07/06/2026
Parole per nutrire il cammino
Corpo e Sangue di Cristo, 7 giugno 2026
“pane vivo” (Gv 6,51)
È bella la corsa delle parole, nel tuo discorso a Cafarnao. I miei occhi rincorrono i termini, mentre le mani segnano, nel Vangelo, le volte in cui parli di pane, ora seguito dal termine vita, ora dall’aggettivo vivo. È difficile comprendere per chi, come me, fatica ad imparare la grammatica dell’amore e ad analizzare tutto con quella fantasia creativa, con cui, nel tuo insegnamento, plasmi le parole, come un giorno la polvere del suolo, insufflata poi del tuo alito di vita. Tu vuoi stare con noi, vuoi rimanere con me, sempre. Sei stretto tra incudine e martello, vuoi tornare al Padre, perché senza di Lui non puoi vivere, e rimanere con noi, innamorato della tua creatura, a cui hai donato tutto, nell’abbraccio della croce. L’Eucaristia è la via di uscita per vivere questi due amori, che ti consumano, per unire le tue passioni, che hanno trapassato il tuo costato, perché le viscere della tua misericordia rivelassero che tu sei amore e che solo di quell’amore il nostro cuore ha veramente bisogno. C’è una corsa tra te e me: io so di non poter vivere senza il tuo amore, ma tu non vuoi vivere senza amarmi; io voglio saziarmi del tuo farti pane e tu non riesci a sfamarti di me, nel desiderio di impastarti nella farina del mio tempo; io ti guardo e non capisco il tuo amore e tu, contemplandomi, non comprendi come faccio a non lasciarmi trasformare dal tuo desiderio di amarmi; io voglio abitare nel tuo cuore, per trovare pace e tu vieni a vivere in me, motore del mio tempo, anima della mia anima; io mi nutro di te, pane degli angeli, di cui gli angeli non possono cibarsi, e tu ti sazie di me, quando il tuo farti pane entra in me e misteriosamente mi nutre; io ti guardo e mi inabisso nel tuo costato, mentre tu, vero sole, rivolgi su di me i tuoi raggi e, lentamente, consumi il ghiaccio dell’animo mio, perché il calore dell’amore, le fiamme della compassione, mi rendano pane vivo per gli altri.
Poiché i misteri del tuo regno sono rivelati ai semplici e le altezze della tua sapienza sono accessibili agli umili, dovrebbe essere facili per me comprendere il tuo desiderio di rimanere con me, di farmi bruciare dalla fiamma del tuo roveto ardente, superando persino Mosè, perché lui splendeva con il volto, mentre ora tu bruci d’amore la vita di chi si nutre con fede di te. Rendimi umile non per capire il mistero, che resterà per me insondabili, ma per farti lavorare in me, senza che il mio orgoglio metta impedimenti, vincendo la mia ansia di fare, come Marta, pezzi di cielo per te, nella casa del mio animo, dove non io, ma tu imbandisci la mensa e spezzi il pane. Rendimi vivo, mutando la morte che io scelgo, credendola via della gioia; permea la mia intelligenza, perché sogni con Dio Padre ciò che a lui piace, quanto solo lo Spirito può realizzare in me.
L’Eucaristia, il tuo farti pane per noi, è un mistero che tu riveli ai piccoli, una potenza di grazia che tu doni agli umili. Fa’ entrare anche me nella fantasia dell’amore, che inventò quel banchetto, quando la paura della morte chiude il cuore; permettimi non di capire il mistero, ma di stupirmi della semplicità del tuo farti pane, per accoglierti, seme di vita nuova, nel terreno del cuore, dove, senza di te, vince il buio della notte; permettimi di essere tempio tuo, come Maria, lasciandomi plasmare nel cuore, lavorare nella mente, trasformare nei sentimenti, mutare nelle intenzioni, convertire nella parole, addolcire negli sguardi, consumare nelle azioni, trasformami in te, perché io sia come il Padre mi vuole, come tu ti sei lasciato trasformare in me, nel seno della Vergine, quando lo Spirito ha unito alla tua divina Persona, la natura fragile di Adamo.
Sei pane e pane vivo, pane di vita. Più semplice di così, non potevi essere, per raggiungere tutti. Tu disarmante semplicità, disarmata umiltà dell’amore, che vuol raggiungere ogni uomo, nessuno escluso. Ma come hai fatto a pensare questo modo così strano di stare con me? Come fai a non stancarti di panificare ogni giorno, nella madia della Chiesa, la tua presenza, perché plachi la fame di senso e infonda la forza di continuare il cammino, in un mondo dove sempre regnare la notte?
Non so come hai fatto e non so come fai a non stancarti di me e della mia freddezza, nel prenderti ogni giorno tra le mani e mangiarti, ma ti prego continua a non stancarti, continua a ve**re a me, nei segni umili del pane, continua ad essere la sorgente della mia vita, la fonte della mia gioia, la forza nella mia debolezza, il sorriso tra le mie lacrime, il senso tra le mie incomprensioni, la dolcezza nelle cose che io rende e vivo come amare, la luce nel buoi del cuore, che fatica a trovare il senso e la forza, per non scappare come i due di Emmaus, inorridito da una croce che ho preso, ma che talvolta è pensante da portare. Tu in me ed io in te, tu vivo ed io morto, tu luce ed io tenebra, quale connubio permetti! Quale scandalo scegli! Tagli il traguardo, vincendomi in piccolezza, perché io ti accolga, mi attendi all’ultimo posto, perché non arrossisca dei miei errori, facendoti spazio.
Chiedi a Maria di prestarmi la sua voce, il suo cuore, nel magnificare la tua misericordia, per cantare il tuo amore per noi. Tu amore vivo e vivificante, pane di vita che trasformi in vita la morte. Nutri il mio cammino, fino al banchetta del cielo, dove tu, mistero di infinita umiltà, mi faria sedere a mensa e ti metterai a servire i tuoi servi, per sempre.
fra Vincenzo Ippolito ofm