06/06/2026
😇🕊⭐Un nome di Arcangelo...
Le parole più vere le ha scritte chi gli voleva bene: a noi resta soltanto inchinarci, e ripeterle piano. “Non sapeva stare fermo più di dieci minuti. Poi si annoiava”.
Cominciamo da qui, perché è tutto qui. Non dai libri, non dalla filosofia, non dalle grandi parole che si usano nei momenti come questo e che servono soprattutto a chi le scrive. Cominciamo da un ragazzo che non riusciva a stare fermo. Lo conoscevano così a Maida. Sempre in mezzo, sempre dentro qualcosa, sempre con un’idea per le mani. Combinava guai, e mentre gli altri provavano a concludere qualcosa di serio lui era già altrove, già in piedi, già con la testa al gioco dopo. Aveva diciannove anni e li portava tutti, fino all’ultimo.
C’era un uomo, in particolare, a cui Gabriel somigliava. Era suo zio, Cristian, e di questa somiglianza il ragazzo andava fiero. Glielo dicevano tutti, che era il più simile a lui, e a lui faceva piacere sentirselo dire. Tra i due c’era quel tipo di legame che non ha bisogno di occasioni solenni: cento telefonate al giorno per niente, messaggi su messaggi, prese in giro continue, la complicità di chi si riconosce. Lo zio lo ha scritto con parole che non si possono migliorare, e infatti non proveremo a migliorarle: i cento milioni di chiamate in un’ora, i messaggi che mancheranno, e la certezza più crudele di tutte, quella che solo chi ha amato conosce. Che più passerà il tempo, e più mancheranno.
È un dettaglio che vale tutta la filosofia del mondo. Perché il dolore non funziona come ci aspettiamo. Non è più forte il primo giorno e poi si attenua. È vigliacco, è paziente. Si nasconde nelle abitudini. Aspetta la telefonata che non arriva alla solita ora. Aspetta la prossima estate, la prossima festa di paese, il prossimo guaio che nessuno verrà a combinare. Il vuoto non si riempie con il tempo. Il tempo, semmai, lo scava più a fondo, perché gli dà modo di mostrarsi in tutti i punti in cui prima c’era una voce.
Una voce, appunto. Lo zio l’ha chiamata una delle più squillanti e travolgenti della comunità, e ha detto che non risuonerà più nel silenzio dei vichi. Bisogna fermarsi su questa immagine, perché è esatta. Una Città come Maida non è fatto di case e di strade. È fatto di voci. È l’insieme dei richiami da un balcone all’altro, delle risate appese all’aria nelle sere d’estate, dei nomi gridati per chiamare qualcuno a cena. Una comunità è una partitura, e ogni voce è una nota. Quando una nota così giovane si spegne di colpo, non manca solo lei: cambia il suono di tutto il resto e gli amici di Gabriel già l’ho hanno capito. Resta una stonatura che solo chi vive il paese può sentire, e che nessuno saprà mai spiegare a chi viene da fuori.
Una sola cosa dirò, di quelle che si dicono nei momenti come questo, e la dirò perché è vera e perché aiuta a reggere.
Blaise Pascal, quattro secoli fa, scrisse che l’uomo è una canna, la più fragile della natura, ma una canna che pensa. Bastano un soffio, una goccia d’acqua a spezzarlo. Eppure, anche schiacciato, l’uomo resta più grande di ciò che lo uccide, perché lui sa, e ciò che lo schiaccia non sa nulla. È questa la condizione nostra, di tutti noi, di Gabriel come di chiunque legga. Siamo gli unici esseri al mondo che attraversano la vita sapendo che finirà. E proprio per questo, solo noi possiamo capire quanto vale una giornata. La rondine no. L’ulivo no. Noi sì. Ed è un privilegio terribile, perché fa male, ma è un privilegio: perché solo chi sa che il tempo finisce può amare senza rimandare a domani.
Lui, a modo suo, non rimandava. Riempiva le giornate fino all’orlo. Stava all’oratorio con i più piccoli, organizzava, inventava, era presenza costante. Aveva nel sangue il bisogno di esserci. E forse non è un caso, anche se ai casi non bisogna credere troppo, che portasse il nome che portava. Gabriel è il nome di un arcangelo, e l’Arcangelo Gabriele, nella tradizione, è il messaggero: non l’angelo immobile che custodisce una soglia, ma quello che non sta mai fermo, che va, che attraversa il cielo per portare una parola. L’angelo del movimento. Come lui. Come un ragazzo che dopo dieci minuti era già in piedi.
