Chiesa metodista di Luino

Chiesa metodista di Luino Unione delle chiese metodiste e valdesi

24/05/2026

Predicazione di Pentecoste - domenica 24 maggio 2026 - su Atti 2,1-36

A Pentecoste Dio dona il suo Spirito e comincia una nuova pagina di storia, anzi un capitolo, o forse un libro intero della storia che lo Spirito sta scrivendo ancora oggi: la storia dell’annuncio dell’evangelo.
1. Però… vorrei fare un attimo un passo indietro: domenica scorsa abbiamo ricordato l’ascensione di Gesù al Padre (che in realtà sarebbe stata dieci giorni fa). Che cosa è successo in questi dieci giorni?
Non in questi dieci giorni dell’anno 2026, ma nei dieci giorni trascorsi da quando i discepoli hanno visto salire Gesù al cielo fino al giorno di Pentecoste, in cui vedono – ma più che altro sentono – lo Spirito di Dio scendere dal cielo.
Che cosa accade tra questo salire di Gesù e questo scendere dello Spirito?
Dopo l’ascensione di Gesù (dice Atti 1,12) i discepoli tornano a Gerusalemme e si recano nella sala dove solitamente si riunivano. Lì pregano, insieme alle donne, alla madre e ai fratelli di Gesù. Una piccola comunità riunita in preghiera.
Poi cercano un sostituto di Giuda. Vogliono tornare a essere dodici, e la scelta cadrà su Mattia. Dunque si preparano con fiducia a quello che accadrà, attendono quello che Gesù aveva promesso, cioè il dono dello Spirito.
Si preparano, soprattutto attraverso la preghiera. Si preparano e si organizzano, perché sanno che Dio deve agire. Sanno che l’evento determinante, l’azione determinante in questo momento non tocca a loro, ma tocca a Dio, solo Dio può farla.
Questo è forse un dettaglio non così importante, ma mi ha fatto pensare che ci sono dei momenti nella nostra vita di fede, in cui possiamo prepararci, possiamo pregare, ma noi non possiamo fare più di tanto, dobbiamo lasciare fare a Dio.
E se questo da un lato ci destabilizza un po’, perché noi vorremmo avere sempre qualcosa da fare, vorremmo sempre avere tutto sotto controllo, questo piccolo dettaglio ci dice che non tutto dipende da noi.
Lo diciamo spesso che non tutto dipende da noi, ma lo diciamo soprattutto riguardo alle cose negative o dolorose. E invece vale anche per le cose belle e positive: non tutto dipende da noi, Dio agisce, come e quando vuole lui.
Anche nei momenti di vuoto o di buio, Dio agisce, magari dietro le quinte, non lo sentiamo e non lo vediamo. Ma Dio agisce, e possiamo quindi attendere con fiducia e prepararci. Dio agisce, e quando agisce ci sorprende, come a Pentecoste.

2. Quando Dio agisce ci sorprende e ci mette in movimento. Allora sì che tocca a noi, allora sì che c’è qualcosa da fare!
Perché Dio non solo “fa”; Dio oltre a fare, fa fare. Lo Spirito di Dio rende possibile tutto ciò che i discepoli faranno da ora in poi. È lo Spirito che agisce in loro, è lo Spirito che “fa fare”.
E che cosa lo Spirito fa fare ai discepoli, diventati apostoli? Li fa predicare, li fa annunciare, li fa parlare. Qui Pietro non fa altro che parlare. Non fa cose strane, miracolose, non fa gesti straordinari.
Ho voluto leggere questo lungo brano – cioè non soltanto la discesa dello Spirito Santo, ma anche quello che accade subito dopo, ovvero la predicazione di Pietro - proprio perché mi sembra importante che ci fermiamo su questo primo effetto, sulla conseguenza del dono dello Spirito: e la conseguenza del dono dello Spirito è il fatto che Pietro - e poi lo faranno anche gli altri apostoli - annuncia l’evangelo.
L’altro effetto del dono dello Spirito – raccontato nei versi successivi a quelli che abbiamo letto – sarà la nascita della fede in Gesù Cristo di molte persone. La fede che nasce dall’ascolto della Parola di Dio, dell’evangelo che Pietro ha predicato, sarà opera dello Spirito.
Pietro parla, fa questa lunga predicazione, piena di citazioni dell’AT perché sta parlando agli ebrei che si trovano a Gerusalemme per la festa ebraica di Pentecoste, e vuole loro annunciare che Gesù è il messia che i profeti avevano annunciato.
E l’ultima frase che abbiamo letto è un po’ la sintesi e il cuore dell’evento che costituisce l’evangelo: «Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso». Gesù, crocifisso e risorto, è il Signore.
Pietro parla. Certo bisogna sapere che cosa dire e bisogna anche sapere come dirlo. Ogni predicazione è sempre un tentativo e una sfida. Ma in fondo Pietro parla, parla soltanto.

