Parrocchia Santa Maria del Buon Consiglio a Confalone - Napoli

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Parrocchia Santa Maria del Buon Consiglio a Confalone - Napoli Nel 1936 il Cardinale Alessio Ascalesi istituì una nuova Parrocchia nella chiesa di S. Maria del Buon Consiglio comunemente chiamata a Confalone.

GUADAGNATI UN FRATELLO!6 settembre 26 Mt 18,15-20 Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono con loro.Il suo Nome ...
06/09/2026

GUADAGNATI UN FRATELLO!

6 settembre 26

Mt 18,15-20

Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono con loro.
Il suo Nome è giustizia, pace, mitezza, limpido cuore. Il nome di Gesù è: fratello e amico! Nel mio nome vuol dire: quando due persone vivono un legame secondo Vangelo, allora Dio è lì. Quando due si guardano con bontà e verità lì c’è Dio. Quando un uomo e una donna, un genitore e un figlio o due amici si ascoltano con amore vigile, lì c’è Dio. Quando hai fame e sete di giustizia e di pace, per te e per gli altri, lì c’è Dio. Solo allora reale e spirituale coincidono.
E se tuo fratello commetterà una colpa contro di te, vai e ammoniscilo. Lo scandalo del perdono è che è la vittima a doversi convertire per prima. «Il perdono è la de-creazione del male» (R. Panikkar), perché rattoppa il tessuto continuamente lacerato delle nostre relazioni.

Ma cosa mi autorizza a interve**re nella vita dell’altro? La ragione è tutta in una parola: Se tuo fratello… Solo se senti l’altro come fratello, se sai la sua speranza e la sua gioia, solo se hai assaggiato l’amaro delle sue lacrime, sei autorizzato a interve**re. Altrimenti sarebbe solo aggressione.

Chi ci ama ci sa riprendere, chi non ci ama sa solo ferire o adulare. Dopo aver così interrogato il cuore, tu va’ e parla, fai il primo passo, sii tu a riallacciare la relazione. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello.
Verbo stupendo: guadagnare un fratello. C’è gente che guadagna stima o potere o denaro, e poi c’è gente che guadagna fratelli. Il fratello è un guadagno, un tesoro per te e per il mondo. Investire in fraternità è l’unica politica economica che produce vera crescita.

E, alla fine, una frase da capire bene: Se non ascolta neppure i testimoni, quel fratello sia per te come il pagano. Sia un escluso, uno scarto, un rifiuto? No. Con lui farai come Gesù, che siede a tavola con i pubblicani e i peccatori e discute di pane e briciole con la donna pagana; ricomincerai anche tu, con paziente fiducia, ad annunciare la bella notizia della tenerezza di Dio chino su ciascuno dei suoi figli.
A Dio che gli chiede dove è Abele, Caino risponde: Sono forse io il custode di mio fratello? La replica è chiara: Sì, tu sei il custode. Neppure Abele è esentato: alla fine Dio chiederà proprio ad Abele e alle vittime: Tu cosa hai fatto di tuo fratello Caino? Ti sei riconciliato? Ti sei preso cura di lui?
Allora tutto quello che legherete o scioglierete sulla terra lo sarà anche in cielo. Non si tratta del potere giuridico dell’assoluzione, ma del mandato fondamentale di tessere strutture di riconciliazione.
Ciò che avete riunito e riconciliato attorno a voi, tutti i legami buoni che avete creato li ritroverete nel cielo. Ciò che avete liberato attorno a voi come energia di vita nuova, di audacia, di sorrisi, non sarà più cancellato, è storia del tempo e dell’eternità. Ciò che libererete avrà libertà per sempre, ciò che unirete sarà in comunione per sempre.

p. Ermes Maria Ronchi

30 agosto 26LA FISICA DELL’AMOREMt 16,21-27Se qualcuno vuole ve**re dietro a me…Il sogno di Gesù non è uno sterminato co...
30/08/2026

30 agosto 26

LA FISICA DELL’AMORE

Mt 16,21-27

Se qualcuno vuole ve**re dietro a me…

Il sogno di Gesù non è uno sterminato corteo di persone che avanzano incespicando con la loro piccola o grande croce addosso, in una infinita Via Crucis. La croce nel Vangelo indica la follia di Dio, la sua lucida follia d’amore.

