena di grossi pesci che non si rompe, è un’esperienza di fede diffusa su tutta la faccia della terra. Mi è capitato qualche volta di celebrare la Messa di fronte a persone che parlavano un’altra lingua, ma che mi ascoltavano lo stesso, sapevano cosa stavo dicendo. Siamo una famiglia, non un partito politico; come capita in tutte le famiglie, siamo molto diversi fra noi ma abbiamo tutti lo stesso padre. Non è facile avere il compito di guida: per più di 20 anni sono stato parroco, nella mia minuscola esperienza ho potuto capire la solitudine di chi è chiamato a decidere per il bene di una comunità. È necessario, anche solo per un semplice parroco, affidarsi ogni giorno al Signore, chiedergli continuamente un conforto ed un consiglio. Obbedire al Papa significa obbedire al Signore Gesù, e chi pone in dubbio l’autorità del Papa pone in dubbio la verità del Vangelo. Preghiamo per il Papa, perché non fugga per paura quando arrivano i lupi: sono parole di Papa Benedetto XVI che ancora oggi mettono i brividi. Preghiamo per il Papa, perché non tema le fatiche e la solitudine, ma offra la sua vita ogni giorno al Signore che lo ha chiamato ad un così alto e prezioso compito. Ovviamente c’è un film da vedere: una pellicola del 1968, che anticipava di 10 anni l’elezione di un Papa proveniente dall’Europa Orientale. In italiano ha il bizzarro titolo “L’uomo venuto dal Kremlino”, il titolo originario era “Le scarpe del Pescatore”. Anthony Quinn, un sacerdote rinchiuso in un gulag sovietico, viene liberato e mandato a Roma; diviene cardinale e poi eletto Papa col nome di Pio XIII. L’ex Zampanò de “La Strada” di Fellini, attore consumato, vincitore di 2 Oscar, riempie la scena con la sua figura imponente, con la sua figura ieratica, con i suoi sguardi profondi, con le sue parole cariche di speranza e forza. Un film da vedere, ci fa intuire quanto sia complesso essere il Parroco del Mondo. Preghiamo ogni Giorno Maria, Madre della Chiesa, perché sostenga e protegga da ogni male Papa Leone XIV, Servo dei Servi di Dio e Vicario di Gesù Cristo, 267° Successore di San Pietro.

