Unità pastorale San Lorenzo e Santa Chiara

Unità pastorale San Lorenzo e Santa Chiara Una comunità estroversa, non ricurva su sé stessa, che coinvolge e responsabilizza, aperta a tutti

09/09/2026

La nostra parrocchia è una famiglia?
9 settembre 2026

Miei cari Cristiani che fate riferimento alla parrocchia San Lorenzo martire, inizio con voi, come parroco, il mio terzo anno di servizio pastorale. Dopo due anni sento il bisogno di precisare e chiarire, per condividere la nostra identità parrocchiale.

Concepisco la nostra parrocchia come una grande famiglia, che è chiamata a responsabilizzare e a collaborare con tutti i cristiani che abitano in questo territorio o che si rendono presenti, pur abitando in altri territori parrocchiali.

La parrocchia è la famiglia del Risorto, che abita in un territorio; non basta, però, abitare in un territorio per avere consapevolezza di essere parte di una parrocchia/famiglia.

La consapevolezza la si acquista vivendo dentro la comunità, respirando l’aria del “cenacolo”, guardando in faccia i membri concreti che costituiscono la comunità. Essere famiglia non può essere un fatto aleatorio, deve essere un’esperienza concreta.

Il criterio della territorialità, non è il solo criterio di appartenenza parrocchiale, c’è anche il criterio “dell’elezione personale”, che le famiglie o le singole persone, che abitano in altri territori parrocchiali, possono compiere, per vari motivi: amicizie, perché la provvidenza li ha condotti lì, perché si sono sentiti accolti, si trovano bene o per altre motivazioni personali.

Il senso del legame alla parrocchia/famiglia lo si è esprime innanzitutto la domenica, partecipando alla celebrazione eucaristica, quando siamo chiamati a radunarci in Assemblea santa per perdonarci reciprocamente, ascoltare la Parola di Dio, nutrirci del Corpo di Cristo e avere la gioia di stare insieme.

La domenica è la Pasqua settimanale e siamo invitati dal Signore Risorto a viverla insieme. Il “desiderio ardente” di Gesù, di offrirci il suo corpo, ci attrae e ci raduna. Andando a messa, noi rispondiamo a questo “desiderio ardente” di Gesù.

La famiglia parrocchiale si ricompone ogni domenica e cresce attorno all’ambone e all’altare del Signore. È il Signore risorto, con la celebrazione eucaristica, che ci permette di gustare la bellezza di essere famiglia.

Non abbiamo altra possibilità per incontrare il Risorto che il grembo della comunità ecclesiale. Dal modo come la comunità/famiglia celebra l’Eucaristia, anche coloro che si sono allontanati possono essere coinvolti e reinseriti.

Gli Evangelisti ci narrano che Pietro e Giovanni sono stati mandati da Gesù a preparare la Pasqua, che per Lui era l’ultima. In quella Pasqua ha lavato i piedi ai dodici Apostoli e ha sostituito l’agnello che veniva immolato con la sua vita. In quella Pasqua viene donato il testamento dell’amore pieno, nel segno della lavanda dei piedi e nel pane spezzato in “sua memoria”.

Ogni settimana anche noi, operatori pastorali, siamo inviati dal Risorto a preparare la sua Pasqua con diversi servizi e con il comandamento dell’amore: la pulizia dell’aula ecclesiale, i canti, i lettori, i servizi liturgici, la gioiosa presenza, la puntualità, l’attenzione ai piccoli e ai poveri, il perdono e l’aiuto reciproco. Tutti noi - ministranti, catechisti, animatori dei giovani, ministri straordinari della comunione, animatori dell’oratorio, lettori, animatori della Caritas, gruppo Marta, gruppo Neocatecumenale – tutti, veramente tutti, siamo chiamati a preparare la Pasqua settimanale.

Non si tratta, quindi, di fare numero o di essere presenti, ma di partecipare e di intessere relazioni vere, tra noi e con Lui, per “fare quello che ha fatto Lui, in sua memoria”.

Questa famiglia è presieduta dal Signore risorto e tutti noi siamo suoi collaboratori. Ci raduniamo la domenica perché è il giorno della Risurrezione. Prima ancora della nostra decisione a partecipare all’Eucaristia, c’è il desiderio del Risorto di rivelarsi alla sua famiglia e di nutrirla con il suo corpo.

