Diosemprecicerca

Diosemprecicerca Spunti di riflessione per rispondere alla 'ricerca continua e assidua' che Dio ha nei confronti della nostra umanità

02/06/2026

Una Cecala rivoluzzionaria
Diceva a la Formica:
— Povera proletaria!
Schiatti da la fatica
Senza pensa’ che un giorno finirai
Sotto le zampe de la borghesia
Che a le formiche nun ce guarda mai!
Ma che lavori a fa’, compagna mia?
Pianta er padrone e sciopera
Prima ch'arrivi un piede propotente
Che te voja fregà la mano d'opera!
Tu guarda a me: d'inverno nun fo gnente,
E ammalappena sento li calori
Me sdrajo in faccia ar sole e canto l'Inno
De li Lavoratori!

— Trilussa
La cecala rivoluzzionaria

02/06/2026

Invece è tutto l'opposto. Ciò che va messo in parentesi è quel "per" invadente, prepotente, querulo, accattone. La preghiera ha un oggetto assoluto. Si prega Uno. Magari, anche, talvolta, per qualcuno; ma non primariamente. Ciò che deve emergere è il disinteresse con cui entriamo in colloquio con questo "Tu", nostro interlocutore. Ciò che va messo in primo piano, è l'amore che ci porta verso di lui, a guardarlo, a parlare, a tacere...

A. Zarri, Nostro Signore del deserto. Meditazioni sulla preghiera, Rubbettino 2013, pag. 67)

immagine: Rubens

02/06/2026

Preghiera di giugno, preghiera di fine primavera, preghiera d'inizio dell'estate. Non è ininfluente la stagione; e tu lo sai, Signore, che spesso prendo lo spunto dai mesi, dal volger del sole e della luna perché tutto questo - anche se è un fatto esterno - segna la nostra sensibilità, il nostro stato d'animo; ed è ciò appunto che deve esprimersi con te, in quel pacato conversare che è appunto la preghiera, nutrita dei fatti della vita.
Purtroppo le nostre preghiere sono spesso eguali, livellate, indifferenziate; e ciò ce le rende lontane e astratte: formule buone per tutte le occasioni in cui non si versa il nostro immediato sentire.

A. Zarri, Quasi una preghiera, Einaudi 2012 (pag. 98)

29/05/2026

31 maggio - TRINITA’: OLTRE LA PIETRA

Gv 3,16-18

Nella festa della Trinità, il racconto di Dio diventa racconto dell’uomo. Il dogma della Trinità dice che vivere è convivere, come in cielo così in terra.
Il primo male ricordato dalla Bibbia non è il peccato dell’albero proibito, è Dio stesso a dichiararlo: Non è bene che l’uomo sia solo. È male che Adamo sia solo, il primo male assoluto è la solitudine. Neanche Dio può stare solo, è Trinità, legame d’amore, nodo di comunione.

Nella prima lettura Mosè sale sul monte con due tavole di pietra. Pensa di incidervi sopra la legge, qualcosa di definitivo e senza appello. E invece Dio fa tutt’altro, va più lontano e passa davanti a Mosè.

Passa: non lo chiuderai in parole di pietra; passa e proclama cinque nomi, uno più bello dell’altro: misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco di grazia, ricco di fedeltà.

Proclama la prima di tutte le rivelazioni, misericordia e tenerezza, le proclama passando come un vento che accarezza Mosè con le sue tavole rimaste vuote. Come si fa a scrivere compassione e bontà su tavole di pietra? E allora Mosè capisce e chiede non una legge di pietra ma semplicemente: che il Signore cammini in mezzo a noi. A noi: che se ne fa Mosè di un Dio tutto per sé?
Al termine di una giornata puoi anche non aver mai pensato a Dio, mai pronunciato il suo nome. Ma se hai donato bontà, se hai dato un aiuto disinteressato, se hai lavorato per la giustizia e la pace, anche senza saperlo tu hai fatto la più bella professione di fede nella Trinità.

Nel Vangelo Gesù dialoga con Nicodemo, l’uomo delle paure, che è andato da lui di nascosto, di notte.
E Gesù gli parla d’amore.

Nel Vangelo il verbo amare si traduce sempre con un altro verbo concreto, pratico, forte, il verbo dare. Amare non è un fatto sentimentale, non equivale a emozionarsi ma a dare, un verbo di mani e di gesti.
Dio non ha mandato il Figlio per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato. Salvato da che cosa? Dall’unico grande peccato: che è il disamore. Quello che spiega tutta la storia di Gesù non è il peccato dell’uomo ma l’amore per l’uomo; non qualcosa da togliere via dalla nostra vita, ma qualcosa da aggiungere: perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia più vita.
Dio ha tanto amato il mondo, leggiamo, quindi non ha amato soltanto gli uomini; ma il mondo intero, la terra, le messi, e piante e animali.
E se lui lo ha amato, lo farò anch’io: voglio custodirlo e coltivarlo, con tutta la sua ricchezza e bellezza, e lavorare perché la vita fiorisca in tutte le sue forme, e racconti Dio e sia frammento della sua Parola.

