19/02/2023
IL DISCEPOLATO
Il cristianesimo è un impegno totale verso il Signor Gesù.
Il Salvatore non cerca uomini e donne disposte a dedicargli i ritagli del loro tempo libero o gli ultimi anni della loro vita.
Egli ricerca chi gli voglia dare il primo posto nella sua vita, donandoGli la propria anima, la propria vita, il proprio intero essere.
Spesso il cristianesimo per noi non è altro che il mezzo per scampare all’inferno e la garanzia per andare in cielo, dopo di che ci sentiamo liberi di vivere e godere il meglio che offre la vita.
Il termine discepolo viene usato più di 25 volte negli Atti degli Apostoli dall'evangelista Luca. Mediante Luca lo Spirito Santo mette l’accento sul titolo “Signore” ed è alla luce del titolo di Maestro - Signore dato a Gesù, che Luca considera i credenti come discepoli.
Nei Vangeli si distinguono diversi gruppi ai discepoli: i dodici, che convivevano con Gesù, dedicati a Lui completamente; i settanta che hanno il compito di predicare l’Evangelo; un terzo gruppo che accettano l’insegnamento del Maestro senza essere però legati così intimamente a Lui; si parla poi dei discepoli di Giovanni e dei discepoli dei Farisei.
Nell’Antico Testamento non si incontra la parola discepolo, perché dove c’è un discepolo ci deve essere anche un maestro, ed è proprio per questo fatto che si spiega l’assenza del termine discepolo nell’Antico Testamento.
Coloro che accompagnavano Elia, Eliseo, Geremia ecc. più che discepoli sono i servi che assistono i Profeti.
Gesù insegnò: “Andate, dunque, ammaestrate tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo, insegnando loro di osservare tutte quante le cose che vi ho comandate” (Matt. 28:19-20).
“Ammaestrate tutti i popoli” significa “fate discepoli tutti i popoli”.
Negli Atti si legge che Paolo e Barnaba avevano fatto proprio questo: “ed avendo evangelizzata quella città e fatti molti discepoli, se ne tornarono a Listra” (Atti 14:21).
Il termine discepolo deriva dal verbo che significa apprendere, tuttavia “discepolo” vuol dire qualcosa di più di qualcuno che ascolta un maestro, perché implica l'accettazione dell’insegnamento e l’impegno ad agire di conseguenza, per questo motivo Gesù, dopo aver ordinato ai Suoi Apostoli di “fare discepoli”, indica anche come farli usando tre verbi: battezzare, insegnare, osservare.
Queste tre novità spirituali dovrebbero produrre negli ascoltatori tre esperienze che indicano tre fasi del discepolato: seguire (risultato del battesimo); imparare (risultato dell’insegnamento); imitare (risultato dell’osservanza).
Analizziamo queste tre fasi del discepolato.
SEGUIRE
Il termine “seguire” è indissolubilmente legato al discepolato, poiché Gesù disse a Matteo: “Seguimi. Ed Egli alzatesi, lo seguì” (Marco 2:14); a Pietro e Andrea: “Seguitemi ed io farò di voi dei pescatori di uomini. Ed essi lasciate subito le reti Lo seguirono” (Matteo 4:19-20).
Più tardi “seguire” Gesù fu la condizione indispensabile per essere discepolo: “Se uno viene dietro a Me, rinunzi a sé stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua” (Luca 9:23).
Rinunziare a sé stessi non vuol significare privarsi di alcuni cibi, di alcuni piaceri o di alcuni beni, ma sottomettersi completamente alla signoria di Cristo, per cui l’Io non ha più alcun diritto o alcuna autorità.
La croce non è un’infermità fisica o un’agonia mentale.
La croce è un sentiero scelto coscientemente e, agli occhi del mondo, un sentiero di disonore e di disprezzo.
La croce è il simbolo della vergogna, della persecuzione e dell’oltraggio che il mondo riversò sul Figlio di Dio, e che il mondo riverserà su tutti quelli che intendono andare contro corrente.
Ed ogni credente che voglia evitare la croce non ha che da conformarsi al mondo ed alle sue vie.
La vita del Signore fu una vita di obbedienza al voce di Dio, nella potenza dello Spirito Santo e di servizio disinteressato per gli altri; di pazienza e di sopportazione di fronte ai più gravi torti.
Fu una vita di zelo, spesa nella mansuetudine, autocontrollo, umiltà, bontà, fedeltà e amore (Galati 5:22-23).
Per poter essere Suoi discepoli dobbiamo camminare come Egli ha camminato.
