Chiesa di San Giuseppe - Maida

Chiesa di San Giuseppe - Maida Fin dall’origine fu destinata a ca****la patronale e adibita a luogo di sepoltura dei defunti appartenenti alla famiglia Farao.

📕 IL LIBRO CHE HA GIRATO IL MONDO PRIMA DI FARSI  VEDERE A CASA;Ci sono libri che si presentano appena nati, con la cope...
21/07/2026

📕 IL LIBRO CHE HA GIRATO IL MONDO PRIMA DI FARSI VEDERE A CASA;
Ci sono libri che si presentano appena nati, con la copertina ancora tiepida di stampa.

Dimoranza no. Dimoranza ha fatto un'altra cosa: è partita.
Quaranta giorni fa è uscita da un paese di quattromila anime, in Calabria, senza un editore, senza un ufficio stampa, senza un solo euro di pubblicità. E in quaranta giorni ha fatto quello che nessuno, ragionevolmente, avrebbe dovuto permetterle di fare.

È entrata nel catalogo della Feltrinelli. È in vendita in America da Walmart e Books-A-Million. È arrivata a Londra da Foyles, la libreria leggendaria di Charing Cross Road. In Danimarca si vende in corone, a Taiwan in dollari taiwanesi. Ha imparato tre lingue: oggi esiste in italiano, in inglese e in tedesco e spagnolo.

Cinque testate ne hanno scritto, dal Quotidiano del Sud alle voci della piana lametina. E dopo più di un mese, quando i libri normalmente scendono, è salita: l’altro giorno era tra i primi dieci in Italia nella classifica Amazon di Antropologia culturale, e terza tra le novità più interessanti della stessa categoria.

Tutto questo, prima ancora di essere presentata una sola volta.
E allora la domanda è legittima: che cos'è questo libro?
Chi l'ha letto usa parole che di solito non si usano per un saggio.

Una lettrice dalla Germania ha scritto che "entra sotto la pelle". Altri raccontano di essersi fermati a metà pagina perché avevano trovato, scritto nero su bianco, un sentimento che portavano dentro da tutta la vita senza sapergli dare un nome.

Perché questo fa Dimoranza: dà un nome a una cosa che conoscete già. La riassumo in una riga, ed è tutto quello che vi dirò:

non siamo noi ad abitare i luoghi. Sono i luoghi che abitano noi.

Questa è Dimoranza

Il resto, sabato sera.

Perché adesso il libro torna a casa. E per la sua prima presentazione ufficiale non poteva scegliere un indirizzo più perfetto: Piazza Skanderbeg, a Vena di Maida. La piazza che porta il nome dell'eroe di un popolo che, cinquecento anni fa, lasciò la propria terra e non la p***e mai: gli Arbëreshë, che dopo cinque secoli custodiscono ancora lingua, riti e memoria.

Un libro che sostiene che i luoghi vivono dentro le persone verrà presentato nella piazza di chi lo dimostra da mezzo millennio. Non è una scelta di comodo. È una dichiarazione.

📍 Sabato 25 luglio · ore 19:00 · Piazza Skanderbeg, Vena di Maida, per la rassegna Orizzonti Letterari. Saluti istituzionali del Sindaco Salvatore Paone, dell'Assessore alla Cultura Merilisa Del Giudice e di Francesco Panza, presidente della Pro Loco Vena. Dialoga con l'autore l'architetta Mara Varia.

E c'è un dato che va detto, perché misura la serietà della serata: questo incontro porta quattro stemmi. Il patrocinio della Città di Maida, della Provincia di Catanzaro, della Pro Loco Vena APS e dell'Ordine degli Architetti di Catanzaro. Quattro istituzioni, dal municipio alla provincia a un ordine professionale, che hanno messo il proprio nome accanto a un libro nato tra queste colline.

Ai libri, questo, capita di rado. Ai libri di paese, quasi mai.
Un ultimo invito, ed è il più importante. Sabato portate qualcuno. Portate chi è tornato per l'estate e a settembre riparte. Portate i vostri ragazzi, che un giorno partiranno anche loro. E se avete un fratello a Toronto, una sorella a Zurigo, un cugino a Buenos Aires, mandategli questo post: la serata parla di loro, anche se non potranno esserci.

Il mondo l'ha già letto. Sabato tocca a casa.

