Mons. Don Erminio De Scalzi

Mons. Don Erminio De Scalzi Vescovo emerito della Basilica di sant'Ambrogio (Milano) ed ex Segretario del Cardinal Carlo Maria M

31/08/2024

Da subito ci era sembrato importante che l’occasione non fosse solo commemorativa. L’anno santo ci fa cogliere che la fiducia in Maria dei nostri padri è ancora attuale». In questa Eucaristia, ha aggiunto, «molte cose hanno avuto un valore simbolico. La porta santa, innanzitutto: ci ricorderà per 401 giorni che Cristo è colui che dobbiamo attraversare, assumendo i suoi pensieri e sentimenti». Altro valore simbolico hanno «le ostie di questa Eucaristia: sono state fatte da alcuni carcerati di Opera. Mani che si sono macchiate di sangue, oggi creano il Pane della vita. È un grido di conversione». Infine, «il calice utilizzato durante la Messa, fatto con oro e preziosi dei fedeli donati a Maria». Mons. Donghi ha anche annunciato di aver ricevuto la comunicazione ufficiale dal Vaticano che Papa Francesco ha invitato i trevigliesi e i castelrozzonesi a un’udienza speciale sabato 23 aprile alle ore 12 in Vaticano, il sabato dopo Pasqua. Nei prossimi giorni saranno date le informazioni per le iscrizioni: l’idea è, per i 500 anni del Miracolo, di portare a Roma almeno 500 fedeli. Ci sarà comunque spazio per tutti: la sala dell’udienza ospita fino a 7mila persone.

