02/10/2026
Omelia per domenica 4 ottobre 2026
Premessa doverosa, anche se temo inutile. Il brano evangelico di questa domenica venne impiegato per giustificare atteggiamenti per nulla evangelici nei confronti del popolo di Gesù, della Madonna, di San Giuseppe e di tutti gli Apostoli, cioè il popolo di Israele. Tutta questa brava gente nel 1° secolo dopo Cristo viveva in un posto chiamato Israele, e non poteva immaginare che un secolo dopo l’imperatore Traiano, stufo delle continue rivolte antiromane, avrebbe espulso tutti gli Ebrei dalla terra di Israele che venne ribattezzata “Palestina”, mentre Gerusalemme divenne “Aelia Capitolina”. Non avrebbero mai immaginato di essere chiamati “palestinesi”, perché semplicemente la “palestina” non esisteva. Gli Ebrei, espulsi dalla propria terra, iniziarono a disperdersi per tutto il mondo allora conosciuto alla ricerca di un luogo sicuro dove continuare a vivere, ma non sempre furono accolti bene, la storia non fu clemente con quel popolo disperso. Nel loro cuore per secoli e secoli restò immutato l’attaccamento alle proprie radici, alla propria lingua, alla propria religione; ogni anno, dai tempi della Diaspora, alla fine della Cena Pasquale gli ebrei si augurano: «L’anno prossimo a Gerusalemme», mantenendo viva la speranza, due volte millenaria, di essere un popolo libero nella propria terra (cit.). Adesso c’è qualcuno che chiama la nostalgia “sionismo”, dimostrando di non aver capito un tubo. Sono convinto che qualche mio collega disinformato e superficiale leggerà questo testo evangelico come un atto di accusa contro gli Ebrei di ogni tempo, oltre che contro all’Israele di oggi, a cui viene rimproverato ogni male possibile ed immaginabile. Non mi sorprendo più di nulla, né tantomeno mi arrabbio, solo mi piacerebbe vedere nella Chiesa un comportamento più fraterno. Ma veniamo al testo evangelico: alcuni vignaioli, affittuari di un campo su cui sorge una vigna, si rifiutano di dare al Padrone l’uva raccolta. Si infuriano, non accettano richiami e solleciti, diventano violenti ed aggressivi per difendere ciò di cui si sono impadroniti con la violenza. Ammesso e non concesso che il brano evangelico anticipi ciò che sarebbe avvenuto al popolo ebraico, proviamo a chiederci se per caso la stessa vicenda possa riguardare anche noi. Neppure noi siamo padroni del campo in cui lavoriamo, affidatoci da Dio perché lo coltivassimo, anche noi siamo chiamati a dare al Padrone il frutto del nostro lavoro, ma spesso e volentieri pensiamo sia tutta roba nostra. Può avve**re che un prete consideri la Parrocchia come il suo pollaio, in cui gli estranei non sono graditi né ammessi, o che non accetti un trasferimento, avendo deciso che la Parrocchia con tutti i parrocchiani gli appartenga. Può avve**re che un padre consideri sua proprietà i figli, proibendo loro di realizzare i sogni coltivati fin dall’infanzia, o che un marito consideri sua proprietà la moglie, ridotta a far da serva a chi le aveva promesso eterno amore. Sono cose che succedono, e succedono spesso: se non si accetta il fatto di essere contadini in affitto e di avere un Padrone, si comincia a pensare “io faccio quel che voglio”. Può succedere che qualcuno decida di costruirsi una fede “disegnata attorno a te” (cit.), una fede su misura, ritagliata sulle proprie preferenze, decidendo autonomamente cosa sia peccato e cosa no. Nei miei anni belli, quando vivevo in mezzo ai monti, avevo notato che le mucche al pascolo evitavano accuratamente di mangiare determinate piante, per esempio il ranuncolo, bello da vedere ma tossico. Le mucche, più sapienti di molti intellettuali, sapevano che non si scende a patti col male, per nessun motivo, perché il male fa male. Ogni giorno, come le mucche al pascolo, dobbiamo evitare il male e scegliere il bene, perché siamo debitori l’un l’altro di amore vicendevole, segno concreto del nostro lavoro in un vigneto che non ci appartiene. Non aspettiamoci ringraziamenti se ci siamo comportati da persone adulte, non pretendiamo lodi ed encomi se abbiamo fatto semplicemente il nostro dovere, ma diamo lode al Signore che ha voluto fidarsi di noi, affidandoci il proprio campo. Io – adesso mi confesso – non ho ancora digerito il fatto che più di duecento persone ricevano e leggano le mie omelie, ogni tanto vorrei dire “non seguitemi, mi sono perso anch’io”, ma poi penso che è il Signore che mi ha voluto qui, davanti al computer, a scrivere queste note. Questa è la mia vigna: pregate perché sia all’altezza del compito che mi è stato affidato, e al termine della mia giornata sappia dire “sono un servo inutile, ho fatto solo quello che dovevo, ecco i frutti del mio lavoro”. Be ezrat haShem!