21/02/2026
Condividiamo la nota della Presidenza diocesana di AC della diocesi di Reggio Calabria-Bova.
“Si ottiene dal mare quello che ci offre, non quello che vogliamo.”
Questa volta il mare non ha portato nè frutti né speranze, solo corpi e silenzi per costringerci a guardare senza alibi ciò che accade ad un passo da casa nostra, nel nostro mare, sulle spiagge che frequentiamo ad agosto.
Abbiamo scelto questa frase di Erri De Luca perché evoca una verità scomoda, già nel titolo del libro da cui è tratta: Tu, mio.
Quel “tu” che dice alterità è “mio” perché appartiene all’umanità di cui faccio parte.
L’altro non è fuori da me, è mio, mi riguarda, mi chiama, mi rende responsabile.
Ciò che il mare ci sta restituendo in queste ore non è solo cronaca, e nn è una tragica fatalità frutto della furia della natura.
Dalle onde degli uragani che hanno investito le nostre coste emerge prepotente una domanda rivolta a ciascuno di noi: mi riguarda?
Si, ci riguarda, soprattutto se credenti. Soprattutto se laici impegnati.
Se quel “tu” è mio, allora nessuna vita perduta può lasciarmi indifferente, perché quello che accade all’altro, accade anche a me.
Il Mediterraneo, crocevia di civiltà e di incontri, è diventato un cimitero a cielo aperto. Dal 2014 sono oltre 31.000 i migranti e i dispersi, quasi sempre anonimi.
L'assenza di un riconoscimento e la proporzione dei numeri rischiano di anestetizzarci e di trasformare la cronaca in rumore di fondo, noi però sappiamo bene che dietro ogni numero c’è un nome, una storia, una famiglia che attende, un dolore che non trova pace. Ed è per questo che non possiamo non dire.
Il mare non è colpevole. È il confine che abbiamo scelto di rendere invalicabile, il luogo dove il dovere di soccorso si scontra con logiche politiche e respingimenti.
È lì che l’invisibilità diventa una seconda morte, quando i naufragi vengono archiviati e i corpi restano senza identità.
Per questo la memoria è un atto necessario.
Dare un nome, restituire una storia, riconoscere quei corpi significa opporsi all’indifferenza. Significa dire senza mezze misure che nessuna vita è sacrificabile e nessuna morte è inevitabile.
Il lavoro al quale abbiamo partecipato assieme al Coordinamento ecclesiale Sbarchi della nostra Caritas diocesana, ci ha insegnato che un’altra narrazione è possibile. Rifiutiamo la narrazione dell’emergenza permanente e preferiamo quella dell’umanità che resiste.
Perché, come scriveva John Donne, "nessun uomo è un’isola. Ogni morte d’uomo mi diminuisce, perché io partecipo all’Umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: Essa suona per te".
Il mare ci restituisce ciò che accade. Sta a noi decidere se continuare a guardare altrove o assumerci, finalmente, la responsabilità di salvare, accogliere, ricordare. Di denunciare, perché non accada MAI PIU'.
La Presidenza diocesana