Don Flavio Alberto Rolfi

Don Flavio Alberto Rolfi l'importante è farsi una risata, ogni tanto

30/05/2026

Omelia per la domenica della Ss. Trinità- 31/5/26

Naturalmente voi siete convinti che io, povero prete rottamato, vi spieghi cosa sia la Trinità. Meglio se vi rivolgete altrove, di sicuro ci sarà da qualche parte un prete serio che con fiero cipiglio, movenze studiate e altisonante retorica sappia illustrarvi tutti i misteri dell’universo. Visto però che siete arrivati fin qui, cerco di accontentarvi, ma lo faccio ovviamente alla mia maniera, partendo da un esempio bizzarro. Io amo il rugby: lo amo perché è uno sport da delinquenti giocato da gentiluomini, a differenza del calcio che è uno sport da gentiluomini giocato da delinquenti. Nel rugby si avanza sempre tutti assieme, tutti assieme devono spingere spalla contro spalla nei pacchetti di mischia per recuperare qualche centimetro (frase rubata ad Al Pacino, che lo dice ai suoi giocatori in “Ogni maledetta domenica”), tutti nello stesso fango, tutti pronti a rischiare di farsi male per i compagni. Tutta la squadra si fa carico dei falli commessi da un giocatore, tutta la squadra avanza sulla stessa linea, e si stringe quando è in difesa. La squadra ha un unico obiettivo, portare oltre una linea in fondo al campo una palla che non è rotonda ma ovale che non sai mai da che parte rimbalzi, un po’ come la vita, che non sai mai cosa ti presenti. Nel rugby non ci sono avversari, ma gente che gioca con te anche se ha un’altra maglia addosso, e lo fa rispettando le tue stesse regole, con lealtà e onore. Alla fine della partita poi c’è il “terzo tempo”, in cui si beve (tanto) e si mangia (un po’ meno) tutti assieme, sia in campo che sugli spalti. Ecco, la Trinità funziona allo stesso modo, solo con un po’ meno birra: la Trinità è composta da tre persone distinte che giocano assieme con ruoli diversi, proprio come il rugby, dove servono quelli grossi come armadi, quelli agili come scoiattoli, quelli veloci come ghepardi, quelli che sanno ti**re una palla a 50 metri di distanza nel centro di una grande “acca”. Tre persone, si diceva; e qui parte la raffinata citazione del vostro umile scrivano. La parola “persona” fu applicata per la prima volta alla Trinità da un tizio nato dalle parti di Cartagine, attuale Tunisia, nel III secolo e che si chiamava Quinto Settimio Florente, ma ad un certo punto della sua vita si accorse di essere tre volte più bravo di Cicerone e iniziò a farsi chiamare Tertulliano, cioè tre volte Tullio (Cicerone). Questo capolavoro vivente di modestia utilizzò un termine preso dal teatro: “persona” difatti era la maschera che contraddistingueva gli attori nelle commedie classiche. Persona a sua volta deriva dalla lingua etrusca, ma nonostante la sua antichità è tutt’ora in uso, nei film e nelle commedie ci sono “personaggi ed interpreti”. Persona è un ruolo all’interno di una commedia e ha senso in relazione ad altri ruoli, simili ma distinti. Il termine col tempo passò ad indicare ogni singolo individuo, e con questo significato è arrivato a noi. Tertulliano aveva un gran cervello ma era tutt’altro che umile, e difatti prima lasciò la chiesa cattolica per entrare in un gruppo molto rigoroso, dopo un po’ abbandonò pure quello per fondare un gruppuscolo ancora più intollerante al limite del fanatismo. Anche se Tertulliano era decisamente bislacco, le sue intuizioni erano corrette, noi infatti siamo fatti ad immagine e somiglianza di un Dio che è comunione, e difatti noi per stare bene abbiamo bisogno della compagnia di altre persone. Essere soli per la fede cristiana non è mai stata una cosa bella, chi entra in monastero non fugge l’umanità ma se la porta dietro, offre la sua vita in preghiera per le anime. Christianus unus christianus nullus: un cristiano che vuol restare solo non è un cristiano. Non si gioca a rugby da soli, ma accanto a 14 compagni di squadra che darebbero la vita per te. Nessuno di noi “si è fatto da sé”, ognuno di noi è nato da una relazione, cresciuto grazie alle relazioni, qualcuno ci ha insegnato a leggere e scrivere, a mangiare da soli, ad allacciarci le scarpe ed abbottonarci la camicia. Poco alla volta ci ha insegnato ad affrontare la vita, e diventare capaci di essere una parte nella grande recita della vita, ad essere persone in mezzo ad altre persone. Così è la Trinità: Dio Padre crea il mondo in vista di suo Figlio Gesù, che viene nella carne umana per rendere visibile e comprensibile a tutti la volontà del Padre Suo, mentre lo Spirito Santo ci permette di capire e ricordare tutta questa storia, di parlarne ai fratelli ed alle sorelle, di renderla viva e vera ai giorni nostri. Non so se sono riuscito a spiegare bene la Trinità, perlomeno ci ho provato. In ogni caso, siamo tutti un popolo in cammino, pronti a sacrificarci per dare una mano a chi fa fatica, fino a quando riusciremo a portare la palla oltre la linea di meta e faremo festa tutti assieme.