📘L'edizione italiana:

https://amzn.eu/d/06yuBgtv

🌍 Tutte le edizioni:

https://dimoranza-manifesto.netlify.app/

📿 Storia di un rettangolo di carta che conteneva uno Stato...Gli oggetti non parlano. Ma alcuni, se li si interroga con ...
18/07/2026

📿 Storia di un rettangolo di carta che conteneva uno Stato...

Gli oggetti non parlano. Ma alcuni, se li si interroga con pazienza, confessano. Questa cartolina, per esempio, ha impiegato sessantasette anni per tornare a raccontarmi la Sua storia, e la Sua storia comincia come cominciano tutte le storie serie: con un uomo che decide che il suo paese merita di essere visto.

Quell'uomo era Filippo Pascuzzi, Arciprete di Maida per lunghi anni, pastore di anime e, in questo caso, editore. Perché è il suo nome che sta stampato in basso a sinistra, nella riga minuscola che nessuno legge e che invece è la chiave di tutto: Ediz. Filippo Pascuzzi, Arciprete. Non un tipografo di città, non un commerciante di souvenir. La parrocchia stessa. L’Arciprete che guardava la sua chiesa e pensava che quell'immagine dovesse viaggiare, moltiplicarsi, arrivare dove Maida non era mai arrivata, ma… mi ricorda qualcosa…

Per farlo aveva bisogno di un occhio. E l'occhio, a Maida, aveva un nome solo: Dattilo, il fotografo storico del paese, quello che per generazioni ha fissato su lastra e pellicola i matrimoni, i funerali, le feste, i volti. Fu lui a piazzare il cavalletto davanti alla facciata della chiesa di S. Maria Cattolica, fu lui a entrare nella navata in un giorno di festa, quando i drappi pendevano dagli archi e la folla premeva verso l'altare, fu lui a inquadrare il Santo di Paola con il suo bordone e il disco raggiante della Charitas. Tre fotografie. Tre atti di uno stesso sguardo.

Poi le immagini partirono. Perché questa è la parte del racconto che preferisco: per diventare cartolina, Maida dovette andare a Milano. Allo Stabilimento Dalle Nogare e Armetti, una delle grandi officine italiane della vera fotografia, dove le lastre di Dattilo vennero trasformate in migliaia di rettangoli lucidi. Un paese di Calabria stampato a quasi mille chilometri da sé stesso, nella capitale dell'editoria illustrata. L'Italia funzionava così: la memoria si produceva al Nord, ma il desiderio di memoria nasceva al Sud.

E qui viene la parola che rende questa cartolina un documento storico e non un ricordino. Perché sotto le tre immagini, l'Arciprete non fece scrivere semplicemente "patrono di Maida". Fece scrivere: Patrono della Città e dello Stato di Maida. Uno Stato. Nel pieno Novecento, su un cartoncino da pochi soldi, sopravviveva intatto il titolo dell'antico dominio feudale di cui Maida fu capoluogo. Le carte geografiche lo avevano cancellato da secoli. La devozione no. Le cartoline sono così: archiviano quello che gli archivi dimenticano.

Poi, un giorno del 1959, qualcuno comprò questa copia. La girò, scrisse un saluto affettuoso, la portò all'ufficio postale. Il timbro di Maida cadde accanto alla Siracusana viola, e il rettangolo partì per il viaggio più improbabile della sua vita: dal paese sulla collina fino all'isola di Capri, fino a un bar affacciato su un altro mare. Maida che saluta Capri. Il Santo di Paola che attraversa il Tirreno per posta ordinaria.

E adesso è qui, tornata. Un Arciprete, un fotografo, uno stabilimento milanese, un francobollo, uno Stato scomparso: tutto dentro dieci centimetri per quindici. Gli oggetti non parlano, dicevo. Ma sanno aspettare. E chi sa leggere, prima o poi, li sente.

Buona festa di San Francesco a tutti, da queste pagine che da oltre quindici anni riportano la storia di Maida in .

E questa volta Vi vogliamo lasciare con una domanda. Mettete la risposta nei commenti: chi era il santo patrono di Maida prima di San Francesco di Paola?



Luca Cervadoro, Citta di Maida / /

DIMORANZA — Manifesto per una Civiltà Ubiqua · Luca Cervadoro

06/06/2026

😇🕊⭐Un nome di Arcangelo...