Gesù detta condizioni da vertigine. La prima: rinneghi se stesso. Parole pericolose, se capite male. Che non significano mortificare la propria persona, ma piuttosto: non sei tu il centro, esci dal tuo io e sconfina, liberati dal tuo ego.

Seconda condizione: Prenda la sua croce. Una delle frasi più fraintese del Vangelo che sembra subire passivamente le inevitabili croci della vita. Ma Gesù non dice “accetta”, dice “prendi”. Non chiede di subire, sembra l’invito a prendere attivamente ciò che incute così tanto timore. Croce, nel Vangelo, non è una malattia o una disgrazia, è la sintesi dell’intera vita di Gesù: Prendi su di te una vita che assomigli alla mia. La vocazione del discepolo non è subire il martirio, ma vivere una vita da messia, essere nella vita donatore di vita; passare nel mondo facendo del bene, da creatura pacificata e amante. Sostituiamo croce con amore, ed ecco: se qualcuno vuole ve**re con me, prenda su di sé il giogo dell’amore, tutto l’amore di cui è capace, e mi segua. Ciascuno con l’amore addosso, che però ha il suo prezzo: «Là dove metti il tuo cuore, là troverai anche le tue spine e le tue ferite» (F. Fiorillo).

Terza condizione: E mi segua. Prenda su di sé una vita così e edificheremo una magnifica umanità, quella della triplice cura: di sé, degli altri e del creato.

Seguire Gesù è fare come lui, il coraggioso che tocca i lebbrosi e sfida chi vuole uccidere l’adultera, il tenero che si commuove per due passeri e per la figlioletta di Giairo, il rabbi che amava i banchetti. Seguimi: all’orizzonte si stagliano Gerusalemme e i giorni supremi, ma Gesù li affronta scegliendo di non assomigliare ai potenti del mondo. Potere vero, potere divino, è servire. Lui è venuto a portare la supremazia della tenerezza, e i poteri del mondo saranno impotenti contro di essa.

Chi perderà la propria vita così, la troverà. Ci hanno insegnato a mettere l’accento sul perdere la vita. Ma se l’ascolti bene, senti che l’accento non è sul perdere, ma sul trovare. L’esito finale è “trovare vita”. Quella cosa che tutti cercano, in tutti gli angoli della terra, in tutti i giorni che è dato loro di vivere.
Perdere per trovare. È la fisica dell’amore: se dai ti arricchisci, se trattieni ti impoverisci. Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato.

Gesù porta una rivoluzione copernicana: non metterò me stesso al centro di un piccolo sistema solare dove tutto ruota attorno a me e in funzione di me. Ma io dentro un universo dove ogni creatura, ogni persona si protende verso infiniti altri. Esistere è co-esistere.

p. Ermes Maria Ronchi

LA GRANDE DOMANDA23 agosto - XXI  TOMt 16,13-20Verso la fine dell’estate, ogni anno ritorna questa domanda di Gesù. Ogni...
23/08/2026

LA GRANDE DOMANDA

23 agosto - XXI TO

Mt 16,13-20

Verso la fine dell’estate, ogni anno ritorna questa domanda di Gesù. Ogni anno con un evangelista diverso: Ma voi, chi dite che io sia?
Siamo nel Nord della Palestina, nel punto più lontano da Gerusalemme, in zona pagana. Qui Gesù interroga i suoi, quasi per un sondaggio: la gente, chi dice che io sia? Rabbi, sei uno che allarga i cuori, uno innamorato di Dio, un profeta.
Dopo due anni e mezzo passati con lui, per i discepoli il cerchio si stringe: ma voi, voi dalle barche abbandonate, voi che camminate con me da anni e che ho scelto a uno a uno, chi sono io per voi?

