Prima della Rivoluzione Francese del 1789 e delle successive campagne napoleoniche, la dinastia dei Borbone regnava negli stessi territori, ma questi risultavano divisi nel Regno di Napoli e nel Regno di Sicilia (ad eccezione dell'isola di Malta che era concessa in feudo al Sovrano Militare Ordine di Malta). Un anno dopo il congresso di Vienna e con il Trattato di Casalanza, il sovrano Borbone che
prima d'allora assumeva in sé la corona napoletana (al di qua del Faro) come Ferdinando IV, e quella siciliana (al di là del Faro) come Ferdinando III, riunì in un'unica entità statuale il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia, attraverso la Legge fondamentale del Regno delle Due Sicilie dell'8 dicembre 1816, a quasi 400 anni dalla prima proclamazione del Regno Utriusque Siciliae da parte di Alfonso il Magnanimo. Al momento dell'istituzione del Regno delle Due Sicilie la capitale fu fissata in Palermo[senza fonte], ma l'anno successivo fu spostata a Napoli; Palermo però, almeno formalmente, continuò a mantenere dignità di capitale[in che senso formalmente?], essendo considerata appunto "città capitale" dell'isola di Sicilia.[1] Il Regno di Sicilia, nato nel 1130, iniziò ad essere indicato come Regno di Sicilia al di là del faro (o ulteriore) e Regno di Sicilia al di qua del faro (o citeriore, in riferimento al faro di Messina e quindi all'omonimo stretto) nel 1268 quando Carlo I d'Angiò incoranato da papa Clemente IV rex Siciliae,trasferì la capitale a Napoli e la nobiltà siciliana rivendicò per sé tale titolo, appoggiando le istanze di Pietro III di Aragona e dando così inizio alla guerra del Vespro. La pace di Caltabellotta, nel 1302, sancì la fine della guerra e diede la suddetta separazione (secondo gli accordi, alla morte del re aragonese Federico d'Aragona, l'isola sarebbe dovuta tornare agli Angioini, cosa che in realtà non avvenne).[2]
La prima menzione ufficiale del toponimo "Due Sicilie" si ebbe invece quando Alfonso V d'Aragona nel 1443 unificò il Regno di Sicilia ed il Regno di Napoli sotto la corona di Rex Utriusque Siciliae. Dopo la breve parentesi aragonese i due regni tornarono ad essere del tutto indipendenti, uno con capitale Napoli, l'altro con capitale Palermo. Nel 1734 Carlo di Borbone, figlio di Filippo V re di Spagna e di Elisabetta Farnese, portò a termine con successo la conquista militare del Regno di Napoli e del Regno di Sicilia, facendo prima il suo ingresso a Napoli il 10 maggio; il 25 maggio sconfisse gli austriaci a Bitonto e il 2 gennaio 1735 assunse il titolo di re di Napoli "senza numerazione specifica". Quindi completò la Sicilia in luglio 1735 venne incoronato a Palermo re di Sicilia. Mantenne così separati i due regni:in uno (Napoli) regnò con sovranità assoluta come despota illuminato, in Sicilia invece come regime parlamentare, e mantenne e convocò il Parlamento siciliano[3]. Le capitali restarono due, ma mantenne la corte a Napoli. Carlo non ebbe un'effettiva autonomia dalla Spagna fino alla pace di Vienna, nel 1738, con la quale si concluse la guerra di successione polacca. Secondo gli accordi stipulati, l'Austria cedeva a Carlo III di Borbone lo Stato dei Presidii, il Regno di Napoli nonché il Regno di Sicilia, che essa aveva scambiato con la Sardegna nel 1720 a seguito della Pace dell'Aia. Nel 1759, alla partenza di Carlo, divenuto re di Spagna, salì al trono all'età di soli 8 anni Ferdinando. Principali esponenti del Consiglio di Reggenza furono Domenico Cattaneo Della Volta, principe di San Nicandro, e il marchese Bernardo Tanucci. Durante la reggenza, come nel periodo successivo, fu principalmente il Tanucci ad avere in mano le redini dei due regni ed a continuare le riforme iniziate in età carolina. La reggia di Caserta
Nel 1768 Ferdinando sposò Maria Carolina, figlia dell'imperatrice Maria Teresa e sorella della regina di Francia Maria Antonietta. La nuova regina (in forza di una specifica clausola dei patti matrimoniali che le consentiva di partecipare al Consiglio di Stato dal giorno della nascita dell'erede al trono) partecipò attivamente, a differenza del marito, al governo del regno. I francesi erano già entrati in Italia nel 1796 con Napoleone Bonaparte, che era riuscito facilmente ad aver ragione delle armate austriache e dei deboli governi locali. Il 22 dicembre 1798 il re abbandonò il Regno di Napoli per rifugiarsi a Palermo (dove rimase fino al 1802), lasciando la città di Napoli praticamente indifesa. Ferdinando I, Maria Carolina e la famiglia reale napoletana
Il 22 gennaio 1799 (per alcuni il 21), mentre i lazzari ancora combattevano, i giacobini napoletani (tra i quali Mario Pagano, Francesco Lomonaco, Michele Granata, Domenico Cirillo, Nicola Fasulo, Carlo Lauberg, Giuseppe Logoteta) proclamarono la repubblica. La Repubblica Napoletana non ebbe lunga vita, travolta dalla reazione europea e incapace di garantirsi l'adesione dei ceti popolari e delle province non occupate dall'esercito francese. Gioacchino Murat re di Napoli
