Chiesa Cristiana Avventista del Settimo giorno del Valdarno

Chiesa Cristiana Avventista del Settimo giorno del Valdarno La chiesa è aperta ogni sabato dalle ore 9.30 alle ore 12.00 per cantare e condividere il Vangelo

06/09/2026

Quello che resta nella valigia

Ho aperto la valigia.
Quella che per giorni avevo riempito in fretta, infilandoci vestiti, costumi, asciugamani, qualcosa che forse sarebbe servito e qualcosa che, alla fine, non ho mai messo.

Adesso è lì, aperta sul pavimento del garage.

I vestiti sono già puliti.
I costumi lavati.
Gli asciugamani piegati.
Quasi tutto è tornato al suo posto.

Quasi.

Prendo le scarpe e, scuotendole, sento quel rumore sottile.

La sabbia.

È rimasta lì dentro, nascosta dove non la vedevo. Cade sul pavimento in piccoli granelli, come se anche lei non avesse nessuna intenzione di lasciarmi tornare completamente a casa.
Sorrido.
E per qualche minuto non la raccolgo.

Poi trovo gli scontrini.
Uno del bar, uno del gelato, uno del parcheggio, uno di quella volta in cui abbiamo mangiato qualcosa velocemente perché c’era ancora un posto da vedere.
Li guardo e mi viene da sorridere.

Sono solo pezzi di carta spiegazzati, alcuni quasi illeggibili.
Eppure adesso mi sembrano piccoli frammenti di quei giorni.
Non raccontano quanto abbiamo speso.
Raccontano dove siamo stati.

E poi c’è una conchiglia.
Piccola, bianca, imperfetta.
Non ricordo nemmeno esattamente dove l’abbia raccolta. Forse l’ha fatto
mia figlia.
Forse proprio per questo mi piace.

La tengo tra le dita e penso a quante cose abbiamo visto in questi giorni e a quante, invece, ci sono semplicemente passate davanti senza che ce ne accorgessimo.

Una strada.
Un tramonto.
Una persona incontrata per caso.
Una risata.
Una discussione.
Una stanchezza condivisa.
Un silenzio in macchina.
Qualcuno che aspettava gli altri prima di ripartire.
Qualcuno che aveva fame.
Qualcuno che aveva sonno.

E tutte quelle piccole cose che, mentre le vivi, sembrano quasi insignificanti e che invece, quando torni a casa, scopri essere proprio la parte più vera del viaggio.

Forse è per questo che mi piace disfare le valigie lentamente.
Perché tornare non significa soltanto rimettere a posto le cose.
Significa anche fare spazio dentro di noi a quello che abbiamo vissuto.

E forse dovremmo imparare a viaggiare così anche nella vita.
A non cercare sempre soltanto le cose grandi.
A riconoscere la felicità nelle cose piccole.
A non vergognarci delle nostre fragilità.
Ad avere rispetto per la fatica degli altri.
A essere gentili, soprattutto quando non ne avremmo voglia.
A scegliere la pace quando potremmo scegliere di avere ragione.
A lasciare una porta aperta anche quando qualcuno ci ha deluso.

Perché, in fondo, diventare persone migliori non significa non sbagliare mai.

Significa imparare, ogni giorno, a guardare un po’ più in là di noi stessi.
A capire che ogni persona che incontriamo porta con sé una storia che spesso non conosciamo.
Una battaglia che non vediamo.
Una ferita che non racconta.
Una stanchezza che nasconde dietro un sorriso.

Sono pensieri che, per me, hanno anche il sapore di quelle parole antiche che parlano di chi è mite, di chi soffre, di chi cerca la pace, di chi ha un cuore capace di vedere oltre le apparenze.

Qualcuno le chiama beatitudini.
Io oggi le sento semplicemente come un invito.

Un invito rivolto a tutti.
A chi crede e a chi non crede.
A chi ha una fede solida e a chi magari sta ancora cercando.

Perché credo che ci sia qualcosa di profondamente umano nel desiderare di essere persone un po’ migliori di quelle che eravamo ieri.

«Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio.»
(Matteo 5:9)

Non dice: beati quelli che hanno sempre ragione.

Non dice: beati quelli che vincono tutte le discussioni.

Dice: beati quelli che scelgono la pace.

E forse è proprio questa una delle cose più difficili da imparare.