Mi guardo dentro. Chi è per me? Uno che inquieta, uno che non mi lascia in pace; la mia gioia, il mio rimorso; uno che è ‘impossibile amare impunemente’ (Turoldo), senza sentire una stretta nelle viscere. Gesù non cerca definizioni, ma relazioni; cerca un rapporto vivo: cosa ti è successo quando mi hai incontrato? Cosa è cambiato in te? Quanto conto per te? Che posto ho nella tua vita? Sono domande da innamorato.
Perché i discepoli e le discepole gli andavano dietro? Perché io gli corro dietro? Semplice: per essere felice. Che non significa avere una vita senza ferite, ma più piena, accesa, appassionata.

Gesù non ha bisogno della risposta per sapere se è più bravo degli altri rabbini, lui vuole sapere se Pietro e io gli abbiamo aperto il cuore. E Pietro risponde con parole per niente facili: Gesù non era il messia muscolare che aspettava, diceva di perdonare senza misura e di amare i nemici, un po’ un ‘anti-messia’. E a quello sguardo innamorato Pietro risponde: Tu sei il Cristo, il messia, la mano di Dio, la sua carezza, il suo sogno di libertà. Sei il figlio del Dio vivente. Colui che fa viva la vita, il miracolo che la fa fiorire.

Infine ecco il contrappasso, bellissimo: Pietro, adesso sono io che ti dico chi sei. Tu sei pietra e su questa pietra… Abbiamo bisogno di uno che ci faccia da specchio, come Pietro, aiutato da Gesù a decifrarsi e ad amarsi: quel suo essere grezzo e focoso, quella parte di sé di cui quasi si vergognava, sarebbe poi stata la più utile: Darò a te le chiavi del Regno dei cieli. Non sono le chiavi del paradiso, ma del mondo nuovo come Dio lo sogna, del segreto profondo di questa nostra vita. Date a Pietro, ma non solo a lui, a ogni credente, a tutta l’immensa carovana, con la sua fatica di seguirlo.

Le chiavi e le azioni di legare e sciogliere sono simboli molto più universali e radicali che non il potere giuridico dell’assoluzione nel sacramento della riconciliazione. Non è roba da preti, questo potere, ma da gente di vangelo, di quelli che sono con la loro vita eco e prolungamento della vita di Cristo. Ti darò le chiavi: ti do il potere di entrare come energia di trasformazione, come primo passo di un cammino anche nelle esperienze umane più squallide e perdute.
Tu puoi diventare presenza trasfigurante, facendo quelle cose che Dio solo sa fare: pregare per chi ti ferisce, provare dolore per il dolore del mondo, la grande empatia con tutto ciò che vive, queste sono cose divine. Allora anche tu e io possiamo diventare piccola roccia su cui far poggiare un futuro migliore. Non macina da mulino, una pietruzza soltanto, ma nessuna piccola pietra è inutile. Qualcosa sarò, Signore, se tu farai del mio nulla qualcosa che serva a qualcuno.

p.Ermes Maria Ronchi

TRA ONDE E ABISSI OSCILLANDO9 agosto 26 - XIX domenica  Mt 14,22-33Gesù dapprima assente, poi come un fantasma, poi voce...
09/08/2026

TRA ONDE E ABISSI OSCILLANDO

9 agosto 26 - XIX domenica

Mt 14,22-33

Gesù dapprima assente, poi come un fantasma, poi voce e infine mano salda che ti afferra. Un crescendo nell’esperienza di Dio dentro una liturgia di onde, di vento, di buio, di miracoli appena raggiunti e subito rimossi. Perché i miracoli non bastano mai.

Si è appena concluso il segno festoso dei pani e dei pesci e Gesù, scrive Matteo, costrinse i suoi a salire sulla barca. Costrinse: il maestro è brusco quando c’è aria di trionfi, non è quella la scuola che vuole per i suoi, e allora li costringe ad andare via. Invece non ha mai fretta quando c’è da curare, da sfamare, da ascoltare. Gesù resta sulla riva, passa e saluta tutti e poi, profumato di abbracci e di gioia, si reca sul monte a pregare, lungo una notte intera.
A questo punto il Vangelo racconta una storia di miracoli che falliscono. Il nostro posto non è nei grandi risultati, ma in una barca in mare aperto, dove prima o poi verranno acque agitate e vento contrario.