Per noi cristiani, discepoli del Risorto, tutta la settimana parte dalla domenica e si conclude con la domenica; di domenica in domenica, la famiglia ecclesiale si costituisce e si nutre, per essere testimone credibile del Risorto.

Dobbiamo prendere consapevolezza che così come non esiste una famiglia ideale senza problemi, anche nella famiglia parrocchiale i problemi non mancano e le situazioni su cui ancora lavorare sono molte.

Tra l’idea di famiglia e la realtà concreta che viviamo c’è uno scarto che mette in evidenza la nostra fragilità, ma anche la nostra tensione verso l’ideale. Siamo una parrocchia/famiglia, ma dobbiamo diventare sempre più quello che siamo.

Il primo elemento che offro alla vostra riflessione è questo: non sono pochi coloro che si avvicinano alla parrocchia, con la stessa logica con cui ci si rivolge ad un ufficio pubblico: le poste, la banca, l’anagrafe, la prefettura, il commissariato...

Costoro guardano alla parrocchia solo per sbrigare documenti, per espletare qualche funzione, per chiedere qualche servizio, ma non vogliono essere coinvolti. Loro non hanno tempo per inserirsi e per vivere la dimensione familiare della comunità.

Questo stile burocratico o questa logica funzionale snatura l’identità della Chiesa, la sua missione dentro il territorio e il senso del nostro ministero.

Per esprimere meglio questa difficoltà, porto qualche esempio:

- per molti la catechesi della Iniziazione Cristiana è slegata dalla celebrazione eucaristica; vengono per assistere ad una lezione e poi fuggono, non hanno tempo per la messa, per la preghiera personale, per leggere la parola di Dio, per uno scambio fraterno; chiedono il sacramento per poi allontanarsi definitivamente.

- Coloro che si rivolgono alla Caritas per qualche sostegno, non si chiedono perché li accogliamo con amore e fraternità; la nostra ca**tà non viene vista come un riflesso della ca**tà di Cristo, che si prende cura di loro attraverso noi. Prendono il dono che viene loro offerto e non sentono il bisogno di ringraziare il Signore.

- Non è difficile incontrare i cosiddetti “praticanti” che vivono la celebrazione eucaristica come una devozione personale, girando di chiesa in chiesa, in cerca dell’orario più comodo, del prete più simpatico, della realtà più anonima. Assolvono al precetto in modo individualistico e non vogliono avere nessun altro tipo di coinvolgimento.

Dentro questa logica burocratica ed individualistica possiamo cascarci tutti, anche noi operatori pastorali. Potrebbe succedere, infatti, che abbiamo la generosità di svolgere un servizio pastorale ma non abbiamo la gioia di reincontrarsi dopo una settimana, di riconoscerci membra di una comunità che celebra, ringrazia, chiede perdono, accoglie. Potrebbe succedere di credere di potere incontrare il Risorto fuori dalla vita della comunità.

Inoltre, può succedere che si dia più valore ai servizi che vengono svolti più che alla presenza e alla fraternità. Il servizio che ciascuno di noi svolge per il bene della comunità, se non nasce da una consapevolezza di essere famiglia del Risorto e di avere bisogno di questa famiglia, ha poco valore e non fa crescere la comunità.

Il servizio ecclesiale deve essere sempre una risposta all’amore gratuito che abbiamo ricevuto; altrimenti, viene considerato come un lavoro che stanca, fa diventare lamentosi e disamorati; oppure, diventa una forma di protagonismo gratificante, che mette noi al centro, eliminando Gesù Cristo.

Per superare questo modo burocratico di relazionarci, in questi due anni ho introdotto piccoli elementi che possano aiutarci a recuperare il senso della domenica e la dimensione spirituale di tutta la vita ecclesiale.

Per esempio:
- Ho fatto iniziare l’incontro di catechesi sempre in chiesa con la preghiera e legandolo alla domenica. Una catechesi che non porta alla domenica non ha senso.

- Tutte le volte che telefona qualcuno per chiedere un sacramento, lo rimando sempre alla celebrazione dell’Eucaristia domenicale; dico loro: “venite domenica, preghiamo insieme e poi decidiamo quando battezzare vostro figlio.” Oppure, “domenica dopo la celebrazione eucaristica vi darò le date per il corso prematrimoniale, la prima comunione e la cresima…”

- La domenica, dopo la celebrazione eucaristica, mi metto sempre davanti alla porta centrale per salutare tutti personalmente e far sentire tutti riconosciuti, attesi, voluti bene.