23/05/2026

Omelia per Pentecoste - 24/5/26

Ho paura delle mie parole. Temo ciò che scrivo, ma non posso tacere, quello che ho nel cuore lo devo dire, lo devo raccontare a qualcuno. Oggi la Chiesa celebra la Pentecoste, si ricorda il dono dello Spirito Santo, l’uscita dal cenacolo e l’annuncio del Vangelo in tante lingue. È una bella festa: paramenti rossi, liturgia accurata, c’è anche la sequenza medioevale. Oggi nasce la Chiesa: si fa festa quindi, facciamo festa a noi stessi, a quello che siamo, a quello che con l’aiuto di Dio potremo diventare in futuro. A me però tutto questo non basta, preferisco riavvolgere il nastro e ripartire da capo: 50 giorni dopo l’uscita dall’Egitto il popolo di Israele ricevette da Dio le Tavole con le Dieci Parole. Il popolo ebraico ricorda quell’evento nella grande festa di Shavuot, che significa appunto (sette) Settimane. I profeti avevano predetto che un giorno la mano di Dio avrebbe scritto la Legge sui cuori, facendo diventare ogni anima una sorgente inesauribile di verità. 50 giorni dopo la Morte e Resurrezione di Gesù Cristo, puntuale come un orologio svizzero arriva il dono dello Spirito, e scrive la legge di Dio sui cuori. Lo Spirito (interessante notare che in ebraico è femminile) giunge “come” vento e fuoco, cioè come due forze scatenate, impossibili da controllare, così lontane dalla nostra placida abitudine di discernere, ricomprendere, ripensare sempre tutto. Il fuoco non dice mai basta, e non esiste riparo quando spira il vento. Il fuoco brucia tutto quello che c’è da bruciare, il vento arriva non si sa da dove, entra in casa attraverso tanti piccoli spifferi, e fa volare via tutto ciò che è inconsistente, spazza via la polvere accumulata negli angoli, cambia l’aria diventata pesante. Non servono finestre coi vetri doppi o serramenti in larice, il vento entra lo stesso. Fuoco e vento sono forza scatenate ed incontenibili, il vento plasma gli uomini come modella le montagne, il fuoco forgia uomini con l’anima di ferro. Celebriamo anche noi la Pentecoste, ma quanto bisogno abbiamo dello Spirito Santo! Oggi, come ieri, come sempre, servono cristiani arrischiati, non raffinati diplomatici capaci di limare, arrotondare, annacquare il messaggio evangelico per renderlo accettabile. Servono folli che non temono di apparire stonati perché cantano una canzone nuova, che conoscono una storia che il mondo ancora non conosce. Chi è, chi deve essere, cosa deve fare il prete oggi? E che ruolo effettivo ha il laico? E le donne: possono fare solo le cuoche, catechiste, le lavandaie e le fioriste? Cosa cerca il mondo, di cosa ha realmente bisogno chi sta male, chi non ha nessuno che lo ascolti? Spera in elaborate strategie pastorali a lungo termine, o in una parola buona subito? Le parrocchie devono per forza ripetere quello che si è sempre fatto anche se non funziona, o possono cercare vie nuove, nuovi itinerari per annunciare il Vangelo? Quanta voglia ho di spalancare finestre e far entrare aria fresca frizzante, quanta voglia di dare fuoco a tante carabattole insulse, quanta voglia di uscire da questa stanzetta per andare a perdere tempo con la gente, con la nostra gente, che ci è diventata straniera e non capiamo più perché parliamo lingue diverse. Ho paura di dire che da troppo tempo ci siamo seduti dopo aver sbarrato le finestre perché il vento ci dava fastidio, abbiamo allontanato il fuoco dalle nostre anime, abbiamo reso la fede una pia tradizione da difendere ad ogni costo anche se non sappiamo più a cosa serva. Siamo diventati come le mucche tenute troppo tempo in stalla, che non sanno affrontare le intemperie e sono spaventate dal vento contrario. L’unico vento che ci interessa è quello dei ventilatori, l’unico fuoco che tolleriamo è quello dei ceri sull’altare. Cosa vuole da noi il Signore oggi? Credo che ci voglia in giro per il mondo, marciatori instancabili che sappiano affrontare montagne e burroni, deserti e foreste, per di arrivare a tutti. Credo desideri un po’ di follia nella sua chiesa, capace di vedere ed ascoltare, capace di parlare di speranza quando nessuno ci crede più. Credo voglia chiese ricche di penombra in cui nascondersi al mondo per cercare Dio, per perdersi in un silenzio che è pienezza di parola, un silenzio che solo chi ama conosce davvero. Credo voglia cristiani che non temono la strada, ma la vivono come il luogo dell’incontro, il luogo dove si può lasciare una testimonianza e trovarne una. Credo voglia preti innamorati persi di Cristo, capaci di formare laici adulti, che a loro volta sappiano edificare famiglie solide e ricche di amore. Credo che Dio voglia il mio, il nostro cuore: sta a noi donarglielo, senza paura, senza ripensarci, senza pensare se ne valga la pena. Credo che Dio voglia bruciare il nostro cuore, voglia farci volare sul suo vento, voglia trasformare questo nostro vecchio mondo in un luogo pieno di speranza, e anche noi dobbiamo fare la nostra parte. Dopo ogni temporale c’è sempre un arcobaleno, dopo ogni burrasca l’aria è più pulita, il cielo è limpido, così vicino che lo puoi quasi toccare. Manda, Signore, il Tuo Spirito, perché senza la tua forza noi siamo perduti. Sana le nostre ferite, difendici dal nemico, riempi della tua grazia i cuori che hai creato. Amen.