3. Pietro parla e accade quello che tutti sappiamo, il miracolo per definizione della pentecoste: tutti comprendono. Miracolo grandissimo, se pensiamo a quanta fatica facciamo a volte per capirci anche tra chi parla la stessa lingua...
I discepoli parlano la loro lingua – probabilmente l’aramaico - e coloro che ascoltano li capiscono, benché provengano da molti paesi diversi e lontani e non sanno l’aramaico: “li udiamo parlare ciascuno nella nostra propria lingua natìa”.
L’evangelo li raggiunge nella loro lingua madre. Un bellissimo miracolo! Potremmo quasi dire: l’evangelo diventa la loro lingua madre, l’evangelo non è una lingua straniera, è la tua lingua, perché è per te.
Sono tutti stranieri: Parti, Medi, Elamiti e tutti quei popoli che mettono sempre in difficoltà chi deve leggere questo brano! Tutti stranieri, hanno tutti lingue diverse, ma ora hanno una lingua comune: quella dell’evangelo!
Ecco il miracolo dello Spirito. Che fa sì che l’evangelo arrivi alle orecchie e nella vita di chi lo ascolta: Parti, Medi, Elamiti… italiani, ghanesi, brasiliani, cinesi, finlandesi, giapponesi…
Dio – lo Spirito – compie il miracolo di far sì che quello che Pietro annuncia venga capito e venga creduto.
I discepoli – qui è Pietro, ma poi lo faranno anche gli altri - fanno una cosa ordinaria: parlano, raccontano, fanno discorsi, come sanno fare, con le capacità che hanno. Lo Spirito fa il resto.
A noi spetta l’ordinario, a Dio lo straordinario. Tu sei chiamato a fare cose ordinarie, umanamente ordinarie. Dio con il suo Spirito le può rendere annuncio, testimonianza efficace, evangelo.
Noi parliamo, agiamo, ovviamente non a caso, ma cercando di fare quello che Gesù ci ha insegnato, e cioè amando, servendo, condividendo, lo facciamo come ne siamo capaci, al meglio delle nostre possibilità, mettendocela tutta, ma anche con tutti i nostri limiti.
Dio può trasformare il nostro agire ordinario nello straordinario che è l’evangelo.
Non ci è chiesto di fare cose speciali. Ci è chiesto di fare quello che possiamo fare e sappiamo fare. Tutto quello che possiamo fare e sappiamo fare, con amore, con attenzione, delicatezza, con competenza… Ma tuttavia cose normali:
È Dio che fa il resto e che trasforma – quando lui vuole - l’ordinario in straordinario. Questo è un grande incoraggiamento per tutte quelle volte in cui siamo sfiduciati e pensiamo di essere troppo pochi, troppo deboli, di non essere in grado di fare granché.
Del resto, se guardiamo alla nostra esperienza personale, io credo che l’evangelo sia giunto a ciascuno di noi in molti modi diversi e per molti di noi – almeno questo vale sicuramente per me – attraverso voci e gesti assolutamente ordinari.
Ci sarà tra noi chi è nato in una famiglia di credenti ed ha ricevuto la prima testimonianza in famiglia; chi invece ha incontrato la fede cristiana grazie alla testimonianza di una persona particolare.
Chi l’ha incontrata nella comunità, chi ha avuto un primo approccio attraverso un libro, chi attraverso la pura lettura della Bibbia, che continua poi a nutrire la fede di ciascuno.
Tutti fatti ed esperienze che possiamo definire ordinarie, e che lo Spirito ha fatto diventare per noi evangelo, cioè Parola che interpella, Parola che accoglie, Parola che ci mette a n**o, Parola che sempre perdona e rialza.
Il Signore non fa mancare il suo Spirito e non fa mancare donne e uomini di cui si serve per continuare a portare – attraverso i loro gesti ordinari - lo straordinario dell’evangelo.
Questa mattina siamo qui, come i discepoli erano in quella stanza nei giorni tra l’ascensione e la Pentecoste, in attesa e in preghiera, come noi siamo in ascolto e in preghiera.

