Chiesa metodista di Luino

Chiesa metodista di Luino Unione delle chiese metodiste e valdesi

06/09/2026

Predicazione di domenica 6 settembre 2026 su Luca 19,1-10 a cura di Marco Gisola

1 Gesù, entrato in Gerico, attraversava la città. 2 Un uomo, di nome Zaccheo, il quale era capo dei pubblicani ed era ricco, 3 cercava di vedere chi era Gesù, ma non poteva a motivo della folla, perché era piccolo di statura. 4 Allora per vederlo, corse avanti, e salì sopra un sicomoro, perché egli doveva passare per quella via. 5 Quando Gesù giunse in quel luogo, alzati gli occhi, gli disse: «Zaccheo, scendi, presto, perché oggi debbo fermarmi a casa tua». 6 Egli si affrettò a scendere e lo accolse con gioia. 7 Veduto questo, tutti mormoravano, dicendo: «È andato ad alloggiare in casa di un peccatore!» 8 Ma Zaccheo si fece avanti e disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; se ho frodato qualcuno di qualcosa gli rendo il quadruplo». 9 Gesù gli disse: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, poiché anche questo è figlio d’Abraamo; 10 perché il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto».

«il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto».
Questo è l’evangelo che oggi vuole entrare nella nostra vita, che vuole toccare la nostra vita, convertirla, trasformarla e consolarla.
Gesù è venuto a cercare e salvare, a cercarci per salvarci.
La salvezza nella Bibbia è un concetto molto ricco, ma possiamo dire che elementi essenziali della salvezza sono: una vita nuova, una vita che ricomincia, grazie al perdono di Dio; e una vita liberata, una vita nuova perché liberata dal peso e dalla schiavitù di ciò che ci tiene in qualche modo prigionieri, innanzitutto la colpa.
«Gesù è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto».
Questo evangelo ci viene oggi raffigurato nell’incontro tra Gesù e Zaccheo. Zaccheo è un pubblicano, un esattore delle tasse che lavora per conto dei romani. Per l’evangelo è un perduto, perché vive solo per se stesso e vive maltrattando gli altri.
Già tre domeniche fa, abbiamo incontrato un pubblicano, leggendo insieme la parabola di Gesù del fariseo e del pubblicano, che vanno a pregare: il fariseo molto pio e molto presuntuoso, pieno di sé, che non tornò a casa sua giustificato, mentre il pubblicano, la cui preghiera era (e non poteva che essere): « Signore abbi pietà di me, peccatore» torna a casa sua giustificato.
Ed ecco che oggi Luca, pochi versetti dopo quella parabola, ci narra di un altro pubblicano, cioè di un altro peccatore, di un perduto appunto.
Qui si tratta di una persona vera e propria, che ha un nome. Zaccheo, un uomo non molto alto, che deve salire su un albero per vedere Gesù.
È lui il perduto, cioè lontano da Dio e dalla sua volontà, che Gesù è venuto a cercare e a salvare.
Luca non ci dice perché Zaccheo voglia vedere Gesù; e se non ce lo dice vuol dire che non è così importante. Cercava qualcosa? Voleva approfondire la conoscenza di quell’uomo che attirava le f***e, o era pura curiosità?
Non sappiamo: ciò che conta non è perché Zaccheo voglia vedere Gesù, ma che Gesù veda Zaccheo, anzi che Gesù guardi Zaccheo: Gesù alzati gli occhi, gli disse: «Zaccheo, scendi, presto».
Gesù alza gli occhi, cioè lo cerca. Perché Gesù è venuto a cercare e a salvare.
Cerca Zaccheo che nessuno avrebbe cercato, perché Zaccheo era odiato dalla gente, perché era il capo dei pubblicani, non un pubblicano qualsiasi, ma il capo che teneva i contatti con i Romani per la città di Gerico, ed era molto ricco, perché si era arricchito sulla loro pelle.
Gesù alza gli occhi, lo vuole guardare, lo vuole guardare con lo sguardo di Dio con lo sguardo della misericordia che porta salvezza, che porta perdono, liberazione e vita nuova.
Gesù cerca Zaccheo perché vuole entrare nella sua vita: “oggi devo fermarmi a casa tua”, in quella casa in cui nessuno avrebbe voluto entrare. Ma Gesù non vuole entrare solo nella casa di Zaccheo, Gesù vuole entrare nella vita di Zaccheo.
Anzi ci è già entrato, ci è entrato nel momento in cui lo ha guardato; lo ha guardato e lo ha chiamato per nome: «Zaccheo!». Chi glielo aveva detto il nome di quell’uomo?
Gesù lo conosceva, lo conosceva senza averlo mai incontrato, perché Gesù ci conosce, ti conosce e ti chiama per nome, perché cerca te, cerca me, cerca ciascuno e ciascuna di noi. Ci cerca per salvarci.
L’ingresso di Gesù nella vita di Zaccheo è una rivoluzione. Zaccheo scende subito dall’albero, lo accoglie con gioia: la gioia è il primo frutto della salvezza; è la gioia che nasce dalla gratitudine per sapersi cercati e amati.
E il secondo frutto della salvezza è la giustizia: Zaccheo decide di restituire il quadruplo di quello che ha frodato e di dare la metà delle sue ricchezza ai poveri.
Non è più lo Zaccheo di prima, che pensava ad arricchirsi, cioè pensava solo a se stesso e se ne fregava degli altri.