15/08/2026

Omelia per domenica 16 agosto 2026

La Parola di Dio ci viene incontro e come sempre ci interroga, ci lascia nel cuore domande non casuali, non superficiali, ma indirizzate con precisione a noi, ai nostri cuori, alle nostre anime confuse, alla nostra coscienza ancora minorenne. La Casa di Dio si chiamerà “Casa di preghiera per tutti i popoli”, dice Isaia. Ti lodino i popoli tutti, dice il Salmo. La fede della donna pagana fa breccia nel cuore di Gesù, ci racconta il Vangelo. Che dire di fronte a questi messaggi così precisi? Nessun popolo è escluso dal grande banchetto che Dio organizzerà sul Monte del Tempio, divenuto il Monte più importante della Terra. Parole forti, precise, che però mal si sposano con quanto pensiamo, con quanto ci viene proposto ogni giorno dai notiziari televisivi, da Internet, un po’ da tutte le parti. Dio non ha nemici, ha solo figli, ma quante guerre sono state combattute “in nome di Dio”, dello stesso Dio che senti’ la voce del sangue di Abele che gridava dalla terra. Dio vuole la guerra? Vuole la morte dei suoi figli? Un antico midrash ebraico racconta che quando Dio vide il popolo di Israele fare festa dopo aver visto l’esercito egiziano sommerso dal Mar Rosso, lo richiamò, ricordando loro che erano morti decine e decine di figli suoi. Credere in Dio significa credere in un Dio padre di tutti, non solo mio o dei miei, di quelli che conosco e frequento. La fatica di ogni giorno è quella di riconoscere il fratello nel volto di chi ci è di intralcio, del vicino maleducato, del collega inaffidabile, del parente ingombrante. Abbiamo tutti molte scuse per evitarli, per giudicarli e condannarli, ma il Signore ci chiede di capire che sono nostri fratelli. Nono sono parole a caso: i fratelli non si assomigliano poi così tanto, ognuno di essi ha fatto scelte e preso strade diverse. Neppure i gemelli monozigotici, assolutamente identici nel volto, sono uguali nel carattere e nel comportamento. La Parola di Dio ci propone di andare oltre le differenze, di accettarle e viverle come una ricchezza, e non come un ostacolo. Il Vangelo ci chiede di aprire, dilatare a porta del nostro cuore, non di restringere, diminuire, amputare chi viene a visitarci. Deve sentirsi libero di essere sé stesso, accolto così com’è, sentito come prossimo anche se non lo sentiamo vicino per niente. Un film, visto recentemente, mi ha colpito profondamente: “Camp X Ray”. Ci racconta la storia della difficile relazione tra un detenuto nel carcere di Guantanamo con una militare americana. Dopo le prime inevitabili difficoltà nasce tra i due il rispetto e la stima reciproca, suggellate alla fine da uno scambio di doni, un quaderno decorato alla maniera araba e l’ultimo libro della saga di Harry Potter. Erano un’americana ed un presunto terrorista islamico, poco alla volta diventano due esseri umani, che riescono a parlarsi e a comprendersi. La stessa storia ci viene raccontata da Ettore Scola nel suo “Concorrenza sleale”: due commercianti di tessuti, vicini e rivali in affari, diventano amici quando le leggi razziali italiane imposero la discriminazione degli “appartenenti alla razza ebraica”. Diego Abatantuono e Sergio Castellitto incarnarono benissimo i due protagonisti, che alla fine diventarono amici e confidenti. Capirsi, accogliersi , ascoltarsi richiede uno sforzo continuo, mai fatto una volta per tutte, ma da ripetere ogni volta che serve, ogni volta che sarà necessario. Naturalmente, non si parla solo dei grandi popoli, ma anche dei nostri vicini, dei nostri colleghi, dei nostri parenti, spesso per noi alieni e stranieri come e più di chi arriva da altre lande. Chi arriva da lontano poi ci può arricchire con le sue esperienze: anni fa un amico ebreo mi consigliò di andare in una certa macelleria halal, che seguiva cioè le regole islamiche sulla macellazione, per comprare l’Agnello a Pasqua. Un Ebreo che dice ad un Cristiano di andare dai Musulmani…sarebbe bello se il mondo fosse così semplice e pacifico. Nella mia amata Valtellina si coltiva il Grano Saraceno, portata da gente che veniva da lontano; si fa la bresaola con una ricetta che si perde nella notte dei tempi e nella profondità dei deserti asiatici. Personalmente cerco di fare spazio alle persone, ma non è sempre facile: il Diavolo fa il suo lavoro di divisore, suggerendo continui motivi per odiare, parlandoci della bestialità di chi non è come noi, cercando di convincerci che uccidere uno dei loro non è come piangere la morte di uno dei nostri. E Dio invece aspetta tutti i popoli, nessuno escluso, alla sua mensa per la grande festa finale. Sta a noi prepararsi a quell’incontro levando ogni barriera che in teoria ci difende “dagli altri”, ma che in verità ci protegge dal confronto, destino finale di ogni conflitto umano. Un giorno, davanti a Dio, dovremo rendere conto della nostra vita: iniziamo subito a renderla più fraterna. Non abbiamo nulla da perdere, abbiamo un mondo intero che ha bisogno di amore e di perdono.