4. Come i discepoli, anche noi usciremo fuori dalla stanza, dove ci attende il mondo in cui Dio ci manda a testimoniare il suo evangelo di grazia e di libertà.
Andiamo con fiducia in questo mondo: facciamo quello che siamo in grado di fare, tutto quello che siamo in grado di fare, ovviamente con impegno e possibilmente con entusiasmo, ma non pensiamo di dover fare cose straordinarie: quelle le fa il Signore attraverso il suo Spirito.
Noi facciamo le cose che Gesù ci insegna e che forse oggi come oggi già sembrano straordinarie, ma sono l’ordinario della vita cristiana:
mettiamocela tutta per amare il nostro prossimo e per servirlo come Gesù ci ha mostrato, per non giudicare, per cercare la giustizia, per tentare di costruire la pace e portare la riconciliazione dove c’è odio e conflitto…
E mettiamocela tutta per dire che tutto ciò che cerchiamo di fare, è fondato nella certezza che il Signore ci ama e ama tutte le persone con cui abbiamo a che fare e che tutti vuole liberare dalla colpa e dalla paura in Gesù Cristo morto e risorto, che è il Signore.
Dio, con il suo Spirito saprà trasformare questi nostri ordinari tentativi in cose straordinarie. Saprà trasformare le nostre parole e le nostre azioni in annuncio del suo evangelo, che quando è annunciato, creduto e vissuto porta lo straordinario di Dio nella vita di chi lo incontra.

17/05/2026

Predicazione di domenica 17 maggio 2026 (Ascensione di Gesù) su Giovanni 17,20-26 a cura di Marco Gisola

20 Non prego soltanto per questi, ma anche per quelli che credono in me per mezzo della loro parola: 21 che siano tutti uno; e come tu, o Padre, sei in me e io sono in te, anch’essi siano in noi: affinché il mondo creda che tu mi hai mandato. 22 Io ho dato loro la gloria che tu hai data a me, affinché siano uno come noi siamo uno; 23 io in loro e tu in me; affinché siano perfetti nell’unità, e affinché il mondo conosca che tu mi hai mandato, e che li ami come hai amato me. 24 Padre, io voglio che dove sono io, siano con me anche quelli che tu mi hai dati, affinché vedano la mia gloria che tu mi hai data; poiché mi hai amato prima della fondazione del mondo. 25 Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato; 26 e io ho fatto loro conoscere il tuo nome, e lo farò conoscere, affinché l’amore del quale tu mi hai amato sia in loro, e io in loro».

Questa domenica ricordiamo l’ascensione di Gesù, la sua “salita” al padre. Gesù è tornato al Padre non per lasciarci soli, ma perché ha terminato il suo compito qui in mezzo a noi.
Egli continuerà ad essere presente nel dono dello Spirito Santo, che ricorderemo domenica prossima, a Pentecoste.
Il credo ci dice che Gesù siede alla destra del Padre. Questo vuol dire che non è scomparso, c’è, è lì, il risorto è il glorificato, veglia su di noi, insieme al Padre e in unità con lui.
Il nostro lezionario ci propone per ricordare l’ascensione di Gesù un brano della lunga preghiera di Gesù del cap. 17 del vangelo di Giovanni. Una preghiera che si trova tra il discorso di addio di Gesù (iniziato con la lavanda dei piedi del cap. 13) e la sua passione che inizia subito dopo.

1) Questo testo – letto oggi, nella festa dell’ascensione - ci dice quindi innanzitutto proprio questo: Gesù è salito al Padre e lì, alla destra del Padre, prega per noi.
Gesù prega per noi. È una cosa molto bella e molto consolante. Lo dice esplicitamente anche l’apostolo Paolo, quando scrive ai Romani: «Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi» (Rom. 8,34). Gesù intercede per noi.
Nel brano che abbiamo letto prega proprio per noi, non cioè per i dodici discepoli che lui ha chiamato: per loro ha pregato nella prima parte della preghiera, nei versetti precedenti a quelli che abbiamo letto.
Qui prega per «quelli che credono in me per mezzo della loro parola», ovvero per quelli che credono grazie alla predicazione degli apostoli. E poi grazie alla predicazione di coloro che sono venuti dopo, di generazione in generazione.
Gesù prega anche per i discepoli e le discepole che verranno, dal nostro punto di vista che sono venuti, e quindi possiamo ritenerci compresi nella sua preghiera. Prega anche per chi ancora non c’era e ancora non lo aveva conosciuto. Prega anche per noi, anche per te.