Scegliere la pace quando sarebbe più facile rispondere.
Scegliere il perdono quando l’orgoglio ci suggerisce di chiudere una porta.
Scegliere la gentilezza quando nessuno ci obbligherebbe a farlo.
Scegliere di comprendere, prima ancora di giudicare.

Forse è questo il genere di ricordo che vale la pena portare a casa.

Non soltanto quello che abbiamo visto, ma quello che ciò che abbiamo visto ha lasciato dentro di noi.

Antoine de Saint-Exupéry scriveva:

«È il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante.»

E forse vale anche per le persone.
È il tempo che scegliamo di dedicare a qualcuno a renderlo importante.
Sono le attenzioni che nessuno vede.
Le telefonate fatte quando avremmo avuto altro da fare.
L’attesa.
La pazienza.
Un abbraccio.
Una parola detta al momento giusto.
Un perdono concesso.
Una presenza silenziosa.

Sono queste le cose che, alla fine, restano.

E mentre continuo a svuotare la valigia, mi accorgo che forse è proprio questo che vorrei portarmi dietro dalla Sicilia.

Non soltanto le fotografie.
Non soltanto il mare.
Non soltanto quella conchiglia.
Vorrei portarmi dietro la capacità di fermarmi.
Di guardare.
Di meravigliarmi ancora.
Di essere grata.
Di non dare per scontate le persone che amo.
Di ricordarmi, nei giorni pieni e nelle giornate difficili, che la vita non è fatta soltanto di grandi avvenimenti.

È fatta di sabbia rimasta dentro una scarpa.
Di uno scontrino che non riesci ancora a buttare.
Di una conchiglia dimenticata in fondo a una borsa.
Di una fotografia che ti fa sorridere.
Di una persona che ti è stata accanto.
Di un momento che non tornerà più, ma che per un attimo è stato tutto.

La valigia ormai è quasi vuota.
Sul pavimento è rimasta ancora un po’ di sabbia.

La guardo e penso che, forse, non devo avere fretta di farla sparire.
Ci sono cose che è bello lasciare ancora un po’ dove sono.

Come certi ricordi.
Come certe persone.
Come certe emozioni.
Come il mare, quando ormai sei tornato a casa ma, chiudendo gli occhi, riesci ancora a sentirlo.

E allora, prima di chiudere anche questa pagina, mi fermo.
E prego.
Non chiedo grandi cose.

Chiedo di non diventare indifferente.

Di avere occhi capaci di vedere chi fa più fatica.
Mani capaci di aiutare.
Parole capaci di non ferire.
Un cuore abbastanza umile da chiedere scusa e abbastanza forte da perdonare.

Chiedo di imparare a riconoscere la bellezza anche nei giorni normali, quelli che non finiscono nelle fotografie e che nessuno racconterà.

E soprattutto chiedo di ricordarmi che ciò che conta davvero non è soltanto ciò che riusciamo a portare con noi, ma ciò che, attraverso di noi, riusciamo a lasciare agli altri.

Perché alla fine la valigia si svuota.
Le fotografie diventano ricordi.
Gli scontrini finiscono nei cassetti.
La sabbia, prima o poi, verrà spazzata via.

Ma l’amore che abbiamo dato, la gentilezza che abbiamo scelto, il tempo che abbiamo donato, il perdono che abbiamo concesso…

quello non va mai perduto.

Grazie per il viaggio.
Per quello che ho visto.
Per quello che ho ricevuto.
Per le persone che mi sono state accanto.
Per le risate e per la stanchezza.

Per i momenti semplici e per quelli che resteranno impressi nella memoria.

E per tutto ciò che ancora non so comprendere, ma che scelgo comunque di affidare a Te.

Ora posso chiudere la valigia.

Ma non ancora il cuore.

Perché qualche granello di sabbia è rimasto.
E forse è giusto così.

Per ricordarmi che, anche quando un viaggio finisce, qualcosa di quel viaggio continua a vivere dentro di noi.

E forse è proprio questo, alla fine, il senso del partire:
tornare a casa un po’ diversi da come eravamo partiti.

Testo di Tania Zotoiu

30/08/2026

UN ANNO IN PIÙ. E UN PO’ PIÙ DENTRO ME STESSA.

Oggi finisco gli anni.

E stranamente, quest’anno, non sento il bisogno di fare bilanci con i numeri.

Mi viene piuttosto voglia di fermarmi.
Di guardarmi dentro.