- I lettori della Parola di Dio vengono scelti sempre durante la settimana, in modo da prepararsi a prestare la propria voce a Dio, che desidera parlare al suo popolo.

Sono piccole avvertenze che provocano a costruire relazioni affettuose e familiari nel nome del Signore. Evidentemente, la scelta di questo stile familiare va condivisa con tutti coloro che il Signore chiama ad animare la comunità con qualche servizio specifico.

Credo che, in questo nuovo anno, come comunità ecclesiale dobbiamo lavorare molto per maturare ancor più come creare relazioni familiari con tutti e per far sperimentare la gioia di essere famiglia, che si raduna nel giorno del Signore.

Vi auguro ogni bene
Don Pino

24/08/2026

Mazara del Vallo è il suo Festino: «In riva al mare cerchiamo la pace…»
Agosto 24, 2026

Il ritornello di uno degli Inni dedicati a San Vito, prodotto in questo festino, dice: «In riva al mare cerchiamo la pace… Vito, sei stato, e ancora sei, la mia luce…Vito tu sei la luce più bella». Il Festino 2026 ha inteso mettere in sinergia le intelligenze e le realtà più dinamiche presenti in città, per cercare sentieri di luce e di pace ed offrirle a tutti coloro che desiderano, con cuore limpido, costruire un futuro migliore. In tutto questo, le comunità parrocchiali, con a capo il Vescovo Angelo, sono state come la locomotiva di un treno in corsa. Il Festino di San Vito 2026 è stato un evento educativo, perché ha tentato di insegnare ad esprimere la fede gustando il bello nelle sue diverse espressioni artistiche, collaborando serenamente e nella complementarietà, producendo benessere culturale ed economico, vivendo momenti di vera spiritualità, guardando insieme al futuro con speranza.

Il Festino 2026 ha inteso esprimere: la nostra fede popolare che ha la sua radice nella testimonianza evangelica di Vito, Modesto e Crescenza e negli occhi materni della Madonna del Paradiso, il Vangelo inculturato nella tradizione marinara e nella giovialità familiare, la comunità ecclesiale che ha lo sguardo aperto a tutta la città e al suo futuro, la tradizione ecclesiale viva che si rigenera in forme sempre inedite. Un festino religioso che non si limita allo scampanio dei sacri bronzi, alle reliquie e alle processioni, ma che offre riflessioni attualizzate sul martirio cristiano, sulle virtù teologali e cardinali, sulla pace dono del Risorto, sulla comunione come corresponsabilità e collaborazione. Il nostro festino ha voluto essere un tentativo ecclesiale di dialogo costruttivo con tutti, a partire dalla testimonianza esemplare di vita cristiana che Vito, Modesto e Crescenza offrono.

Tutto questo il Festino lo ha realizzato in una collaborazione, armoniosa e rispettosa dei ruoli, tra la Diocesi, la Forania e l’Amministrazione comunale e chiamando a collaborare diverse associazioni cittadine: Marinai d’Italia, Croce rossa, Morgana, Vigili del Fuoco in congedo, il gruppo dei pescatori portatori e custodi della Statua di San Vito, le scuole di danza, i cori scolastici. Inoltre, ha valorizzato la Banda musicale della città, la banda barocca, il coro interparrocchiale, il coro della scuola Pirandello, gli artisti art factory, gli estetisti che hanno curato il trucco e il parrucco, gli amanti del canto e della musica, 250 cittadini che si sono offerti per la sfilata a quadri viventi. Infine, la direzione artistica presieduta da Carla Favata ha realizzato circa 100 contratti di lavoro, con aziende e professionisti, per i vari servizi tecnici, artistico professionali e logistico organizzativi.

