SANTUARIO DIOCESANO SAN VITO A RIVA DI MARE
Sui ruderi dell’antica chiesa normanna, venne edificata neI 1776 questa chiesa, esattamente sullo scoglio da cui la leggenda vuole che S. Vito giovinetto si sia imbarcato alla volta di Roma, per affrontarvi il martirio e la morte. La riconoscenza dei mazaresi per il martire concittadino San Vito che preservava la sua città dai pericoli di fame, pestilenz
a, carestie, terremoti e anche dai pirati musulmani si concretizzò nella costruzione di questa chiesetta che nel corso dei secoli ha subito profonde modifiche. La struttura architettonica attuale è caratterizzata da una disadorna semplicità: una sola navata con copertura a botte. Quanto al prospetto in alto spicca una croce mentre il portone è sormontato da un arco a tutto sesto. Dal 19 aprile 2022, con decreto vescovile, questa chiesa diventò Santuario diocesano. Vito era un giovane cristiano martirizzato nel 303 durante la persecuzione dell’imperatore Diocleziano. E’ venerato come santo da tutte le chiese. Le fonti ufficiali sulla sua origine sono scarse. La tradizione indica che nacque in Sicilia da padre pagano. Rimase giovanissimo orfano di madre e venne affidato alle cure della nutrice Crescenzia e del pedagogo Modesto che lo fecero convertire alla fede cristiana. La sua fede lo portò presto a compiere numerosi miracoli ma fu anche causa del suo arresto, assieme a Crescenzia e Modesto, da parte del preside Valeriano, su denuncia e insistenze del padre. Nonostante le torture subite in prigione non rinnegò mai la propria fede. Secondo una leggenda i tre sarebbero stati liberati da un angelo e, imbarcatisi per raggiungere le coste della Lucania, sarebbero stati nutriti da un’aquila che portava loro acqua e viveri. La sua fama di guaritore arrivò anche a Roma dove l’imperatore Diocleziano lo chiamò per supplicarlo di liberare il proprio figlio dal demonio ma nonostante ottenne il miracolo tanto desiderato, lo fece arrestare, sempre insieme a Modesto e Crescenzia, e sottoporre a terribili torture: immersi in calderoni di pece bollente ne uscirono illesi, gettati in pasto alle fiere le resero mansuete, torturati nel corpo vennero liberati dagli angeli che li condussero alla foce del fiume Sele dove però morirono per le sofferenze subite il 15 giugno del 303. Le loro salme vennero poi seppellite in un luogo detto Marianus dalla pia matrona Fiorenza. Secondo un’altra leggenda, mentre sostava a Regalbuto, in Sicilia, gli si avvicinarono dei pastori disperati perché alcuni cani avevano azzannato riducendo in brandelli il corpo di un bambino: il santo chiamò i cani a sé, si fece riportare i resti del corpo del bambino e gli restituì la vita.
È venerato come santo martire sia dalla Chiesa cattolica sia da quella ortodossa serba e bulgara. Nel calendario gregoriano viene festeggiato il 20 marzo e il 28 giugno che corrisponde al 15 giugno del calendario giuliano. Molto venerato nel medioevo, figura nel gruppo dei santi ausiliatori, ovvero santi invocati per intercedere in caso di circostanze particolarmente gravi o di malattie rare. I simboli che lo rappresentano sono la palma del martirio e il calderone dove sarebbe stato immerso. Nelle raffigurazioni è solitamente affiancato da due docili cani. San Vito è il patrono dei danzatori e il protettore degli animali. Numerose sono le feste popolari che lo ricordano. A Mazara del Vallo i festeggiamenti iniziano la penultima settimana di agosto, per ricordare l’avvenuta traslazione del Santo e durano 4-5 giorni, ne Lu fistinu di Santu Vitu: la statua in argento del santo sfila in processione con i marittimi in costume tradizionale.