31/08/2024

MONS. ERMINIO DE SCALZI HA APERTO LA PORTA SANTA DEL SANTUARIO
Mercoledì 8 dicembre alle ore 16 nel Santuario Madonna delle Lacrime di Treviglio è stata aperta la “porta santa”.
La celebrazione è stata presieduta dal vescovo mons. Erminio De Scalzi, abate della basilica di Sant’Ambrogio a Milano e vescovo ausiliario dell’Arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini. Dopo i riti introduttivi, il vescovo si è recato per l’apertura della porta sul sagrato del santuario di via fratelli Galliari, sotto una suggestiva nevicata. La Messa, che ha visto anche la presenza delle autorità cittadine, è stata concelebrata da mons. Norberto Donghi, da tutti i sacerdoti della Comunità pastorale e da diversi religiosi della città Nell’omelia, dopo aver salutato le autorità sedute nelle prime panche del Santuario e dopo aver ringraziato il prevosto, mons. Norberto Donghi, per l’invito alla celebrazione, De Scalzi ha detto che «con questa celebrazione, Treviglio entra in un particolare tempo di grazia. Quest’anno si ricorda il 500enario del Miracolo della Madonna delle Lacrime che è venerata in questo Santuario in una tradizione plurisecolare che supera anche i confini della città di Treviglio e della diocesi di Milano». Per ricordare quel pianto che salvò la città dalla distruzione, ha aggiunto, «Papa Francesco, cui va tutta la nostra gratitudine, ha voluto dare alla città per l’anno giubilare il dono dell’indulgenza per dischiudere a tutti i fedeli il tesoro della misericordia di Dio». Il giubileo sarà «un evento eminentemente spirituale che ci chiede una fede personale sempre più convinta. Sarà un anno ricco di eventi ecclesiali e civili che ci aiuteranno a vivere un cammino di speranza per futuro». In particolare, dopo «l’inedita tribolazione della pandemia che ha travolto la nazione e in particolare a Treviglio ha fatto molte vittime. Ci auguriamo che abbia fine e l’anno santo contribuisca a dare a tutti un desiderio di futuro e novità». L’apertura della porta santa in Santuario, ha aggiunto, «è un simbolo forte. Chiunque entrerà da quella porta si soffermerà in silenzio in preghiera, riceverà la Riconciliazione e l’Eucaristia, sperimenterà la paternità di Dio, senza la quale la fraternità degli uomini non ha ragionevole sostegno. Verremo qui in Santuario per un colloquio sincero e affettuoso con il Signore, nella consapevolezza che trovare il tempo per il Signore è crescere in umanità, cosa di cui noi e la società abbiamo bisogno». La presenza di una porta, ha detto De Scalzi, «implica l’entrare e l’uscire. Entrare significa trovare accoglienza, il calore di una casa, l’affetto di un abbraccio con Dio, specie per chi manca da tempo da questa casa. Poi però occorre uscire per riprendere il cammino con l’impegno di rinnovare il proprio stile di vita e renderlo sempre più evangelico. Sperimentata la misericordia di Dio, questa va portata nella vita di tutti i giorni». Perché, ha aggiunto, «nessun rito ci può dispensare dall’amare. Nessuno può dispensarsi dall’uscita della porta, pena rendere l’ingresso un rito vuoto». In questo, «ci aiuta Maria, che oggi la liturgia ricorda all’inizio della sua esistenza quando è preservata da ogni macchia di peccato. L’immacolata concezione è lo spazio umano intatto, incontaminato dal male e dal peccato che accoglie in questo mondo il figlio di Dio». Siamo chiamati «a sostare in contemplazione davanti a Maria, creatura splendida e bella oltre ogni paragone. Non bella della bellezza transitoria che spesso viene cantata dal mondo, ma sostanziale, interiore, che però credo abbia avuto il suo riflesso anche nel volto di questa donna di Nazareth». «Di questa bellezza abbiamo tutti bisogno. Una bellezza che appartenga innanzitutto alle nostre vite, ai nostri ambienti dove spesso regna il degrado, alle nostre chiese. Voi di Treviglio siete fortunati ad avere un santuario così bello, ma la bellezza appartenga soprattutto alle relazioni». In questo tempo di pandemia, ha aggiunto, «il virus ha trasformato profondamente le nostre relazioni, ma abbiamo capito quanto siano importanti gli altri, gli affetti. Le relazioni ci sono mancate come l’aria, come il respiro. Questa festa diviene allora occasione per noi di essere consolati, indennizzati dallo squallore di certo mondo, dalle bruttezze che di questi tempi feriscono i nostri sguardi e i nostri cuori». Oggi, ha concluso, «ognuno di noi viene come guidato a guardare le proprie capacità di generosità e bontà che Dio ha nascosto in ogni uomo. Dio ha creato l’uomo capace di un immenso bene. Il bene è possibile, il male non è invincibile». E dunque la Madonna «e in particolare la Madonna delle Lacrime invita stasera tutti a purificare il cuore e a prepararci ad essere, in questo anno giubilare, degna dimora che accoglie il Signore Gesù». Alla conclusione della Celebrazione Eucaristica, il parroco della Comunità pastorale Madonna delle Lacrime di Treviglio e Castel Rozzone, mons. Norberto Donghi, ha ringraziato il vescovo e ricordato che «da subito ci è parso che l’evento dei 500 anni non si potesse esaurire nel breve tempo della Novena e della festa, non nel 2022.

18/05/2023

IO GESTISCO LA PAGINA DI MONS. ERMINIO DE SCALZI CHE ERA UN CARISSIMO AMICO DI MIO PAPA' E HO UNO STRETTO CONTATTO CON LUI E NON MI PIACE ESSERE ACCUSATA DA PERSONE CHE SCRIVONO CHE A MONS. DE SCALZI NON RISULTI, PROSSIMAMENTE LO AGGIORNERO' CON UNA TELEFONATA PRIVATA

06/05/2023

Oggi la nostra preghiera si fa intercessione per gli uomini e le donne di questa città. Questo si ricordino e non dimentichino che l'occupazione più alta della vita è occuparsi di Dio. E' indubbio che nel mondo contemporaneo, pluralista e secolarizzato, la Chiesa può dare ragione della sua speranza in proporzione alla maturità di fede degli adulti, cioè di cristiani sostenuti da una fede personale, perchè oggi bisogna scegliere di essere cristiani, non si può più esserlo per tradizione soltanto. Occorre una fede personale, autonoma, che rimane salda, anche davanti al venir meno di quelle impalcature che tenevano in piedi una fede ereditata. Sull’affermazione del primato di Dio si gioca oggi la fedeltà della Chiesa al Vangelo, la sua credibilità tra gli uomini. Viene allora da chiederci : è la nostra Chiesa ancora capace nei suoi ministri, nelle sue istituzioni, di testimoniare questo primato di Dio, di coltivare l'arte della vita spirituale? Quale esperienza di Dio fanno i cristiani nella nostra comunità? Quale conoscenza di Dio trasmettono le nostre chiese con la loro testimonianza? San Colombano, uomo del primato di Dio ed esempio di vero credente, ci doni di rispondere a questi interrogativi in maniera positiva e con la concretezza della nostra vita di fede