2) Mentre prega Gesù dice come nasce la fede: I discepoli che verranno «credono in me per mezzo della loro parola», cioè della parola degli apostoli.
Noi forse lo diamo per scontato, ma non lo era affatto: si può credere non solo ascoltando le parole di Gesù, che escono dalla sua bocca, ma anche ascoltando le parole di chi parla di Gesù, di chi racconta e annuncia chi è Gesù e che cosa ha fatto.
La fede nasce e cresce anche attraverso le parole pronunciate da fragili e contraddittorie bocche umane. Questo è il miracolo che avviene per opera dello Spirito Santo, che giungerà a Pentecoste.
Non è il predicatore/la predicatrice che porta alla fede, non è il/la testimone che porta alla fede, ma è colui che è predicato, colui che è testimoniato, cioè Gesù Cristo.
È lo Spirito che dalla predicazione e dalla testimonianza umane sa trarre fuori l’evangelo. Che Dio abbia voluto servirsi delle nostre piccole parole umane (con la p minuscola) per farci raggiungere dalla sua grande Parola (con la P maiuscola) è anche questo un dono della grazia.

3) Per che cosa prega Gesù? Prega per i suoi discepoli e per i discepoli che verranno ma in modo particolare per la loro unità. Questa preghiera di Gesù è diventata – a ragione - uno dei fondamenti biblici del movimento ecumenico. Gesù vuole l’unità dei suoi discepoli e delle sue discepole, prega per essa.
Gesù non conosceva la divisione che ci sarebbe stata tra le chiese, ma conosceva bene la divisione che corre tra gli esseri umani e tra i gruppi di esseri umani (Paolo, per esempio, conosce bene le divisioni che ci sono all’interno della chiesa di Corinto… 1 Cor. 1,10ss.). Per questo Gesù ha ben motivo di pregare per l’unità dei suoi discepoli e delle sue discepole.
Ma per quale unità prega? Non per una unità istituzionale: nulla è più lontano dal vangelo di Giovanni, o dal Gesù che Giovanni ci racconta, dell’istituzione. E nemmeno per una unità puramente sentimentale.
Il modello di unità a cui Gesù pensa è nientemeno che l’unità tra lui e il Padre: «affinché siano uno come noi siamo uno; io in loro e tu in me; affinché siano perfetti nell’unità», dice Gesù.
Parole complicate! Che cosa vuol dire “essere in”? “io in loro e tu in me”, dice Gesù al Padre.
Che il Padre sia in Gesù, più o meno lo capiamo: Dio Padre è in Gesù ed è stato in Gesù in tutto ciò che Gesù ha detto e ha fatto, Gesù ha detto e ha fatto la volontà di Dio.
Ma come fa Gesù a essere in noi? Forse proprio attraverso la sua Parola e lo Spirito Santo. Gesù vuole essere in noi, riempire la nostra vita del suo amore, del suo perdono, della sua speranza.
Vuole riempire la nostra vita della sua Parola, che ci annuncia e insegna tutto questo e del suo Spirito che ci rende possibile credere tutto ciò e viverlo nella gioia.
E allora anche l’unità c’è quando Gesù è “in” noi, in me e in te. Sono unito a te, perché Cristo è in te. Non è soltanto in me, è anche in te. E tu sei unito a me, perché Cristo non è soltanto in te, ma è anche in me.
E poi saremo diversissimi in mille altre cose, avremo passioni diverse, gusti diversi, anche opinioni diverse.
Essere uniti non vuol certo dire essere identici, unità non è uniformità, pensare tutti la stessa cosa. Questo accade – e accade per forza e – quindi - per finta – soltanto nei regimi. In Cristo non può accadere.
L’unità – quella quotidiana della vita di una comunità come la nostra, e quella verso cui camminiamo tra le diverse chiese – è in Cristo, viene da Cristo, ed è quindi comunione, che non solo rispetta, ma valorizza le diversità, le vive con riconoscenza.
E le diversità si possono vivere – dentro la comunità e tra le chiese – solo perché la mia “diversità”, cioè il mio modo di essere non ha l’ultima parola, e quindi non deve per forza diventare il tuo modo di essere. Perché l’ultima parola ce l’ha Cristo, l’unico modello è Cristo. Per me e per te e per tutti noi.