Davanti alla Trinità io mi sento piccolo ma abbracciato come un bambino: abbracciato dentro un vento in cui naviga l’intero creato e che ha nome comunione.

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25/04/2026

DIO DELL’ ECCEDENZA

26 aprile - IV di Pasqua

Gv 10,1-10

Al tempo di Gesù i pastori erano soliti condurre il loro gregge in un recinto per la notte. Al mattino, ciascun pastore tornava al recinto, lanciava il suo richiamo e le sue pecore, solo le sue, riconosciuta la voce, lo seguivano. Su questo sfondo familiare, Gesù aggiunge un primo dettaglio tutto suo: egli chiama le sue pecore per nome.

Gesù non mi confonde con nessun’altro. Mi chiama con il mio n**o nome, cioè senza titoli, ruoli, funzione o laurea. Così come sono, per quello che sono.

Secondo particolare: Egli le conduce fuori. Anzi: “le spinge fuori”. Non in un altro recinto magari più grande, ma apre un coraggioso viaggio fuori dagli ovili e dai rifugi, dal mio piccolo buco di abitudini, alla sorpresa di pascoli nuovi. Il nostro è pastore di libertà e non di paure, che ha fiducia in ciò che è fuori e oltre; sa che la steppa ha un gomitolo di sentieri, un ventaglio di tratturi, tra i quali rintracciare il tuo.

La terza caratteristica del pastore autentico è quella di camminare davanti alle pecore. Non abbiamo un pastore di retroguardie, ma una guida che apre cammini e inventa strade. Un pastore apripista che mi precede su strade nuove.

“Io sono la porta” , quindi non un muro chiuso, non uno steccato che divide. Cristo è passaggio, apertura, breccia di luce, luogo attraverso cui vita entra e vita esce. Va e viene, non chiude mai. Toglie le serrature dalle porte, le porte dai cardini perché lo Spirito passi.

Cosa significa varcare quella porta? Semplice: diventare porta, come Cristo. Abbiamo una alternativa davanti a noi, nel nostro mondo di oggi: alzare muri o aprire porte. Blindarsi o spalancare.

E poi l’ultima parola: Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Per me, una delle frasi più solari di tutto il Vangelo. Anzi, è la frase della mia fede.

Non sono venuto a portare quel minimo senza il quale la vita non è vita, ma la vita che rompe gli argini e tracima e feconda; uno spreco che profuma di amore, di libertà e di coraggio. Di accoglienza, gioia, energia. Così è nella Bibbia: manna non per un giorno solo ma per quarant’anni nel deserto, pane per cinquemila persone, pelle di primavera per dieci lebbrosi, pietra rotolata via per Lazzaro, cento fratelli per chi ha lasciato la casa, vaso di nardo prezioso sui piedi del grande Viandante delle nostre vite.

Dio non intende rispondere ai tuoi bisogni essenziali, questo lo faranno le istituzioni. Egli è il Dio del centuplo, dei talenti da moltiplicare, del seme che si fa spiga, del perdono settanta volte sette, della festa per il figlio che torna.

Unica è la vocazione, per tutti: avere la vita in pienezza.

Credere fa bene! Credete a Tommaso, a Giovanni, a Maddalena! A quanti l’hanno incontrato.
Credete all’ultima riga del Vangelo: tutto questo è stato scritto, perché crediate e, credendo, abbiate in voi la vita (Gv 20,31).

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05/04/2026

NON SAPEVANO COME DIRLO

5 aprile - Pasqua di Risurrezione

Gv 20,1-9

Il giorno che precedette la Pasqua fu un sabato diverso da tutti gli altri. Le donne di Galilea in segreto preparavano aromi, ma era buio nel cuore. Anche la Madre attendeva in silenzio, addolorata, forte, fedele.

È il sabato del silenzio di Dio. Per ogni credente, seduto in faccia al sepolcro.
Maria di Magdala esce di casa quando è ancora notte. Non ha niente tra le mani, porta solo la sua vita risorta: da lei Gesù aveva cacciato sette demoni.
Si reca al sepolcro perché si ribella all'assenza di Gesù. E vide che la pietra era stata tolta: il sepolcro è spalancato, vuoto e risplendente nel fresco dell'alba!
Gli evangelisti non sapevano come dirlo, non avevano parole, e allora le hanno prese in prestito dalle nostre piccole resurrezioni quotidiane, con i verbi alzarsi e svegliarsi. Ed è così bello pensare che Pasqua, l’inaudito, è raccontata con i verbi semplici del mattino.

Pasqua è qui, adesso. Ogni giorno è quel giorno, dopo la notte di naufragio, di terribile silenzio, di buio ostile, dove geme e piange un pugno di uomini e donne totalmente disorientati.
Notte della Risurrezione in cui la carne indossa una tunica di luce. Il primo segno di Pasqua è così semplice, solo una assenza. Manca un corpo. È poco, è confuso, ma basta a mettere in moto la storia.
Maria di Magdala corre via, corre da Pietro per denunciare un furto, un altro dolore. “Non abbiamo più neanche un corpo per piangere”. Tutti corrono in quel mattino, a perdifiato! Non si corre così per un lutto, ma perché spunta qualcosa di immenso. Gesù non merita prudenza, merita la fretta dell’amore che non sopporta indugi, che è sempre in ritardo sugli abbracci. Quella corsa non è ancora fede, ma una speranza antica, un’ansia illogica. L’aveva detto: Io sono la Risurrezione e la vita.