Non può più essere lo stesso Zaccheo di prima, perché Gesù è entrato nella sua vita e quindi compie un atto di giustizia: la sua vita era costellata di ingiustizie, ora l’incontro con Gesù l’ha trasformata.
Dal racconto vediamo che Gesù non gli aveva chiesto questo gesto di giustizia. Gesù non gli aveva detto: se restituisci quello che hai frodato, io vengo a casa tua.
No, Gesù gli ha detto: io oggi vengo a casa tua. A prescindere, senza se e senza ma, per grazia. La giustizia non è il prezzo da pagare per il perdono, è conseguenza del perdono, è conseguenza della grazia incontrata in Gesù.
La salvezza è entrata in casa di Zaccheo e la giustizia è la conseguenza del dono della salvezza.
Ciò che abbiamo detto tre settimane fa per il pubblicano della parabola vale anche per Zaccheo, vale per tutti i peccatori: non è troppo tardi. Per Zaccheo non è troppo tardi per cambiare vita, per rinunciare all’ingiustizia e praticare la giustizia.
Non è troppo tardi perché ha incontrato Gesù, o meglio, perché Gesù lo ha guardato, cercato e salvato: «il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto».
Tutto ciò accade pubblicamente, per le strade di Gerico, strade piene di gente, come ci ha detto il racconto all’inizio: Zaccheo non riusciva a vedere Gesù a causa della folla.
E che fa la gente? Mormora…!: “Veduto questo, tutti mormoravano, dicendo: «È andato ad alloggiare in casa di un peccatore!»”.
La gente è scandalizzata. Gesù è entrato in casa di Zaccheo, che lo ha accolto con gioia. C’era un sacco di gente quel giorno a Gerico e Gesù sceglie proprio Zaccheo, guarda proprio lui, chiama lui per nome: “Zaccheo” oggi devo fermarmi a casa tua.
E perché non a casa mia? Perché proprio a casa di quel delinquente? Proprio perché è un delinquente! Proprio perché Zaccheo ha bisogno di perdono e di conversione.
Come ci insegna l’apostolo Paolo, dove il peccato abbonda, la grazia sovrabbonda. Per questo Gesù comincia da lì. Di certo non si ferma lì, ma comincia da lì.
Ma la gente mormora, la gente critica. A volte anche la chiesa critica, a volte anche i bravi cristiani criticano.

