03/10/2019
Pochi mesi fa è venuto a trovarci per raccontare la sua storia Beppe Antoci, un tranquillo direttore di banca chiamato qualche anno fa dalla Regione Sicilia a presiedere il Parco dei Nebrodi, un paradiso naturale incastonato tra l'Etna e il mare.
Una volta insediato, invece di occuparsi come immaginava di promozione delle attività del Parco, si è trovato davanti alla mafia dei terreni capace di fare razzia di provvidenze comunitarie grazie all'assegnazione ad aziende amiche o prestanome dei diritti di coltivazione.
Il suo protocollo per la legalità, che escludeva le aziende in odore di mafia, firmato da tutti i 22 comuni del Parco, diventò emblema della Sicilia onesta che si ribellava alla sopraffazione dei violenti. Pagò caro questo "affronto", con un agguato alla sua auto blindata crivellata dai colpi di mitra dei picciotti.
Beppe Antoci deve la vita ad un commissario di polizia sopraggiunto sul luogo della tentata strage che rispose al fuoco e mise in fuga i sicari.
Bene come la storia insegna essere consuetidine oggi la commissione antimafia mette in discussione quell'agguato, mette in dubbio le responsabilità mafiose, delegittima l'operato di poliziotti fino ad oggi considerati eroi. E lo fa utilizzando testimonianze parziali, con ricostruzioni indiziarie contrarie alle conclusioni a cui sono giunte le indagini. Una vecchia storia appunto, la stessa che in vita ha provato a delegittimare e indebolire Falcone, Borsellino, Chinnici, Dalla Chiesa. Da quest piccola comunità di provincia giunga allora la solidarietà, l'abbraccio e la riconoscenza per un uomo straordinario come Beppe Antoci. Che per l'ennesima volta deve difendersi dalle verità negate e calunniate dalle tante solidarietà di cui gode il fenomeno mafioso. Come se quella notte le pallottole dei kalasnikov fossero stati confetti che piovevano dal cielo di una terra che i suoi eroi non vede l'ora di dimenticarli e negarli.