09/09/2026
La nostra parrocchia è una famiglia?
9 settembre 2026
Miei cari Cristiani che fate riferimento alla parrocchia San Lorenzo martire, inizio con voi, come parroco, il mio terzo anno di servizio pastorale. Dopo due anni sento il bisogno di precisare e chiarire, per condividere la nostra identità parrocchiale.
Concepisco la nostra parrocchia come una grande famiglia, che è chiamata a responsabilizzare e a collaborare con tutti i cristiani che abitano in questo territorio o che si rendono presenti, pur abitando in altri territori parrocchiali.
La parrocchia è la famiglia del Risorto, che abita in un territorio; non basta, però, abitare in un territorio per avere consapevolezza di essere parte di una parrocchia/famiglia.
La consapevolezza la si acquista vivendo dentro la comunità, respirando l’aria del “cenacolo”, guardando in faccia i membri concreti che costituiscono la comunità. Essere famiglia non può essere un fatto aleatorio, deve essere un’esperienza concreta.
Il criterio della territorialità, non è il solo criterio di appartenenza parrocchiale, c’è anche il criterio “dell’elezione personale”, che le famiglie o le singole persone, che abitano in altri territori parrocchiali, possono compiere, per vari motivi: amicizie, perché la provvidenza li ha condotti lì, perché si sono sentiti accolti, si trovano bene o per altre motivazioni personali.
Il senso del legame alla parrocchia/famiglia lo si è esprime innanzitutto la domenica, partecipando alla celebrazione eucaristica, quando siamo chiamati a radunarci in Assemblea santa per perdonarci reciprocamente, ascoltare la Parola di Dio, nutrirci del Corpo di Cristo e avere la gioia di stare insieme.
La domenica è la Pasqua settimanale e siamo invitati dal Signore Risorto a viverla insieme. Il “desiderio ardente” di Gesù, di offrirci il suo corpo, ci attrae e ci raduna. Andando a messa, noi rispondiamo a questo “desiderio ardente” di Gesù.
La famiglia parrocchiale si ricompone ogni domenica e cresce attorno all’ambone e all’altare del Signore. È il Signore risorto, con la celebrazione eucaristica, che ci permette di gustare la bellezza di essere famiglia.
Non abbiamo altra possibilità per incontrare il Risorto che il grembo della comunità ecclesiale. Dal modo come la comunità/famiglia celebra l’Eucaristia, anche coloro che si sono allontanati possono essere coinvolti e reinseriti.
Gli Evangelisti ci narrano che Pietro e Giovanni sono stati mandati da Gesù a preparare la Pasqua, che per Lui era l’ultima. In quella Pasqua ha lavato i piedi ai dodici Apostoli e ha sostituito l’agnello che veniva immolato con la sua vita. In quella Pasqua viene donato il testamento dell’amore pieno, nel segno della lavanda dei piedi e nel pane spezzato in “sua memoria”.
Ogni settimana anche noi, operatori pastorali, siamo inviati dal Risorto a preparare la sua Pasqua con diversi servizi e con il comandamento dell’amore: la pulizia dell’aula ecclesiale, i canti, i lettori, i servizi liturgici, la gioiosa presenza, la puntualità, l’attenzione ai piccoli e ai poveri, il perdono e l’aiuto reciproco. Tutti noi - ministranti, catechisti, animatori dei giovani, ministri straordinari della comunione, animatori dell’oratorio, lettori, animatori della Caritas, gruppo Marta, gruppo Neocatecumenale – tutti, veramente tutti, siamo chiamati a preparare la Pasqua settimanale.
Non si tratta, quindi, di fare numero o di essere presenti, ma di partecipare e di intessere relazioni vere, tra noi e con Lui, per “fare quello che ha fatto Lui, in sua memoria”.
Questa famiglia è presieduta dal Signore risorto e tutti noi siamo suoi collaboratori. Ci raduniamo la domenica perché è il giorno della Risurrezione. Prima ancora della nostra decisione a partecipare all’Eucaristia, c’è il desiderio del Risorto di rivelarsi alla sua famiglia e di nutrirla con il suo corpo.
Per noi cristiani, discepoli del Risorto, tutta la settimana parte dalla domenica e si conclude con la domenica; di domenica in domenica, la famiglia ecclesiale si costituisce e si nutre, per essere testimone credibile del Risorto.
Dobbiamo prendere consapevolezza che così come non esiste una famiglia ideale senza problemi, anche nella famiglia parrocchiale i problemi non mancano e le situazioni su cui ancora lavorare sono molte.