Sul finire della notte entra in scena Pietro, con la sua tipica irruenza: Se sei figlio di Dio, comandami di ve**re verso te camminando sulle acque. Verso di te, bellissima richiesta. Camminando sulle acque, richiesta infantile che cerca un prodigio sterile, fine a se stesso.
Pietro, uomo di grande coraggio e grandi paure, scende e comincia a camminare sulle acque. Ma proprio mentre vede, sente e tocca il miracolo, comincia a dubitare e ad affondare.
Perché hai dubitato?
Il rude pescatore si rivela uomo di poca fede non perché dubita del miracolo, ma proprio perché lo cerca! I miracoli stupiscono, ma non convertono. Mai. Lo mostra Pietro stesso: fa passi di miracolo sulle onde e nel vento, eppure proprio nel momento in cui sperimenta il prodigio, la sua fede va in crisi: Signore affondo!

Quando Pietro guarda al Signore può camminare sul mare. Quando invece guarda al vento che è forte, alle difficoltà, alle onde, alle crisi, alle paure, entra nel dubbio.
Così accade sempre. Se noi guardiamo al Signore e alla sua Parola, se abbiamo occhi che puntano in alto, se mettiamo in cuore progetti buoni, noi avanziamo. Se guardiamo alle difficoltà, se teniamo gli occhi bassi, fissi sulle macerie e i fallimenti di ieri, iniziamo la discesa nel buio.
Pietro, dentro il miracolo, dubita: Signore affondo; ma dentro il dubbio, crede: Signore, salvami! Ringrazio Pietro per questo suo intrecciare fede e dubbio; per questo suo oscillare fra miracoli e abissi, dubbio e fede, indivisibili. A contendersi in vicenda perenne il cuore umano. Ma è proprio là che il Signore ci raggiunge. Non attende, non pretende che abbiamo una fede grande, verrà dentro la nostra paura a salvarci da tutti i naufragi, se appena gli tendiamo la mano.
E la piccola barca di canne avanzerà verso la fine della notte, dove la paura diventa carezza e dove il grido diventa abbraccio tra l’uomo e il suo Dio.

p. Ermes Maria Ronchi

DOMENICA DELLE MANI MOLTIPLICATE2 agosto 26Mt 14,13-21 Domenica del pane che trabocca dalle mani e dalle ceste. Del pane...
02/08/2026

DOMENICA DELLE MANI MOLTIPLICATE

2 agosto 26

Mt 14,13-21

Domenica del pane che trabocca dalle mani e dalle ceste. Del pane che, povero e ricco, buono da solo e buono con tutto, ha dentro la terra e il cielo, l’acqua e il fuoco.
La storia inizia con la morte del Battista all’interno di un banchetto grottesco e drammatico, a seguito del quale Gesù vuole ritirarsi in un luogo in disparte; ma è inseguito dalla gente, scende dalla barca e si ritrova immerso nella folla. E che cosa fa? Vede, e ha compassione. Importantissimo termine, di una carica infinita. Per lui guardare e amare sono la stessa cosa, come per Dio.
Gesù prova dolore per il dolore dell’uomo, è ferito dalle ferite di chi ha davanti. E capovolge i suoi programmi: voleva un luogo in disparte e invece si trova risucchiato dal vortice della vita dolente.

Vorrei essere uno tra i tanti, quella sera, sul lago. Li invidio non per il pane, ma per la seduzione che li trattiene lì, più forte della fame, della notte, della paura.
Lo ascoltano ed ecco due imperativi a confronto: mandali a comprare, dicono gli apostoli. Mentalità che è la nostra, razionale, logica: se vuoi qualcosa, lo paghi.
Gesù alza la posta: voi stessi date loro da mangiare! Fatelo voi! Sfamare l’uomo è cosa consegnata ai discepoli. Lo sappiamo che spetta a Dio, ma lui la mette direttamente nelle nostre mani. I cinque pani passano dalle mani di uno di loro a quelle di Gesù, da quelle di Gesù a quelle dei dodici, e poi a quelle di tutti i cinquemila. È bello che Dio ci salvi, ma è ancor più bello che lo faccia attraverso le persone; è bello che Dio operi nel mondo, ma più bello ancora è che operi attraverso la nostra povertà.

