17/01/2026
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Usare il linguaggio per contrastare le discriminazioni non significa solo “scegliere le parole giuste”, ma assumersi una responsabilità situata.
Il linguaggio non è uno strumento neutro di comunicazione, ma una pratica performativa e incarnata, in cui parole, posture, spazi, rituali e immagini concorrono a costruire identità, ruoli, possibilità e relazioni.
Questi effetti non si danno però in astratto. Il linguaggio agisce, difatti, sempre dentro contesti specifici attraversati da asimmetrie di potere, competenze differenti e responsabilità non equivalenti. È proprio in questa dimensione situata che pratiche linguistiche apparentemente neutre possono diventare veicoli di esclusione o violenza simbolica. Si pensi, ad esempio, all’uso di espressioni come «conta solo il merito» o «non guardiamo alle differenze, trattiamo tutti allo stesso modo». Formulazioni di questo tipo si presentano come eque, ma, se calate in contesti segnati da asimmetrie strutturali di genere, ruolo o accesso alle risorse, finiscono per invisibilizzare tali differenze e per legittimare lo status quo.
Una rilettura situata di queste pratiche linguistiche consente invece di interrogare chi può accedere a quel “merito”, a quali condizioni e a partire da quali posizionamenti. In questo senso, il linguaggio non viene corretto, ma ricalibrato in relazione ai contesti e agli effetti che produce.
Assumere il linguaggio come pratica situata diventa allora una condizione necessaria per contrastare disuguaglianze senza scivolare nel relativismo, poiché permette di tenere insieme attenzione alle differenze, responsabilità etica e trasformazione delle relazioni.
Non tutte le interpretazioni sono però legittime, né tutte le opinioni hanno lo stesso peso in ogni contesto. Mettere sullo stesso piano un’opinione generica e il sapere professionale o esperienziale di chi è direttamente coinvolto non è apertura, ma una mancata valorizzazione delle differenze, delle competenze e delle responsabilità.
Allo stesso tempo, centralizzare la persona non equivale a legittimare l’arbitrio individuale, ma riconoscere i posizionamenti, le competenze e le esperienze incarnate, assumendo consapevolmente il peso delle proprie parole rispetto agli effetti che producono sugli altri.
Da qui una conseguenza spesso fraintesa: l’apertura linguistica ha dei limiti etici. Discorsi e pratiche che generano esclusione, discriminazione o violenza non possono essere giustificati in nome della libertà espressiva. Non tollerare l’intolleranza non è quindi censura, ma interrompere la reiterazione di pratiche che feriscono.
Il linguaggio diventa così uno spazio di continua riarticolazione, che contribuisce a costruire ambienti di lavoro più o meno abitabili, relazioni più o meno giuste, organizzazioni più o meno capaci di riconoscere la complessità delle persone che le attraversano.
In definitiva, lavorare sul linguaggio significa lavorare sulle condizioni stesse dell’equità.
Usare il linguaggio per contrastare le discriminazioni non significa solo “scegliere le parole giuste”, ma assumersi una responsabilità situata. Il linguaggio non è uno strumento neutro di comunicazione, ma una pratica performativa e incarnata, in cui parole, posture, spazi, rituali e immagini...