06/05/2023

OMELIA DI MONS. ERMINIO DE SCALZI ABATE DI SANT’AMBROGIO IN OCCASIONE DEL SOLENNE PONTIFICALE PER LA FESTA PATRONALE DI SAN COLOMBANO
Cosa che si ripete ancora in questo nostro tempo, in cui parliamo di nuova evangelizzazione e sappiamo quanta difficoltà, oggi, abbiamo nell'evangelizzare e portare l'annuncio del Vangelo, ma sappiamo anche quanti agganci, quante chances ha ancora questo annuncio. Vorrei sottolineare la parola che c'è in questa lettera: "gratuitamente" annunciate il Vangelo. Questo "gratuitamente” richiama la parola di Gesù, il quale afferma: "gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date" (Mt 10,8). Alla donazione libera di Dio deve corrispondere la donazione libera del credente. Non tutti i cristiani sono chiamati alla predicazione del Vangelo, certo non tutti sono missionari a vita, ma tutti dobbiamo essere missionari con la nostra vita. Non tutti sono chiamati ad essere predicatori del Vangelo, ma tutti siamo chiamati a viverlo e a irradiarlo, donandoci gratuitamente ai fratelli e contribuendo gratuitamente all'edificazione della chiesa e della propria comunità parrocchiale. E’ un secondo insegnamento molto importante, perché oggi c'è la tendenza di ridurre ogni impegno al funzionalismo. I1 “gratuitamente” è una caratteristica della fede. La totalità della fede e dell'amore, che nella prima lettura era considerata soggettivamente nella decisione del credente, ora è vista nella missione che dalla fede e dall'amore nasce. Dice Paolo: " mi sono fatto tutto a tutti" (1 Cor 9,22). Infine, il brano di Vangelo. Questa pagina dice la radicalità con cui Gesù vuole che noi lo seguiamo. Il Signore vuole discepoli decisi, liberi, leggeri per i quali anche gli affetti e i rapporti più sacri non sono un assoluto, per i quali viene prima di ogni altra cosa il regno di Dio. Voi lo sapete: l'uomo è fatto per Dio, la sua felicità piena sta solo nella comunione con Lui, comunione nella quale poi recupera tutti gli altri affetti e tutte le altre realtà. Si direbbe, se abbiamo ascoltato bene il Vangelo, che Gesù faccia di tutto per scoraggiare i tre che intendono seguirlo lungo la strada. Ma voi lo sapete, Gesù è esigente, non è intransigente! No, Gesù non spegne il loro entusiasmo, ma li vuole liberare dalle illusioni. Per la vocazione al regno è necessaria una scelta radicale e senza ritorno. E' necessario il distacco dalle cose, dagli appoggi e dalle sicurezze umane. Dice: " il Figlio dell'Uomo non ha dove posare il capo" (Lc 9,58). La pretesa di Gesù è quella di chi sa di essere il valore assoluto davanti al quale tutto il resto è secondario, anche gli affetti familiari. Per l'evangelizzatore non c'è spazio per ripensamenti, nostalgie, rimpianto di ciò che ha lasciato, occorre invece sia felice di quanto ha trovato. Nessuno dei tre discepoli che lui ha chiamato, o che si sono proposti, costituisce l'ideale perfetto del discepolo, perché ognuno di loro ha presentato delle riserve, ha posto delle condizioni. San Colombano è stato invece quel perfetto seguace di Gesù che ha aderito al Signore senza compromessi o mezze misure. Per la vostra città il vostro patrono San Colombano ha rappresentato e deve rappresentare un motivo di identificazione con questi valori da lui esemplarmente vissuti. Tra i valori da lui esemplarmente vissuti il primo fra tutti, quello fondamentale, è la testimonianza del primato di Dio nella vita personale e nella ricerca di un'ordinata convivenza civile. Testimoniare questo primato è il compito più alto che i credenti possono assolvere in questo momento di profondo cambiamento non solo religioso ma anche civile e culturale

