01/06/2026
Il racconto dei vignaioli omicidi è di un realismo tale che potremmo considerarlo come una teologia della storia. Il contesto immediato della allegoria riguarda il rapporto tra Dio e il popolo d'Israele. Gesù fa sintesi di tutta la storia della salvezza; e nelle icone della parabola è facile ravvisare il rifiuto del progetto di salvezza di Dio da parte dei capi d’Israele. Infatti, i servi che i vignaioli hanno violentato e ucciso raffigurano i vari Profeti che Dio ha continuato a inviare e che Israele ha più volte rifiutati e respinti fino a ucciderli.
L’ultima tappa della storia della salvezza, la più drammatica e ricca di amore, è rappresentata dall’invio del Figlio, l’unico che ha diritto all’eredità. Il Padre nella sua immensa bontà, tentò ancora una volta di salvare il popolo eletto, ma i vignaioli presero il Figlio “lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero”. Secondo le disposizioni giuridiche di allora, ebraiche e romane, si permetteva a chiunque d'impadronirsi di un bene (anche immobile) qualora fosse rimasto senza proprietario. Ecco perché gli operai agricoli pensarono di diventare i nuovi padroni della vigna, uccidendo chi, secondo loro, ne sarebbe stato l'erede.
Appare qui chiara l'allusione che Gesù fa alla sua stessa fine, quando anche lui, figlio prediletto di Dio, verrà condannato a morte e crocifisso fuori della città di Gerusalemme. La parabola, infatti, parla proprio di Gesù, il Figlio che Dio mandò nella sua vigna. Egli è l'erede. A lui appartiene il Regno di Dio e tutti i suoi beni. Egli è la pietra che i costruttori hanno scartata e che Dio ha scelto per farne la pietra angolare del tempio della vita e della speranza.