14/08/2026

Omelia per l’Assunzione di Maria Vergine - 15/8/26

Eminenti studiosi hanno affermato, con boriosa sicumera ed altera supponenza, che il culto a Maria Santissima deriva dal culto alle dee dell’Olimpo greco-romano. Così dicono, senza però tener conto di un particolare: nessuna dea aveva sentimenti materni. Partorivano figli che venivano abbandonati e/o affidati a qualche educatore di passaggio, come accadde ad Achille, Ercole e Giasone, per citare quelli che mi ricordo. Le dee erano perfette, di una bellezza algida, perennemente giovane, ma completamente prive di uno sguardo buono, accogliente, materno. Al contrario, fin dall’inizio della fede cristiana Maria fu intuita come Madre di ogni credente, a cui ricorrere con fiducia nei momenti difficili. Prova ne è il fatto che la famosa preghiera “Sub tuum præsidium” (Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio. Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, ma liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta) risale al II-III secolo dopo Cristo, e dall’Egitto si diffuse in tutto il mondo cristiano di allora, da Oriente a Occidente. Nello stesso periodo un ignoto pellegrino tracciò con un chiodo sulla base di una colonna la scritta “Ave Maria” in lingua greca; accanto si legge la scritta, dello stesso periodo, “lode alla Bella Signora”, segni di una fede antichissima in una Donna sentita come Madre celeste. La figura di Maria è assente nel mondo protestante, e difatti entrando nelle chiese protestanti così fredde e simili ad aule di tribunali, si avverte la mancanza di uno sguardo materno, si avverte il gelo di una fede in cui scarseggia la misericordia. Maria è la Madre di tutti, è Colei che ci fa capire chi è Gesù Cristo, che ci insegna a pregare e vivere e confidare in Dio anche nel tempo della ristrettezza. Ermanno il Contratto, un monaco benedettino vissuto attorno all’anno Mille a Reichenau, un monastero sul Lago di Costanza, era storpio dalla nascita, non poteva né camminare né stare seduto, ed essendo nato in una corte principesca fu affidato ancora bambino alle cure dei monaci. Nonostante tutti i suoi problemi espresse la sua fede componendo una preghiera ancora sulle nostre labbra: il “Salve Regina”. Recitiamola, cantiamola spesso questa preghiera, ci fa intuire quanto Maria ci sia vicina e ci guidi nel cammino della vita fino all’incontro con Gesù. Anche a noi, come ai servi del matrimonio di Cana, Maria dice semplicemente: “Fate quello che vi dirà”, le uniche parole dette da Maria in tutto il Vangelo di Giovanni ma che sono più che sufficienti. Non abbiamo bisogno di tanto altro per capire quale sia il ruolo di Maria nella Storia della Salvezza, al di là di certe esagerazioni di cui è sempre meglio diffidare. Oggi ricordiamo l’Assunzione di Maria Vergine, definito come dogma nel 1950 ma patrimonio ideale della chiesa madre fin dai primi secoli dell’Era Cristiana. Maria, secondo la tradizione orale diffusa a Gerusalemme, fu avvisata dall’Arcangelo Gabriele, lo stesso che le aveva portato l’annuncio della sua prodigiosa maternità, della sua prossima dipartita da questo mondo. Maria si ritirò in preghiera sul Monte Sion vicino al Cenacolo. Tutti gli apostoli apparvero in visione da ogni parte del mondo e chiesero a Gesù di tenerla in vita, ma Gesù rispose che la morte è un passaggio obbligato per tutte le creature umane. Maria quindi morì (anche se si dice “si addormentò”), e fu portata alle pendici del monte degli Ulivi, lo stesso luogo cimiteriale dove anche Gesù andò a pregare. Era un venerdì quel giorno, e come accadde a Gesù il corpo non fu preparato per la sepoltura per l’inizio del Sabato ebraico, in cui non si poteva compiere alcun lavoro. Tornarono allora appena passato il sabato, ma al posto del suo corpo fu trovato un letto di fiori: il suo corpo, puro come mai nessun corpo umano era mai stato, era stato assunto in Cielo, concludendo così nella gioia più grande un’esistenza iniziata nell’umiltà e nella semplicità di una grotta di Nazareth. Ora una grande chiesa (abbastanza bruttina) chiamata “Dormitio Mariæ” custodisce una cripta in cui una statua di legno ed avorio raffigura Maria Santissima nel dolce riposo della morte; al Getsemani una grande chiesa crociata fu edificata sulla cripta bizantina che custodisce la lastra tombale su cui per poche ore fu deposto il corpo santissimo di Maria. Era una chiesa gestita dai frati francescani, ma ora la “tomba di Maria” è in teoria proprietà armena ma gestita dagli ortodossi. Ogni anno, il 15 di agosto, la chiesa è aperta ai cattolici, che onorano la Madre Celeste con una piccola candela posta sui gradini della scala interna, illuminando a giorno l’intera cripta. Quel giorno faccio un pellegrinaggio spirituale, dal Monte Sion al Getsemani, dalla Dormitio Mariæ alla Tomba di Maria, pregando e riflettendo sul suo essere umile ancella, serva del Signore. Sono capace io di essere semplicemente un servo del Signore? Cosa devo fare per diventarlo? Sono domande che ci facciamo tutti, a cui sa rispondere solo Maria Santissima; a Lei quindi affidiamo le nostre vite, con la stessa fiducia con cui chiamavamo nostra madre quando eravamo piccoli ed avevamo paura del buio. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.