Molto tempo fa, ero andato a fare un culto in una famiglia in cui si andava regolarmente, mi pare una volte al mese. Una signora che non veniva più da anni, si presenta al piccolo culto familiare.
Una sorella di chiesa, sempre presente, la saluta e in quel breve tempo in cui siamo stati insieme, le fa notare più volte che era da tanto tempo che non la vedeva al culto. Quella signora non è più tornata.
È facile cadere nella trappola del mormorio, della critica, anche senza volerlo. È facile, per noi che ci siamo sempre, che ci impegniamo per esserci tutte le volte che possiamo, cadere in questa trappola. E così facendo fraintendiamo Gesù e gli rendiamo cattiva testimonianza.
È vero che nel racconto biblico la gente critica Gesù e non Zaccheo. Ma criticando Gesù, sta in fondo pensando: Gesù deve ve**re da me, non da quello là.
E non basta dire genericamente che Gesù è venuto per tutti. Questo racconto ci vuole dire che Gesù, che è certamente venuto per tutti, va subito a cercare Zaccheo, va prima a cercare Zaccheo, perché va a cercare chi è perduto.
La folla – cioè la chiesa – avrebbe dovuto dire: grazie a Dio che Zaccheo ha accolto Gesù in casa sua, e soprattutto grazie a Dio che Gesù lo ha guardato e chiamato, ha guardato e chiamato proprio lui!
E non solo noi. Anche noi, perché anche noi siamo perduti, ma non solo noi. Gesù guarda e chiama anche altri e ci fa incontrare, e questo è e dovrebbe essere fonte di gioia.
In fondo, ogni volta che veniamo davanti a Dio – qui insieme o ciascuno nella propria preghiera personale – siamo tutti e tutte dei Zaccheo, tutti perduti e tutte perdute, non siamo migliori di lui.
O meglio: siamo forse moralmente migliori di un pubblicano del tempo di Gesù, ma davanti a Dio non valiamo più di lui.
Non valiamo più di lui davanti a quel Dio, che, in Gesù, va a cercarlo, non passa oltre, non lo lascia lì sul sicomoro, ma lo chiama e entra in casa sua e chiama anche noi e vuole entrare anche nella nostra vita.
Ogni volta che veniamo davanti a Dio siamo tutti e tutte Zaccheo, tutti perduti e tutte perdute. E il Signore chiama per nome ciascuno di noi e ci dice: oggi debbo entrare in casa tua, nella tua vita per salvarla, perdonarla e liberarla.

26/08/2026
22/08/2026
16/08/2026

Predicazione di domenica 16 agosto 2026 su Luca 18,9-14 a cura di Marco Gisola

9 Disse ancora questa parabola per certuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri: 10 «Due uomini salirono al tempio per pregare; uno era fariseo, e l’altro pubblicano. 11 Il fariseo, stando in piedi, pregava così dentro di sé: "O Dio, ti ringrazio che io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri; neppure come questo pubblicano. 12 Io digiuno due volte la settimana; pago la decima su tutto quello che possiedo". 13 Ma il pubblicano se ne stava a distanza e non osava neppure alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: "O Dio, abbi pietà di me, peccatore!" 14 Io vi dico che questo tornò a casa sua giustificato, piuttosto che quello; perché chiunque s’innalza sarà abbassato; ma chi si abbassa sarà innalzato».