Dobbiamo mostrare i frutti della nostra somiglianza al Signore (Giovanni 15:8).
Luca 14:33 dice: “Così dunque ognun di voi che non rinunzi a tutto quello che ha, non può essere mio discepolo”.
Che cosa si intende per lasciare tutto?
S'intende l’abbandono di tutti i beni materiali non assolutamente essenziali e che potrebbero invece essere usati per la diffusione dell’Evangelo.
Dobbiamo cercare prima il regno di Dio e la Sua giustizia e certamente non ci mancheranno mai né cibo né abiti.
Il discepolo non sprecherà la vita accumulando ricchezze che cadranno nelle mani di Satana quando Cristo ritornerà per rapire i Suoi santi.
Vorrà obbedire al comando del Signore che lo mette in guardia dall’accumulare tesori sulla terra.
Nell’abbandonare ogni cosa, offre quello che comunque non potrebbe conservare, e quello che ha smesso di amare.
Ma ritorniamo a Luca 9:23: è evidente che chi è discepolo deve seguire.
Questo però non è un seguire qualsiasi, visto che si può seguire Cristo per motivi sbagliati, come la folla che seguì il Signore per il pane che perisce (Giovanni 6:26), oppure come i discepoli quando seguivano Gesù pensando ad una ricompensa: “Ecco noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito; che ne avremo dunque?” (Matteo 19:27), oppure come Pietro che, nel momento della crisi, “lo seguiva da lontano” (Matteo 20:58).
Perciò non ogni modo di seguire vuol dire discepolato.
Seguire indica una chiamata ad un decisivo rapporto con Gesù, ad una sfera di servizio.
Qui c’è qualcosa del significato del battesimo, il primo passo nel discepolato.
Infatti con il battesimo si lascia la vecchia vita (sepoltura) per seguirne una nuova (risurrezione) in Cristo Gesù.
Una persona che viene sepolta non porta con sé nulla della vita precedente, e ciò che si chiede ad una persona per diventare discepolo è fondamentalmente la rinunzia a tutto quello che ha.
Ne segue che battezzarsi e diventare discepoli significa rinunziare totalmente ad un modo di vivere per iniziarne uno completamente diverso.
Bisogna quindi battezzarsi non con leggerezza ma con un forte senso di responsabilità, poiché il battesimo è l’inizio di un cammino che è esigente e che richiede una consacrazione totale del credente: il discepolo comincia a seguire il Maestro, e non è affatto facile.
Il voler seguire Gesù comporterà anche trovarsi di fronte a delle difficoltà, a delle opposizioni che si frapporranno tra i nostri desideri e la completa consacrazione a Lui.
Un esempio l’abbiamo nel brano seguente: “Ora avvenne che mentre camminavano per la via, qualcuno gli disse: io ti seguirò dovunque tu andrai. E Gesù gli rispose: Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo dei nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo" (Luca 9:57-58).
Gesù gli dovette spiegare che Lui era un pellegrino senza casa, era questi pronto a sacrificare la sicurezza di una casa per seguirlo?
Era pronto a rinunziare ai giusti conforti della vita per seguirlo devotamente?
A quanto sembra, costui non era disposto a farlo, perché non sentiamo più parlare di lui nelle Sacre Scritture.
Il suo amore per le comodità terrene era maggiore della sua volontà di consacrarsi a Gesù.
“E ad un altro disse: Seguimi. Ed egli rispose: Permettimi prima d'andare a seppellire mio padre. Ma Gesù gli disse: Lascia i morti seppellire i loro morti; ma tu và ad annunciare il regno di Dio” (Luca 9:59-60).
A differenza del caso precedente fu questi ad essere chiamato a seguirLo, ma il suo peccato fu quello di anteporre i propri desideri a quelli del Signore.
Le parole “permettimi prima” sono moralmente assurde ed impossibili.
Se Cristo è il Signore, Egli deve ve**re prima.
Se i nostri desideri e le nostre aspirazioni hanno il sopravvento e regnano in noi, Cristo non è veramente il Signore.
Quest'uomo aveva un lavoro da compiere e lasciò a questo lavoro il primo posto, invece di rendersi disponibile e fare che la ragione della sua vita fosse l’avanzamento della causa di Cristo sulla terra.
Il primo individuo è l’esempio di come le comodità materiali possano essere un ostacolo al discepolato, il secondo invece dimostra come un lavoro o una occupazione possano prendere il sopravvento nella vita di un cristiano.