16/05/2026

Omelia per l’Ascensione - 17/5/26

Tempo fa lessi un divertente tema di uno scolaro veneto, che raccontava, in un italiano zoppicante, di un pellegrinaggio familiare a Monte Berico per impetrare la sospirata grazia della maternità per una sorella sposata. Lo scolaro elencava con accuratezza lo svolgimento della giornata: arrivo al Santuario, preghiera, pranzo e ritorno. Dopo di che lo scolaro si faceva una domanda: erano stati loro a pregare male o è stata la Madonna che si è sbagliata? Fatto sta, concludeva perplesso il giovanissimo zio, che poco dopo rimase incinta l’altra sorella, quella non sposata. Leggendo il brano evangelico di questa domenica mi è venuta spontanea una riflessione simile: «Andate in tutto il mondo», dice Gesù, solo che noi abbiamo capito «aprite le chiese che vengono». Ma siamo noi a dover andare o loro a dover ve**re? C’è qualcosa che non funziona e che bisogna riparare. Bisogna aver l’umiltà di ripartire da capo, con la sola ricchezza di un Libro e di un Pane, affrontando senza paura un mondo ritornato pagano e che non conosce più il Vangelo. Non servono strategie pastorali, servono matti: matti scatenati capaci di affrontare un mondo scettico, disilluso e rassegnato raccontando una storia antica e sempre nuova, una storia che parla di speranza e di gioia, di meraviglia e di stupore, di perdono e di fiducia. Servono matti indifferenti alle critiche, disponibili a partire “senza borsa, né sacca né sandali” per territori sconosciuti ed inesplorati come gli angoli oscuri dell’anima di chi ci vive accanto ma non conosciamo per nulla. Bisogna imparare la lingua degli uomini di oggi, cercare con loro risposte nuove alle domande della vita, bisogna, per dirla con Zucchero, camminare accanto a chi cammina dall’altra parte della strada, condividendo fatiche, speranze e solitudini. Là fuori c’è un mondo che ha bisogno di oroscopi, di maghi e di talismani, perché ha paura, paura di vivere, paura del futuro, paura di tutto. Negli USA, dopo l’uscita del film di Spielberg “Lo Squalo”, ci fu un netto calo del turismo nelle località costiere: alla gente era venuta paura del mare. Siamo molto più suggestionabili di quel che crediamo, siamo bambini che vedono il babau in ogni ombra e cercano una rassicurazione, una protezione, una sicurezza da qualsiasi parte provenga, anche da ciarlatani conclamati e notori. A questo mondo malato di tristezza dobbiamo annunciare la speranza, parlare di un uomo che seminava misericordia dovunque passasse, che non condannava ma rialzava, assolveva, liberava. Allora gli integerrimi custodi della moralità altrui si scandalizzarono e si stracciarono le vesti, oggi parlare di misericordia è considerata una bestemmia dai difensori dell’ordine. Ricominciamo da Dio che non si rassegna alla nostra mediocrità, che non ci abbandona a noi stessi, non vuole che viviamo come criceti che mangiano e per distrarsi girano su una ruota ma figli suoi chiamati a libertà; Egli ci prende per mano, ci