Di chiedermi chi sono diventata dopo tutto quello che ho vissuto, dopo le cose belle, quelle difficili, quelle che ho capito subito e quelle che ho compreso soltanto molto tempo dopo.

Perché gli anni, alla fine, non passano soltanto sul viso.
Passano soprattutto nell’anima.

E io oggi mi guardo e penso che sono cambiata.

Non sono più la donna di qualche anno fa.

Ho imparato che non tutto ciò che perdiamo è una perdita.
Che alcune porte chiuse erano, forse, una protezione.
Che certe persone arrivano per restare, altre per insegnarci qualcosa e poi andare.
E che non sempre dobbiamo capire immediatamente il perché delle cose: qualche volta il senso arriva quando siamo finalmente pronti per comprenderlo.

Ho imparato che essere forti non significa non cadere.
Significa cadere e trovare comunque la forza di rialzarsi senza diventare cattivi, senza smettere di credere nell’amore, senza permettere alle delusioni di trasformarci in qualcuno che non siamo.

Ho imparato a scegliere le mie battaglie.
A non spiegarmi sempre.
A non sentirmi in colpa quando scelgo la mia pace.
A capire che non tutte le persone devono comprendermi e che non tutto deve essere ricambiato per avere avuto valore.

E ho imparato, forse lentamente, ad amare anche le mie fragilità.
Perché sono proprio quelle che mi hanno insegnato ad avere più comprensione per gli altri.
Le ferite ci cambiano.
Alcune fanno ancora male.
Altre sono diventate cicatrici.
Ma oggi so che una cicatrice non è la prova che qualcosa ci ha distrutti.
È la prova che qualcosa ci ha feriti e noi siamo rimasti in piedi.

E poi c’è la mia famiglia.
Il luogo in cui sono me stessa fino in fondo.
Quella famiglia imperfetta e meravigliosa che Dio mi ha affidato e che, in modi che forse non riesco nemmeno a spiegare, è una delle ragioni per cui ogni giorno continuo a cercare di essere una persona migliore.
Ci sono giorni pieni, confusi, rumorosi.

Ci sono preoccupazioni, stanchezza, responsabilità.
Ma poi ci sono loro.
E basta una risata, una tavola apparecchiata, una parola detta al momento giusto, un abbraccio… e mi ricordo che la felicità non è quasi mai nelle grandi cose.
È lì.
Nelle piccole cose che spesso diamo per scontate.

E poi c’è la musica.
Una parte di me che non saprei mettere da parte nemmeno volendo.
Il pianoforte, le voci, le note, i canti.
Quante volte una melodia ha detto per me quello che non riuscivo a dire.
Quante volte sedermi davanti a un pianoforte è stato più di suonare.
È stato respirare.
È stato pregare.
È stato ringraziare.
È stato affidare a Dio quello che avevo nel cuore.
E forse non è un caso che proprio attraverso la musica io abbia trovato un modo per donare qualcosa agli altri.

La Chiesa, poi, è diventata parte della mia storia.
Non soltanto un luogo dove andare, ma un pezzo del mio cammino.
Un luogo fatto di persone, di servizio, di gioie, di fatiche, di incomprensioni, di perdono e di fede.

E anche lì ho imparato che amare gli altri non significa idealizzarli.
Significa imparare a camminare insieme, anche quando siamo diversi.
E soprattutto ho imparato che la fede non significa avere tutte le risposte.
La fede è continuare a camminare quando le risposte non ci sono.
È affidarsi quando vorremmo controllare tutto.
È credere che Dio stia lavorando anche quando non vediamo nulla.
È continuare a dire: “Signore, io non capisco, ma mi fido di Te.”

Ed è forse questa la cosa più grande che sto imparando.
A fidarmi.
Del tempo.
Della vita.
Di Dio.
E anche un po’ di me stessa.

Perché sì, ho ancora tanti difetti.
Ancora tante domande.
Ancora giorni in cui mi sento fragile, stanca o non abbastanza.

Ma oggi mi conosco un po’ di più.

E forse questo è il regalo più bello che mi hanno fatto gli anni:
la possibilità di incontrare finalmente me stessa.

Non voglio che questo nuovo anno della mia vita sia semplicemente tempo che passa.

Voglio che sia vita aggiunta al mio tempo.
Voglio ridere di più.
Amare meglio.
Giudicare meno.
Ascoltare di più.
Dire più spesso ciò che sento.
Non rimandare gli abbracci.
Non dare per scontate le persone che amo.
Continuare a cantare.
Continuare a suonare.
Continuare a servire.
Continuare a credere.