Non c’è nulla di male nel nostro lavorare per provvedere ai bisogni nostri e della nostra famiglia, ma una vita di vero discepolato richiede la ricerca del Regno di Dio e della Sua giustizia innanzitutto, ricordando che la principale vocazione del cristiano è quella di predicare il Regno di Dio.
IMPARARE
Seguire Cristo, ai discepoli descritti negli Atti degli Apostoli costava non poco, perché comportava un costante e notevole impegno: “Ed erano perseveranti nell’attendere l’insegnamento degli Apostoli” (Atti 2:42), cioè nell’apprenderlo e nel metterlo in pratica.
Imparare non è un semplice processo intellettuale mediante il quale si apprendono nozioni intorno a Cristo, ma piuttosto l’accettazione di Cristo stesso, il rifiuto della vecchia esistenza e l’inizio di una vita di discepolato in Lui.
Significa appropriarsi di una persona, Gesù Cristo.
Paolo scriveva agli Efesini: “Ma quant’é a voi, non è così che avete imparato Cristo”.
Coloro che non ascolteranno il logos di Cristo, non potranno conoscere il significato più profondo del Suo parlare.
Conoscere Dio significa ubbidire ai Suoi comandamenti e la qualità della nostra conoscenza di Dio è direttamente proporzionale alla nostra ubbidienza a Lui.
Qui è di primaria importanza che conosciamo Dio personalmente, invece di conoscerLo solo teoricamente, perché solo conoscendoLo così potremo presentarLo efficacemente agli altri.
Con i Suoi dodici apostoli Gesù seguì questa prassi, prima li tenne con Sé, poi li mandò.
Fu proprio stando con Cristo che poterono apprenderLo, per poi comunicarLo agli altri.
Il risultato positivo di tale prassi era evidente a tutti, poiché il Sinedrio dovette dire di Pietro e Giovanni che “erano stati con Gesù” (Atti 4:13).
IMITARE
Gesù ordinò ai Suoi discepoli di “osservare tutte le cose che vi ho comandato” (Matteo 28:20), ossia di mettere in pratica i Suoi comandamenti.
Nel Vangelo è chiaro che il discepolo non si forma frequentando una scuola, ma seguendo Gesù in una maniera mai richiesta prima.
Di conseguenza i discepoli vengono a trovarsi in una situazione che esige il loro impegno totale nei confronti di Cristo e pertanto devono essere disposti a rinunciare a ciò che è a loro più caro ed anche affrontare la morte violenta per imitare Colui che hanno seguito.
Essere discepoli significa che Gesù va avanti lungo una strada particolare ed il discepolo deve imitare Gesù, in quanto “il discepolo non è da più del Maestro” (Matteo 10:24).
Gesù disse infatti: “Io vi ho dato un esempio affinché anche voi facciate come ho fatto io” (Giovanni 13:15).
Imitare nel Nuovo Testamento non vuol dire riprodurre un determinato modello, ma indica la maniera di vivere di una persona perdonata da Dio.
Alla chiamata del discepolato si può rispondere positivamente quando una persona è afferrata da Cristo ed ha fatta l'esperienza di quella trasformazione che è frutto della sottomissione alla Signoria di Cristo.
In altre parole, non si tratta di una imposizione che viene subìta dal discepolo, bensì di una spontanea e gioiosa espressione di amore che lo spinge ad identificarsi con il suo Maestro.
Oltre alla sottomissione totale alla Signoria di Cristo e all’impegno completo nell’attuazione dei piani di Cristo, il discepolo deve esprimere, nel suo cammino spirituale, l’amore di Cristo: “Da queste conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Giovanni 13:35).
LE CARATTERISTICHE DEL DISCEPOLO
Una delle caratteristiche del discepolo è possedere zelo, un cuore che arde di passione per il Suo Salvatore.
I cristiani sono seguaci di Colui che disse: “Lo zelo della tua casa mi consuma” (Giovanni 2:17).
Il loro Salvatore era consumato dalla passione per Dio e per le cose di Dio.
Nel Suo seguito non c’è posto per dei seguaci tiepidi.
Giovanni Battista era ripieno di zelo, di lui Gesù disse: “Egli era la lampada ardente e splendente” (Giovanni 5:35).
L’apostolo Paolo era animato da zelo consumante, non desiderava beni mondani, non si preoccupava della vita, non aveva timore della morte.
Aveva un solo pensiero: l’Evangelo di Cristo; con un solo scopo: la gloria di Dio.
Grida forte e non si lascia ostacolare, leva alta la sua voce dinanzi ai tribunali ed ai re, testimoniando la verità.