Le parole più vere le ha scritte chi gli voleva bene: a noi resta soltanto inchinarci, e ripeterle piano. “Non sapeva stare fermo più di dieci minuti. Poi si annoiava”.

Cominciamo da qui, perché è tutto qui. Non dai libri, non dalla filosofia, non dalle grandi parole che si usano nei momenti come questo e che servono soprattutto a chi le scrive. Cominciamo da un ragazzo che non riusciva a stare fermo. Lo conoscevano così a Maida. Sempre in mezzo, sempre dentro qualcosa, sempre con un’idea per le mani. Combinava guai, e mentre gli altri provavano a concludere qualcosa di serio lui era già altrove, già in piedi, già con la testa al gioco dopo. Aveva diciannove anni e li portava tutti, fino all’ultimo.

C’era un uomo, in particolare, a cui Gabriel somigliava. Era suo zio, Cristian, e di questa somiglianza il ragazzo andava fiero. Glielo dicevano tutti, che era il più simile a lui, e a lui faceva piacere sentirselo dire. Tra i due c’era quel tipo di legame che non ha bisogno di occasioni solenni: cento telefonate al giorno per niente, messaggi su messaggi, prese in giro continue, la complicità di chi si riconosce. Lo zio lo ha scritto con parole che non si possono migliorare, e infatti non proveremo a migliorarle: i cento milioni di chiamate in un’ora, i messaggi che mancheranno, e la certezza più crudele di tutte, quella che solo chi ha amato conosce. Che più passerà il tempo, e più mancheranno.

È un dettaglio che vale tutta la filosofia del mondo. Perché il dolore non funziona come ci aspettiamo. Non è più forte il primo giorno e poi si attenua. È vigliacco, è paziente. Si nasconde nelle abitudini. Aspetta la telefonata che non arriva alla solita ora. Aspetta la prossima estate, la prossima festa di paese, il prossimo guaio che nessuno verrà a combinare. Il vuoto non si riempie con il tempo. Il tempo, semmai, lo scava più a fondo, perché gli dà modo di mostrarsi in tutti i punti in cui prima c’era una voce.

Una voce, appunto. Lo zio l’ha chiamata una delle più squillanti e travolgenti della comunità, e ha detto che non risuonerà più nel silenzio dei vichi. Bisogna fermarsi su questa immagine, perché è esatta. Una Città come Maida non è fatto di case e di strade. È fatto di voci. È l’insieme dei richiami da un balcone all’altro, delle risate appese all’aria nelle sere d’estate, dei nomi gridati per chiamare qualcuno a cena. Una comunità è una partitura, e ogni voce è una nota. Quando una nota così giovane si spegne di colpo, non manca solo lei: cambia il suono di tutto il resto e gli amici di Gabriel già l’ho hanno capito. Resta una stonatura che solo chi vive il paese può sentire, e che nessuno saprà mai spiegare a chi viene da fuori.
Una sola cosa dirò, di quelle che si dicono nei momenti come questo, e la dirò perché è vera e perché aiuta a reggere.

Blaise Pascal, quattro secoli fa, scrisse che l’uomo è una canna, la più fragile della natura, ma una canna che pensa. Bastano un soffio, una goccia d’acqua a spezzarlo. Eppure, anche schiacciato, l’uomo resta più grande di ciò che lo uccide, perché lui sa, e ciò che lo schiaccia non sa nulla. È questa la condizione nostra, di tutti noi, di Gabriel come di chiunque legga. Siamo gli unici esseri al mondo che attraversano la vita sapendo che finirà. E proprio per questo, solo noi possiamo capire quanto vale una giornata. La rondine no. L’ulivo no. Noi sì. Ed è un privilegio terribile, perché fa male, ma è un privilegio: perché solo chi sa che il tempo finisce può amare senza rimandare a domani.

Lui, a modo suo, non rimandava. Riempiva le giornate fino all’orlo. Stava all’oratorio con i più piccoli, organizzava, inventava, era presenza costante. Aveva nel sangue il bisogno di esserci. E forse non è un caso, anche se ai casi non bisogna credere troppo, che portasse il nome che portava. Gabriel è il nome di un arcangelo, e l’Arcangelo Gabriele, nella tradizione, è il messaggero: non l’angelo immobile che custodisce una soglia, ma quello che non sta mai fermo, che va, che attraversa il cielo per portare una parola. L’angelo del movimento. Come lui. Come un ragazzo che dopo dieci minuti era già in piedi.