Due uomini salirono al tempo per pregare; due uomini che non potrebbero essere più diversi: un fariseo, una persona buona, onesta, estremamente osservante della legge, di cui pratica tutti i precetti senza dimenticarne nemmeno uno e anzi facendo anche di più di ciò che la legge prescrive.
Per esempio il fariseo dice che digiuna due volte alla settimana mentre era prescritto digiunare una volta alla settimana, dunque il fariseo fa il doppio di ciò che è prescritto.
E poi il pubblicano. I pubblicani erano ebrei che avevano un sorta di appalto per raccogliere le tasse per conto dei Romani, che occupavano la Palestina.
I pubblicani lavoravano quindi per la potenza pagana occupante e spesso si arricchivano sulla pelle della povera gente, da cui raccoglievano le imposte.
Spesso i pubblicani erano arroganti e a volte forse anche violenti. Erano persone senza scrupoli, che erano quindi odiati dal popolo e malvisti dalle autorità religiose perché lavoravano per i romani pagani.
Un uomo pio e religioso da una parte e un uomo arrogante e senza scrupoli dall’altra parte. Se io dovessi scegliere tra loro due a chi dare le chiavi di casa mia, non avrei dubbi e sceglierei il fariseo, una persona credente e per bene.
Questi due uomini si trovano nel tempio davanti a Dio, ed entrambi aprono la bocca per rivolgere a Dio la loro preghiera.
Il fariseo inizia la sua preghiera ringraziando Dio. Ma di che cosa lo ringrazia? “O Dio, ti ringrazio che io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri; neppure come questo pubblicano. Io digiuno due volte la settimana; pago la decima su tutto quello che possiedo”.
La sua preghiera inizia dicendo “O Dio”, ma poi è piena di … “io”. Io non sono come gli altri… io digiuno, io pago la decima… In realtà, nella sua preghiera il fariseo ringrazia se stesso e loda se stesso!
Il fariseo si loda, perché egli fa tante cose buone, osserva tutti i precetti e anche di più!
Fa, fa tanto, fa tutto e per questo si ritiene giusto. Ed è vero che egli fa tanto e fa bene. Di certo è una persona onesta, studioso della Torah, assiduo nella preghiera…
Fa, solo che pensa che il suo fare basti, che la sua giustizia – per usare un termine paolino - risieda nel suo fare. In altre parole, che il suo fare lo metta a posto davanti a Dio e che non abbia bisogno di altro.
Infatti a Dio non chiede nulla. Non gli chiede nulla, non chiede nemmeno il suo perdono; evidentemente pensa di non averne bisogno. Gli fa solo l’elenco di tutto ciò che fa.
Anche il pubblicano prega. Lui non ha nulla da offrire, di buono nella sua vita c’è ben poco…. E invece di male, di sfruttamento, di arroganza ce n’è tanto.
Di ingiustizia ce n’è tanta e lo ha capito. E avendolo capito, avendo capito che non ha nulla da offrire a Dio, chiede, chiede perdono: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Non avendo alcuna giustizia da offrire, chiede a Dio di dargli la sua giustizia, ovvero la sua grazia, ciò che non può procurarsi da solo, ciò che può solo chiedere e ricevere in dono.
Può solo chiedere, ma può chiedere! Questo è l’evangelo per quell’uomo e per tutti i pubblicani, cioè per tutti i peccatori, cioè per tutti, per tutti noi.
Non è troppo tardi. Persino per quel mezzo delinquente non è troppo tardi: può chiedere perdono, lo fa e – ci dice Gesù – tornò a casa sua giustificato, cioè libero!
Il pubblicano è un arrogante e un mezzo delinquente, ma ha capito quello che il pio fariseo, che dal punto di vista morale è mille volte meglio del pubblicano, non ha capito.
Per questo questa parabola, che da un lato è molto bella e ci piace molto, d’altro lato è un pugno nello stomaco.
Pugno nello stomaco che arriva alla fine, nelle parole di Gesù: “Io vi dico che questo – il pubblicano - tornò a casa sua giustificato, piuttosto che quello” cioè il fariseo.
Il pubblicano è giustificato, il fariseo no!
È un colpo di scena, che a noi non sembra tale, perché questa parabola l’abbiamo ascoltata tante e tante volte, ci siamo abituati a questo finale e ci piace.
Ma per coloro che ascoltavano Gesù è un colpo di scena ed è un vero e proprio pugno nello stomaco. Il fariseo era un modello di pietà e di virtù, mentre il pubblicano era un modello di empietà e di arroganza.
Gesù non vuol dire che Dio apprezza il comportamento del pubblicano, che era davvero un mezzo delinquente! Dio apprezza il fatto che il pubblicano riconosca il suo peccato e chieda perdono.
Dio apprezza che quell’uomo ha capito che la sua vita così non va e che per cominciarne una nuova, ha bisogno del perdono di Dio. Per cambiare ha bisogno del perdono di Dio. E lo chiede: abbi pietà di me.
L’unica cosa positiva che c’è nel pubblicano è che ha capito che deve chiedere perdono. Ma è la cosa essenziale.
Nel comportamento del fariseo invece è tutto positivo. Ma non sa chiedere perdono; peggio: non pensa di aver bisogno del perdono di Dio.
Per questo il pubblicano tornò a casa sua giustificato e il fariseo no.
Questa parabola Gesù la racconta proprio per lui e per quelli come lui:
L’evangelista Luca introduce così la parabola: “Disse ancora questa parabola per certuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri”.
Queste parole di Luca – illustrate poi nel personaggio del fariseo della parabola - mettono allo scoperto due peccati, strettamente legati l’uno all’altro: orgoglio e disprezzo.
Chi ritiene di essere giusto, di essere a posto, di non avere bisogno del perdono di Dio, finisce per disprezzare gli altri. Chi è pieno di sé finisce per vedere solo se stesso: non vede più Dio e non vede più il prossimo.
Dio lo nomina, ma non confida veramente in lui, perché pensa di non avere bisogno della sua misericordia. A Dio pensa di avere qualcosa da offrire, anziché qualcosa da chiedere.
E al prossimo non dona l’amore a cui Dio ci chiama, ma solo disprezzo: “io non sono come gli altri…”. Due peccati strettamente legati l’uno all’altro.
Questa parabola ci dice che cosa è il peccato: non tanto un’azione cattiva, ma un modo di essere sbagliato, un modo sbagliato di vedere se stessi, di vedere Dio e quindi un modo sbagliato di guardare l’altro.
È vedere Dio come colui al quale io posso offrire qualcosa e che deve ratificare la mia volontà, anziché fare io la sua. Che deve riconoscere la mia giustizia, anziché riconoscere io la sua.
Conseguenza di questo modo sbagliato di guardare a Dio è il modo sbagliato di guardare il prossimo: dall’alto verso il basso, con disprezzo.