La linea blu indica l'avanzata delle truppe napoletane al nord durante la guerra austro-napoletana
Il successivo quinquennio vide il governo borbonico dei due regni seguire una politica altalenante nei confronti della Francia napoleonica che, per quanto ormai egemone sul continente, rimase sostanzialmente sulla difensiva sui mari: questa situazione non consentì al regno napoletano - strategicamente posizionato nel Mediterraneo - di mantenere una stretta neutralità nel conflitto a tutto campo tra inglesi e francesi. Dopo la vittoria di Austerlitz del 2 dicembre 1805, Napoleone occupò nuovamente con le sue truppe il reame di Napoli, dichiarando decaduta la dinastia borbonica e nominando suo fratello Giuseppe Bonaparte re di Napoli. A Giuseppe Bonaparte, nel 1808 destinato a regnare sulla Spagna (per un gioco del caso al posto del fratello di Ferdinando, Carlo IV), successe Gioacchino Murat. Murat regnò sino al maggio 1815, riprendendo per sé il titolo di Re delle Due Sicilie, cancellando l'autorità amministrativa del Regno di Sicilia, che non aveva potuto conquistare, e accentrando il potere in un unico stato con capitale Napoli.[4] Ferdinando, rifugiatosi per la seconda volta a Palermo nel 1806 a causa dell'invasione francese, trovò un'atmosfera tutt'altro che festosa, non volendo il popolo siciliano sottostare al suo predominio. Dovette ben presto fare i conti con la politica britannica, volta a trasformare l'isola in un protettorato[senza fonte] (come nel frattempo già avvenuto con Malta). Il re, nel 1810, riunì il Parlamento siciliano, domandando personalmente aiuti adeguati per la salvaguardia del regno minacciato dai francesi, ma la rivolta esplose nell'isola. Lord William Bentinck, comandante delle truppe britanniche in Sicilia, impose a Ferdinando di promulgare la Costituzione siciliana del 1812, mentre il figlio Francesco venne nominato reggente, il 16 gennaio 1812, e un nuovo governo fu insediato con i notabili siciliani. Solo nel 1815 poterono tornare a Napoli. Il secondo ritorno di Ferdinando a Napoli non fu caratterizzato da repressioni. Il sovrano mantenne gran parte delle riforme attuate dai francesi (fu però, ad esempio, abolito il divorzio), incluse le norme del Codice Napoleonico adottato durante il decennio francese, che venne ribattezzato "Codice per lo Regno delle Due Sicilie". Unico taglio di rilievo con il periodo napoleonico si ebbe nei rapporti con la chiesa, che tornò ad occupare un ruolo di primo piano nella vita civile del regno.[5] Questo processo di "amalgama" venne gestito dal primo ministro Luigi de' Medici, il quale mirava a fondere in un unico ceto il personale politico e burocratico di epoca murattiana con quello borbonico, volendo guadagnare il primo alla causa della monarchia restaurata.[6] La politica di assolutismo riformistico condotta dal governo napoletano del Medici portò inoltre all'effettiva unificazione delle province napoletane con quelle siciliane. Dopo il congresso di Vienna ed il trattato di Casalanza (20 maggio 1815), l'8 dicembre 1816, Ferdinando IV riunì in un unico Stato i regni di Napoli e Sicilia con la denominazione di Regno delle Due Sicilie, abbandonando per sé il nome di Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia ed assumendo quello di Ferdinando I delle Due Sicilie. Tale atto ebbe, tra l'altro, la conseguenza di privare di fatto la Sicilia della Costituzione promulgata dallo stesso Ferdinando nel 1812. Pubblicazione ufficiale del Regno delle Due Sicilie
Diploma da carbonaro, 1820
Sino al Congresso di Vienna il Regno di Sicilia, rappresentato dal Parlamento Siciliano, aveva mantenuto una propria indipendenza, nonostante l'unione personale (ovvero unico re per due regni) con il Regno di Napoli; nei fatti i due regni erano indipendenti l'uno dall'altro. L'atto venne visto dalla classe politica siciliana come un affronto verso quello che ininterrottamente, e da circa 600 anni, era stato un regno indipendente a tutti gli effetti.[7] Quasi immediatamente ebbe inizio una campagna anti-borbonica, accompagnata da una propaganda dell'identità siciliana, soprattutto per azione delle élite aristocratiche di Palermo. Anche la capitale del nuovo regno, inizialmente fissata a Palermo[senza fonte], nel 1817 fu spostata a Napoli.La restaurazione, benché condotta in maniera riformistica[senza fonte] e con un approccio opposto rispetto al 1799, in ultima analisi non riuscì a colmare il distacco fra la monarchia borbonica ed i ceti più progrediti apertosi nel 1799, anzi, finì per estenderlo anche alla classe dirigente siciliana. Questa situazione contribuì a creare un terreno fertile al diffondersi di società segrete, che reclutavano adepti in larghi strati della borghesia del reame. Tra le più importanti società segrete del tempo vi era la Carboneria, i cui adepti erano uniti da un comune desiderio di rinnovamento che