fa rialzare, ci tira fuori dalle nostre miserie per farci andare lontano. Abbiamo il coraggio di affrontare il deserto? Il popolo di Israele aveva con sé un bagaglio minimo: le 10 Parole ed il pane sufficiente per un giorno. Si cammina meglio leggeri, lasciamoci dietro le spalle le consuetudini che col tempo sono diventate gabbie a cui ci siamo affezionati e da cui non sappiamo più uscire, come si canta in “Hotel California”. Sembriamo un bambino che non vuole rinunciare al ciuccio, e piange e si dispera pensando che i genitori lo odiano. Deponiamo tutto ciò che ci è di intralcio, facciamo tesoro di quel che ci serve veramente, cioè un Pane ed una Parola. Ma abbiamo davvero il coraggio di affrontare il mondo parlando di amore? Di perdono? Di misericordia? Ho paura che, affezionati alle nostre gabbie, siamo sulla soglia di casa incerti se andare o restare, se partire o rientrare, come la ragazza ritratta in un quadro di Edward Hopper intitolato “Summertime”, Tempo d’Estate. La ragazza è sull’ultimo gradino davanti a casa, dietro le spalle ha la porta di casa aperta, non ha ancora deciso se partire o restare. Non è in casa, non è sulla strada, è sul limite, vorrebbe andare ma teme il mondo, nel cuore vorrebbe tornare in casa, in gabbia. Così mi appare la Chiesa oggi: sa che deve andare, ma ha paura di uscire allo scoperto, di rinunciare alle sicurezze per affrontare l’ignoto. Dice un antico midrash, un racconto di commento alla Bibbia, che il Mare Rosso non si aprì quando Mosè lo percosse col suo bastone, ma quando il primo ebreo vi si diresse contro. Non facciamo come la moglie di Lot che si voltò per contemplare un mondo che stava finendo, ma andiamo, là fuori c’è un mondo che ha bisogno di noi.

Che belle le mamme. Sono buone, si commuovono, piangono di gioia e di dolore e di solitudine, ma subito si asciugano le ...
09/05/2026

Che belle le mamme.
Sono buone, si commuovono, piangono di gioia e di dolore e di solitudine, ma subito si asciugano le lacrime e sorridono di nuovo.
Sono brave le mamme: sono cuoche, sarte, psicologhe, diplomatiche, segretarie, autiste, maestre, catechiste, lavandaie, colf.
Sono diplomatiche tra fratelli e sorelle e col papà, raccontano qualche bugia a fin di bene, sono anche commercialiste ed esperte di mercato.
Erano belle le mamme da giovani, hanno regalato la loro bellezza ad un uomo e a un po’ di figli, senza chiedere nulla in cambio. Non tutti si sono accorti di quel dono, lo hanno dato per scontato, e hanno preteso, preteso, preteso sempre di più.
Ti voglio bene mamma, voglio bene a tutte le mamme del mondo, ma non so come dirlo, non so come raccontarlo. Vorrei saper cantare, comporre musiche romantiche, disegnare ritratti e fiori e panorami meravigliosi, ma non lo so fare nulla. So solo mettere in fila parole che dicono qualcosa dei miei sentimenti.
So solo dire: una casa con una mamma ha tutto, è calda e accogliente; una casa senza mamma non ha nulla, e spenta e fredda. Buona festa della Mamma!