E soprattutto continuare a meravigliarmi.

Perché forse diventare grandi non significa smettere di sognare.
Significa imparare quali sogni meritano davvero di essere custoditi.
Oggi allora non guardo indietro con rimpianto.
Guardo indietro con gratitudine.
Per ciò che ho avuto.
Per ciò che ho perso.
Per ciò che mi ha fatto sorridere.
Per ciò che mi ha fatto piangere.
Perché tutto, in qualche modo, mi ha portata qui.

A questo giorno.
A questa donna.
A questa versione di me che forse non è ancora arrivata dove vorrebbe, ma che ha imparato a non disprezzare la strada percorsa.

Non so quanti anni mi restino.
E forse non è nemmeno importante saperlo.
So soltanto che voglio viverli bene.
Con più verità.
Con meno paura.
Con più amore.
Con la mia famiglia accanto.
Con la musica nel cuore.
E con Dio davanti a me.

La mia preghiera oggi è questa:

Signore, grazie.

Grazie per ogni anno che mi hai donato.
Grazie anche per quelli che non ho capito, per quelli che mi hanno fatto piangere e per quelli che mi hanno regalato sorrisi.

Grazie per la mia famiglia, per le persone che amo e per ogni persona che hai messo sul mio cammino.

Grazie per la musica che mi hai affidato, per le mani che possono suonare, per la voce che può cantare e per la possibilità di trasformare una nota in una piccola preghiera.

Grazie per la Tua Chiesa, per il servizio e per tutte le persone attraverso le quali mi hai insegnato qualcosa, anche quando non è stato facile.

Continua a guidarmi, Signore.

Dammi discernimento per scegliere, coraggio per lasciare andare, umiltà per riconoscere i miei errori e un cuore capace di amare senza perdere se stesso.

Proteggi la mia famiglia.
Custodisci le persone che amo.
E custodisci anche quella parte di me che a volte si stanca, si spaventa e dubita.

Quando arriveranno giorni difficili, ricordami che non cammino da sola.

E se posso chiederti una cosa per questo nuovo anno, non chiederei una vita senza problemi.

Chiederei una vita con Te.

Una vita capace di riconoscere le Tue benedizioni anche nelle cose piccole.

Una vita che non conti soltanto gli anni, ma l’amore.

E quando un giorno mi fermerò ancora a guardare indietro, fa’ che possa sorridere pensando non a quanti anni sono passati, ma a quanto amore ho saputo lasciare lungo la strada.

Amen.

E oggi, nel giorno in cui finisco gli anni, voglio semplicemente dire:

grazie, Signore, per avermi portata fin qui.
Il resto… lo affido a Te. ❤️

Testo di Tania Zotoiu

23/08/2026

Il domani non lo conosco, ma so nelle mani di chi è

Questa mattina mi sono svegliata con un pensiero che ieri sera, prima di addormentarmi, mi è rimasto dentro.

Come ogni sera avevo impostato la sveglia.
Un gesto banale.
Uno di quelli che abbiamo fatto mille volte senza nemmeno pensarci.

Eppure ieri sera mi sono fermata a guardare quei numeri sullo schermo e ho pensato a quanto è strano essere noi.
Impostiamo una sveglia per un’ora che ancora non ci appartiene.
Scriviamo appuntamenti sul calendario per giorni che non abbiamo ancora vissuto.
Facciamo progetti.
Prenotiamo viaggi.
Pensiamo a cosa faremo domani, la prossima settimana, tra qualche mese.
E poi ci infiliamo sotto le coperte e chiudiamo gli occhi, dando per scontato che domani li riapriremo.

Che strana forma di fiducia è la nostra.
Ci fidiamo del domani senza nemmeno accorgercene.

E allora mi sono chiesta:

Perché, quando si tratta della vita, faccio così fatica ad avere la stessa fiducia?
Perché quando qualcosa non va come avevo immaginato, la mia mente corre subito avanti?
Perché ho bisogno di sapere?
Di prevedere?
Di capire?
Perché sento il bisogno di sapere come finirà una storia prima ancora che sia arrivata alla fine?

Forse perché ho paura.