4) L’unità tra i discepoli/e per cui Gesù prega non è fine a se stessa. L’unità tra i discepoli/e ha uno scopo: «affinché il mondo creda che tu mi hai mandato» (v. 21). Al v. 23 Gesù dice la stessa cosa (solo che usa il verbo «conoscere» anziché credere) e fa un’aggiunta interessante: «… affinché il mondo conosca che tu mi hai mandato, e che li ami come hai amato me».
Il mondo – cioè tutti coloro che non credono (non credono più, non credono ancora…) e non conoscono Gesù – deve ve**re a sapere due cose:
1) che Dio ha mandato Gesù nel mondo. E 2) che Dio ama coloro che si affidano a lui.
Questo sono chiamati a testimoniare i discepoli/e di Gesù. In questa testimonianza devono essere uniti.

La prima cosa quindi che siamo chiamati a testimoniare è il fatto di essere amati, è l’amore di Dio per noi.
Prima dell’amore che riusciamo (o non riusciamo) a dare, siamo chiamati a essere testimoni dell’amore che abbiamo ricevuto. La prima caratteristica del nostro essere cristiani sta nell’essere amati. Tutto il resto nasce da lì.

5) Nella seconda parte del brano Gesù guarda direttamente al Regno di Dio, anzi parla come se fosse già nel Regno di Dio, come se – appunto – la sua ascensione (che Giovanni chiama “innalzamento” o “glorificazione”) fosse già avvenuta:
«Padre, io voglio che dove sono io, siano con me anche quelli che tu mi hai dati».
La sua richiesta è che i suoi discepoli (quelli lì presenti con lui e quelli di ogni generazione, fino a noi) siano con lui dove lui è, cioè appunto con il padre nel suo regno.
Qui Gesù lo dice al Padre in preghiera. Ma poco prima – subito dopo la lavanda dei piedi – lo aveva detto ai discepoli sotto forma di promessa: «Quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi» (14,3).
il Padre e il figlio sono uno. Per questo la preghiera di Gesù è al tempo stesso promessa per noi, perché il Figlio vuole ciò che anche il Padre vuole.
La promessa che Gesù ci fa è che dove sarà lui ci saremo anche noi. La meta della nostra esistenza è la stessa meta dove lui ci ha preceduti: nel regno di amore e giustizia del Padre
Per concludere:
Gesù prega per noi, per la nostra unità, ci unisce a sé attraverso la sua parola e lo Spirito, ci manda ad annunciare a tutti che Gesù li ama e ci manda anche a far vedere questo suo amore.
E infine ci promette che saremo con lui nel suo regno, perché egli ci tiene uniti a sé fino alla fine e non ci lascia andare.
Tutto questo è il senso profondo dell’ascensione di Gesù al Padre.
Tutto questo per amore di Dio, tutto questo per la nostra gioia, consolazione e speranza.

04/05/2026

Predicazione di domenica 3 maggio 2026 su 2 Cronache 5,1-14 a cura di Marco Gisola