09/05/2026

Omelia per la 6 domenica del t. Pasquale - 10/5/26

Ho un rimpianto: quel pomeriggio alla Croce Bianca avrei dovuto fermarla, parlarle, conoscerla, e invece non l’ho fatto, ho perso l’attimo e non l’ho fatto. È una storia simile a quella cantata da Guccini in “Autogrill”: la ragazza non mescolava birra chiara e Seven up, non ricordo neanche se era bionda senza averne l’aria, ricordo solo che sull’avambraccio aveva un tatuaggio insolito, la parola greca “elpis”, speranza. Di solito la gente si fa tatuaggi stravaganti, tra teschi, serpenti e pugnali ho visto un po’ di tutto, ma un tatuaggio con la scritta “speranza” non l’avevo visto mai. Magari era stato il tatuatore che si era stufato di fare i soliti quattro scarabocchi in finto giapponese, e le aveva proposto qualcosa di diverso. O forse era stat la ragazza ad aver bisogno di fissare sulla carne quella parola, magari dopo un fallimento dal quale voleva rialzarsi. Non lo so, e non posso saperlo. A dir la verità, di speranza non ne sento neanche parlare, è una parola che sta sparendo dal nostro lessico abituale. San Pietro ci dice di rendere ragione della speranza che è in noi: ma c’è speranza in noi? Siamo capaci di sperare? Ripensando alla mia esperienza, molta gente mi ha detto di portare pazienza, ma nessuno di sperare. Anche nei nostri ambienti non si parla molto di speranza, parola vecchia sostituita con la “resilienza”, cioè farsi andar bene le cose che non puoi cambiare (a Roma si dice “consolarse con l’aglietto”). La speranza non è la stessa cosa dell’ottimismo: chi è ottimista pensa che prima o poi le cose si sistemeranno da sole, quindi non vale la pena affliggersi,: “don’t worry be happy”, “Non preoccuparti e sii felice”, cantava un tale quarant’anni fa. Chi spera fa i conti con la ruvida realtà, si tira su le maniche convinto che potrà farcela. Chi spera non ignora i problemi, e neanche li dipinge di rosa confetto, ma li elenca e li affronta uno alla volta, con calma e decisione. Chi spera non si arrende, non sa che farsene degli inviti a sopportare tutto con santa pazienza. Ho dovuto lottare per guarire dalla leucemia, non è stata una passeggiata ma una salita impervia e scoscesa su terreni sassosi e pieni di spine, una burrasca affrontata nella notte infinita prendendomi in faccia le onde tirate dal vento, tremando per il freddo dentro l’anima e cercando una luce, un faro, un luogo dove nessuno veniva per farmi male. La speranza ha mani sporche e callose, le unghie rotte, qualche livido sparso, ma rimane sul ring fino alla fine dell’incontro. Ecco, vorrei che tutta la Chiesa fosse pervasa dalla speranza: non piangiamo sulle macerie di una società non più cristiana, ma affrontiamo il mondo per quello che è: come a Davide di fronte a Golia, ci servono cinque sassi tondi e un po’ di fede in più. Rendere ragione della speranza che è in noi: San Pietro lo diceva ad una manciata di schiavi e di poveracci vari che vivevano nel cuore dell’Impero, piccoli e fragili come tafani scacciati dalla coda del grande bue. I Cristiani hanno raccontato la loro speranza incarnandola, affrontando persecuzioni e massacri, senza mai smarrire la bussola. E la bussola indica il cielo dove sta Dio che veglia sui suoi figli, in qualunque situazione si trovino a vivere. Nei momenti più bui, quando dolore, paura e solitudine si univano in un abbraccio feroce, mi ripetevo due parole in ebraico: “Itotai beyadekha”, cioè “le mie stagioni nella tua mano”. Qualunque sia la stagione che stiamo vivendo, che sia segnata dall’arsura o che sia immersa nell’oscurità più profonda, in ogni caso siamo nella mano di Dio. Lo dice il Salmo 31, e per me è un caposaldo indiscutibile. Spera chi sa che in cielo c’è un Dio, chi invece non guarda più il cielo non spera più in niente, non nuota più ma galleggia, e sarà quel che sarà. Noi invece coltiviamo la speranza. Seminiamola, custodiamola, difendiamola, a suo tempo porterà frutto abbondante, in noi e accanto a noi. Non siamo nati per caso, non siamo stati abbandonati su un’isola deserta, ma “per seguir virtute e canoscenza”, per diventare persone migliori, per imparare cose nuove ogni giorno, per diventare capaci di rendere testimonianza della speranza che è in noi.