Tutto ciò è riassunto nella frase di Luca: “certuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri”. Orgogliosi di se stessi e sprezzanti nei confronti degli altri.
Che cosa possiamo dire per concludere la nostra riflessione su questa parabola?
La parabola in sé e chiara, non ci sono scappatoie e non ci sono vie di mezzo: la parola di Gesù su quel fariseo e su quel pubblicano è netta: uno andò a casa giustificato, l’altro no.

E noi? Noi non siamo ancora andati a casa, siamo ancora qui nel tempio.
E allora torniamo all’inizio. Fariseo e pubblicano sono entrambi nel tempio, stanno per rivolgere a Dio la loro preghiera.
Ovviamente non si tratta di parole, di ciò che si dice, ma di ciò che si pensa e si crede, di come si guarda se stessi, di come si guarda a Dio e di conseguenza di come si guarda il prossimo.
Sono tutti e due lì per dire a Dio chi sono e che cosa si attendono da lui.
La parabola ci mostra qual’è la strada giusta e qual’è quella sbagliata. Qual’è la strada della fede e qual’è la strada delle opere; qual’è la strada dell’io e qual’è la strada di Dio, o per meglio dire: qual è la strada che porta soltanto al mio io, a me stesso (e mi lascia solo) e qual è la strada che mi porta a Dio e che quindi mi fa incontrare l’altro.
Anche noi siamo ancora qui e di certo non è questione di quello che diremo nella prossima mezz’ora, ma di cosa veramente pensiamo e crediamo di noi stessi, di Dio e del prossimo.
Il vangelo di oggi dà un mezzo pugno nello stomaco anche a noi, perché è evidente che siamo molto più simili al fariseo che al pubblicano. Noi non rubiamo e non sfruttiamo nessuno, anzi, siamo credenti che cercano di vivere la loro fede nel miglior modo possibile.
Il vangelo di oggi vuole convertire il fariseo che è in noi nel pubblicano, che è un peccatore che che ha capito che non ha nulla da offrire a Dio, ma che a Dio può chiedere la giustizia che non ha, come noi possiamo chiedere la giustizia che non abbiamo, ovvero la sua grazia.
Quel mezzo pugno nello stomaco è la nostra salvezza, perché il vangelo di oggi vuole liberarci dall’orgoglio e dal disprezzo, insegnandoci che nessuno di noi ha qualcosa da offrire a Dio, ma tutti noi siamo liberi di chiedergli perdono, di chiedergli di ricominciare una vita nuova, da vivere nella fiducia e nella speranza.
Che per tutti noi non è troppo tardi per pronunciare quella parola vera, autentica, liberante che è: O Dio abbi pietà di me peccatore!

