Nome lungo per una cappella piccina arrampicata ai fianchi dell’Arenella. in un borgo di campagna che i napoletani, dal 1400 in poi, elessero a luogo di ristoro per il corpo e per la mente. Era il minuscolo borgo delle due porte all’Arenella, che esiste ancora e conserva intatto il fascino della sua storia. In cima a via Cattaneo c’è uno slargo sul quale affacciano ancora le due antiche porte, che
poi sono solo due archi piccolini. Attraversando quello di sinistra si entrava nel vico delle fate che oggi si chiama più pomposamente «Arco San Domenico», quello di destra invece portava al vico Molo alle due porte che conserva lo stesso nome: «molo» perché affacciava direttamente sul mare di Napoli. le fate del vicolo non erano fate vere; erano semplicemente le lavandaie del Vomero. Il primo piano di una statua funeraria conservata nella chiesa e le campane originali dell’800 che si mantengono per miracolo a travi di legno divorate dall’umidità Sull’origine del nome fantastico ci sono diverse ipotesi: alcuni sostengono che venivano considerate magiche per la capacità di far tornare splendenti gli abiti usando cenere di legna e olio di gomito; altri dicono che la magia stava nella capacità di raccogliere elemosine per comprare cenere e tinozze; la versione più accreditata racconta che le lavandaie venivano chiamate «fate» perché erano tutte donne di quell’incredibile bellezza che solo le popolane di Napoli possiedono, e mentre strapazzavano i panni sui lastroni di pietra lasciavano intravedere le loro forme. Prima di iniziare il lavoro, e alla fine della giornata, le fate sbucavano dal loro vicolo, imboccavano quello confinante e andavano a sentir messa in una cappelletta piccola ma straordinariamente ricca. La chiesa l’aveva fatta costruire una nobildonna della famiglia di Pozzuoli dei «Di Costanzo». Donna Isabella che trascorreva lunghi periodi nella casa di famiglia in collina, aveva scoperto che per ascoltare la messa i campagnoli della zona si incamminavano in percorsi lunghissimi e tortuosi. Così nel ’600 fece costruire la cappella con il principale scopo di rendere meno complicata la vita della gente del posto. Divenne, quella cappella, anche il luogo di sepoltura della famiglia Di Costanzo. Poi col passare degli anni e con la crescita della città il borgo non fu più isolato e la necessità di avere quella chiesetta fu meno impellente. Così venne ceduta alla deputazione di San Gennaro. Fino a 30 anni anni fa la chiesa era ancora attiva, malridotta ma attiva. Poi un giorno l'antico luogo sacro è stato chiuso e con il passar del tempo saccheggiata di tutto arredi, statue, quadri, candelabri , etcc, nonché profanata una dei tre sarcofagi ben scolpiti, devastato e ridotto in pezzi il Marmo di copertura scolpito al centro della chiesa della Terra Santa lì dentro c’erano i morti nobili. Il marmo dell’altare è stato estirpato dalla base, come capita in quasi tutte le chiese abbandonate. L’area della sagrestia è malconcia e la fontanella seicentesca che l’abbelliva non c’è più. Lassù, in alto, la campana è quella di un tempo. Purtroppo anche la trave di legno che dovrebbe reggerla è antichissima, e marcita: per non finire l'umidità a rovinando completamente le pareti che sono diventate color verde muffa.. .Oggi data storica 1 Novembre festa dei Santi, è stata ufficialmente consegnata dalla Cappella del Tesoro di San Gennaro in comodato uso, per attività di Solidarietà , Volontariato e sede di Napoli, ai fratelli Cavalieri Templari Jacques De Molay, che si sono impegnati a ripristinarla e aprirla al culto di religione Cattolica. Per coloro che vogliono collaborare e aiutare questo proggetto di recupero della suddetta Chiesetta di Santa Maria Porta Coeli e San Gennaro, possono mettersi in contatto con la Confraternita dell'Ordine dei Cavalieri Templari Cristiani Jacques De Molay inviando una email a: [email protected] - [email protected] -081.924503 - 334.5383209