Quella sera tutti sono sfamati. Buoni e meno buoni, meritevoli e no, peccatori pentiti e chi non lo è ancora. Ne sono degni?
Domanda assurda. Certo che no! Chi è degno di Dio? Davanti al Signore la dignità è data solo dalla fame.
Il profeta ripete nella prima lettura: Chi ha fame venga e mangi, senza denaro né spesa. Nessuna meritocrazia presso Dio, in lui vige la logica del dono, del pane gioioso e immeritato. «Una religione che non si occupi anche della fame, delle topaie dove vivono i poveri, dei veleni che avvelenano la terra l’acqua e l’aria, è sterile come la polvere» (M. L. King).

Il miracolo del pane è raccontato come una questione di mani. Un moltiplicarsi di mani, più che di pane. Che infatti passa di mano in mano: dai discepoli a Gesù, da lui di nuovo ai discepoli, da questi alla folla. Allora apriamo le nostre mani!

Qualunque sia il tuo pane, apri il pugno chiuso. Imita il germoglio che si schiude, il seme che si spacca, la nuvola che sparge le sue gocce. Per dare pane a chi ha fame e accendere fame di cose grandi in chi è sazio di solo pane.

p. Ermes Maria Ronchi

CON OCCHI DI MATTINOXVI domenica - 19 luglio 26Mt 13,24-43  Una parabola che davvero può cambiarci il volto di Dio e far...
19/07/2026

CON OCCHI DI MATTINO

XVI domenica - 19 luglio 26

Mt 13,24-43

Una parabola che davvero può cambiarci il volto di Dio e farci sentire abbracciati anziché giudicati, passando da occhi d’ombra a occhi di mattino.
Anch’io sono uscito da un’ aula di tribunale e mi sono felicemente perso in un campo di grano.

La parabola racconta che il nostro cuore è una zolla di terra contesa da due avversari, invasa da buon grano ed erbe cattive. E racconta due sguardi: quello dei servi che si posa sul male e quello del padrone del campo che vede solo il buon grano.
Vuoi che andiamo a sradicare la zizzania? La risposta del signore del campo è perentoria: No! Rischiate di strappare via il grano! Ed aggiunge: abbi pazienza, non avere fretta perché rischi di sradicare anche i germogli buoni.
Dio ha gli occhi del mattino, occhi nuovi che vedono lontano. Non gli interessa un campo perfetto, ma salvare ogni spiga, ogni piccola profezia di buono. E ci propone di fare come lui: Per vincere il buio accende ogni giorno il suo mattino, per vincere l’inverno invia la primavera, per far fiorire la steppa fa volare nell’aria milioni di semi. Perché il nostro spirito è capace di cose grandi solo se ha grandi passioni, e non grandi reazioni immediate.

E mi assicura: tu non sei i tuoi difetti, ma le tue maturazioni; non coincidi con la zizzania, ma con le tue potenzialità di bene. Dio ha lo sguardo del mattino.

Il germoglio è silenzio, non fa clamore, non è ancora una meraviglia se non per chi ha occhi come Lui, e il male di una vita non revoca il bene compiuto, al contrario è il bene che revoca il male!

Il bene possibile domani, la spiga di domani è molto più importante del male contorto di oggi!

Il lavoro della nostra vita è solo questo: far maturare il buon grano di cui nessuno è privo, venerare la nostra parte luminosa perché viene da Dio! La parabola ci insegna a liberarci da falsi esami di coscienza negativi, da occhi servili e non di creatore. Vera introspezione è leggere la vita con sguardo divino, quello che non cerca nel campo del cuore assenza di difetti, ma fecondità di frutti buoni. Non siamo al mondo per essere perfetti e senza spine, nessun campo lo è; ma per essere nella vita donatori di vita. Non siamo al mondo per essere immacolati, ma per essere incamminati; non perfetti ma fruttuosi.