Paura di perdere.
Paura che qualcosa cambi.
Paura per le persone che amo.
Paura di ricevere una telefonata che non vorrei ricevere.
Paura di scoprire che un progetto non andrà come speravo.
Paura di un domani che ancora non esiste, ma che nella mia mente è già capace di farmi stare male.

E mentre pensavo a questo, mi è tornata in mente una frase di Gesù:

“Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso.”

L’ho letta tante volte.
Ma forse ieri sera l’ho ascoltata davvero.
Perché il problema è proprio questo:

io vivo spesso oggi con le preoccupazioni di domani.
E così finisco per perdere il giorno che Dio mi ha già messo tra le mani.

Mi sono accorta di quante volte lo faccio.

Sono con qualcuno che amo, ma penso a quello che potrebbe succedere.
Ho una giornata tranquilla, ma mi preoccupo per quella dopo.
Ricevo una buona notizia e già penso a quando potrebbe arrivare quella cattiva.

Come se la felicità avesse bisogno di essere sorvegliata.
Come se, per prepararmi alla vita, dovessi continuamente immaginare il peggio.

E forse invece Dio mi sta chiedendo semplicemente:

“Perché vuoi vivere oggi anche ciò che appartiene a domani?”

Non lo so.
Forse perché vorrei sentirmi al sicuro.

Ma più ci penso, più capisco che la vera sicurezza non può essere sapere che non succederà nulla.
Perché questo nessuno può promettermelo.

La vera sicurezza, forse, è sapere nelle mani di chi sono quando qualcosa succede.
Io non so cosa mi porterà domani.

Non so quali persone incontrerò.
Non so quali notizie riceverò.
Non so quali porte si apriranno e quali si chiuderanno.
Non so quali preghiere avranno una risposta e quali resteranno ancora nel silenzio.
Ma Dio conosce già quel giorno.
Io non conosco il domani.
Ma Dio sì.
E forse questo dovrebbe bastarmi.

Mi viene in mente anche un’altra frase della Bibbia:

“La tua fedeltà dura per tutte le generazioni.”

Non dice che la mia vita sarà sempre facile.
Dice che la Sua fedeltà rimane.
E allora penso ancora alla mia sveglia.
Quella piccola sveglia che ogni sera imposto con tanta naturalezza.

Forse dovrei considerarla una piccola preghiera.

Perché quando la imposto, in fondo, sto dicendo:

“Domani mi alzerò.”
Ma la verità è un’altra:
“Se Dio mi darà un altro mattino, mi alzerò.”

E questa mattina, quando la sveglia ha suonato, ho pensato che forse non dovremmo mai considerare normale il fatto di essere qui.
Un altro respiro.
Un’altra mattina.
Un’altra possibilità.
Un’altra occasione per dire “ti voglio bene”.
Per abbracciare.
Per perdonare.
Per chiedere perdono.
Per ricominciare.
Per fare qualcosa che ieri non abbiamo avuto il coraggio di fare.
Per guardare qualcuno che amiamo e accorgerci semplicemente che è lì.

Perché forse la vita è piena di miracoli così piccoli che abbiamo smesso di chiamarli miracoli.
E forse la più grande grazia non è sapere cosa succederà domani.

È ricevere domani.

Questa mattina, allora, Signore, non voglio chiederti di mostrarmi il futuro.
Non voglio chiederti di garantirmi che tutto andrà bene.
Voglio chiederti soltanto di insegnarmi a fidarmi.

Quando avrò paura, ricordami che non devo vivere oggi ciò che appartiene a domani.
Quando cercherò di controllare tutto, ricordami che non tutto è nelle mie mani.

Quando avrò paura di perdere ciò che amo, aiutami ad amarlo ancora di più oggi.
Quando arriverà qualcosa che non capirò, tienimi stretta.

E quando la mia mente comincerà a correre troppo lontano, riportami qui.
A questo momento.
A questo respiro.
A questa vita.
A questa grazia.

Perché forse è questo che significa davvero avere fede:
non avere tutte le risposte,
ma riuscire a riposare anche quando non le abbiamo.

Il domani non lo conosco.
Ma so che Dio lo conosce.
Non so cosa ci sarà.
Ma so nelle mani di chi sarà.

E allora posso andare incontro a questa giornata senza pretendere di sapere come finirà.
Posso vivere questo giorno.
Uno soltanto.
Quello che Dio mi ha dato oggi.
E per oggi, questo mi basta.

Signore,

questa mattina non voglio portare con me le preoccupazioni di domani.

Le lascio a Te.

