24/05/2026
Predicazione di Pentecoste - domenica 24 maggio 2026 - su Atti 2,1-36
A Pentecoste Dio dona il suo Spirito e comincia una nuova pagina di storia, anzi un capitolo, o forse un libro intero della storia che lo Spirito sta scrivendo ancora oggi: la storia dell’annuncio dell’evangelo.
1. Però… vorrei fare un attimo un passo indietro: domenica scorsa abbiamo ricordato l’ascensione di Gesù al Padre (che in realtà sarebbe stata dieci giorni fa). Che cosa è successo in questi dieci giorni?
Non in questi dieci giorni dell’anno 2026, ma nei dieci giorni trascorsi da quando i discepoli hanno visto salire Gesù al cielo fino al giorno di Pentecoste, in cui vedono – ma più che altro sentono – lo Spirito di Dio scendere dal cielo.
Che cosa accade tra questo salire di Gesù e questo scendere dello Spirito?
Dopo l’ascensione di Gesù (dice Atti 1,12) i discepoli tornano a Gerusalemme e si recano nella sala dove solitamente si riunivano. Lì pregano, insieme alle donne, alla madre e ai fratelli di Gesù. Una piccola comunità riunita in preghiera.
Poi cercano un sostituto di Giuda. Vogliono tornare a essere dodici, e la scelta cadrà su Mattia. Dunque si preparano con fiducia a quello che accadrà, attendono quello che Gesù aveva promesso, cioè il dono dello Spirito.
Si preparano, soprattutto attraverso la preghiera. Si preparano e si organizzano, perché sanno che Dio deve agire. Sanno che l’evento determinante, l’azione determinante in questo momento non tocca a loro, ma tocca a Dio, solo Dio può farla.
Questo è forse un dettaglio non così importante, ma mi ha fatto pensare che ci sono dei momenti nella nostra vita di fede, in cui possiamo prepararci, possiamo pregare, ma noi non possiamo fare più di tanto, dobbiamo lasciare fare a Dio.
E se questo da un lato ci destabilizza un po’, perché noi vorremmo avere sempre qualcosa da fare, vorremmo sempre avere tutto sotto controllo, questo piccolo dettaglio ci dice che non tutto dipende da noi.
Lo diciamo spesso che non tutto dipende da noi, ma lo diciamo soprattutto riguardo alle cose negative o dolorose. E invece vale anche per le cose belle e positive: non tutto dipende da noi, Dio agisce, come e quando vuole lui.
Anche nei momenti di vuoto o di buio, Dio agisce, magari dietro le quinte, non lo sentiamo e non lo vediamo. Ma Dio agisce, e possiamo quindi attendere con fiducia e prepararci. Dio agisce, e quando agisce ci sorprende, come a Pentecoste.
2. Quando Dio agisce ci sorprende e ci mette in movimento. Allora sì che tocca a noi, allora sì che c’è qualcosa da fare!
Perché Dio non solo “fa”; Dio oltre a fare, fa fare. Lo Spirito di Dio rende possibile tutto ciò che i discepoli faranno da ora in poi. È lo Spirito che agisce in loro, è lo Spirito che “fa fare”.
E che cosa lo Spirito fa fare ai discepoli, diventati apostoli? Li fa predicare, li fa annunciare, li fa parlare. Qui Pietro non fa altro che parlare. Non fa cose strane, miracolose, non fa gesti straordinari.
Ho voluto leggere questo lungo brano – cioè non soltanto la discesa dello Spirito Santo, ma anche quello che accade subito dopo, ovvero la predicazione di Pietro - proprio perché mi sembra importante che ci fermiamo su questo primo effetto, sulla conseguenza del dono dello Spirito: e la conseguenza del dono dello Spirito è il fatto che Pietro - e poi lo faranno anche gli altri apostoli - annuncia l’evangelo.
L’altro effetto del dono dello Spirito – raccontato nei versi successivi a quelli che abbiamo letto – sarà la nascita della fede in Gesù Cristo di molte persone. La fede che nasce dall’ascolto della Parola di Dio, dell’evangelo che Pietro ha predicato, sarà opera dello Spirito.
Pietro parla, fa questa lunga predicazione, piena di citazioni dell’AT perché sta parlando agli ebrei che si trovano a Gerusalemme per la festa ebraica di Pentecoste, e vuole loro annunciare che Gesù è il messia che i profeti avevano annunciato.
E l’ultima frase che abbiamo letto è un po’ la sintesi e il cuore dell’evento che costituisce l’evangelo: «Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso». Gesù, crocifisso e risorto, è il Signore.
Pietro parla. Certo bisogna sapere che cosa dire e bisogna anche sapere come dirlo. Ogni predicazione è sempre un tentativo e una sfida. Ma in fondo Pietro parla, parla soltanto.
3. Pietro parla e accade quello che tutti sappiamo, il miracolo per definizione della pentecoste: tutti comprendono. Miracolo grandissimo, se pensiamo a quanta fatica facciamo a volte per capirci anche tra chi parla la stessa lingua...