Tutto questo è solo la parte documentabile di quello che il Festino a messo in movimento; poi, vi è la gioia e l’entusiasmo di tutti i cittadini e i turisti che, estasiati, hanno vissuto i diversi momenti liturgici, culturali e folkloristici che il festino ha offerto loro. La Chiesa di Mazara del Vallo e l’Amministrazione comunale hanno pensato a un Festino del Santo Patrono che faccia riflettere e discutere, con intelligenza e audacia, sui valori evangelici, per aiutare tutti, credenti e non credenti, a crescere in umanità e fede.

don Giuseppe Alcamo
Vicario foraneo di Mazara del Vallo

18/08/2026

Un cammino verso la pace nella storia di Mazara del Vallo
Festino di San Vito 2026
Reprimere o educare? Giovani e pace a Mazara del Vallo
21 agosto 2026
Don Giuseppe Alcamo

La Comunità ecclesiale e l’Amministrazione comunale con il Festino di San Vito 2026 offrono, ai concittadini e ai turisti, un tempo di serenità e di armonia, con spettacoli culturali e con manifestazioni folkloristiche di pregio.

Questo Festino 2026 si caratterizza, anche, nel desiderio di essere radicato nella tradizione viva della spiritualità ecclesiale, con lo sguardo rivolto verso il futuro della società mazarese.
Per usare un’immagine plastica: il Festino 2026 vuole essere un albero dalle radici profonde, ma con i rami lunghi e alti, orientati verso l’orizzonte, simbolo del futuro. Possiamo dire che in questo Festino tradizione e sguardo verso il futuro interagiscono e si illuminano vicendevolmente.

La translatio, la fiaccolata notturna, il maestoso corteo storico allegorico a quadri viventi e l’imbarco sono solo alcuni degli elementi che nei giorni del Festino offrono opportunità per riflettere e per godere della bellezza della fede, della città e della sua cultura.

In questa prospettiva, mi fermo a riflettere sulla Tavola Rotonda dal tema “Reprimere o educare? Giovani e pace a Mazara del Vallo”, del venerdì 21 agosto alle ore 19,00, nell’aula magna del Seminario Vescovile, che desidera mettere in dialogo le autorità più rappresentative del nostro territorio con gli educatori parrocchiali e scolastici e con tutti i cittadini di buona volontà, che amano la Città di Mazara del Vallo e che sono disponibili ad offrire un loro contributo per la formazione delle giovani generazioni.

Il punto interrogativo, posto nel titolo della Tavola Rotonda - Reprimere o educare? -, pone tutti al bivio su come sognare il futuro del vivere civile e democratico: Mazara del Vallo, una città armata? video sorvegliata? impaurita e demoralizzata? Sospettosa verso il nuovo e il diverso? Oppure, una città che si concepisce come un villaggio educativo, che mette in circolo tutte le forze sane e costruttive per educare ad un vivere sereno e pacifico? Per accogliere e valorizzare tutto il bene che in essa matura?

Ancora, sogniamo una città che abbandona a sé stesse le fasce più deboli della società, le famiglie più fragili, i ragazzi più irrequieti, pensando di risolvere i problemi con la frusta e le carceri? Oppure, una città che si organizza e si struttura in loro funzione, supportando e sostenendo con interventi diversificati, che possano permettere il recupero di quanti sono tentati di affidarsi al malaffare e alla mafia?
Proporsi di reprimere o di educare sono due approcci diversi, due logiche diverse, due politiche diverse, due sogni diversi, con cui si può progettare e guardare al futuro.

Questo bivio sociale ed educativo non può essere misconosciuto o rinviato, non può essere sottovalutato, perché quasi giornalmente, ci scontriamo con qualche evento delittuoso, che vede coinvolti adolescenti e giovanissimi, figli anche di quelle famiglie che vengono definite “per bene”. Minacce verbali e prepotenze, arroganze e qualche volta violenze fisiche prendono sempre più spazio nelle relazioni tra preadolescenti e adolescenti ma anche tra giovani e adulti.

È un fenomeno diffuso e proprio per questo non basta più indignarsi o scandalizzarsi, richiede una riflessione e un confronto allargato per cercare soluzioni globali e non di tamponamento ad ogni singolo caso, che accade dentro la città. Ovviamente, lo Stato ha il dovere di legiferare per reprimere ogni forma di illegalità e di ingiustizia, ma tutto questo è sufficiente? La Tavola Rotonda, guardando al futuro della nostra città, intende mettere a tema questo interrogativo.

Nella cultura, in cui siamo immersi, non viene favorita l’integrazione delle dimensioni costitutive della persona: razionalità, affettività, corporeità, spiritualità, legalità… Si tende a relegare gli affetti e le relazioni in una sfera impersonale e istintiva: tutto ciò che piace, in questo momento, diventa esigenza da assecondare e automaticamente viene considerata buona. Spesso si dice: “io sono fatto così!” E con questa espressione si vuole affermare che non si intende cambiare, accettando quanto viene proposto per il vivere civile e nel rispetto degli altri e della giustizia. “Io sono fatto così” significa: io faccio ciò che mi pare e piace. Ma questo non può essere tollerabile!