05/05/2023

Come amministratrice della pagina ho poco tempo per aggiornarla mi scuso

06/08/2022

Vorrei rileggere brevemente insieme le tre letture bibliche che sono state proclamate in questa messa, per capire in quale modo la figura di San Colombano ci illumina nella nostra preparazione al Giubileo. Innanzi tutto la prima lettura, dal libro della Genesi, che racconta la vocazione di Abramo. Nato nel paese di Ur dei Caldei, nella bassa Mesopotamia, Abramo era migrato con la famiglia nel Paese di Canaan, a nord ovest della Mesopotamia, fino a Carran, e lì si era stabilito. Questa è forse la prima migrazione verso la terra promessa, simbolo di quella nuova terra e di quei nuovi cieli verso cui tutti noi siamo incamminati. Probabilmente Abramo si trovava bene a Canaan, ma a un tratto il Signore gli disse: "Vattene dal tuo paese, dalla tua patria, dalla casa di tuo padre verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo” (Gen 12, 1-2). Abramo obbedì all'ordine del Signore. L'episodio evoca la partenza del monaco Colombano dalla verde e incantevole isola irlandese che era stata evangelizzata nel secolo V da San Patrizio ed era diventata un fertilissimo vivaio di cristiani maturi, direi anche austeri. Quando nei secoli successivi l'Europa subì l'invasione dei barbari, alcuni missionari irlandesi scesero nelle regioni europee fino in Italia. Il più celebre di questi evangelizzatori è certamente Colombano, che fondò il monastero di Luxeuil in Francia e poi di Bobbio in Italia, dove morirà nel 615. Cose che tutti voi ben sapete! La vocazione di Abramo come quella di Colombano si presenta sostanzialmente come rischio, come pronta decisione, senza sapere dove arriveranno, prevedendo anzi un futuro oscuro. Sono però sicuri che il Signore sarà comunque con loro, quindi si incamminano senza rimpianti e senza esitazioni, nel solo desiderio di seguire il Signore. Sono entrambi esempi di dedizione effettiva e gioiosa alla fede e ci richiamano il senso della vita cristiana come pellegrinaggio, come continuo andare verso il Signore fidandoci di Lui. Questa è la fede. Fidarsi di Dio anche quando, per esempio, il Signore sembra che non sia vicino a noi. Pensate ai momenti di sofferenza: vedete, è facile incoraggiare le persone quando sono nel dolore e noi stiamo bene, ma, per esempio, quando il dolore prende noi e tocca la nostra vita è molto più difficile, in quel momento, pensare che il Signore è con noi. Questa è la fede: fidarci di Lui come Lui si è fidato del Padre quando era sulla croce, come Abramo si è fidato del Signore. La seconda lettura, tratta dalla Prima Lettera ai Corinti, ci propone l'esempio di Paolo, la cui ca**tà apostolica giunge fino alla rinuncia di ogni suo diritto. A partire dal versetto 16 di questa lettera, Paolo spiega che la sua rinuncia trae senso e fecondità dal fatto che predica il Vangelo. Anche San Colombano ha realizzato in pienezza la sua vocazione cristiana donandosi senza misura per la predicazione del Vangelo, nonostante le fatiche, le difficoltà, le avversità che incontrava.