I discepoli parlano la loro lingua – probabilmente l’aramaico - e coloro che ascoltano li capiscono, benché provengano da molti paesi diversi e lontani e non sanno l’aramaico: “li udiamo parlare ciascuno nella nostra propria lingua natìa”.
L’evangelo li raggiunge nella loro lingua madre. Un bellissimo miracolo! Potremmo quasi dire: l’evangelo diventa la loro lingua madre, l’evangelo non è una lingua straniera, è la tua lingua, perché è per te.
Sono tutti stranieri: Parti, Medi, Elamiti e tutti quei popoli che mettono sempre in difficoltà chi deve leggere questo brano! Tutti stranieri, hanno tutti lingue diverse, ma ora hanno una lingua comune: quella dell’evangelo!
Ecco il miracolo dello Spirito. Che fa sì che l’evangelo arrivi alle orecchie e nella vita di chi lo ascolta: Parti, Medi, Elamiti… italiani, ghanesi, brasiliani, cinesi, finlandesi, giapponesi…
Dio – lo Spirito – compie il miracolo di far sì che quello che Pietro annuncia venga capito e venga creduto.
I discepoli – qui è Pietro, ma poi lo faranno anche gli altri - fanno una cosa ordinaria: parlano, raccontano, fanno discorsi, come sanno fare, con le capacità che hanno. Lo Spirito fa il resto.
A noi spetta l’ordinario, a Dio lo straordinario. Tu sei chiamato a fare cose ordinarie, umanamente ordinarie. Dio con il suo Spirito le può rendere annuncio, testimonianza efficace, evangelo.
Noi parliamo, agiamo, ovviamente non a caso, ma cercando di fare quello che Gesù ci ha insegnato, e cioè amando, servendo, condividendo, lo facciamo come ne siamo capaci, al meglio delle nostre possibilità, mettendocela tutta, ma anche con tutti i nostri limiti.
Dio può trasformare il nostro agire ordinario nello straordinario che è l’evangelo.
Non ci è chiesto di fare cose speciali. Ci è chiesto di fare quello che possiamo fare e sappiamo fare. Tutto quello che possiamo fare e sappiamo fare, con amore, con attenzione, delicatezza, con competenza… Ma tuttavia cose normali:
È Dio che fa il resto e che trasforma – quando lui vuole - l’ordinario in straordinario. Questo è un grande incoraggiamento per tutte quelle volte in cui siamo sfiduciati e pensiamo di essere troppo pochi, troppo deboli, di non essere in grado di fare granché.
Del resto, se guardiamo alla nostra esperienza personale, io credo che l’evangelo sia giunto a ciascuno di noi in molti modi diversi e per molti di noi – almeno questo vale sicuramente per me – attraverso voci e gesti assolutamente ordinari.
Ci sarà tra noi chi è nato in una famiglia di credenti ed ha ricevuto la prima testimonianza in famiglia; chi invece ha incontrato la fede cristiana grazie alla testimonianza di una persona particolare.
Chi l’ha incontrata nella comunità, chi ha avuto un primo approccio attraverso un libro, chi attraverso la pura lettura della Bibbia, che continua poi a nutrire la fede di ciascuno.
Tutti fatti ed esperienze che possiamo definire ordinarie, e che lo Spirito ha fatto diventare per noi evangelo, cioè Parola che interpella, Parola che accoglie, Parola che ci mette a n**o, Parola che sempre perdona e rialza.
Il Signore non fa mancare il suo Spirito e non fa mancare donne e uomini di cui si serve per continuare a portare – attraverso i loro gesti ordinari - lo straordinario dell’evangelo.
Questa mattina siamo qui, come i discepoli erano in quella stanza nei giorni tra l’ascensione e la Pentecoste, in attesa e in preghiera, come noi siamo in ascolto e in preghiera.
4. Come i discepoli, anche noi usciremo fuori dalla stanza, dove ci attende il mondo in cui Dio ci manda a testimoniare il suo evangelo di grazia e di libertà.
Andiamo con fiducia in questo mondo: facciamo quello che siamo in grado di fare, tutto quello che siamo in grado di fare, ovviamente con impegno e possibilmente con entusiasmo, ma non pensiamo di dover fare cose straordinarie: quelle le fa il Signore attraverso il suo Spirito.
Noi facciamo le cose che Gesù ci insegna e che forse oggi come oggi già sembrano straordinarie, ma sono l’ordinario della vita cristiana:
mettiamocela tutta per amare il nostro prossimo e per servirlo come Gesù ci ha mostrato, per non giudicare, per cercare la giustizia, per tentare di costruire la pace e portare la riconciliazione dove c’è odio e conflitto…
E mettiamocela tutta per dire che tutto ciò che cerchiamo di fare, è fondato nella certezza che il Signore ci ama e ama tutte le persone con cui abbiamo a che fare e che tutti vuole liberare dalla colpa e dalla paura in Gesù Cristo morto e risorto, che è il Signore.
Dio, con il suo Spirito saprà trasformare questi nostri ordinari tentativi in cose straordinarie. Saprà trasformare le nostre parole e le nostre azioni in annuncio del suo evangelo, che quando è annunciato, creduto e vissuto porta lo straordinario di Dio nella vita di chi lo incontra.