Apparteniamo anche noi a questa bella famiglia religiosa, ma siamo laici (nel senso più bello del termine e non come usano dire oggi per contrapporsi alla Chiesa). COME SIAMO ARRIVATI AL CARMELO:
Nulla ci è dato per caso, ognuno di noi dal momento del Battesimo ha tutti gli strumenti per realizzare un progetto di vita in cui trovare il senso e la realizzazione di essa. Per questo motivo ciascuno h
a una vocazione, non necessariamente religiosa. Noi, per esempio, siamo stati pensati da Dio per condividere con i religiosi e le religiose dell'Ordine carmelitano teresiano lo stesso carisma. Lo viviamo ciascuno secondo il proprio stato di vita (nel lavoro, nella famiglia, fra gli amici), cercando di crescere insieme e confrontandoci continuamente con i frati e le monache, soprattutto con la Priora del Monastero dei SS. Giovanni e Teresa, che è anche un po’ la nostra mamma. Il nostro è un percorso serio e per capire quale fosse il nostro posto abbiamo fatto un cammino di discernimento e quando abbiamo avuto la certezza che il Signore ci aveva chiamati proprio qui, al Carmelo, ci siamo sentiti a casa. Una sensazione, a dire la verità, già avvertita quasi subito. La vocazione è una cosa seria. VIVERE LA VOCAZIONE:
Se per tutti unica è la vocazione alla santità (essere perfetti com’è perfetto il Padre), le strade per raggiungerla sono varie, secondo gli strumenti che Dio dona a ciascuno per realizzarla. Noi condividiamo (assieme ai frati e alle monache di clausura) un’unica strada da percorrere è il Carmelo (la salita al monte). Si tratta di una vera vocazione, di un dono, di una speciale chiamata di Gesù, a vivere nel secolo un carisma impegnativo che richiede di vivere in ossequio di Gesù, cercando la misteriosa unione con Dio attraverso la via della contemplazione e dell’attività apostolica; dare un’importanza particolare alla preghiera e alla Parola di Dio. Il cuore di questo cammino è la preghiera, intesa come vera e propria unione affettiva con il Signore," un rapporto da solo a solo con Colui dal quale sappiamo di essere amati" (S. L’anima deve rendersi conto che nella preghiera stiamo “parlando” con Dio e che non si tratta di un soliloquio. Per questo non occorrono formule (le preghiere a memoria, recitate con distrazione o come se fosse un dovere da sbrigare in fretta)… No, basta parlargli, desiderare l’incontro con Lui. Nella preghiera è Dio stesso a insegnarci a pregare, ad amare, a “somigliargli”, a donarci agli altri , a gustare il silenzio e il raccoglimento. Questo non significa isolarsi dal mondo (la preghiera non isola neppure le monache di clausura dal mondo: S. Teresa Benedetta della Croce diceva di essere stata chiamata al Carmelo per “Stare davanti a Dio per tutti”, e S. Teresa di Gesù Bambino è stata patrona delle Missioni, pur non muovendosi mai dal monastero di Lisieux). La preghiera va, infatti. integrata con la vita, che da essa deve trovare nuova linfa. Cominciando a scoprire il segno di Dio in ogni cosa che ci circonda, a comprendere il linguaggio di Dio nelle cose che si verificano intorno a noi, sapremo orientare la nostra vita verso di Lui, in ogni momento della giornata e riusciremo a essere testimoni credibili dell’incontro con il Signore. Un po’ come capitò all’umile frate Lorenzo della Risurrezione, il cuoco di un convento di Padri, che seppe testimoniare il senso della Presenza di Dio in sé con frasi semplici e profonde. Sua è la frase che aiutata chi di noi si sente spesso in ansia per le tante cose da fare e per i momenti di preghiera sempre più ridotti: Bisogna “Servirsi di tutte le azioni del nostro stato per amore di Dio e per trattenere la sua presenza in Noi. Io giro la mia frittata nella padella per amore di Dio.”.