Ti consegno ciò che amo, ciò che temo, ciò che non capisco e ciò che non posso cambiare.
Tu conosci il giorno che io ancora non conosco.
Conosci le mie gioie prima che arrivino
e conosci le mie lacrime prima che cadano.

Per questo oggi scelgo di fidarmi.
Non della vita, che è fragile.
Non delle mie certezze, che possono cambiare.

Mi fido di Te.

Se oggi sarà un giorno difficile, cammina con me.
Se sarà un giorno felice, insegnami a riconoscere la Tua mano.

Se ci saranno cose che non comprenderò, non permettere che la mia paura mi faccia dimenticare la Tua presenza.

Io non so cosa ci sarà oggi.
Ma so che non devo attraversarlo da sola.

E allora, Signore, grazie per questo mattino.

Grazie per il respiro.
Grazie per le persone che amo.
Grazie per ciò che ancora non conosco.
Grazie perché, anche quando io non so cosa porterà il domani, Tu ci sei già.

Il domani è Tuo.

Io, per questa mattina, ho soltanto una cosa da fare:

vivere, amare e ringraziarti per l’oggi.

Testo di Tania Zotoiu

16/08/2026

Parole che respirano

Ci sono frasi che vorremmo poter riprendere con la mano, appena uscite dalla bocca.
Riportarle indietro.
Fermarle a metà strada.
Fare finta di niente.

L’altro giorno ne ho detta una a mia figlia.
Una frase br**ta.

«Ti odio quando fai così.»

L’ho detta in un momento di esasperazione, probabilmente senza darle nemmeno il peso che aveva mentre usciva dalle mie labbra.
Per me era un modo, forse maldestro, di dire: “Non sopporto questo tuo modo di fare. Mi fai arrabbiare. In questo momento mi stai portando al limite.”

Ma le parole non arrivano con le spiegazioni che avevamo nella testa.
Arrivano da sole.
E mia figlia più grande me lo ha fatto notare.

Non con una predica.
Semplicemente mi ha rimproverata.
E quella frase, che io avevo pronunciato quasi senza pensarci, improvvisamente ha cominciato a pesarmi.

Perché una cosa è sapere che una parola non esprime esattamente ciò che proviamo.
Un’altra è accorgersi che qualcuno che ci ama ha sentito comunque il bisogno di dirci:
“Mamma, quella cosa non va bene.”

E allora ho cominciato a pensare.
A quante volte diciamo parole che non intendiamo fino in fondo.
A quante volte la rabbia prende in prestito la nostra voce.
A quante volte diciamo “mai”, “sempre”, “non ti sopporto”, “sei impossibile”, quando in realtà stiamo cercando di dire soltanto: “Sono stanca.”
O magari: “Mi hai ferita.”
O semplicemente: “In questo momento non so come gestire quello che sento.”

E mi sono chiesta quante volte, nella vita, abbiamo fatto confusione tra ciò che sentiamo e ciò che siamo.

Io posso essere arrabbiata con te senza odiarti.
Posso non sopportare quello che fai senza smettere di amarti.
Posso avere bisogno di allontanarmi senza voler perdere la tua vicinanza.

Ma chi ascolta non sempre conosce tutta la parte invisibile della frase.
Conosce soltanto le parole.
E le parole hanno un peso.

Questa cosa mi ha fatto pensare anche a Dio.
Perché nella Bibbia le parole non sono mai soltanto suoni.
Dio parla, e qualcosa accade.
La Parola crea.
La Parola consola.
La Parola corregge.
La Parola chiama per nome.

E la domanda che mi è sorta spontanea è: che cosa creano le mie parole quando parlo?
Quando entro in una stanza, lascio dietro di me pace o tensione?
Quando qualcuno mi confida qualcosa, si sente accolto o giudicato?
Quando correggo, l’altro sente ancora di essere amato?
Quando sono arrabbiata, le mie parole raccontano davvero ciò che penso oppure raccontano soltanto ciò che sto provando in quel preciso momento?

Forse crescere spiritualmente significa anche questo.
Imparare a mettere uno spazio tra quello che sentiamo e quello che diciamo.

Quel piccolo spazio in cui può entrare Dio.
Perché la rabbia vuole parlare subito.
L’orgoglio vuole avere l’ultima parola.
La ferita vuole ferire.

Ma lo Spirito insegna un’altra lingua.
Una lingua che non nega la verità, ma la veste di grazia.