06/08/2022

Chiesa Parrocchiale di San Colombano Abate, venerdì, 21 novembre 1997 Sono molto lieto di trovarmi con voi in questo antico e bellissimo borgo della Chiesa lodigiana e in questa splendida chiesa parrocchiale che conserva preziosi affreschi del Bernardino Campi, l'ammirabile scultura lignea del Crocifisso, le grandi tele sulla vita di San Colombano abate, vostro patrono. Ringrazio quindi il vostro carissimo parroco don Mario Cipelli che mi ha invitato, dandomi l'occasione di ripensare alla figura del grande santo abate irlandese e al suo esempio di fedeltà a Cristo e al Vangelo. Insieme al parroco saluto Mons. Antonio Foieri, Vicario zonale della Diocesi di Torino, Mons. Nino di Stefano, Vicario Generale della Diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino, i parroci e i sacerdoti qui presenti, i rappresentanti delle comunità dedicate a San Colombano, i sigg. sindaci, le autorità civili e militari e tutti voi carissimi fedeli, in particolare questi ragazzi così bravi e così attenti. Mi sono chiesto a quale titolo potrei parlarvi e ho trovato due motivi che giustificano il fatto di aver accolto il gradito invito. Primo, quello d’essere Abate della Basilica di San Ambrogio in Milano, quindi di appartenere a una Diocesi profondamente legata alla Diocesi laudense a partire dai vescovi Bassiano e Ambrogio (voi sapete che Bassiano assistette alla morte di Ambrogio!). Il secondo motivo lo leggo nel fatto che in San Colombano, in questo bellissimo borgo lodigiano, nacque don Carlo Gnocchi, luminosa figura del clero ambrosiano che ha scritto una delle pagine più grandi, più singolari e moderne della Chiesa della Ca**tà. Ho visto che la piazza del vostro paese è dedicata a don Gnocchi. Ma la ragione più vera per la quale ho accolto l'invito, anche per la simpatia con cui mi è stato rivolto, sta nel mio desiderio di partecipare al vostro progetto "Con San Colombano verso il grande Giubileo", che coinvolgerà l'intera diocesi lodigiana e le cui celebrazioni, che si aprono oggi, culmineranno nel 2000 con il pellegrinaggio in Europa sulle orme del santo monaco irlandese. E' un progetto che si colloca nel progetto culturale orientato in senso pastorale voluto dalla CEI, che risponde al forte invito del Papa a prepararci al Terzo millennio della nascita di Cristo ravvivando la nostra fede e la nostra testimonianza missionaria, così che il Giubileo costituisca veramente una nuova primavera di vita cristiana. La vostra comunità vanta una lunga e ricca storia di fede, di tradizioni, di devozioni popolari e proprio per questo il parroco, ho letto, conta molto su di voi per coltivare innanzi tutto una dimensione ecumenica fatta di condivisione e di comunione, per acquisire una nuova e generalizzata coscienza di appartenere alla Chiesa, perché la Chiesa non sono i preti, la Chiesa è questo spettacolo che oggi è qui davanti a me; è il popolo di Dio dentro il quale ciascuno è presente con il suo servizio, il suo ministero e i suoi doni; a livello non solo di percezione intellettuale, ma anche di affettività e spiritualità comunitaria; appartenere alla Chiesa è tornare a comprendere il significato della vocazione del cristiano nel mondo di oggi.