Allora ama i tuoi semi di vita, coltiva con infinita pazienza ogni tuo germoglio buono, veglia su tutto ciò che nasce in te. Sii indulgente con tutte le creature, ma anche con te stesso. Non nutrire il tuo peccato di ieri, lascialo andare, perché se non vedi luce dentro di te, non la vedrai in nessuno.
Preoccupiamoci quindi di avere un amore grande per ogni seme di bontà, misericordia, accoglienza, libertà e tenerezza che Dio ci ha dato, e vedremo la zizzania perdere terreno e le tenebre ritirarsi. È questa la serena prospettiva di Dio.

p. Ermes Maria Ronchi

LETTERA AI POTENTI DELLA TERRAAi potenti della terra, pace a voi!Il male non arriva sempre sfondando una porta.A volte e...
13/07/2026

LETTERA AI POTENTI DELLA TERRA

Ai potenti della terra, pace a voi!

Il male non arriva sempre sfondando una porta.

A volte entra in silenzio.

Indossa un abito elegante.

Sorride davanti alle telecamere.

Viene deposto in un astuccio, accompagnato da un biglietto, offerto con tutti gli onori.

E per qualche istante nessuno riconosce più il male, perché ha imparato le buone maniere.

È questo che mi ferisce nel gesto compiuto ad Ankara: non soltanto una pi***la donata ai rappresentanti dei Paesi della NATO, ma la morte trasformata in cortesia. La possibilità di togliere la vita divenuta souvenir, memoria ufficiale, oggetto da esporre.

Abbiamo addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare.

Questo è il vero scandalo.

Ci dite che si tratta di un simbolo. Ma sono proprio i simboli a educare il mondo. Arrivano prima delle leggi, penetrano più in profondità dei discorsi, insegnano silenziosamente ciò che una civiltà considera normale.

E quel dono insegna che il potere deve riconoscersi nel metallo di una pi***la. Che un uomo importante è un uomo armato. Che tra governanti ci si può rendere omaggio consegnandosi, con eleganza, la possibilità della morte.

Sulla canna è stato inciso il nome di chi riceveva l’arma.

Ma ogni pi***la porta sempre un secondo nome, invisibile.

È il nome dell’uomo contro il quale potrebbe essere puntata.

Il nome della donna che potrebbe restare senza marito.

Il nome del bambino che potrebbe attendere inutilmente il ritorno di suo padre.

Il vero destinatario di un’arma non è mai soltanto colui che la riceve. È il corpo sconosciuto che un giorno potrebbe incontrarne il proiettile.

Per questo non riesco a considerare quel gesto una semplice eccentricità diplomatica. Esso racconta un’idea del mondo. Un mondo in cui abbiamo imparato a misurare la sicurezza contando le armi, senza più domandarci quanta paura occorra seminare per custodirla. Un mondo che chiama equilibrio il terrore reciproco e pace l’intervallo durante il quale nessuno ha ancora sparato.

Da cristiano, non posso accettarlo.

Il Vangelo ci ha consegnato un’altra immagine del potere.

Cristo, nella notte in cui tutto avrebbe potuto spingerlo a difendersi, non mise un’arma nelle mani dei suoi discepoli. Mise un asciugatoio intorno alla vita. Si inginocchiò davanti a loro e lavò dei piedi stanchi.

Da una parte, un’arma offerta in piedi, tra uomini potenti.

Dall’altra, Dio inginocchiato davanti all’uomo.

Sono due civiltà.

Bisogna scegliere.

Noi cristiani non siamo ingenui. Conosciamo la violenza. La incontriamo nei quartieri abbandonati, nelle case dove manca il pane, nei corpi dei migranti, nei figli restituiti alle madri dentro una bara. Sappiamo che il male esiste. Proprio per questo rifiutiamo di renderlo elegante. Rifiutiamo di adornarlo, di lucidarlo, di trasformarlo in un segno di prestigio.

Un’arma non diventa innocente perché viene donata.

Non diventa muta perché non spara.

Non diventa umana perché porta inciso un nome.

Chiedo dunque a voi, responsabili delle nazioni, di non custodire quel dono come un trofeo. Non limitatevi a lasciarlo in una stanza, lontano dagli sguardi, come se bastasse nascondere un simbolo per cancellarne il significato.