Giovanni Wesley era un uomo pieno di zelo.
Diceva: “Datemi cento uomini che amino Dio con tutto il loro cuore e temano soltanto il peccato, ed io scuoterò il mondo”.
I cristiani dovrebbero darsi senza riserve ad una consacrazione piena d’amore e di gioia per il loro glorioso Signore: Dio vuole degli uomini che si lasciano completamente controllare dallo Spirito Santo.
Questi uomini appariranno degli esaltati, ma quelli che li conosceranno meglio comprenderanno quanto siano sospinti da una profonda, grande, persistente, inestinguibile sete di Dio.
Non si può essere veri discepoli senza una fede nell’Iddio vivente che sia profonda ed assoluta.
Chi desidera compiere grandi imprese per il Signore deve prima avere esplicita fiducia in Lui.
La fede non opera nel campo del possibile.
Non vi è gloria per Dio in quello che è umanamente possibile.
La fede comincia dove ha termine il potere dell’uomo.
Il nostro Dio è l’Iddio che si specializza nell’impossibile.
Non v’é nulla di troppo difficile per Lui (Genesi 18:14).
“Le cose impossibili agli uomini sono possibili a Dio” (Luca 18:27).
La fede si afferra alla promessa divina: “Ogni cosa è possibile a chi crede” (Marco 9:23) ed esulta insieme a Paolo: “Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica” (Filippesi 4:13).
La fede glorifica Dio e Gli dà il posto che spetta a chi è completamente degno di ogni fiducia.
La fede da all’uomo anche il posto che gli è proprio, quello di uomo umile e supplichevole, chino nella polvere dinanzi all’Iddio sovrano di ogni cosa.
Ogni discepolo che decida di camminare per fede può essere certo che la sua fede verrà messa alla prova; prima o poi verrà condotto al limite delle sue risorse umane.
In questo caso estremo, sarà tentato di fare appello agli uomini.
Ma se confida realmente nel Signore, si rivolgerà solo a Lui.
Nell’affrontare malattie, prove, tragedie e dolori, giunge ad una conoscenza nuova e più intima con Dio, e la sua fede ne risulta rafforzata.
Così prova, per esperienza, la verità del passo di Osea 6:3: “conoscendo il Signore, proseguiremo a conoscerlo ancora”.
La sua ansia di credere in Dio per ottenere cose sempre maggiori, si accresce man mano che scopre quanto Dio sia degno della sua fede.
Poiché “la fede viene dall’udire e l’udire si ha per mezzo della Parola di Dio” (Romani 10:17), il discepolo deve avvertire il desiderio di saziarsi delle Scritture, di leggerle, di studiarle, di imparale a memoria, di meditarle giorno e notte (Giosué 1:8).
Esse sono la sua mappa e la sua bussola, la sua guida ed il suo conforto, la sua lampada e la sua luce.
Un aspetto importante della vita del discepolo è quello dedicato alla preghiera.
La migliore preghiera viene da una forte necessità inferiore.
Quando la nostra vita è serena e placida, le nostre preghiere tendono ad essere opache ed indifferenti, ma quando siamo in crisi, in una situazione di pericolo, seriamente ammalati o attraversiamo un grande dolore, allora le nostre preghiere sono ferventi e piene di vita.
Una condizione necessaria per una vita di preghiera vittoriosa é anche quella di accostarci a Dio di vero cuore, essere onesti e sinceri, senza ipocrisia.
La preghiera dovrebbe essere semplice, fiduciosa e senza dubbi, occorre arrendersi completamente a Cristo, darsi completamente a Lui, abbandonare tutto per seguire il Salvatore.
Dio sembra dare particolare valore alla preghiera quando essa costi qualcosa.
Coloro che si levano di buon’ora per pregare godono la comunione di Colui che si levava di buon mattino per ricevere da Suo Padre le direttive per il giorno; allo stesso modo, quelli che sono tanto ferventi da voler pregare per tutta una notte godono di una potenza divina che non può essere negata.
La preghiera che non costi nulla non vale nulla; è un sottoprodotto di un cristianesimo a buon mercato.
Occorre evitare le preghiere egoistiche.
“Domandate e non ricevete, perché domandate male per spendere nei vostri piaceri” (Giacomo 4:3).
Per prima cosa dovremmo preoccuparci degli interessi di Dio.
Prima dobbiamo pregare: “Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà anche in terra com’é fatta in cielo” e poi aggiungere “Dacci oggi il nostro pane quotidiano” (Matt. 6:9-12).