Il Vangelo di Pasqua ci racconta che nella vita è nascosto un segreto e Gesù è venuto a sussurrarcelo. Per ogni uomo che uccide ce ne sono cento che amano e mille ciliegi che continuano ostinatamente a fiorire.
Ma la Pasqua è difficile. Da qualsiasi parte la si affronti, presenta un passaggio obbligato: quell’impasto durissimo di violenza, dolore e morte che è la croce. Bisogna passare per forza di là. Colui che risorge è il crocifisso.
Che è disceso agli inferi. E scende ancora adesso nei sotterranei della storia, presso i dannati della terra. E dalle profondità della materia preme verso più luminosa vita,

Andate, vi precede! Il nostro è un Dio migratore che ama gli spazi aperti, che apre cammini. Attraversa muri e spalanca porte.Cristo non solo è il Risorto, al passato, ma è colui che risorge oggi, qui e ora, e continua a rotolare via i massi dall'imboccatura del cuore, circondando ogni essere con il suo affetto e penetrandolo con la sua luce.
Per tutti noi dolore è a un passo, ma è a un passo anche l'amore, vivo per sempre.

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03/04/2026
29/03/2026

ORARI DELLE CELEBRAZIONI NEL DUOMO DI MONREALE PER LA SETTIMANA SANTA

01/03/2026

Questo Blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto essere considerato un prodotto editoriale ai sensi della Legge n. 62/2001. Immagini, foto e altro materiale possono essere stati scaricati da Internet, pertanto chi si riten...

21/02/2026

DECRETO DI LIBERTÀ

I di Quaresima 22 febbraio

Mt 4,1-11

Quaresima è la stagione delle ripartenze, della primavera che ritorna, della potatura che salva la pianta, della vita che punta diritto verso la luce di Pasqua.

In quel tempo, Gesù… ed è come dire: in questo tempo, io. Perché quell’uomo è ogni uomo, ogni luogo è quel deserto, in cui lo Spirito mi spinge sul bivio che si apre davanti ad ogni scelta: “Hai davanti a te la vita e la morte. Scegli. Ma scegli la vita!”(Deut 30,19)
Noi, siamo ciò che scegliamo.

Matteo mette in scena un Nemico Intelligente che propone cose ragionevoli, baratti vantaggiosi, del buon pane e un nuovo governo del mondo. Se Gesù avesse risposto in un altro modo alle tre proposte del diavolo, non avremmo avuto né la croce né il cristianesimo.
“Di’ che queste pietre diventino pane!”, prima tentazione. Se tu sei figlio di Dio, poiché lo sei Figlio di Dio!, usa il tuo potere per te. Ma Gesù non ha mai cercato il pane a suo vantaggio, si è fatto pane a vantaggio di tutti, e risponde offrendo più vita: Non di solo pane vivrà l’uomo.
Il pane dà vita, ma più vita viene dalla bocca di Dio. Tu hai parole di vita eterna (Gv 6,68), parole che fanno viva, finalmente, la vita.

Seconda tentazione: Buttati, così vedremo uno stormo di angeli in volo; verranno a prenderti, Dio l’ha promesso. La tentazione è fatta con la Bibbia in mano (sta scritto che verranno…). La risposta di Gesù: non tentare Dio attraverso ciò che sembra il massimo della fiducia nella provvidenza e invece ne è la caricatura, perché è solo ricerca del proprio vantaggio.

Nella terza tentazione il diavolo alza ancora la posta: inginocchiati e ti darò tutto il potere del mondo. Vuoi fare davvero il messia che cambia la storia? Assicura loro tre cose: pane, interventi risolutivi e spettacolari, e poi un leader, e li avrai in mano. Ma Gesù non cerca uomini da dominare, vuole figli liberi e amanti.
Scrive l’abate Antonio: «Togliete le tentazioni e più nessuno si salverà». Perché scomparirebbero la scelta e la libertà stessa.

Le tentazioni sono un decreto di libertà. Il primo di tutti i comandamenti lo dimostra: scegli! (Deut 30,19). Tocca a te imboccare una delle due strade, quella della vita o quella della morte.
“Allora angeli si avvicinarono e lo servivano”.
Il Signore manda angeli anche nella mia casa: li manda a prendersi cura di me, sono quelle persone buone che sanno inventare una nuova carezza, che hanno occhi di luce, che ti sorreggono con le loro mani leggere ogni volta che inciampi.
E se lo farò anch’io, vedrò realizzarsi il sogno di Isaia (cfr. 58,7-10): Illumina altri e ti illuminerai, guarisci altri e guarirà la tua ferita. Illumina altri e la tua luce sorgerà, come un meriggio di sole.

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