Questa visione dell’uomo ha ripercussioni sui modelli educativi, per cui si confonde l’educare con l’acquisire delle competenze professionali e delle tecniche funzionali, educare come didattica e non come trasmissione di stili di vita. La distinzione non è di poco conto, perché non basta conoscere per saper vivere.
Un vero processo educativo non si limita alla sfera dell’istruzione, alla trasmissione di notizie e di conoscenze strumentali sul “come” delle cose; non è nemmeno un semplice “addestramento” per l’assunzione di comportamenti socialmente accettabili.

Confrontarsi su queste visioni educative e maturare una prospettiva più ampia e articolata è dovere di tutti gli educatori, che svolgono un servizio verso i ragazzi e i giovani, e delle Istituzioni ecclesiali, culturali e sociali che devono assicurare a tutti il supporto per la realizzazione esistenziale.

Nel processo educativo si investe e si coinvolge la totalità della vita delle persone, dalla sfera affettiva a quella cognitiva, dagli atteggiamenti ai comportamenti, dalla spiritualità alla speranza di un futuro migliore.
Il Festino di San Vito, quest’anno per la prima volta, nel suo programma offre ai concittadini di buona volontà, un’opportunità di confronto e di dialogo, per pensare e ripensare insieme cosa progettare per organizzare la vita della città, tenendo presenti le esigenze dei ragazzi e dei giovani, a partire dai meno avvantaggiati.

Il Festino 2026 ci invita a sognare una città che parte dagli ultimi, perché nessuno venga abbandonato a se stesso o lasciato in mano a uomini senza scrupoli e dignità. La Chiesa diocesana e l’Amministrazione comunale hanno pensato ad un Festino che faccia sognare famiglie ed educatori e che apra prospettive di speranze per un futuro pacifico e sereno.

Un corretto processo educativo inizia alla relazione interpersonale buona e familiare, all’accoglienza affettuosa e rispettosa, alla fiducia reciproca, all’ascolto attento, al desiderio di legalità e di giustizia, al bisogno di trascendenza.

Educare significa aiutare a riconoscere la propria vita e la propria storia dentro un contesto sociale che ha bisogno dell’apporto di tutti, per il rispetto delle regole e delle norme, ma anche aperto verso il futuro e verso il mistero dell’amore.

La scelta di educare si fonda sull’evidenza che l’essere umano non è dotato di tutto ciò di cui ha bisogno per diventare se stesso, che non sono sufficienti una crescita biologica, un adattamento psicologico e una protezione sociale. L’uomo ha bisogno di altro!

Abbiamo bisogno di pensare ad un progetto educativo che susciti e riconosca il desiderio, che non difetta del coraggio della proposta, che conosca il gusto e la sfida della pazienza, della gradualità, della reciprocità, che non si arrenda lungo il cammino, ma perseverando continuamente apra spazi di cultura e d’amore, ripetendo nei gesti oltre che con le parole: Tu mi interessi! Tu sei una persona di valore!

L’uomo ha bisogno di relazioni che lo risveglino alla coscienza di se stesso, che lo avviino alla vita culturale, morale e spirituale, cioè lo introducano nel mondo e lo abilitino a farne esperienza sensata; inoltre, per i cristiani, educare significa accompagnare qualcuno ad incontrare Gesù come Signore della propria vita, così come hanno fatto Modesto e Crescenza con Vito. Oggi, più che in altri tempi, abbiamo bisogno veramente di tanti “Modesto” e “Crescenzia”.

L’azione educativa si fonda sull’esperienza che nessuno diventa uomo da solo: l’apporto degli altri è determinante per diventare quello che si desidera essere; la fiducia degli altri, il riconoscimento degli altri, la relazione costante e critica sono necessari per maturare come uomini e compiere scelte personalizzate; riconoscersi legati, dipendenti gli uni dagli altri, per essere se stessi, è un punto su cui non si può facilmente sorvolare.