Tra l’idea di famiglia e la realtà concreta che viviamo c’è uno scarto che mette in evidenza la nostra fragilità, ma anche la nostra tensione verso l’ideale. Siamo una parrocchia/famiglia, ma dobbiamo diventare sempre più quello che siamo.
Il primo elemento che offro alla vostra riflessione è questo: non sono pochi coloro che si avvicinano alla parrocchia, con la stessa logica con cui ci si rivolge ad un ufficio pubblico: le poste, la banca, l’anagrafe, la prefettura, il commissariato...
Costoro guardano alla parrocchia solo per sbrigare documenti, per espletare qualche funzione, per chiedere qualche servizio, ma non vogliono essere coinvolti. Loro non hanno tempo per inserirsi e per vivere la dimensione familiare della comunità.
Questo stile burocratico o questa logica funzionale snatura l’identità della Chiesa, la sua missione dentro il territorio e il senso del nostro ministero.
Per esprimere meglio questa difficoltà, porto qualche esempio:
- per molti la catechesi della Iniziazione Cristiana è slegata dalla celebrazione eucaristica; vengono per assistere ad una lezione e poi fuggono, non hanno tempo per la messa, per la preghiera personale, per leggere la parola di Dio, per uno scambio fraterno; chiedono il sacramento per poi allontanarsi definitivamente.
- Coloro che si rivolgono alla Caritas per qualche sostegno, non si chiedono perché li accogliamo con amore e fraternità; la nostra ca**tà non viene vista come un riflesso della ca**tà di Cristo, che si prende cura di loro attraverso noi. Prendono il dono che viene loro offerto e non sentono il bisogno di ringraziare il Signore.
- Non è difficile incontrare i cosiddetti “praticanti” che vivono la celebrazione eucaristica come una devozione personale, girando di chiesa in chiesa, in cerca dell’orario più comodo, del prete più simpatico, della realtà più anonima. Assolvono al precetto in modo individualistico e non vogliono avere nessun altro tipo di coinvolgimento.
Dentro questa logica burocratica ed individualistica possiamo cascarci tutti, anche noi operatori pastorali. Potrebbe succedere, infatti, che abbiamo la generosità di svolgere un servizio pastorale ma non abbiamo la gioia di reincontrarsi dopo una settimana, di riconoscerci membra di una comunità che celebra, ringrazia, chiede perdono, accoglie. Potrebbe succedere di credere di potere incontrare il Risorto fuori dalla vita della comunità.
Inoltre, può succedere che si dia più valore ai servizi che vengono svolti più che alla presenza e alla fraternità. Il servizio che ciascuno di noi svolge per il bene della comunità, se non nasce da una consapevolezza di essere famiglia del Risorto e di avere bisogno di questa famiglia, ha poco valore e non fa crescere la comunità.
Il servizio ecclesiale deve essere sempre una risposta all’amore gratuito che abbiamo ricevuto; altrimenti, viene considerato come un lavoro che stanca, fa diventare lamentosi e disamorati; oppure, diventa una forma di protagonismo gratificante, che mette noi al centro, eliminando Gesù Cristo.
Per superare questo modo burocratico di relazionarci, in questi due anni ho introdotto piccoli elementi che possano aiutarci a recuperare il senso della domenica e la dimensione spirituale di tutta la vita ecclesiale.
Per esempio:
- Ho fatto iniziare l’incontro di catechesi sempre in chiesa con la preghiera e legandolo alla domenica. Una catechesi che non porta alla domenica non ha senso.
- Tutte le volte che telefona qualcuno per chiedere un sacramento, lo rimando sempre alla celebrazione dell’Eucaristia domenicale; dico loro: “venite domenica, preghiamo insieme e poi decidiamo quando battezzare vostro figlio.” Oppure, “domenica dopo la celebrazione eucaristica vi darò le date per il corso prematrimoniale, la prima comunione e la cresima…”
- La domenica, dopo la celebrazione eucaristica, mi metto sempre davanti alla porta centrale per salutare tutti personalmente e far sentire tutti riconosciuti, attesi, voluti bene.
- I lettori della Parola di Dio vengono scelti sempre durante la settimana, in modo da prepararsi a prestare la propria voce a Dio, che desidera parlare al suo popolo.
Sono piccole avvertenze che provocano a costruire relazioni affettuose e familiari nel nome del Signore. Evidentemente, la scelta di questo stile familiare va condivisa con tutti coloro che il Signore chiama ad animare la comunità con qualche servizio specifico.
Credo che, in questo nuovo anno, come comunità ecclesiale dobbiamo lavorare molto per maturare ancor più come creare relazioni familiari con tutti e per far sperimentare la gioia di essere famiglia, che si raduna nel giorno del Signore.
Vi auguro ogni bene
Don Pino