01/06/2026
📌 L’editoriale di Tracce di giugno
EDITORIALE
Il primo compito
L’educazione è il modo più semplice e profondo con cui una persona cresce. Don Giussani la definì «introduzione alla realtà totale»: una scoperta, una ricerca di significato, una capacità di addentrarsi nell’intimo della realtà e quindi di sé. È un processo di apertura: permette a ciascuno di orientarsi nella realtà, di riconoscere ciò che fa vivere e di diventare pienamente se stessi. È un movimento che nasce da relazioni vere, da adulti che accompagnano, da contesti che custodiscono e rilanciano.
Proprio per questo movimento intrinseco al compito formativo, l’educazione è anche un impegno sociale, un modo per costruire una convivenza diversa in tutti gli ambienti in cui si dipana la vita. «L’idea fondamentale di una educazione rivolta ai giovani», osservò Giussani ne Il rischio educativo, «è il fatto che attraverso di essi si ricostruisce una società; perciò il grande problema della società è innanzitutto educare i giovani (il contrario di quel che avviene adesso). Il tema principale, per noi, in tutti i nostri discorsi, è l’educazione: come educarci, in che cosa consiste e come si svolge l’educazione, un’educazione che sia vera, cioè corrispondente all’umano».
Di conseguenza, nessuno educa o viene educato in solitudine. «Le capacità che sono in noi non solo non si sono fatte da sé, ma anche non si traducono in atto da sole. Ogni capacità umana deve essere provocata, sollecitata per mettersi in azione», scrive ancora don Giussani in Il senso di Dio e l’uomo moderno. La nostra originale umanità si attua solo nell’incontro con gli altri, nell’immanenza a una comunità. È quel che dice un proverbio africano rilanciato da papa Francesco e fatto proprio da numerose realtà educative: “Per educare un figlio ci vuole un villaggio”.
È un lavoro silenzioso e sconfinato, il primo compito per chi abbia incontrato un Avvenimento che coinvolge la vita e la cambia. È determinante per la comunicazione della fede, e al tempo stesso è il problema per il presente e il futuro di una società come quella di oggi: sfilacciata, nichilista, priva di un centro di positività attrattiva che illumini tutta l’esistenza.
Siamo iperconnessi, eppure profondamente soli, immersi in una dinamica che produce ansia e insoddisfazione e può degenerare in violenza o nell’isolamento radicale. Questa emergenza riguarda i ragazzi come gli adulti, i quali faticano ad assumersi una responsabilità stabile e a comunicare un senso alla vita.
Se il contesto è questo, esistono però persone, luoghi, esperienze condivise in cui i giovani – così come gli adulti che non li lasciano soli – rendono possibile il fiorire dell’umano, magari lontano dai riflettori della cronaca, ma non per questo in modo meno reale. Guardare e documentare queste realtà è dare voce a un principio di cambiamento effettivo. Quando questo accade, non fiorisce solo l’individuo: è una speranza per tutti.