Tutto questo non si può improvvisare e non può essere lasciato alla buona volontà di qualcuno. Separarsi o contrapporsi, screditare o relativizzare le strutture dello Stato o la presenza delle comunità ecclesiali e scolastiche, non è la via che possiamo percorrere come educatori. Collaborare e valorizzare, dialogare e confrontarsi credo che sia l’unica scelta possibile, per non abbandonare i nostri ragazzi nella superficialità o, ancor peggio, in mano alla delinquenza e alla mafia. Al Festino è stato affidato il delicato compito di aiutare qualcuno a maturare la vocazione ad educare alla pace.

È una visione della vita che va condivisa e strutturata per diventare progetto sociale. La Tavola Rotonda si propone di dare un apporto per entrare in questa visione e cominciare a pensare la nostra città dentro questa logica educativa.

Il Festino di San Vito 2026, mentre ci radica dentro la tradizione viva della nostra cultura, ci apre a scrutare, in modo intelligente e costruttivo, il futuro che ci attende.

Nel cuore dell’estate, il nostro Festino, dedicato al Santo protettore e concittadino Vito, offre spiritualità per una fede incarnata e inculturata, tradizione per non sciupare la radice della nostra l’identità, spettacolo e cultura per ricreare il corpo e lo spirito, ma anche opportunità per riflettere insieme e sognare un tempo di pace e di fraternità. Un Festino dalle ampie vedute che esprime il desiderio di vita e di trascendenza e che aiuti tutti ad andare oltre la polemica e la grettezza mentale.

Modesto e Crescenzia che sono stati gli educatori del giovane Vito, martiri paleocristiani, morti durante la grande persecuzione di

13/08/2026

La domenica per i cristiani

… San Giovanni Paolo II, nella Lettera apostolica Dies Domini (31 maggio 1998), insegna che la domenica è giorno del Signore, giorno della Chiesa, giorno dell’uomo e, infine, “giorno dei giorni”:

«Essendo la domenica la Pasqua settimanale, in cui è rievocato e reso presente il giorno nel quale Cristo risuscitò dai morti, essa è anche il giorno che rivela il senso del tempo. […]

Sgorgando dalla Risurrezione, essa fende i tempi dell’uomo, i mesi, gli anni, i secoli, come una freccia direzionale che li attraversa orientandoli al traguardo della seconda venuta di Cristo. La domenica prefigura il giorno finale, quello della Parusía» (n. 75), quando tutti risorgeremo.

Per santificare la domenica è fondamentale celebrare l’Eucaristia. L’ascolto della Parola e la partecipazione al Corpo di Cristo comportano, secondo i Padri conciliari, il convenire in unum (cfr. SC, 106), cioè la festosa convocazione dei fedeli.

In tale assemblea la comunità cristiana rende visibile la propria comunione con il Signore e testimonia la sua appartenenza a Cristo e la sua fedeltà alla Chiesa.

Questa assemblea non è sostituibile da una presenza soltanto virtuale, né si riduce a un raduno meramente passivo. L’assemblea liturgica si avvera infatti nell’attiva partecipazione di fratelli e sorelle, convocati insieme a «rendere grazie a Dio che li ha generati, “mediante la risurrezione di Cristo dai morti, per una speranza viva” (1 Pt 1, 3)» (ibid.).

A tale proposito, esorto tutti a ricercare le migliori condizioni affinché sia possibile prendere parte alla santa Messa anche a quanti di domenica non hanno possibilità di astenersi dal lavoro.

(Leone XIV, udienza del 12 agosto 2026)

11/08/2026
10/08/2026

Oggi la chiesa ricorda il diacono romano Lorenzo, morto martire insieme al Papa.

Lorenzo per noi è una figura esemplare di cristianesimo fedele.

Serviva i poveri per conto della Chiesa e li considerava il tesoro di cui la Chiesa non può farne a meno, perché aprono la strada verso il paradiso.

Oggi alle 19,00, il vescovo Angelo verrà a confermare nella fede 14 preadolescenti e insieme alle loro famiglie affideremo loro il compito della testimonianza gioiosa al Vangelo.

Vi aspetto

Indirizzo

Via Rocca Di Mezzo
Mazara Del Vallo
91026

Orario di apertura

Lunedì 08:30 - 20:00
Martedì 08:30 - 20:00
Mercoledì 08:30 - 20:00
Giovedì 08:30 - 20:00
Venerdì 08:30 - 20:00
Sabato 08:30 - 20:00
Domenica 08:30 - 20:00

Sito Web

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