06/08/2022

Ti viene concessa la partecipazione all'amore di Gesù buon pastore per tutte indistintamente le pecore, quelle vicine e quelle lontane, quelle che ascoltano e quelle che non ascoltano. Il tutto vissuto con quella serenità di animo, quel buon umore e quella inalterabile fiducia nella grazia di Dio che ha sempre contraddistinto il tuo servizio pastorale e che ti viene riconosciuta dal Papa nella bolla di ordinazione, quando dice: "O figlio diletto, ti esortiamo ardentemente in Cristo, Principe dei pastori, a rinnovare e a incrementare tutto lo zelo pastorale che già hai avuto modo di dimostrare nel tuo ministero, insieme a tutte le virtù sacerdotali e pastorali di cui hai già fato prova, impegnandoti con ogni sforzo nella cura della Chiesa milanese che ti viene partecipata". Nella globalità della Chiesa milanese tu sei chiamato a coadiuvare l'arcivescovo soprattutto nell'ambito della città di Milano, delle sue parrocchie, delle sue istituzioni religiose e civili, dei suoi movimenti di pensiero e di grazia, delle sue iniziative e del suo sviluppo. Per questo dovrai promuovere, con tutta l'autorevolezza del tuo mandato episcopale, una presenza significativa della Chiesa nella metropoli, presenza espressa non anzitutto in termini quantitativi, ma basata su valori affermati e vissuti e sulla mutua conoscenza, riconoscimento e collaborazione di tutte le forze vive che operano in favore della dignità della persona e con lo sguardo aperto a orizzonti di senso, senza escludere gli orizzonti della vita che non muore. Si tratta di operare per una vita buona nella città, per una esistenza ricca di significati, aperta all'amicizia e alle sinergie, con uno stile accogliente e fraterno. La terza lettura, dal vangelo secondo Giovanni, indica l'atteggiamento fondamentale che dovrà caratterizzare tutto il tuo ministero episcopale, cioè l'amore a Gesù e l'obbedienza al suo mandato pastorale: "Pietro, mi vuoi bene...pasci le mie pecorelle". E' ciò che già sottolineava l'arcivescovo Giovanni Colombo nella omelia della tua ordinazione presbiterale, quando diceva: "Il prete è incaricato di salvare le anime. Ma che significa salvare le anime? Semplicemente questo: portarle in Dio. Tutto ciò esige una singolare purezza, soprattutto di cuore. Una purezza che nessuno può essere sicuro di possedere, se il suo cuore non è tutto pieno dell'amore di Cristo. Solo chi ama perdutamente il Pastore può condurre il gregge ai pascoli della salvezza. Ce lo conferma Cristo quando dice a Pietro: Mi ami tu? Pasci le mie pecorelle". La seconda lettura ricorda a tutti noi, vescovi, presbiteri, diaconi, religiosi e fedeli, che abbiamo questo tesoro in vasi di creta, che siamo tutti umani e fragili e che tutti abbiamo bisogno di grazia e di misericordia. Abbiamo anche bisogno di vita interiore e di raccoglimento affinché, come già indicava l'arcivescovo Colombo, il servitore del vangelo, che non è sorgente, ma canale della grazia "possa...tenere almeno un poco dell'acqua di vita che convoglia verso le anime! Anch'egli ne ha bisogno come gli altri e più degli altri". Ma san Paolo non trae dal paragone del vaso di creta sensazioni di pusillanimità e di vano timore: anzi egli dice che da ciò deriva, per chi si affida non a se stesso ma alla grazia di Dio, una grande fiducia, un non perdersi mai d'animo. La nostra debolezza è infatti il luogo in cui appare "che questa potenza straordinaria - quella del nostro ministero - viene da Dio e non da noi". Si collega qui l'esortazione che il Papa ti fa, carissimo don Erminio, nella bolla di nomina, quando ti ricorda le ammonizioni che s. Ambrogio rivolgeva a Costanzo, appena eletto vescovo: "Riempi dunque con l'acqua di Cristo il grembo della tua mente, affinché la tua terra ne sia inumidita e irrigata...". La tua ordinazione episcopale, carissimo ordinando vescovo, si colloca al termine di un millennio duro e difficile, segnato da divisioni tra le chiese e da guerre fratricide, fino all'ultima nella vicina Iugoslavia. In questo contesto può assumere un valore simbolico il fatto che ti venga assegnato il titolo di una diocesi in terra d'Albania, in una regione scossa da tremiti di guerra e pervasa da fermenti di speranza. A te viene chiesto, insieme a tutti i vescovi della Chiesa, di introdurre l'umanità in un millennio per il quale imploriamo pace e unità. A te come a tutti i pastori è chiesto un instancabile ministero di riconciliazione e di consolazione, di conforto e di sostegno in quel cammino della vita che per tanti appare duro e pesante, difficile da portare con amore. In questo ministero della consolazione e dell'incoraggiamento tu sarai strumento di tutte quelle grazie che il Signore ha riservato per tempi difficili e oscuri, affinché anche in una società segnata da secolarismo e indifferenza appaia ancora ogni giorno il miracolo di comunità che lodano Dio e proclamano la gioia del vangelo. Dopo un millennio in cui per molti secoli vi fu nel mondo occidentale una pratica identificazione tra Chiesa e società, entriamo in un millennio in cui sempre più sarà manifesto quel ministero di alleanza tra Dio e l'uomo nel quale, alla libera iniziativa di Dio, corrisponde la libera adesione dell'uomo. In questo contesto la proclamazione, con la parola e con la vita, della potenza trasformante del vangelo e della bellezza di un'esistenza secondo le beatitudini potrà far risplendere ancora maggiormente la novità di vita portata da Gesù e la gioia che ne è il frutto. Come ti diceva l'arcivescovo Colombo 35 anni fa, "non c'è gioia al mondo che possa essere comparata a quella che erompe dal sussurro di una delle parole dello Sposo. E quando questa gioia inonda il cuore di un prete (e di un vescovo), allora più niente e più nessuno lo arresta: non il caldo e non il freddo, non l'acqua e non il vento, non la malattia e non la salute, non la povertà e non la ricchezza, non l'umiliazione e non la gloria, non la morte e non la vita. Allora prende il suo bene ovunque lo trova: nella tradizione e nell'innovazione, nelle forme consuete e in quelle aggiornate...; fa quello che si è sempre fatto e osa quello che non si è mai fatto con la prudenza di sempre. Allora una cosa sola gli importa: che lo Sposo cresca e scompaia pure l'amico dello Sposo". Noi qui oggi affidiamo a s. Ambrogio e ai suoi grandi difensori Protaso e Gervaso come a tutti i santi milanesi e a quelli di tutta la cattolicità questo nostro desiderio: che mediante ciò che ora stiamo per compiere cresca in tutti i cuori la presenza gioiosa e rasserenante dello Sposo, del Cristo risorto, che tutti siamo inondati della grazia dello Spirito Santo e ci lasciamo modellare dalla forza dell'amore e del dono che si esprime in questo sacramento, perché la misericordia del Padre per tutti gli uomini sia manifestata e riconosciuta in tutti i cuori.