Fate qualcosa di più difficile.

Rifiutate l’idea che la morte possa essere una forma di omaggio.

Dite pubblicamente che nessun patto tra popoli ha bisogno di riconoscersi in una pi***la. Dite che la dignità di una nazione non coincide con la quantità di paura che riesce a produrre. Dite che la sicurezza non è il privilegio di chi può sparare per primo, ma il diritto di tutti a non essere colpiti.

E al prossimo vertice lasciate una sedia vuota.

Non per un presidente, non per un generale, non per un ministro.

Lasciatela per l’uomo senza nome che paga sempre il prezzo delle vostre decisioni. Per colui che non partecipa ai vertici, non firma trattati, non compare nelle fotografie, ma finisce sotto le macerie quando la diplomazia fallisce.

Guardate quella sedia prima di parlare di armi.

Forse allora comprenderete che la pace non è una debolezza da correggere, ma una responsabilità davanti alla quale inginocchiarsi.

Perché il potere che non sa inginocchiarsi davanti alla vita finirà sempre per inginocchiarsi davanti alle armi.

E quel giorno, per quanto solenni siano le cerimonie, avremo già perduto tutti.

† don Mimmo Battaglia
Arcivescovo Metropolita di Napoli

Buona DomenicaIL SEMINATORE IMPERFETTO E FELICE 12 luglio - XV del Tempo ordinario Mt 13,1-23Gesù racconta la sua prima ...
12/07/2026

Buona Domenica

IL SEMINATORE IMPERFETTO E FELICE

12 luglio - XV del Tempo ordinario

Mt 13,1-23

Gesù racconta la sua prima parabola galleggiando sopra una barca.
Egli amava il paesaggio del lago e amava la terra, i campi di grano, le distese di spighe, di papaveri, di fiordalisi. Guardava la vita e nascevano parabole. “E non parlava loro se non per parabole”, che non si perdono in preamboli ma raccontano semplicemente un fatto.

Osserva un seminatore, e nel suo gesto intuisce qualcosa di Dio. “Il seminatore uscì a seminare”, ma non un seminatore qualsiasi, è “il” Seminatore per eccellenza. Uno che spera anche nei sassi e nelle spine, un prodigo inguaribile. Un sognatore che vede vita ovunque, convinto che persino la sterpaglia si possa trasformare in giardino.

Ed ecco che l’immagine d’un tempo antico ci riempie gli occhi della mente: un uomo con una sacca al collo che percorre un campo arato a passi lenti e misurati, compiendo un gesto largo della mano, sapiente e solenne. Con il suo gesto scavalca il buon terreno. E il seminatore, che può sembrare sprovveduto, butta il seme sull’interezza del terreno, vede e abbraccia l’imperfezione del campo del mondo, dove nessuno è discriminato.

Non possiamo aspettare che le cose, le persone, siano perfette per cominciare ad amarle.

Il seminatore che sembra sprecare il seme sui sassi e sui tratturi, è Dio che abbraccia ogni persona così com’è, come una storia imperfetta ma dove è sempre possibile ricominciare. E lo diresti il racconto di una semina fallimentare se non fosse per il finale, che è determinante: e davano frutto, detto all’imperfetto, come una azione lunga, protratta, che continua, una fruttificazione che non si esaurisce Il male non ferma la storia, la semina va avanti. Tutto è fiducia incamminata, una pioggia continua di semi di Dio cade tutti i giorni sopra di noi.

Il mio Dio contadino sa che, per tre volte, come dice la parabola, per infinite volte, come dice la mia esperienza, non rispondo, ma poi accade che una volta almeno rispondo, e allora è il trenta, il sessanta, il cento per uno.
Tutti siamo feriti e opachi, campo duro e spinoso. Eppure la nostra umanità imperfetta è ancora adatta per il seme di Dio. E lui respira meglio, mano a mano che diventiamo non già più bravi e perfetti, ma sempre più noi stessi, sempre più veri e autentici.