08/08/2026

Omelia per Domenica 9Agosto 2026

Di cosa parla il Vangelo? Di Gesù, delle sue parole e dei suoi miracoli, risponderanno in coro i miei affezionati e diletti lettori. Errore: il Vangelo parla sì di Gesù, ma parla anche di noi, di come siamo e di come dovremmo essere. Parla facendoci domande precise, a cui non è facile rispondere, perché più che parlare balbettiamo parole di cui ignoriamo il significato, perché la nostra fede è ancora bambina. Durante una notte tempestosa una barca è in balia delle onde che sembrano montagne, il vento è contrario, i rematori stremati. È una lunga notte senza stelle, e Gesù manca, è rimasto a terra a congedare la folla. Anche noi ci sentiamo ogni tanto come i discepoli: remare col vento contrario non è facile, la notte pare infinita, Gesù non c’è e noi non sappiamo che fare. Quante volte abbiamo avvertito la lontananza di Dio, quante volte avevamo il cuore in tempesta, quante volte le nostre preghiere furono messaggi in bottiglia lanciati nella notte, chissà che fine avranno fatto, chissà se saranno arrivati da qualche parte, chissà se qualcuno li leggerà. “Veramente sei un Dio misterioso”, ha scritto uno che se ne intendeva, il profeta Isaia. Gesù, dice il Vangelo ispirando Cèline che scriverà qualcosa di simile secolo dopo, viene da noi “al termine della notte” camminando sulle acque tempestose, cioè sulle nostre paure. Viene, è Lui, ma noi non lo riconosciamo, lo scambiamo per un fantasma, per un frutto della nostra immaginazione. Gesù rincuora i suoi, ma Pietro non si fida, chiede di camminare anche lui sulle acque, Gesù lo invita a raggiungerlo. Finché Pietro guarda Gesù cammina anche lui sulle acque, non appena pensa a sé stesso inizia ad affondare. Tutte le volte in cui non abbiamo guardato a Gesù siamo affondati, tutte le volte in cui abbiamo pensato a noi stessi siamo affondati, tutte le volte in cui la Chiesa, i Papi, i singoli credenti hanno smesso di fissare lo sguardo in Gesù la tempesta ha avuto la meglio. Inevitabile il grido “Signore salvami!”, che in ebraico suona “hoshi-Jah nah”, da cui il nostro Osanna. Lui ci prende per il coppino e rimette in piedi, chiedendoci perché non abbiamo ancora fede. Allora, di cosa parla il Vangelo, dei discepoli o di noi? Anche noi nelle tempeste abbiamo dubitato, perché la nostra fede non le sa ancora affrontare. Dobbiamo crescere nella fede, fortificarla, renderla più tenace e coriacea, come le mani di chi fa le case, ruvide ma sicure, callose ma esperte. Dobbiamo imparare ad ascoltare la voce di Dio, che ci parla non con voce di tuono o col frastuono assordante, ma con “il sussurro di una brezza leggera”, traduzione zoppicante di “qol demama daqàh” “voce sottile e silenziosa”. Elia sapeva ascoltare il silenzio che piace tanto a Dio, silenzio colmo di pace e ricco di quelle parole che solo un cuore innamorato sa capire. Dobbiamo imparare ad ascoltare il silenzio e le parole che lo abitano, impareremo a fissare il nostro sguardo in Gesù anche nel tempo delle tempeste, confidando in Colui che viene a noi al termine delle nostre notti senza sonno, senza luci, senza pace. Solo una sapienza nata nell’ascolto e nella contemplazione della Parola ci è di aiuto quando il cielo si riempie di nuvole scure, solo una sofferta intimità con lo sguardo silenzioso del Crocefisso ci farà diventare grandi nella fede e non spaventarci quando udiamo tuoni lontani. Iniziamo le nostre giornate con un momento di silenzio davanti ad un’icona, lasciamoci guardare l’anima da chi l’ha creata e ce l’ha donata. Apriamo il giorno con la chiave giusta: diverremo più forti, impareremo anche noi a camminare sulle acque tumultuose, non ci saranno tempeste che ci faranno paura. E che Dio non ci faccia mai mancare la carezza della sua misericordia, ci benedica tutti e ci doni la Sua pace. Amen.