E penso che sia proprio qui che devo ancora imparare tanto.

Perché a volte sono molto brava a chiedere a Dio di cambiare le circostanze.
Molto meno brava a chiedergli di cambiare me mentre attraverso quelle circostanze.

Quella sera ho ripensato a quella frase.

«Ti odio quando fai così.»

E ho pensato che forse la frase che avrei voluto dire era un’altra:

“Ti amo, ma in questo momento non mi piace per niente quello che sta succedendo tra noi.”

Sembra una differenza piccola.
Non lo è.
Perché una frase colpisce la persona.
L’altra parla del comportamento.
Una chiude una porta.
L’altra lascia ancora spazio per tornare a casa.

E forse è questo che voglio imparare:

non a diventare una persona che non sbaglia mai con le parole.
Ma una persona che sa riconoscere quando ha sbagliato.

Che sa tornare indietro.
Che sa dire:
“Quello che ho detto era sbagliato.”
Senza aggiungere: “Però tu…”

Perché anche chiedere scusa può diventare una forma di orgoglio se, mentre lo facciamo, continuiamo a difenderci.

Vorrei che le mie parole respirassero.
Che avessero dentro la pazienza che io spesso non ho.
Che sapessero fermarsi prima di ferire.
Che sapessero parlare quando il silenzio farebbe più male.

E soprattutto vorrei ricordarmi che le persone che amiamo sono proprio quelle sulle quali le nostre parole hanno più potere.

Perché dai nostri figli, dai nostri mariti, dagli amici più vicini, spesso pretendiamo una forza che non pretenderemmo mai da un estraneo.

E proprio perché sappiamo che ci amano, qualche volta ci concediamo il lusso di essere meno gentili.

Forse è lì che devo vigilare di più.
Perché l’amore non dovrebbe essere il luogo in cui possiamo ferire senza conseguenze.
Dovrebbe essere il luogo in cui impariamo, insieme, a chiedere perdono.

E così oggi mi rimane questa piccola preghiera nel cuore:

Signore, metti una sentinella davanti alla mia bocca, ma prima ancora metti la Tua pace dentro il mio cuore.
Perché alla fine le parole sono soltanto la parte visibile.

Il vero lavoro comincia molto prima, là dove nessuno mi vede.
Nel cuore.

Signore,

perdonami per le parole dette troppo in fretta,
per quelle nate dalla rabbia,
dalla stanchezza,
dall’orgoglio.

Perdonami quando dico qualcosa che non corrisponde a ciò che veramente sento
e finisco per ferire proprio le persone che amo di più.

Insegnami a fermarmi.
A respirare.
A lasciare che Tu entri in quello spazio piccolissimo tra l’emozione e la parola.

Dammi parole che costruiscono,
che correggono senza umiliare,
che dicono la verità senza togliere dignità,
che sanno essere ferme senza diventare dure.

E quando sbaglio,
dammi l’umiltà di tornare indietro.
Fammi dire “scusami” senza giustificarmi
e “ti amo” anche quando sono arrabbiata.

Fa’ che chi vive accanto a me
non debba mai dubitare del mio amore
a causa di una mia parola pronunciata male.

E soprattutto, Signore,
fa’ che nelle mie parole si possa respirare qualcosa di Te.

Testo di Tania Zotoiu

09/08/2026

Chi eri quando nessuno conosceva il tuo nome?

Chi eri quando nessuno conosceva il tuo nome?
Prima dei titoli.Prima del lavoro.Prima dei successi.Prima delle delusioni.
Prima delle persone che, senza volerlo, hanno iniziato a dirti chi eri.

E, forse, una domanda ancora più difficile…
Chi sei quando nessuno ti applaude?

Qualche tempo fa mi è capitato di entrare in una sala d’attesa.
Mi sono seduta in silenzio e ho guardato le persone intorno a me.
Nessuno sapeva chi fossi.
Nessuno conosceva il mio nome.
Nessuno sapeva quale fosse il mio lavoro, la mia storia, la mia fede, le mie ferite.

Per loro ero semplicemente una donna seduta su una sedia, in attesa.

E lì mi è successo qualcosa che non mi aspettavo.
Per un attimo mi sono sentita libera.
Ma subito dopo mi sono accorta di un’altra cosa.
Una parte di me desiderava essere riconosciuta.
Come se il silenzio degli altri mi stesse togliendo qualcosa.