Lo zio gli ha chiesto di salutargli il nonno, lassù, e ha detto che il nonno di sicuro lo striglierà un po'. C'è dentro questa frase tutta la teologia di cui un uomo ha davvero bisogno: l'idea che il legame non si spezza, che di là qualcuno aspetta, che persino i rimproveri d'amore continuano. Non è soltanto la dottrina che si impara in chiesa da Don Antonio. È qualcosa di più antico ancora, e più saldo: il modo in cui la nostra gente ha sempre tenuto insieme i vivi e i morti, in una sola famiglia che la morte rimescola ma non divide. È quella forma di permanenza che resiste perfino alla morte, quel restare dentro un luogo e dentro i suoi affetti anche quando si è varcata la soglia. A questo serve una comunità. A non lasciare che nessuno, nemmeno chi se n'è andato, resti davvero solo.
Perché c’è una cosa che le pietre normanne di questa città sanno, e che noi a fatica impariamo. Chi nasce in un luogo come questo se lo porta dentro per sempre, ovunque vada. E vale anche al contrario: chi ha vissuto un luogo continua ad abitarlo anche quando non c’è più. Resta nelle strade che ha percorso, nei nomi che ha chiamato, nelle risate rimaste sospese in piazza Garibaldi. Gabriel, da oggi, abita Maida così. Non è più tra noi, e per questo è dentro il paese più di prima, fuso nelle sue pietre normanne, custodito in quella voce collettiva che nessuna sera potrà mai zittire del tutto.

Lo zio ha scritto che oggi Maida non è la stessa. Che le giornate erano volte al caldo e al sole, e invece oggi soffia un vento che asciuga le lacrime sul volto di tanti, e tutto è ovattato, grigio, stranamente silenzioso. Come se persino le pietre normanne della città sapessero. Ha ragione. E ha trovato, nel suo dolore, parole più vere di qualsiasi scrittore. A noi non resta che inchinarci, e ripeterle piano.
In queste ore qualcuno, per dirgli addio, ha disegnato un’immagine che dice tutto senza una parola: il manubrio della sua moto che si apre in due ali dorate, in un cielo di nuvole, e sotto, in oro, due parole. Ciao Gabriel. Non c’è retorica. C’è solo la verità che una comunità ha trovato da sola: che ciò che amava, la sua passione, non era una colpa, ma il segno della sua natura. Ali. La natura di chi è fatto per muoversi, per andare. Le stesse ali del nome che portava.
Allora ricordiamolo come ha chiesto chi gli voleva bene. Non fermo. Non in posa. Ricordiamolo sorridente e spensierato, con la lingua di fuori in una fotografia d’estate, accanto allo zio che gli somigliava, tutti e due ridendo della stessa cosa. Ricordiamolo che passa, che non si ferma, che riempie la giornata e poi corre via verso la prossima. Ricordiamolo vivo, perché così era, e così resta.
Le esequie si terranno oggi alle sedici. Per oggi il sindaco Salvatore Paone, con l’ordinanza che proclama il lutto cittadino, ha disposto le bandiere a mezz’asta alla Casa Comunale, la sospensione delle manifestazioni pubbliche, e ha invitato i commercianti ad abbassare le saracinesche durante i funerali. Sono gesti semplici, antichi, ma importanti. Ma dicono una cosa precisa: che per qualche ora, oggi, un intera città smetterà di fare ciò che faceva, e si fermerà per Gabriel.
Si fermerà per lui, che fermo non sapeva stare. E sarà, questa, l’ultima carezza di una comunità: regalargli il silenzio di tutti, una volta sola, perché la sua voce possa attraversarlo indisturbata, un’ultima volta, da un capo all’altro dei vichi del borgo.
Ciao, Gabriel. Mai fermo più di dieci minuti, nemmeno adesso. La terra Ti sia lieve, giovane angelo dalla voce squillante. Tu, che non sapevi stare fermo, ci hai insegnato l’unica cosa che conta: che le giornate vanno riempite finché c’è luce. Noi proveremo a farlo. Anche per Te.
Luca Cervadoro, Maida 🙏
🕊️🤍

Indirizzo

Piazzetta San Giuseppe
Maida
88025

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