01/08/2026

Omelia per domenica 2 agosto 2026

A me manca il pane. Qui arriva solo una sua sbiadita imitazione, non certo il pane vero, quello buono, quello che sa di forno e di calore. Anche nel mondo reale la gente non mangia più pane, sostituito da miserandi cracker, tristi grissini, squallide pagnottine industriali fatte in serie, senza sapore, senza profumo, senza storia. Si sono accaniti per anni contro il pane adducendo motivazioni fantasiose, alla fine non ci abbiamo guadagnato in salute ma abbiamo perso molto in umanità. Il pane è bello, è buono, ha una grande storia dentro di sé; il pane si condivide, il pane si unisce a tutto, è segno di lavoro e di ristoro, guadagnarsi il pane è il primo compito del padre di famiglia, perché “sa di sale lo pane altrui”. Il pane è ciò che serve per la vita di ogni giorno: non a caso, Gesù lo cita nell’unica preghiera che ci ha lasciato. Non mangiare il pane, come non mangiare l’agnello a Pasqua, vuol dire separarsi dalle nostre radici profonde, perdere per strada un cibo che è poco meno di un sacramento. Gesù ha scelto il pane per entrare nei nostri cuori, spezzò il pane prima di spezzare la propria vita, dando ad un gesto antico un significato importante, profondo, che però, levando il pane dalle tavole, stiamo smarrendo. Torniamo a mangiare il pane, cerchiamo di intuire per quale motivo il pane sia così importante per Gesù. Racconta il Vangelo che la folla affamata delle sue parole aveva bisogno anche di cibo materiale; i discepoli proposero di disperdere la gente, che mangiassero quello che trovavano in giro. Gesù invece chiede del pane, lo benedice e lo spezza per la moltitudine, saziandola due volte, con le parole prima e col pane poi. Ora sul Lago di Tiberiade c’è una chiesa moderna che ricorda la Moltiplicazione dei pani e dei pesci, con un pavimento a mosaico di epoca bizantina semplicemente emozionante; davanti a ciò che resta dell’altare c’è un’immagine molto nota, due pesci accanto alla cesta dei pani. Un particolare però sfugge di solito ai pellegrini, ma che la guida esperta non manca di far notare: nella cesta sono raffigurati 4 pani, ma nel Vangelo i pani sono 5. Dov’è il quinto pane? È sull’altare, in una continuità di senso tra il pane fisico ed il pane eucaristico. Torniamo a mangiare il pane, ci farà bene al fisico oltre che al morale. Riprendiamo a mangiare il pane, non sprechiamolo, assolutamente non buttiamolo mai via, è peccato mortale si diceva una volta, anche perché il pane duro in cucina è ingrediente necessario di tante cose buone. Bene fanno gli ortodossi ad offrire al termine della Messa l’Antidoron, un pane per i fedeli che non possono ricevere l’eucarestia, dato a tutti perché nessuno sia escluso. Non credo di scandalizzare nessuno dicendo che qualche volta l’ho ricevuto anch’io, pur non essendo ortodosso. Mi è stato dato semplicemente perché ero lì anch’io, l’ho mangiato unendomi in preghiera ai fedeli ortodossi. Più volte ho copiato spudoratamente questa tradizione, ogni anno al Giovedì santo con i bambini un grande pane veniva portato all’offertorio e poi offerto diviso in tanti piccoli frammenti, uno per ciascuno, anche ai piccoli e alle loro famiglie. In una Santa Messa aperta in modo particolare a separati, divorziati, conviventi una grande cesta colma di pane fu posta davanti all’altare, e alla fine della Messa tutti ne presero uno, senza distinzioni o separazioni di sorta. Nella Cena Pasquale Ebraica ad un certo punto si spezza un’azzima davanti a tutti, compiendo lo stesso gesto compiuto da Gesù, e tutti i partecipanti intuiscono l’importanza di quel gesto, fatto diventare da Gesù il cuore della sua Passione. Il Pane Eucaristico è “panis angelorum factum cibus viatorum”, il pane degli angeli trasformato in cibo per i viandanti, per i pellegrini, per chi ha fame di speranza e di verità, di amore e di perdono. A chi non può partecipare alla liturgia domenicale viene portato in segno di comunione con tutta la comunità una particola presa dall’altare, chiamata anticamente “littera communionis”, facendo così sentire anche agli assenti l’amore e la vicinanza di tutta l’assemblea raccolta attorno ad un pane. Pane e sale veniva offerto ai visitatori, pane e rose chiedevano gli operai americani in sciopero, tanti scrittori hanno scritto pagine indimenticabili sul pane, sul lievito madre da custodire per fare il pane buono, sul rito quasi sacerdotale, ieratico, delle massaie che con sapienza e amore impastavano acqua e farina e sale, e una croce veniva segnata sul pane prima di metterlo in forno. Torniamo a mangiare il pane, un pane fatto da mani umane, fatto da una persona per le persone. Nel pane c’è nascosta una storia, una sapienza antica tramandata, lo sguardo di una persona esperta, il frutto di una fatica antica, immutabile nei secoli, iniziata con l’aratro, proseguita con la semina, la mietitura, la trebbiatura e la macinatura, conclusa nel calore di un forno e con una notte di lavoro. Tutto questo racconta il pane, e a noi cristiani racconta di Gesù, delle sue parole e della sua vita, spezzata come il pane per la vita del mondo. Una buona persona ogni tanto mi porta un pane fatto con le sue mani, è un dono prezioso che profuma di vicinanza ed amicizia. Torniamo al pane, doniamo del pane, non sprechiamolo mai ma rispettiamolo, sempre. Torniamo al Pane Eucaristico, cibo per la nostra anima, alimento che ci fa intuire che il Regno dei Cieli non è lontano da noi, e ci viene incontro col segno di un pane spezzato. E che il Signore vi accompagni e vi benedica tutti.

