Lognola non è un paese…
Ia Lognola è un torrentello alimentato da innumerevoli rivoli e fossi erbosi che scendono fra campi coltivati, orti, boschi, boschetti e macchie. Ia Lognola naturalmente ha una sua valle, dai declivi a tratti ondulati e morbidi, a tratti più ripidi e irregolari, delimitata a sud dall’altura su cui si staglia lo skyline di Monghidoro e che si apre a nord, dove le acque dell
a Lognola affluiscono nel Savena, verso i profili in successione di Monte Venere, Monte Adone, Colle della Guardia…oltre cui in lontananza si stende a perdita d’occhio la pianura. Quindi quello di Lognola non è né un paese né un borgo, ma un territorio nel senso esteso del termine, che coincide topograficamente con questa valle. Qui sono distribuiti molti diversi piccoli borghi, ognuno costituito da poche unità abitative, affiancate da stalle,fienili, pollai, forni e fontane: le Vajole, Bruscoli, Prabitto, la Lama, il Mulinello, la Vasellara, Cà di Mastacco, Cà di Pasquino, Cà di Morandi, Cà dè Rossi, Cà di Andrione, Cà dei Bonzi, Cà di Zocc, Cà di Ropi, Cà di Dino, Cà di Bartoletto, la Casetta, il Casone….La gente di queste case sparse ha una sua chiesa, già parrocchiale, la chiesa dei Santi Pietro e Donato di Lognola. Affiancata dal campanile, la canonica e il piccolo cimitero offre inquadrature di poetico, campestre romitaggio da qualunque strada, sentiero, viottolo o cavedagna la si voglia raggiungere. Il suo fascino paesaggistico sta in questo isolamento probabilmente dovuto al fatto che il primitivo edificio chiesastico risalente al 1300 fu costruito a ridosso delle mura di un castello. La parrocchia fu nei secoli restaurata più volte, negli anni: 1687, 1733, 1845, 2007. La chiesa continua a mostrarsi tutt’oggi nella sua suggestiva distanza dagli abitati, distanza più topologica che topografica, cioè più psicologica che metrica, quasi un eremo o un santuario che per essere raggiunto chiede comunque al fedele un distacco dal via vai delle faccende quotidiane, come ad intraprendere un sia pur breve pellegrinaggio. Risalgono tra la fine dell’800 e l’inizio del 900 i tramandi di memorie e tradizioni orali che ci narrano come la chiesa di Lognola fosse effettivamente meta di pellegrinaggi, secondo due sorprendenti manifestazioni, molto diverse, tanto che occorrerà parlarne separatamente. Non solo per ragioni cronologiche parlerò per prima di Santa Liberata e del suo culto popolare. Sull’altare della ca****la a destra è esposta dal 1893 un’immagine scultorea a tutto tondo di Santa Liberata di Como. Un’altra di minori dimensioni è nella sacrestia; fu acquistata nel 1961 in una bottega di scultori di Ortisei; questa, più leggera, nel giorno della festa, la seconda domenica di settembre, viene portata processionalmente a spalla un po’ in salita, su per il monte fino alla Casetta. Le tradizioni orali ci raccontano di quanto viva e sentita era la tradizione di recarsi a chiedere l’intercessione della santa per la salute dei neonati e dei lattanti e, per estensione, delle puerpere, delle giovani spose e madri. I devoti - o meglio “le devote” - giungevano dalle campagne vicine e anche dalle altre parrocchie. “ Venivano fin dalla toscana”, mi raccontano. Erano pellegrinaggi individuali e occasionali. Se le malattie e le difficoltà non permettevano il viaggio a piedi si mandava un familiare. Mi racconta Valentino, un mio coetaneo, che finalmente vide il fratellino riattaccarsi al seno materno dopo che fu mandata una sua camiciola a benedire da Santa Liberata. Il confine fra superstizione e devozione è imperscrutabile, naturalmente sta nella coscienza d’ognuno, ma è certo che i segni e i simboli di questa devozione puntano verso significati più alti. Ad esempio: i brevini di Santa Liberata benedetti a Lognola, cuciti negli abiti dei bimbi per proteggerli dai mali e dal Male, erano dei cuscinetti di tessuto contenenti un pezzetto di breve o breviario -la parola del Vangelo - un po’ di cera e un po’ di ulivo benedetti, simboli pasquali di un rinnovo battesimale quasi confermato ed esteso perpetuamente nel vissuto quotidiano del bambino. Alla chiesa di Lognola oltre alla partecipazione alla messa e ai sacramenti il rito particolare consisteva in una benedizione impartita dal parroco. Un antico reliquiario a forma di “pace”, cioè fornito di una maniglia posteriore utile sia per un’ostensione nel gesto benedicente sia per portare le reliquie verso le labbra del devoto, fa risalire questa devozione a diversi secoli fa. I cartigli nella piccola teca ci dicono che le reliquie sono di Santa Liberata e Santa Faustina, cioè delle due sorelle che secondo la tradizione nel secolo VI fondarono presso Como il monastero di Santa Margherita. Quella di Lognola quindi da sempre è la santa Liberata di Como, ben distinta anche nella sua iconografia in abiti benedettini dall’altra più misteriosa Santa Liberata crocifissa o Santa Wilghefortis, anche