Nel pregare dobbiamo accertarci se siamo in armonia col volere di Dio per noi.
Quindi dobbiamo pregare con fede, certi che Egli ascolterà e risponderà: “E questa é la fiducia che abbiamo in Lui: che se domandiamo qualcosa secondo la Sua volontà, Egli ci esaudisce”(1 Giovanni 5:14); pregare nel nome di Gesù significa pregare secondo il Suo volere: “E quel che chiederete nel Mio nome, io lo farò” (Giovanni 14:13).
Una vita di preghiera è efficace quando confessiamo e abbandoniamo il peccato non appena ci rendiamo conto che esso è entrato nella nostra vita.
"Se nel mio cuore avessi avuto di mira l’iniquità, il Signore non m’avrebbe ascoltato" (Salmo 66:18).
Non dovremmo pregare soltanto in determinati momenti della giornata; dobbiamo comunicare col Signore mentre camminiamo per la strada, guidando l’auto, in ufficio o in casa.
È una buona cosa dimorare “nel ritiro dell'Altissimo” (Salmo 91:1) invece di farvi visite occasionali.
Infine le nostre preghiere dovrebbero essere specifiche.
Potremo vedere delle chiare risposte solo quando pregheremo per qualcosa di definito.
Il discepolo che ha deciso a seguire Cristo sa che si troverà ad affrontare una lotta mortale e senza fine con le forze dell’inferno.
La guerra richiede sofferenza.
I Cristiani devono essere disposti a perdere la propria vita per amore di Cristo e del Vangelo.
Una fede che non costi nulla non vale nulla.
Nessuna immunità dalla sofferenza dovrebbe trattenerci dal servirLo.
Paolo scriveva a Timoteo: “Sopporta anche tu le sofferenze, come un buon soldato di Cristo Gesù” (2 Timoteo 2:3).
La guerra richiede abilità nell’uso delle armi.
Le armi di un credente sono la preghiera e la Parola di Dio.
Egli deve darsi alla preghiera fervente, perseverante, fiduciosa; solo così si potranno abbattere le roccaforti del nemico.
Egli deve anche sapere usare con efficacia la spada dello Spirito, che è la Parola di Dio.
Il nemico farà tutto ciò che è in suo potere per indurlo con l’inganno a deporre questa spada.
Avanzerà dubbi sull’ispirazione delle Scritture; gli mostrerà delle pretese contraddizioni.
Presenterà, per confutarle, argomentazioni scientifiche e filosofiche e tradizioni umane.
Ma il soldato di Cristo deve rimanere al suo posto, provando l’efficacia di questa arma, usandola sempre.
La guerra richiede una conoscenza del nemico e della sua strategia.
Un soldato di Cristo addestrato sa che l’opposizione più aspra non gli verrà dagli ubriachi, dai ladri o dalle pr******te, ma piuttosto da coloro che si professano ministri della religione.
Furono dei capi religiosi quelli che inchiodarono il Cristo di Dio alla croce e furono dei capi religiosi coloro che perseguitarono la Chiesa dalle origini.
I ministri di Satana si trasformano in ministri di giustizia, parlano un linguaggio religioso, indossano abiti religiosi, ed agiscono con una pietà affettata, ma il loro cuore e pieno d’odio per Cristo e per l’Evangelo.
Una vita che si abbandoni al Signor Gesù ha la sua profonda ricompensa.
La gioia e il piacere nel seguire Cristo danno alla vita il suo vero senso.
Gesù ripete più volte: “Chi avrà perduto la propria vita per me la salverà” (Matteo 10:39; Matteo 16:25; Marco 8:35).
Ovvero la vita amata egoisticamente è una vita perduta, ma una vita data per Lui è una vita trovata, salvata, goduta e conservata per l’eternità.
Essere un vero discepolo equivale ad essere schiavo di Gesù Cristo e constatare che il Suo servizio offre la perfetta libertà.
Può essere uno sconosciuto, ma tuttavia è ben conosciuto, benché muoia continuamente, vive continuamente.
Anche nel dolore egli gioisce e benché sia povero, rende ricchi molti.
Non ha niente di proprio, eppure possiede ogni cosa (2 Corinzi 6:9-10).
Egli è fiducioso della ricompensa finale che avverrà nell’età a ve**re.
“Perché il Figliuol dell’uomo verrà nella gloria del Padre Suo, con i Suoi angeli, ed allora renderà a ciascun secondo l’opera sua” (Matteo 16:27).