25/07/2026

Omelia per domenica 26 luglio 2026

I miei innumerevoli e dotti lettori conoscono già varie cose sulla vita e le opere del loro umile scrivano: già vi resi edotti sulle mie, sempre custodite, radici valtellinesi, vi raccontai del mio legame vitale con Gerusalemme, come della mia malattia e della mia attuale condizione di prete con le ruote (nessuna motrice). Penso anche che avrete intuito della mia libridine (occhio alla “erre”), nonché della mia passione per i film; non vi ho mai detto però che tanti anni fa, “pria che l’erbe inaridisse il verno”, mi trovai nientepopodimenoché a gestire un cinema. Sceglievo le pellicole da proiettare in base per andare incontro ai gusti dei bambini oltre che per sostenere la fatica di pensare degli adulti. Mi è capitato anche di organizzare una rassegna di film sull’educazione (Titolo emblematico:“Permesso ai minori”). Uno dei film che proposi in quegli anni, colmi di deboscia ma creativi e geniali, può fungere da esaustivo commento al brano evangelico di questa settimana: “Scappo dalla città – la vita, l’amore e le vacche”, (un bel film del 1991 a cui i distributori italiani diedero un titolo id**ta, era “Signorini di città” in originale). Bene: in una scena l’esperto cowboy Jack Palance dice a Billy Crystal, cowboy dilettante, una frase importante: “Sai qual è il segreto della vita?” e gli mostra il dito indice. Billy Crystal non capisce, al che il grande Jack gli dice: “È una cosa sola, la devi trovare e tenere stretta, e lasciar andare tutto il resto”. Una sola cosa conta, e difatti Salomone, chiese a Dio una cosa sola, ovvero un cuore docile, e Dio lo accontentò, facendolo diventare un sovrano noto in tutto il mondo per la sua saggezza. È un testo che parla ancora a noi uomini e donne del XXI secolo, perché anche noi abbiamo bisogno di una sola cosa, non un qualche strabiliante ritrovato tecnologico, ma solo di un cuore docile, come quello richiesto da Salomone. Siamo ricchi di notizie ma incapaci di ascolto, ci pensiamo ricchi perché pieni di suggestioni ma siamo e incerti, confusi, spaventati dalla vita. Stiamo vagando qua e là, senza idee chiare sulla meta da raggiungere, navighiamo a vista, senza bussola e senza stelle che possano guidarci. Come diceva Sören Kierkegaard, “La nave è ormai in mano al cuoco di bordo, e le parole che trasmette il megafono del comandante non riguardano più la rotta ma quel che si mangerà domani”. Non sappiamo quale sarà il nostro futuro, nel dubbio preferiamo lasciarci cullare dall’illusione di restare eternamente giovani preoccupandoci solo del corpo. Credere in Dio significa avere una speranza grande, sapere che siamo dei pellegrini in cammino verso l’assoluto. Il Vangelo ci ricorda che essere cristiani significa vivere nella speranza di incontrare qualcosa di grande, e come Jim Hawkins sentirci in viaggio verso un’isola dei Caraibi dove è sepolto un grande tesoro. Lo so, è la trama de “L’isola del tesoro” di Robert Stevenson, libro che mi appassionò nei miei anni verdi, ma che esprime molto bene la condizione umana: siamo tutti alla ricerca di qualcosa per cui valga la pena lottare, faticare, vivere. Noi cristiani abbiamo la grande risorsa della Mappa, cioè la Parola di Dio, e tenendo presente che “post nubila Phoebus”, che cioè le tempeste, per quanto violente, hanno sempre una durata, un giorno arriveremo sull’Isola, come si canta nella meravigliosa canzone “Salty dog” dei Procol Harum. Non a caso la barca è una delle immagini più antiche della Chiesa, e il viaggio per mare immagine della vita umana, tempestosa e placida, rassicurante e spaventosa. Riprendiamo in mano la nostra vita, non sprechiamola in cose futili, concentriamoci su ciò che conta veramente: come sta la nostra speranza. Una persona vale per la grandezza dei suoi ideali, per il motivo che lo fa alzare alla mattina dal letto ed affrontare la giornata, ad imparare bene un lavoro, a costruirsi una famiglia. Questo amore profondo alla vita è l’unica cosa che conta veramente, il tesoro nascosto, la perla preziosa, di fronte alla quale tutto il resto non conta nulla. Dopo tutto ciò che mi è successo, posso dirlo con certezza: la vita è sempre un dono, la nostra dignità di Figli di Dio non va scambiata con un piatto di lenticchie. Smettiamola di guardarci l’ombelico, alziamo lo sguardo, apriamoci a qualcosa più grande di noi. Alzatevi, andiamo, e’ tempo di impegnarsi davvero.