È stato un pensiero fugace, quasi impercettibile, eppure abbastanza sincero da mettermi a disagio.

Mi sono chiesta quante volte, senza rendermene conto, ho cercato di costruire la mia identità attraverso lo sguardo degli altri.
Quante volte ho confuso ciò che faccio con ciò che sono.
Quante volte perfino il bene che ho cercato di fare desiderava, in fondo al cuore, essere visto.

E quella scoperta mi ha fatto abbassare gli occhi.

Forse passiamo la vita ad aggiungere strati.
I risultati.I fallimenti.I ruoli.Le aspettative.Le delusioni.
Le maschere che abbiamo imparato a indossare per proteggerci.

Strato dopo strato, fino a dimenticare il volto che Dio aveva visto all’inizio.

Eppure la Scrittura custodisce una frase che ogni volta riesce a raggiungermi in un punto diverso del cuore:

«Prima di formarti nel grembo materno, io ti conoscevo.»
Geremia 1:5

Non dice: “Ti conoscerò quando diventerai qualcuno.”
Non dice: “Quando sarai abbastanza brava.”
Dice semplicemente:
Io ti conoscevo.
Prima di tutto.Prima di ogni conquista.
Prima di ogni errore.Prima ancora che tu imparassi ad avere paura di non essere abbastanza.

Mi commuove pensare che Dio abbia conosciuto la versione di me che nessun altro ha mai visto.
Quella che esisteva prima delle ferite.
Prima delle difese.Prima del bisogno di dimostrare qualcosa.
Lui l’ha amata per primo.

Penso a Davide.

Quando tutti vedevano soltanto un ragazzo lasciato con le pecore, Dio vedeva già un re.
Perché, come disse a Samuele:

«L’uomo guarda l’apparenza, ma il Signore guarda il cuore.»
1 Samuele 16:7

Penso a Natanaele.
Prima ancora che si avvicinasse, Gesù gli disse:

“Ti ho visto.”
Che parole meravigliose.
Non: “Ti giudico.”
Non: “Ti metto alla prova.”
Ti ho visto.

Forse è questo che ogni cuore desidera più di ogni altra cosa.
Essere visto.Essere conosciuto.
Essere amato senza dover continuamente dimostrare il proprio valore.

E allora mi domando se non stiamo inseguendo la cosa sbagliata.
Passiamo la vita a sperare che qualcuno pronunci il nostro nome con ammirazione.

Mentre il cielo lo pronuncia già con amore.

Gesù disse ai discepoli:

«Rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli.»
Luca 10:20
Non le vostre opere.Non i vostri successi.Non il vostro ministero.

Il vostro nome.

Come se Dio volesse ricordarci che il nostro valore non nasce da ciò che riusciamo a fare per Lui, ma dal fatto che apparteniamo a Lui.

E allora torno con il pensiero a quella sala d’attesa.
Forse non era un tempo perso.
Forse Dio mi stava facendo un dono.
Mi stava togliendo, per qualche minuto, tutto ciò con cui ero abituata a presentarmi.
Per ricordarmi che, quando cade ogni etichetta, rimane la cosa più importante.

Sono una figlia conosciuta.

Prima ancora di essere capita.
Prima ancora di essere apprezzata.
Prima ancora di essere ricordata.

E se un giorno il mondo dimenticasse il mio nome…
Mi basterebbe sapere che Dio continua a pronunciarlo.

Padre,

quante volte ho cercato di sentirmi importante attraverso gli occhi degli altri.

Quante volte il mio cuore ha avuto bisogno di essere visto, riconosciuto, apprezzato.
E quante volte ho dimenticato che il primo sguardo che conta è il Tuo.

Grazie perché Tu mi hai conosciuta prima ancora che imparassi a conoscere me stessa.

Mi hai amata quando non avevo nulla da offrire.
Quando non avevo titoli.
Quando non avevo risultati.
Quando non avevo nemmeno parole.

Spogliami, con dolcezza, di tutto ciò che non sono.
Delle maschere che indosso.
Del bisogno di dimostrare.
Della paura di non essere abbastanza.

Riportami ogni giorno a quella verità semplice e bellissima: il mio nome è al sicuro nel Tuo cuore.

E quando cercherò ancora l’approvazione degli uomini, ricordami che la Tua voce continua a chiamarmi per nome.
Da sempre.

E per sempre.

Testo di Tania Zotoiu

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