06/08/2022

Milano, S. Ambrogio, 19 giugno 1999
La basilica in cui celebriamo questa ordinazione episcopale ci illumina sul senso di quanto stiamo compiendo. Siamo infatti in comunione con tutta la storia della nostra Chiesa di Milano, con i nostri santi e in modo particolare con s. Ambrogio, con i santi Protaso e Gervaso di cui si celebra oggi la festa liturgica, con san Carlo Borromeo e tutti i santi vescovi milanesi, fino al beato cardinal Ferrari, al cardinale Schuster e ai santi dei nostri giorni. Il dono dell'episcopato che ti viene concesso, carissimo ordinando vescovo, mettendoti in comunione con tutto il corpo episcopale, è infatti a servizio di questa porzione di Chiesa, come sottolinea il Papa nella bolla di nomina che è stata appena letta. Il Papa parla infatti delle "crescenti necessità pastorali della Chiesa ambrosiana" e della domanda da me fatta che mi fosse concesso "come aiuto quotidiano nelle incombenze già intraprese, un altro vescovo ausiliare". E continua: "Avendo ritenuto giustissimi i motivi" di "una simile richiesta, e avendo trovato te, o diletto figlio, sacerdote esemplare per meriti e ricco di molteplici esperienze nel sacro Ministero presso la Diocesi ambrosiana, di cui sei anche vicario episcopale [...] ti nominiamo vescovo ausiliare dell’arcivescovo di Milano". Questa celebrazione ci pone dunque in stretta comunione con il Santo Padre, che ringrazio di cuore per l'ulteriore aiuto che mi concede, e insieme ci situa in quel fiume di grazie, di santità e di fedele servizio pastorale che da secoli caratterizza questa Chiesa e che ci è chiesto di trasmettere alle generazioni del nuovo millennio. Questa ordinazione si pone anche in continuità con quella che 35 anni fa il mio venerato predecessore, l'Arcivescovo Giovanni Colombo, celebrava nel Duomo, imponendo le mani per l'ordine del presbiterato a te, carissimo don Erminio, come pure ad altri due diaconi che oggi sono qui associati come vescovi a questa ordinazione episcopale, S. E. Mons. Giovanni Giudici e S. E. Mons. Attilio Nicora, che salutiamo cordialmente insieme a tutti gli altri vescovi concelebranti. In quella ordinazione presbiterale, che era la prima che il cardinale Colombo compiva come arcivescovo di Milano, egli diceva tra l'altro: "Il richiamo assiduo che la funzione del sacerdote è di strumento e non di attore principale, tiene il prete vigile e disponibile. Se è strumento, non si appartiene più, ma è di Cristo per le anime". Tutto questo vale in misura ancora più grande per il vescovo. Egli non si appartiene più. La misura della sua vita è il dono di sé a Cristo per il servizio della Chiesa, per il sevizio del popolo di Dio. La prima lettura di questa messa, tratta dal profeta Ezechiele, ti ricorda con quanto amore il pastore sia chiamato a prendersi cura del gregge a lui affidato, tenendo davanti agli occhi il pastore grande delle pecore che ha cura ugualmente della pecora perduta come di quella ferita, di quella malata come della grassa e della forte. E' questa cura tenera e forte, questa preoccupazione per l'intero gregge, che ti viene donata come grazia e impegno in questa consacrazione.