18/07/2026

Omelia per domenica 19 luglio 2026

A Béziers, tranquilla cittadina francese della Linguadoca, vivevano mischiati assieme pacificamente cattolici e numerosi catari, considerati eretici da Santa Romana Chiesa. Papa Alessandro III aveva indetto nel 1209 una grande crociata contro le eresie; i Crociati, giunti a Béziers, avevano dubbi sul da farsi, vista l’impossibilità di distinguere i cattolici dai catari; al che il legato pontificio dom Arnaldo Amaury disse una frase rimasta famosa: “Ammazzateli tutti, Dio riconoscerà i suoi”, e così accadde: a Béziers furono sterminati tutti gli abitanti. Il Vangelo, con buona pace dell’abate Amaury, dice l’esatto contrario: nel campo seminato col seme buono un nemico ha seminato nottetempo la zizzania, che quindi cresce assieme al grano; solo alla mietitura finale si potranno separare, perché si corre il rischio di estirpare con la zizzania anche le piante di grano. No ai giudizi sommari quindi, no alle condanne veloci, no ai pregiudizi, no all’illusione di far piazza pulita una volta per tutte. Non a caso Gesù ha detto “Io non giudico nessuno”, ha avuto parole di misericordia sempre e per tutti, per lui i peccatori erano persone da accogliere e perdonare, fratelli tornati a casa da lontano a cui donare una nuova possibilità di vita, perché ogni peccatore deve avere un futuro, come ogni santo ha un passato. Un tempo, un bandito che si rifugiava in chiesa invocando il diritto di asilo non poteva essere toccato. Non rimpiango certamente il Medioevo, ma mi piace il ruolo materno che aveva la Chiesa, casa accogliente per tutti i suoi figli. A Gerusalemme, nella Basilica armena dedicata a San Giacomo, durante la guerra del 1948 venne allestito un ospedale da campo che accoglieva tutti i feriti, arabi ed ebrei senza differenze purché venissero disarmati. Sappiamo creare nelle nostre comunità cristiane un luogo di accoglienza, dove non si giudica nessuno? E poi, io sono capace di accettare le persone così come sono? Non è facile, almeno per me, perdonare chi mi ha fatto del male, chi col sorriso stampato in faccia mi ha sottratto denaro e fiducia, ma mai dire mai. Tanti anni fa ero in una parrocchia non facile, in cui la convivenza col parroco era decisamente complicata. Atteggiamenti di autentica cattiveria mi accompagnarono per anni, al punto che dopo qualche tempo chiesi al Vescovo di essere trasferito. Ci misi parecchio tempo a rimettermi da quell’esperienza, gli anni fecero diventare cicatrici le ferite aperte, ma il ricordo di quanto avevo subito restava vivo. Non moltissimi anni fa, un giorno mi arrivò una telefonata: la sorella di quel parroco mi chiamava a nome di suo fratello, incapace di parlare per la malattia. Tramite la sorella il mio ex parroco mi chiese scusa per tutto, e mi augurò ogni bene. Finita la chiamata io rimasi a lungo col telefono in mano, attonito e confuso. Il giorno dopo quel sacerdote morì. Nei suoi confronti ora sento una profonda compassione, era un uomo solo, schiacciato dal peso di peccati lasciati crescere e diventati autentici macigni nella sua anima. Nel mio animo ora c’è solo la consapevolezza di quanto l’animo umano, anche il mio, possa essere fragile, possa diventare prigioniero di atteggiamenti sbagliati. Ricordo ai miei fortunatissimi lettori che la parola “prigioniero” in latino si traduce con “captivus”, da cui il nostro “cattivo”. Prima di togliere la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello, leva la trave dal tuo, dice il Vangelo: non sentirsi superiore a nessuno, mai. I moralisti, di ogni razza e colore, filtrano il moscerino e poi ingoiano il ca****lo, cioè si permettono di giudicare la coscienza delle persone senza conoscerle davvero, e poi nella loro vita privata hanno comportamenti peggiori di quelli detestati. Mi viene in mente il film “Il moralista”, in cui Alberto Sordi impersona un integerrimo ed indefesso custode della moralità pubblica, che però arruolava ragazze per i night club, oppure un episodio diretto da Fellini nel film ad episodi “Boccaccio ‘70”, in cui Peppino de Filippo, puritano intransigente, viene tentato da un cartellone pubblicitario. Che fare allora? Arrendersi al peccato? Rassegnarsi alla fragilità? Credo che sia troppo facile, come troppo facile è affermare, che il peccato non esista assolutamente, tutto si può spiegare con la psicologia. La via più difficile, ma anche la più sicura, è quella proposta dal Vangelo: vivere da persone capaci di perdono, che, in fondo, è l’unica reale conclusione di ogni conflitto. In Sudafrica, dopo la fine della segregazione razziale, che “infiniti lutti addusse” non solo agli Achei ma anche a tutti i sudafricani, venne istituito dalla Chiesa Anglicana guidata da Monsignor Tutu una sorta di tribunale molto particolare: la “Commissione per la Verità e la Riconciliazione”. Chi aveva subito violenze da parte della polizia si presentava e raccontava quello che gli era successo; venivano convocati gli autori dei fatti denunciati, e se riconoscevano di averli compiuti chiedendo perdono, venivano prosciolti da ogni accusa. Così in Sudafrica si voltò realmente pagina, iniziò un tempo nuovo, in cui non mancano difficoltà ma le vecchie ferite sono state curate, vi fu una reale riconciliazione nazionale. Ancora: in Polonia, un giovane vescovo ausiliario propose a tutti i Vescovi polacchi di inviare una lettera ai Vescovi tedeschi, in cui si chiedeva perdono per quello che i polacchi avevano pensato della Germania durante la guerra. Ora, in Polonia la memoria del male sofferto era ancora viva, i milioni di morti erano un peso insostenibile, ma occorreva voltar pagina, ricostruire una relazione fraterna in vista di un futuro di pace. I Vescovi polacchi sulle prime furono perplessi, ma poco alla volta compresero il senso della proposta del loro giovane collega, che all’epoca aveva 38 anni, ma dimostrava una saggezza ed una forza d’animo che lo porterà lontano. Si chiamava Monsignor Karol Wojtyla. Si può sempre perdonare, si può sempre cercare una via diversa da quella proposta dall’abate di cui sopra. Sforziamoci dunque, ricordiamo che il perdono libera sempre un prigioniero, e quel prigioniero siamo noi. Liberiamo la nostra coscienza: abbiamo tutti qualcuno da cercare dopo tanto tempo, qualcuno a cui tendere una mano, qualcuno che aspetta da noi una parola buona. C’è tanto da fare, c’è tanto da dire, c’è tanto dolore che attende di essere curato. C’è bisogno di tutti noi: alzatevi, andiamo.

Indirizzo

Via Rizzardi
Negrar
37024

Sito Web

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Don Flavio Alberto Rolfi pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta Il Luogo Di Culto

Invia un messaggio a Don Flavio Alberto Rolfi:

Scelte rapide

Condividi