Lo zio gli ha chiesto di salutargli il nonno, lassù, e ha detto che il nonno di sicuro lo striglierà un po'. C'è dentro questa frase tutta la teologia di cui un uomo ha davvero bisogno: l'idea che il legame non si spezza, che di là qualcuno aspetta, che persino i rimproveri d'amore continuano. Non è soltanto la dottrina che si impara in chiesa da Don Antonio. È qualcosa di più antico ancora, e più saldo: il modo in cui la nostra gente ha sempre tenuto insieme i vivi e i morti, in una sola famiglia che la morte rimescola ma non divide. È quella forma di permanenza che resiste perfino alla morte, quel restare dentro un luogo e dentro i suoi affetti anche quando si è varcata la soglia. A questo serve una comunità. A non lasciare che nessuno, nemmeno chi se n'è andato, resti davvero solo.
Perché c’è una cosa che le pietre normanne di questa città sanno, e che noi a fatica impariamo. Chi nasce in un luogo come questo se lo porta dentro per sempre, ovunque vada. E vale anche al contrario: chi ha vissuto un luogo continua ad abitarlo anche quando non c’è più. Resta nelle strade che ha percorso, nei nomi che ha chiamato, nelle risate rimaste sospese in piazza Garibaldi. Gabriel, da oggi, abita Maida così. Non è più tra noi, e per questo è dentro il paese più di prima, fuso nelle sue pietre normanne, custodito in quella voce collettiva che nessuna sera potrà mai zittire del tutto.
Lo zio ha scritto che oggi Maida non è la stessa. Che le giornate erano volte al caldo e al sole, e invece oggi soffia un vento che asciuga le lacrime sul volto di tanti, e tutto è ovattato, grigio, stranamente silenzioso. Come se persino le pietre normanne della città sapessero. Ha ragione. E ha trovato, nel suo dolore, parole più vere di qualsiasi scrittore. A noi non resta che inchinarci, e ripeterle piano.
In queste ore qualcuno, per dirgli addio, ha disegnato un’immagine che dice tutto senza una parola: il manubrio della sua moto che si apre in due ali dorate, in un cielo di nuvole, e sotto, in oro, due parole. Ciao Gabriel. Non c’è retorica. C’è solo la verità che una comunità ha trovato da sola: che ciò che amava, la sua passione, non era una colpa, ma il segno della sua natura. Ali. La natura di chi è fatto per muoversi, per andare. Le stesse ali del nome che portava.
Allora ricordiamolo come ha chiesto chi gli voleva bene. Non fermo. Non in posa. Ricordiamolo sorridente e spensierato, con la lingua di fuori in una fotografia d’estate, accanto allo zio che gli somigliava, tutti e due ridendo della stessa cosa. Ricordiamolo che passa, che non si ferma, che riempie la giornata e poi corre via verso la prossima. Ricordiamolo vivo, perché così era, e così resta.
Le esequie si terranno oggi alle sedici. Per oggi il sindaco Salvatore Paone, con l’ordinanza che proclama il lutto cittadino, ha disposto le bandiere a mezz’asta alla Casa Comunale, la sospensione delle manifestazioni pubbliche, e ha invitato i commercianti ad abbassare le saracinesche durante i funerali. Sono gesti semplici, antichi, ma importanti. Ma dicono una cosa precisa: che per qualche ora, oggi, un intera città smetterà di fare ciò che faceva, e si fermerà per Gabriel.
Si fermerà per lui, che fermo non sapeva stare. E sarà, questa, l’ultima carezza di una comunità: regalargli il silenzio di tutti, una volta sola, perché la sua voce possa attraversarlo indisturbata, un’ultima volta, da un capo all’altro dei vichi del borgo.
Ciao, Gabriel. Mai fermo più di dieci minuti, nemmeno adesso. La terra Ti sia lieve, giovane angelo dalla voce squillante. Tu, che non sapevi stare fermo, ci hai insegnato l’unica cosa che conta: che le giornate vanno riempite finché c’è luce. Noi proveremo a farlo. Anche per Te.
Luca Cervadoro, Maida 🙏
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