02/05/2026

Omelia per la 5 domenica di Pasqua- 3/5/26

“Circa mea pectora multa sunt suspiria”, dice l’anonimo autore della ballata raccolta nei Carmina Burana. Anche i miei sospiri non sono pochi, e a dir la verità la loro origine è diversa da quella che ispirò il compositore, e di più non dico. Non attendetevi parole elevate, posso offrire alcune parole nate in un cuore inquieto. Il Signore dice di essere Via, Verità e Vita: senza di Lui, in pratica, siamo sbandati, in errore, morenti. Quelle di Gesù sono parole grandi e vere, ma io non posso non pormi una domanda. Tanti anni fa, quando ero ancora un giovine sbarbatello, lessi una frase di Nachman di Breslavia, un rabbino ucraino del 18° secolo: “Non chiedere mai la via a chi la conosce, perché non potrai perderti”. Ho preso questa frase come massima di vita e l’ho messa in pratica, in giro per l’Europa come nelle mie scelte di vita. Andando nei boschi ho sempre scelto il sentiero meno battuto, ho letto strani libri con la prima pagina in fondo, imparato alfabeti e lingue aliene, ho frequentato luoghi, persone, situazioni non usuali e non sempre raccomandabili, non ho mai voluto né guinzaglio né museruola, preferendo essere un cane randagio piuttosto che un cagnolino da compagnia. Sono stato spesso lontano da tutto perché non mi sono mai adattato ai limiti, ai confini, alle barriere. Non ho mai amato i cortili, ho sempre cercato orizzonti infiniti. Ho disobbedito al Vangelo? Non lo so. Ho cercato amore negli occhi scuri di una ragazza, per poi capire che la mia strada non prevedeva ripari, e dovevo lasciare e partire senza guardarmi indietro, in giro ci sono già tante persone che sono statue di sale, eternamente girate su se stesse per contemplare un passato che non esiste più. “Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai in una selva oscura, ché la diritta via era perduta…” scrive Dante. Io ho sempre cercato il bosco più folto, la solitudine preferita ai grandi raduni. Ma allora, io chi sono? Assomiglio ai due viandanti nel film “La Via Lattea” di Bunuel, lungo la strada ho visto cose orride e cose stupende. Sono stato ad Auschwitz, Dachau, Mauthausen, Terezin, Risiera, ho incontrato il male e ne ho sentito il respiro mefitico; ho girato l’Engadina, la valle più bella del mondo, che ispirò Thomas Mann e fece impazzire Nietzsche; ho passato mesi facendo a botte con la leucemia e la depressione, ho ammirato i quadri di Caravaggio, di Hopper, di Chagall, mi sono perso tra le note di Mozart, di Bach, di Hændel come dei Deep Purple e dei Pink Floyd, sono stato nelle case natali di Mozart e di Kafka. Ho vissuto, ho morso molto più di quello che potevo mangiare, ho avuto una vita ricca di contrasti, piena di profumi e di fetori, di splendide mattine e di squallide serate. Cristo Via, Verità e Vita: non vuol dire che Cristo sia il capolinea, la fine, il termine invalicabile, perché conoscere Lui è un invito ad andare, a conoscere, a vivere. Cristo Via verso cui andare, Verità che scopriamo andando, senso profondo della nostra Vita. Via, Verità e Vita per me significano vai, scopri, vivi: se stai fermo nel tuo cortile, se consideri il tuo ombelico il centro del mondo, se pensi che ogni straniero sia un errore, non ti meriti l’incontro con Cristo. Solo chi cerca ha già trovato, solo chi chiede già sa, solo chi vive è già entrato nella vita eterna. La nostra vita è troppo breve, e troppo preziosa, perché la sprechiamo adorando divinità al neon, inseguendo fate morgane illusorie e menzognere. Dio cerca chi lo cerca, ascolta chi lo ascolta, parla a chi gli parla. Con le mie povere parole racconto ciò che so, confido ciò che sogno e temo e spero. Se vi annoio, non s’è fatto apposta, come diceva un tizio lombardo esperto di matrimoni complicati. Concedete però a questo relitto di prete misericordia e perdono, comprendete che ho una profonda sete di speranza e di sogni ancora da sognare, sogni che mi riempiano il cuore ed il mio tempo, altrimenti inutile. Ciò che mi sostiene è nascosto in parole antiche, “non sei tu a finire l’opera, ma non sei libero di sottrartene”. Io, un mendicante di verità e bellezza, un umile suonatore di fischietto nel grande concerto dell’universo, non smetterò di vagabondare per incontrare volti e storie e sogni. “Se ho passato in vita mia un sol giorno senza cercarti, o Dio, io mi pento della vita, per quel giorno e per quell’ora”. Lo ha scritto Rumi, il grande mistico del 13° secolo. Pregate per me, perché resti un vagabondo per Dio, perché sappia far diventare le mie parole una scala per il Cielo, perché sappia preparare il mio cuore per il giorno del grande Incontro. E che Dio vi benedica tutti.