se fra questi culti molteplici intersezioni hanno dato vita a complicate vicende agiografiche. Se proprio volessimo fare ipotesi sull’origine del culto a Santa Liberata in queste terre mi piacerebbe pensare a qualche connessione con quello più antico per Santa Margherita di Antiochia. Il collegamento è suggerito dall’idea che certamente Liberata era devota a Margherita avendole dedicato il monastero a Como e, forse per un sodalizio tutto femminile, ne ha assunto la proprietà taumaturgica di proteggere le partorienti, inoltre, forse non è un caso, non molto distante da Lognola esisteva la chiesa di Santa Margherita di Frassincò, che gli storici fanno risalire alla seconda meta del 1200. Le testimonianze orali che giungono fino a noi fanno capo alla figura di don Alberto Calzolari, parroco a Lognola dal 1893 al 1936. Un’immagine fotografica ce lo mostra come apicoltore, semplice, austero e sereno fra le arnie del suo allevamento di api. Negli anni del suo pacifico servizio sacerdotale a Lognola si inseriscono nuovi eclatanti fatti che portano la nostra vecchia e sperduta chiesa a contatto con la storia moderna d’Italia. Questo fu per volontà di un parrocchiano, certo Assuero Ruggeri di Cà dei Rossi. Nato in famiglia benestante studiò da avvocato e fece fortuna presso la corte di papa leone XIII e Papa Pio X, come “cameriere di spada e cappa”. A Roma non dimenticò mai la sua Lognola e forte degli studi fatti e della sua particolare posizione cercò in molti modi di portare benefici alla sua terra di origine. In particolare si adoperò per rimettere in sesto le vecchie strade franose che portano alla nostra chiesa e soprattutto ideò una sorta di gemellaggio fra la nostra chiesetta isolata e la basilica di San Pietro a Roma. In primo luogo fece sì che la chiesa che aveva per patrono san Donato venisse dedicata anche a all’apostolo Pietro, ottenendo in questo modo particolari privilegi per la medesima, in termini di indulgenze e di altri benefici spirituali. A tangibile dimostrazione pose a destra dell’altare maggiore una riproduzione in scala ridotta della cattedra di San Pietro, ossia di quella scultura raffigurante il primo papa della storia che nella basilica romana si trova allo stesso modo a destra dell’altare maggiore a cui tutti pellegrini si avvicinano per baciare il piede in segno di devozione e per pregare, ottenendo così speciali indulgenze. Allo stesso modo la statua in miniatura di Lognola era in bronzo, protetta da un baldacchino, ornata da una lampada pensile e da una cimasa con il ritratto di papa Pio IX. Allo stesso modo i pellegrini a Lognola si accostavano all’immagine e seguivano le disposizioni liturgiche per ottenere le medesime importanti indulgenze, come nella basilica vaticana. Con un “Breve” di Pio X la Chiesa di Lognola fu aggregata alla Basilica di S.Pietro e all’Arcibasilica di S. Giovanni in Laterano. Assuero Ruggeri si operò anche per fondare la Pia unione appennina dei devoti di San Pietro, un’istituzione a scopo benefico a favore dei più poveri e sfortunati di queste terre. Il 23 marzo del 1907 il papa Pio X medesimo si iscriveva come primo socio. Il libro d’oro della pia Unione raccoglie una ricchissima documentazione fra cui spiccano i ritratti fotografici di Leone XIII e Pio X e manoscritti relativi a questa vicenda. In una straordinaria parabola del destino la storia religiosa tutta contadina e campestre della nostra chiesetta si interseca con la Storia della Religione, quella con le iniziali maiuscole dei “libri di storia”. Leone XIII fu il papa che guidò la chiesa al momento della caduta del suo potere temporale, fu il papa della Rerum Novarum, l’enciclica che fonda la dottrina sociale della Chiesa. Pio X, Giuseppe Melchiorre Sarto, fu proclamato santo nel 1954. Delle importanti e preziose donazioni fatte a Lognola da questi pontefici in termini di paramenti sacri e arredi liturgici resta ben poco, furti e incendi hanno decimato il patrimonio. Anche la “cattedra di San Pietro” è stata trafugata, a rate successive: prima la statua in bronzo, poi il tronetto in marmo, poi il medaglione pittorico con il ritratto di Pio IX; tuttavia si deve dire che gli anziani che vengono a Lognola nelle giornate che la chiesa è aperta al culto, ancora si accostano alla riproduzione fotografica esposta sotto al baldacchino in uno schermo digitale, con il medesimo atteggiamento devoto che avrebbero di fronte all’immagine vera. Fra le cose rimaste vanno segnalati i preziosi marmi dell’altare maggiore, costruito dai marmisti di San Giovanni in Laterano in Roma su commissione di Assuero Ruggeri e, sempre fatto eseguire dal medesimo Ruggeri per l’anno 1900 è il bel dittico che compone la pala dell’altare con i santi Donato e Pietro, opera di Alberto De Rohden, pittore tedesco operante in Roma a quelle date. Resta anche la antica e bella statua della Madonna del Carmine, posta nell’ altare a sinistra.