1 Così fu compiuta tutta l’opera che Salomone fece eseguire per la casa del SIGNORE. Salomone fece portare l’argento, l’oro e tutti gli utensili che Davide suo padre aveva consacrati, e li mise nei tesori della casa di Dio.
2 Allora Salomone convocò a Gerusalemme gli anziani d’Israele e tutti i capi delle tribù, cioè i grandi delle famiglie patriarcali dei figli d’Israele, per portare su l’arca del patto del SIGNORE, dalla città di Davide, cioè da Sion.
3 Tutti gli uomini d’Israele si radunarono presso il re per la festa che cadeva il settimo mese.
4 Arrivati che furono tutti gli anziani d’Israele, i Leviti presero l’arca; 5 e portarono su l’arca, la tenda di convegno, e tutti gli utensili sacri che erano nella tenda. I sacerdoti e i Leviti eseguirono il trasporto. 6 Il re Salomone e tutta la comunità d’Israele, convocata presso di lui, si raccolsero davanti all’arca, e sacrificarono pecore e buoi in tal quantità da non potersi contare né calcolare. 7 I sacerdoti portarono l’arca del patto del SIGNORE al luogo destinatole, nel santuario della casa, nel luogo santissimo, sotto le ali dei cherubini; 8 poiché i cherubini avevano le ali spiegate sopra il posto dell’arca, e coprivano dall’alto l’arca e le sue stanghe. 9 Le stanghe avevano una tale lunghezza che le loro estremità si vedevano sporgere dall’arca, davanti al santuario, ma non si vedevano dal di fuori. Esse sono rimaste là fino a oggi. 10 Nell’arca non c’era altro se non le due tavole di pietra che Mosè vi aveva deposte sull’Oreb, quando il SIGNORE fece il patto con i figli d’Israele, dopo che questi furono usciti dal paese d’Egitto.
11 Mentre i sacerdoti uscivano dal luogo santo - poiché tutti i sacerdoti presenti si erano santificati senza osservare l’ordine delle classi, 12 e tutti i Leviti cantori, Asaf, Eman, Iedutun, i loro figli e i loro fratelli, vestiti di bisso, con cembali, saltèri e cetre stavano in piedi a oriente dell’altare, e con loro centoventi sacerdoti che suonavano la tromba - 13 mentre, dico, quelli che suonavano la tromba e quelli che cantavano, come un sol uomo, fecero udire all’unisono la voce per lodare e per celebrare il SIGNORE, e alzarono la voce al suono delle trombe, dei cembali e degli altri strumenti musicali, per lodare il SIGNORE «perch’egli è buono, perché la sua bontà dura in eterno!», avvenne che la casa, la casa del SIGNORE, fu riempita di una nuvola. 14 I sacerdoti non poterono rimanervi per svolgere il loro servizio a causa della nuvola; poiché la gloria del SIGNORE riempiva la casa di Dio.