24/04/2026

Omelia per la 4 domenica di Pasqua - 26/4/26

Lo so, sono curioso. Quando vedo qualcosa che mi interessa, non sono capace di trattenermi, devo andare a vederla. Tanti anni fa, in Abruzzo, in un paesino della provincia di Pescara, mi capitò di vedere sul far della sera un pastore col suo gregge. Non era una statuetta del presepio, ma una persona viva, vera, in carne (poca) ed ossa. Il gregge, formato da una cinquantina di pecore, tornava all’ovile, mentre il pastore, già sulla porta, guardava negli occhi le pecore, a cui diceva qualcosa in un dialetto incomprensibile. Le pecore lo guardavano, lui le guardava, si intuiva una relazione profonda tra pecore e pastore. Io mi avvicinai per guardare meglio, ma una specie di cane simile ad un orso bianco, decisamente sporco e per niente accogliente, mi si parò davanti ringhiando, e allora preferii tornare sui miei passi. Anche i contadini del mio paese un tempo erano in confidenza con le loro bestie, davano loro un nome. Mi ricordo la paziente e tranquilla asina Brina e la sua confidenza col padrone, a cui bastava mezza parola per farla partire o fermare. Pensavo a queste cose leggendo la Parola di Dio per questa domenica, centrata sulla figura del Buon Pastore. A quel tempo era un’immagine chiara, perché tutti sapevano cos’era e che lavoro facesse un pastore. Ora il tempo è cambiato, i maglioni non si fanno più con la lana ma con roba sintetica, le pecore non servono più, e non servono neanche i pastori. Nella Chiesa invece si parla ancora di pastori, i Vescovi hanno come segno distintivo un “pastorale”, un bastone che finisce con un ricciolo; gli arcivescovi hanno addosso il “pallio”, una stola fatta con lana di agnelli, simbolo della loro dignità. I preti sono collaboratori dei Pastori, cioè danno una mano a chi guida il gregge. Ma mi chiedo: noi preti siamo tutti capaci di guardare la gente con lo stesso sguardo di quel pastore abruzzese? Siamo capaci di avere la stessa identica confidenza con la nostra gente? Basterebbe stare sulla porta della Chiesa a salutare la gente, passeggiare per le vie della parrocchia, conoscere i commercianti, andare nei bar, chiacchierare con la gente, sentendosi “non padroni della fede, ma collaboratori della gioia”, come diceva San Paolo. Quante volte mi è capitato di vedere preti che si sentivano padroni feudali della parrocchia, e da padroni feudali trattavano la plebe, dimenticando che non è il prete ad avere la parrocchia, è la parrocchia ad avere il prete. Il prete non è, e non deve diventare, un manager esperto, oppure, peggio ancora, un pastore che pasce sé stesso e non il popolo che gli è affidato. Il prete deve essere segno incarnato di Gesù Buon Pastore: deve amare il suo gregge, da lui conosciuto in profondità, esattamente come il gregge dovrebbe conoscere lui. Quando il prete concede la sua attenzione solo ai prescelti e ai cortigiani, quando il prete si comporta da spirito della lampada che fa cadere dall’alto il suo responso sempre pronto, si crea un baratro tra lui e la gente, e va a finire che il gregge si perde tra precipizi e animali feroci. Pio XII non abbandonò mai Roma negli anni duri della guerra; nel luglio 1943 venne bombardato il quartiere romano di San Lorenzo, e Papa Pacelli si precipitò tra le case bombardate quando ancora non era suonato il cessato allarme, offrendo alla gente una benedizione, e un invito alla speranza, oltre che un po’ di denaro per le prime necessità a chi aveva perso tutto. Aveva uno sguardo forte e sereno, da pastore che non ha paura dei lupi: me lo descrisse con forza e passione mio padre, testimone oculare di quel momento. “Avere addosso l’odore delle pecore”, diceva l’indimenticato Papa Francesco: questo odore vorrei avere addosso io, anche adesso che non ho più un popolo affidato alle mie cure. Questo vorrei sentire nelle parole, negli atteggiamenti, nelle scelte dei miei fratelli preti; questo deve essere insegnato nei seminari, perché oltre alla teologia, a chi diventa prete serve la capacità di stare sulla porta dell’ovile, di riconoscere ogni singola pecora, di saper dire a tutti con umiltà una parola buona. Serve l’umiltà di mettersi al servizio delle pecore, la capacità di inginocchiarsi davanti ad ogni persona, come fece a Tibhirine il Beato Christian de Chergè, che strinse la mano al terrorista che tempo dopo lo rapì ed uccise. Sono solo un guaritore ferito, un uomo perdonato che cerca di seminare speranze con le parole, perché non posso più farlo con la gente. Se vi avanza tempo, pregate per questo povero prete, perché sappia essere un riflesso dell’amore di Dio. E che Dio vi benedica tutti.