L’etica del Vangelo non è quella di un campo senza spine, ma è quella del frutto. Lo sguardo del seminatore non si posa sull’assenza o meno di difetti di rovi, di sassi, ma sulla fecondità di domani, su spighe piene, generose, gonfie, profezia di pane spezzato per la fame dei figli.

Il cristiano è consapevole che la sua vita darà frutto, ma senza pretendere di sapere come, né dove, né quando. Ha la certezza che non va perduta nessuna opera d’amore, nessuna generosa pazienza, ma che tutto ciò circola nelle vene del mondo come forza di vita» (Evangelii gaudium 278-279).

p. Ermes Maria Ronchi

LA CROCE E IL BICCHIERE28 giugno - XIII domMt 10,37-42Chi ama padre o madre più di me, chi ama figlio o figlia più di me...
27/06/2026

LA CROCE E IL BICCHIERE

28 giugno - XIII dom

Mt 10,37-42

Chi ama padre o madre più di me, chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me. Parole difficili, che suonano eccessive, che sembrano cozzare contro la forza degli affetti che sono la prima felicità di questa vita.

Ma il comparante delle espressioni di Gesù è nel verbo “amare di più”. Gesù non sottrae amori, ne aggiunge, ci scommette, punta tutto sull’amore. “Amare di più” non equivale ad una competizione di sentimenti, ma ci ricorda che per creare un mondo nuovo, quale lui lo sogna, ci vuole una passione forte almeno quanto quella degli amori familiari, e il risultato ottenuto non è una limitazione ma un potenziamento.
‘Colui che non prende la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo’. Gesù sogna forse uno sterminato corteo umano inchiodato a una selva di patiboli? Sarebbe la sofferenza a dare lode a Dio? Immagine perversa. Lui vuole discepoli maturi, liberi, e un po’ innamorati, non una corte di seguaci lacrimosi e piagati. Prendere la propria croce non è farsi ammazzare, ma scegliere un progetto forte, lo stesso di Gesù: amare per primo, generosamente, senza calcolare, dissennatamente, divinamente.

Le due condizioni che Gesù pone a chi vuole seguirlo, amare di più e portare la croce, si illuminano a vicenda. Portare la croce significa portare l’amore fino in fondo, fino alla Pasqua, perché chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Perdere la vita non significa il martirio, ma spenderla come si spende un tesoro: donandola goccia a goccia. Noi possediamo veramente solo ciò che abbiamo perduto per altri.

Gesù parla di una causa per cui vivere, per cui morire, qualcosa che valga più della nostra sola vita. Infatti il vero dramma per la persona umana non è morire, ma non avere niente e nessuno per cui valga la pena mettere in gioco e rischiare la propria vita.

E a noi, spaventati dall’idea di avere una causa che valga più di noi stessi, Gesù aggiunge una frase dolcissima: chi avrà dato anche solo un bicchiere d’acqua fresca non perderà il premio. Croce e acqua, il dare tutta la vita e un bicchiere d’acqua, il quasi niente che però contiene un colpo d’ala del maestro di Nazaret: fresca! Acqua fresca dev’essere! Vale a dire l’acqua migliore che hai, acqua affettuosa, bella, con dentro l’eco del cuore. Anzi il Vangelo non parla neppure di acqua, scrive letteralmente ‘un bicchiere di fresco’, un sorso di frescura da dare: una telefonata a chi è nel dolore, cedere il posto a chi fa più fatica, un sorriso al primo sconosciuto del mattino, un caffè sospeso... Dare: verbo di mani limpide e allegre come acqua fresca.

La Croce e il bicchiere. Tutto il Vangelo è nella Croce, ma tutto il Vangelo è anche in un bicchiere d’acqua fresca. Qualcosa che tutti possono offrire. Tutti.

p. Ermes Maria Ronchi

Indirizzo

Via Battistello Caracciolo
Naples
80136

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 17:00
18:00 - 20:00
Martedì 08:00 - 17:00
17:00 - 20:00
Mercoledì 08:00 - 12:00
17:00 - 20:00
Giovedì 08:00 - 12:00
17:00 - 20:00
Venerdì 08:00 - 12:00
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