31/07/2022

Mi piace pensare che per il credente morire è un po’ come “tornare a casa sentendosi attesi”. Questa esperienza umana ‐ del “tornare a casa sentendosi attesi” ‐ è un’esperienza dolce nella vita di una persona: quando qualcuno ne è privato, resta la memoria di quei giorni in cui ad attenderti c’era una persona cara, una luce accesa, una casa accogliente, una tavola preparata. Una presenza infinitamente rassicurante e misericordiosa è quella di Dio, che oggi ha accolto don Giancarlo, nella sua casa. Nel giorno del suo 40° anni di sacerdozio, don Giancarlo scriveva: “Con il passare degli anni sento il bisogno di entrare nell’abbraccio misericordioso del Signore e di accompagnare tutti all’incontro con la tenerezza paterna e materna di Dio”. Don Giancarlo, tu sei ormai nell’abbraccio misericordioso di Dio, ricordati di noi che siamo per via e che di questa misericordia e tenerezza abbiamo ‐ tutti… ‐ un estremo bisogno. Arrivederci, don Giancarlo.

31/07/2022

Questi istanti ‐ prima del saluto definitivo ‐ ci permettono di fissare nella memoria e nel cuore i tratti di quella persona cara che è stata per tutti noi don Giancarlo Noè. Ciascuno ha di lui in cuore “i suoi ricordi”, il “suo don Giancarlo”. E’ difficile raccontare a parole una vita e ancor più e difficile dire del ministero di un prete: ci sono cose che rimangono custodite dal Signore che vede nel segreto, e dalla riservatezza delle relazioni che formano gran parte della vita di un sacerdote. Conoscendo poi don Giancarlo, mi pare inopportuno approfittare del silenzio che la morte gli impone, per tessere elogi che – da vivo – egli avrebbe rifiutato con dignitosa fermezza. Pensando a lui vorrei fare l’elogio del prete comune: quello che vive con dedizione esemplare il quotidiano, in coerenza con la propria vocazione. Sono ancora tanti nel nostro presbiterio questi preti! Essi riprendono in mano ogni giorno il loro ministero, come dono di Dio e come impegno concreto verso i fratelli, rimanendo profondamente ancorati in un rapporto personale con Gesù Cristo, che amano con cuore indiviso, sentendosi “quei servi inutili di cui parla il vangelo”. Si tratta di preti comuni, che lavorano in mezzo alla gente, si dedicano ad essa senza risparmio. Arrivano alla sera stanchi, avendo trovato nella giornata il tempo per la preghiera, per esercitare la ca**tà (con gesti che mai nessuno conoscerà se non Dio solo!) e anche qualche spazio per pensare e ricordarsi del senso che ha il fare tutto questo. Così riescono ad amare Dio, la loro vocazione, la propria gente. Don Giancarlo è stato un prete così. * * * Infine questo momento di comune preghiera diviene per tutti noi un invito a riflettere sulla vita a partire dal suo termine ultimo: la morte. La consapevolezza del limite della nostra esistenza terrena, ci dà la giusta misura del vivere. Se uno non pensa mai alla morte, rischia di assumere davanti alla vita e davanti ai fratelli lo sguardo arrogante di chi si sente signore e padrone. Siamo tutti avventizi, nessuno è qui in pianta stabile. Quando ci si trova a riflettere sulla morte si è portati a guardare alla vita con una “sensibilità diversa”, una “mitezza d’animo” che ci rende più umani. Tutte le volte che tornavo a casa, dopo una visita in ospedale a don Giancarlo, sentivo di dover guardare alla vita con uno sguardo nuovo: le cose che prima mi sembravano importanti, urgenti… si ridimensionavano e mi apparivano insignificanti. Altre invece assumevano un valore insospettato. Avvertivo chiaramente che fuori dalla certezza della fede, la nostra umana esistenza si scontra con l’assurdo, il non senso, la vanità. La morte è davvero un punto di vista prospettico importante per giudicare la vita e vedere che di noi, dopo, resterà solo il “bene compiuto e quello voluto”.

Indirizzo

Via Larga
Milan
20020

Sito Web

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