“Così fu compiuta tutta l’opera che Salomone fece eseguire per la casa del SIGNORE”. La costruzione del Tempio di Salomone è terminata e il brano che abbiamo ascoltato ci racconta la solenne e grandiosa celebrazione della sua inaugurazione.
Una grandiosità che forse ci lascia persino interdetti: animali sacrificati in un numero che non si può nemmeno contare, dice il cronista. E poi musica e canto: un numero imprecisato di “Leviti cantori” accompagnati da centoventi sacerdoti che suonavano la tromba e poi cembali e altri strumenti musicali.
Una vera e propria orchestra schierata e preparata per un momento davvero solenne! La costruzione del tempio voluto da re Salomone è finalmente conclusa e l’arca del patto sta per entrarvi, sta per essere portata solennemente dentro il tempio, dentro il cosiddetto “luogo santissimo”, quello in cui solo il sommo sacerdote una volta l’anno entrerà per compiere il sacrificio per il perdono dei peccati nel giorno dell’espiazione, lo Yom Kippur.
Questo è l’episodio che ci è proposto oggi, tratto dal secondo libro delle cronache.
I libri delle cronache vengono letti poco. Sono libri storici, che cioè raccontano la storia del popolo di Israele e in alcuni tratti seguono ciò che raccontano i libri di Samuele e i libri dei Re. Nelle nostre bibbie sono due libri, ma in origine erano un unico libro, che narra la storia da Adamo fino al ritorno di Israele dall’esilio in Babilonia.
Qui siamo nel periodo del regno di Salomone che ha costruito il tempio, che già suo padre Davide voleva costruire. Ma Dio aveva deciso che non sarebbe stato Davide, bensì suo figlio Salomone a farlo; e la ragione di questa scelta è molto interessante: Davide stesso, infatti, nel primo libro delle Cronache, dice a Salomone:
«Io stesso avevo in cuore di costruire una casa al nome del SIGNORE, del mio Dio; ma la parola del SIGNORE mi fu rivolta, e mi fu detto: “Tu hai sparso molto sangue, e hai fatto grandi guerre; tu non costruirai una casa al mio nome, poiché hai sparso molto sangue sulla terra, davanti a me. Ma ecco, ti nascerà un figlio, che sarà uomo di pace, e io gli darò tranquillità, liberandolo da tutti i suoi nemici circostanti. Salomone sarà il suo nome; io concederò pace e tranquillità a Israele durante la vita di lui. Egli costruirà una casa al mio nome...”» (1 Cronache 22,7ss).
Dunque un uomo di pace, e non uno che ha versato molto sangue, è chiamato a costruire la casa per il Signore.
E dunque ora il tempio è costruito e può entrarvi l’arca del patto, davanti a «tutta la comunità di Israele», che canta, canta quelle parole di lode che incontriamo più volte nei Salmi (Salmi 106 e 107 e troviamo come ritornello nel Salmo 136): «perché egli è buono, perché la sua bontà dura in eterno!».
Dio è buono e la sua bontà dura in eterno. Cioè: Dio è fedele, non è buono soltanto ora, in questo momento, Dio è buono sempre e per sempre. Dio è fedele e per questo il popolo canta la sua lode con questo ritornello.
In questo evento solenne Dio “prende possesso” della abitazione che Salomone gli ha costruito. Dio ha sempre “abitato” in mezzo al suo popolo, fin da quando lo ha guidato fuori dall’Egitto e nel lungo cammino nel deserto la sua casa era la “tenda del convegno” che fu poi sistemata nel Tabernacolo che Israele costruì a Dio nel deserto (vedi Esodo 33,7ss. e 40,34ss.).
Dio ha sempre abitato in mezzo al suo popolo e ha camminato con lui, nei lunghi anni nel deserto. Ma ora ha finalmente una casa.
Ma che cosa vuol dire che Dio va ad abitare nel tempio? Salomone non è un ingenuo, lo sa e lo dice che «i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti; quanto meno questa casa che io ti ho costruita» (2 Cronache 6,18). Salomone lo sa che Dio è più grande, infinitamente grande.
Che cosa viene messo nel tempio? Viene messa l’arca dell’alleanza e «nell’arca non c’era altro se non le due tavole di pietra che Mosè vi aveva deposte sull’Oreb, quando il SIGNORE fece il patto con i figli d’Israele, dopo che questi furono usciti dal paese d’Egitto»(v. 10).
Soltanto le tavole del patto. Nell’arca – e quindi nel tempio, nel luogo santissimo - non c’è altro. L’arca e dentro l’arca ci sono soltanto le tavole della legge. Due tavole di pietra.
Dio è rappresentato dalla sua volontà, dalla Torah, che è molto di più che “comandamenti” ed è molto di più che “legge”. Per usare un termine a noi caro, potremmo dire che Dio è rappresentato dalla sua Parola.
«Nell’arca non c’era altro»: tutta questa solennità, questa grandiosa celebrazione, sacrifici, coro, trombe e orchestra per le due tavole di pietra dell’alleanza.
Nell’arca non c’era altro, perché non c’era bisogno di altro, perché il popolo, cioè gli esseri umani, al centro del tempio - e quindi al centro della loro fede - non potevano mettere altro che questo: quelle due pietre che rappresentano, che comunicano la volontà di Dio.
È una bella lezione che ci offre questo racconto dell’AT. Anche per noi oggi non c’è bisogno di altro se non della Parola di Dio. Per l’antico Israele erano le tavole della Torah, per noi è la Bibbia, che ci racconta che cosa Dio ha fatto e fa per noi.
Perché Dio si rivela così, attraverso la sua Parola, Parola che per noi cristiani si è incarnata in Gesù di Nazaret. E la testimonianza su Gesù di Nazaret (Nuovo Testamento) e sulla storia del suo popolo, Israele (Antico Testamento), costituiscono la nostra “arca del patto”, le nostre tavole della legge.
Le tavole della Legge che si trovano nell’arca rappresentano la volontà del Dio liberatore.
Non possiamo infatti separare il dono della Torah dalla liberazione dalla schiavitù in Egitto, perché questi due momenti sono strettamente legati fra loro. Il Dio che dà i comandamenti è il Dio che ha dato la libertà e la Torah sono le istruzioni che Dio ha dato al suo popolo dopo averlo liberato, affinché imparasse a vivere la libertà nella pace.
Così è anche per noi: il Dio che nella sua Parola ci chiama ad essere discepoli di Gesù, è il Dio che nel suo figlio Gesù ci ha redenti e liberati dalle conseguenze del peccato.
Dio è il Dio della Parola, è il Dio che parla - a Israele attraverso la Torah e attraverso i profeti, a noi anche attraverso la testimonianza apostolica, che ci parla di Gesù – che dialoga con noi e ci interpella attraverso la Scrittura.
(Per questo – detto tra parentesi - per celebrare un culto basta avere la Bibbia, non serve altro. Se sono disponibili pane e vino si può anche celebrare la Cena del Signore. Se si conoscono dei canti a memoria si può cantare anche senza innari, per celebrare un culto completo dall’inizio alla fine basta la Bibbia).
Per incontrare Dio ci basta la Bibbia.
Però… C’è un però, c’è quello che ci racconta la seconda parte del nostro brano, che ci rende attenti a una cosa: la prima parte è la solenne celebrazione in cui l’arca del patto viene posta al centro del tempio.
La seconda parte ci racconta che, mentre viene celebrata tutta questa solenne liturgia, la casa del Signore si riempie di una nuvola: è la gloria del Signore che riempie la casa; la gloria è la presenza di Dio. E la “riempie” in senso letterale, al punto che i sacerdoti non possono più starci e sono costretti a uscire.
È quasi buffo questo dettaglio, per cui sembra che la gloria di Dio “spinga fuori” i sacerdoti. Che cosa vuole dirci questa scena? Forse che l’essere umano non può stare accanto a Dio, non può starci troppo vicino.
Come non lo può vedere e vivere (Esodo 33,20) non può nemmeno stare troppo vicino a Dio. Divino e umano non si devono toccare, non si devono confondere. Si uniranno secondo la fede cristiana soltanto in Gesù Cristo.
Questa scena vuole preservare l’alterità di Dio, il fatto appunto che egli è, come si dice, “totalmente altro” rispetto all’essere umano. Ma preservare l’alterità di Dio vuol dire preservare la sua libertà:

Dio abita nella casa che l’essere umano (Salomone) gli ha costruito, solo perché, se e quando lo decide lui. La gloria di Dio scende dall’alto e viene ad abitare in mezzo al suo popolo: segno che Dio non è lontano, ma vicino, che Dio c’è, è lì e il popolo sa dove trovarlo.
Dio c’è, ma non è a disposizione del popolo, non è nelle sue mani, la sua gloria – cioè la sua presenza - potrebbe anche essere ritirata dal tempio. Non c’è nessun automatismo; Dio non è obbligato ad abitare in mezzo al suo popolo.
Dio vuole abitare in mezzo al suo popolo, ha deciso di abitare in mezzo al suo popolo; è una sua decisione libera e senza condizioni, segno della sua fedeltà al patto – rappresentato dalle tavole – a cui lui rimane fedele.
E allora dobbiamo andare oltre a ciò che ho detto poco fa: le tavole della legge bastano, nel senso che non c’è bisogno di altro, di altre cose materiali. Ma in un altro senso non bastano: le tavole della legge senza la gloria/presenza di Dio non bastano, sono solo due tavole di pietra.
La Bibbia, senza lo Spirito che dona la fede e ci accompagna nella sua lettura e interpretazione, non basta, è solo un libro di carta, che potrà essere affascinante quanto si vuole, ma rimane sempre solo un libro.
È la libera presenza di Dio (la sua gloria nell’Antico Testamento, il suo Spirito nel Nuovo Testamento) che rende il tempio casa di Dio e la Bibbia Parola di Dio.
L’evangelo di questo antico racconto è che Dio vuole abitare in mezzo a noi come in mezzo al suo popolo. Dio ha deciso di abitare in mezzo a noi in Gesù Cristo e ora nel suo Spirito, che rende presente per noi tutto ciò che Gesù ha detto e fatto e ci è raccontato nella Bibbia
Il Dio, che i cieli e i cieli dei cieli non possono contenere, ha deciso di ve**re ad abitare in mezzo a noi, di accompagnarci in ogni nostro passo e guidare con il suo amore tutta la nostra esistenza.
Questa è la buona notizia, antica (come questo testo) e sempre nuova, perché la presenza di Dio in mezzo a noi è sempre dono, è sempre grazia.
Davanti a questa grazia non ci resta che intonare anche noi il canto di gioia e lodarlo «perché – anche per noi! - egli è buono, perché la sua bontà dura in eterno!».

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Luino
21016

Orario di apertura

Sabato 15:30 - 17:30
Domenica 17:00 - 20:00

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