06/08/2022
Ti viene concessa la partecipazione all'amore di Gesù buon pastore per tutte indistintamente le pecore, quelle vicine e quelle lontane, quelle che ascoltano e quelle che non ascoltano. Il tutto vissuto con quella serenità di animo, quel buon umore e quella inalterabile fiducia nella grazia di Dio che ha sempre contraddistinto il tuo servizio pastorale e che ti viene riconosciuta dal Papa nella bolla di ordinazione, quando dice: "O figlio diletto, ti esortiamo ardentemente in Cristo, Principe dei pastori, a rinnovare e a incrementare tutto lo zelo pastorale che già hai avuto modo di dimostrare nel tuo ministero, insieme a tutte le virtù sacerdotali e pastorali di cui hai già fato prova, impegnandoti con ogni sforzo nella cura della Chiesa milanese che ti viene partecipata". Nella globalità della Chiesa milanese tu sei chiamato a coadiuvare l'arcivescovo soprattutto nell'ambito della città di Milano, delle sue parrocchie, delle sue istituzioni religiose e civili, dei suoi movimenti di pensiero e di grazia, delle sue iniziative e del suo sviluppo. Per questo dovrai promuovere, con tutta l'autorevolezza del tuo mandato episcopale, una presenza significativa della Chiesa nella metropoli, presenza espressa non anzitutto in termini quantitativi, ma basata su valori affermati e vissuti e sulla mutua conoscenza, riconoscimento e collaborazione di tutte le forze vive che operano in favore della dignità della persona e con lo sguardo aperto a orizzonti di senso, senza escludere gli orizzonti della vita che non muore. Si tratta di operare per una vita buona nella città, per una esistenza ricca di significati, aperta all'amicizia e alle sinergie, con uno stile accogliente e fraterno. La terza lettura, dal vangelo secondo Giovanni, indica l'atteggiamento fondamentale che dovrà caratterizzare tutto il tuo ministero episcopale, cioè l'amore a Gesù e l'obbedienza al suo mandato pastorale: "Pietro, mi vuoi bene...pasci le mie pecorelle". E' ciò che già sottolineava l'arcivescovo Giovanni Colombo nella omelia della tua ordinazione presbiterale, quando diceva: "Il prete è incaricato di salvare le anime. Ma che significa salvare le anime? Semplicemente questo: portarle in Dio. Tutto ciò esige una singolare purezza, soprattutto di cuore. Una purezza che nessuno può essere sicuro di possedere, se il suo cuore non è tutto pieno dell'amore di Cristo. Solo chi ama perdutamente il Pastore può condurre il gregge ai pascoli della salvezza. Ce lo conferma Cristo quando dice a Pietro: Mi ami tu? Pasci le mie pecorelle". La seconda lettura ricorda a tutti noi, vescovi, presbiteri, diaconi, religiosi e fedeli, che abbiamo questo tesoro in vasi di creta, che siamo tutti umani e fragili e che tutti abbiamo bisogno di grazia e di misericordia. Abbiamo anche bisogno di vita interiore e di raccoglimento affinché, come già indicava l'arcivescovo Colombo, il servitore del vangelo, che non è sorgente, ma canale della grazia "possa...tenere almeno un poco dell'acqua di vita che convoglia verso le anime! Anch'egli ne ha bisogno come gli altri e più degli altri". Ma san Paolo non trae dal paragone del vaso di creta sensazioni di pusillanimità e di vano timore: anzi egli dice che da ciò deriva, per chi si affida non a se stesso ma alla grazia di Dio, una grande fiducia, un non perdersi mai d'animo. La nostra debolezza è infatti il luogo in cui appare "che questa potenza straordinaria - quella del nostro ministero - viene da Dio e non da noi". Si collega qui l'esortazione che il Papa ti fa, carissimo don Erminio, nella bolla di nomina, quando ti ricorda le ammonizioni che s. Ambrogio rivolgeva a Costanzo, appena eletto vescovo: "Riempi dunque con l'acqua di Cristo il grembo della tua mente, affinché la tua terra ne sia inumidita e irrigata...". La tua ordinazione episcopale, carissimo ordinando vescovo, si colloca al termine di un millennio duro e difficile, segnato da divisioni tra le chiese e da guerre fratricide, fino all'ultima nella vicina Iugoslavia. In questo contesto può assumere un valore simbolico il fatto che ti venga assegnato il titolo di una diocesi in terra d'Albania, in una regione scossa da tremiti di guerra e pervasa da fermenti di speranza. A te viene chiesto, insieme a tutti i vescovi della Chiesa, di introdurre l'umanità in un millennio per il quale imploriamo pace e unità. A te come a tutti i pastori è chiesto un instancabile ministero di riconciliazione e di consolazione, di conforto e di sostegno in quel cammino della vita che per tanti appare duro e pesante, difficile da portare con amore. In questo ministero della consolazione e dell'incoraggiamento tu sarai strumento di tutte quelle grazie che il Signore ha riservato per tempi difficili e oscuri, affinché anche in una società segnata da secolarismo e indifferenza appaia ancora ogni giorno il miracolo di comunità che lodano Dio e proclamano la gioia del vangelo. Dopo un millennio in cui per molti secoli vi fu nel mondo occidentale una pratica identificazione tra Chiesa e società, entriamo in un millennio in cui sempre più sarà manifesto quel ministero di alleanza tra Dio e l'uomo nel quale, alla libera iniziativa di Dio, corrisponde la libera adesione dell'uomo. In questo contesto la proclamazione, con la parola e con la vita, della potenza trasformante del vangelo e della bellezza di un'esistenza secondo le beatitudini potrà far risplendere ancora maggiormente la novità di vita portata da Gesù e la gioia che ne è il frutto. Come ti diceva l'arcivescovo Colombo 35 anni fa, "non c'è gioia al mondo che possa essere comparata a quella che erompe dal sussurro di una delle parole dello Sposo. E quando questa gioia inonda il cuore di un prete (e di un vescovo), allora più niente e più nessuno lo arresta: non il caldo e non il freddo, non l'acqua e non il vento, non la malattia e non la salute, non la povertà e non la ricchezza, non l'umiliazione e non la gloria, non la morte e non la vita. Allora prende il suo bene ovunque lo trova: nella tradizione e nell'innovazione, nelle forme consuete e in quelle aggiornate...; fa quello che si è sempre fatto e osa quello che non si è mai fatto con la prudenza di sempre. Allora una cosa sola gli importa: che lo Sposo cresca e scompaia pure l'amico dello Sposo". Noi qui oggi affidiamo a s. Ambrogio e ai suoi grandi difensori Protaso e Gervaso come a tutti i santi milanesi e a quelli di tutta la cattolicità questo nostro desiderio: che mediante ciò che ora stiamo per compiere cresca in tutti i cuori la presenza gioiosa e rasserenante dello Sposo, del Cristo risorto, che tutti siamo inondati della grazia dello Spirito Santo e ci lasciamo modellare dalla forza dell'amore e del dono che si esprime in questo sacramento, perché la misericordia del Padre per tutti gli uomini sia manifestata e riconosciuta in tutti i cuori.