18/04/2026

Omelia per la 3 domenica di Pasqua- 19/4/26

Com’era Gesù Cristo? Lasciamo da parte il volto degli attori che lo hanno impersonato nei film, cito a memoria Jeffrey Hunter, Robert Powell, Jim Caviezel, Enrique Irazoqui, Willem Dafoe, Jonathan Roumie. Vari volti, varie espressioni, ma non erano Gesù, erano solo delle controfigure. Ma Lui, com’era veramente? Come ce lo immaginiamo Gesù? Non chiedo se era alto o basso, biondo o moro, ma come parlava, come rideva, come cantava. Non lo sappiamo; possiamo leggere i Vangeli, ma ci manca sempre qualcosa che ci presenti il suo sguardo, la sua espressione, i suoi sentimenti, e così va a finire che ci immaginiamo Cristo fatto a modo nostro, secondo i nostri gusti. A volte succede che ci facciamo una certa idea di una persona, per poi scoprire che non è come la pensavamo noi, e sono dolori. I due discepoli di Emmaus non riconoscono Gesù nel viandante che incontrano per strada, al punto di spiegargli in modo molto approssimativo tutto quello che è capitato a Gerusalemme, dimostrando di non aver capito niente. Gesù ascolta pazientemente, dopo un po’ si permette di dire ai due discepoli “stolti e tardi di cuore”, traduzione alleggerita di “anòetoi”, privi di cervello, stupidotti si potrebbe dire gentilmente. La domanda qui nasce spontanea: che direbbe a noi? Gesù non è mai come lo vorremmo noi, non fa quel che ci aspetteremmo, non sta dove noi lo pensiamo, non sta fermo neanche da morto, nessuno lo può afferrare e metterselo in tasca. Cristo prende la parola, spiega ai due discepoli tutta la sua vita usando brani dell’Antico Testamento, che qualche mio collega picchiatello vorrebbe buttar via perché lo giudica inutile. Gesù spiega sé stesso usando le Scritture: motivo più che sufficiente, a mio immodesto parere, per prendere in mano la Bibbia e cominciare a leggerla. Abbiamo una Bibbia? La conosciamo bene? Probabilmente ce l’abbiamo da qualche parte, ma se non c’è qualcuno che la spiega non è tanto facile capirla. Anche noi assomigliamo ai due di Emmaus, anche noi siamo “anòetoi”, duri di comprendonio. Ai due di Emmaus gli occhi si aprirono quando Gesù spezzò il pane: è il gesto dell’Ultima Cena, è il gesto di ogni Santa Messa. Se le letture venissero spiegate bene ci si aprirebbero gli occhi, e tanti credenti confusi, amareggiati, sconfitti comprenderebbero che la croce non è mai la fine di tutto, e che Dio firma sempre con una croce. Tutti “speravamo” in qualcosa, ci aspettavamo una vita diversa, convinti che se pregavamo ogni giorno la croce, la fatica, il dolore andavano da qualche altra parte. Anche noi pensavamo che Cristo risolvesse i problemi, ci troviamo uno che cammina sulle nostre stesse strade e per giunta non assomiglia per niente all’idea di Gesù che ci eravamo fatta. Anche noi, come uno dei ladroni, pensiamo che se Cristo fosse veramente il Figlio di Dio dovrebbe scendere dalla Croce, e poi far scendere noi. Che ci volete fare, siamo anche noi “stolti e tardi di cuore” nel capire le Scritture, e comprendiamo un po’ a spanne. Ripartiamo da capo, riprendiamo in mano le Scritture, accogliamo Gesù così com’è, senza cercare di afferrarlo, perché Gesù lo si può solo seguire. Alzatevi, andiamo.

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