09/08/2026

Predicazione di domenica 9 agosto 2026 su Marco 12,28-34 a cura di Marco Gisola

28 Uno degli scribi che li aveva uditi discutere, visto che egli aveva risposto bene a loro, si avvicinò e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?» 29 Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele: il Signore, nostro Dio, è l’unico Signore. 30 Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua e con tutta la forza tua”. 31 Il secondo è questo: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è nessun altro comandamento maggiore di questi». 32 Lo scriba gli disse: «Bene, Maestro! Tu hai detto, secondo verità, che egli è l’unico e che non v’è alcun altro all’infuori di lui; 33 e che amarlo con tutto il cuore, con tutto l’intelletto, con tutta la forza, e amare il prossimo come se stesso, è molto più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 34 Gesù, vedendo che aveva risposto con intelligenza, gli disse: «Tu non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno osava più interrogarlo.

Questo è uno dei testi del nostro lezionario per questa domenica, che è la “domenica di Israele”, ovvero la domenica in cui le Chiese cristiane sono chiamate a riflettere sul loro rapporto con il popolo e con la fede di Israele.
Chiariamo subito che quando diciamo «Israele» intendiamo qui il popolo ebraico e la sua fede nel Dio che è il padre di Gesù Cristo, e ovviamente non lo stato di Israele o il governo di Israele.
Stiamo parlando del rapporto tra cristiani ed ebrei, ovunque si trovino, e del loro rapporto come credenti nello stesso Dio, ma con la sostanziale differenza che noi cristiani riconosciamo in Gesù il messia di Israele che è venuto non solo per il popolo ebraico ma per tutta l’umanità, mentre gli ebrei ancora lo attendono.
Questo racconto del vangelo di Marco è molto bello ed è molto significativo proprio per questa domenica, perché è un brano in cui Gesù e uno scriba, cioè un maestro della legge, uno studioso della Torah, si trovano d’accordo, nonostante vi fossero già state diverse discussioni e polemiche tra Gesù e le autorità ebraiche.
Gesù aveva appena discusso con i sadducei che non credevano alla resurrezione, mentre lo scriba che compare in questa scena evidentemente ci crede, perché sostiene che Gesù abbia risposto bene.
E così, lo scriba entra in dialogo con Gesù, ponendogli una domanda teologica. Probabilmente vuole capire meglio che cosa Gesù pensi e gli chiede qual è il primo di tutti i comandamenti.
Gesù risponde come ci si sarebbe attesi da ogni ebreo: citando quel famosissimo brano del Deuteronomio, conosciuto come lo Shemà Israel dalle prime parole ebraiche di questo brano che significano “Ascolta Israele” e che prosegue proclamando l’unicità di Dio. Un testo che gli ebrei osservanti ripetono ogni giorno come confessione di fede nell’unico Dio.
Con questa risposta Gesù afferma pubblicamente di condividere tutta la fede di Israele, ovvero che Dio è uno ed è l’unico Signore di Israele; e - aggiungiamo noi - di tutti coloro che crederanno in Gesù come figlio di quell’unico Dio e Salvatore.
Dio è uno ed è l’unico Signore, e questo Dio chiede di essere amato. Prima di chiedere di essere obbedito, chiede di essere amato, e questo perché Dio è un Dio che ama per primo, è un Dio che si rivela nel suo amore.
Lo ha sempre fatto nei confronti del suo popolo Israele e continua a farlo, perché come abbiamo letto nel brano della lettera ai Romani, i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili. Cosa che i cristiani avevano dimenticato, o voluto dimenticare, per secoli.
Dio ha inviato suo figlio nel mondo proprio per rivelare il suo amore a tutta l’umanità.
E continua a farlo anche nei nostri confronti attraverso l’evangelo che ci annuncia la morte e la resurrezione di Gesù che, proprio per amore, è morto e risorto; per amore nostro e di tutta l’umanità, e che poi è salito al Padre, che è l’unico Dio di cui parla lo Shemà Israel.
Gesù risponde, con le parole del Deuteronomio, che Dio va amato “con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutta la forza”.
Il cuore a noi fa pensare al sentimento, ma nella Bibbia il cuore è l’organo delle decisioni, delle scelte; si ama Dio – e anche il prossimo – compiendo certe scelte piuttosto che altre, non si tratta di puro sentimento.
Anche la parola “anima” è forse più concreta di quanto pensiamo: una biblista ha tradotto la parola greca che c’è nel testo originale con “vita”: siamo chiamati ad amare Dio con tutta la nostra vita.
Espressione che mi sembra molto più concreta e decisamente impegnativa. Non c’è aspetto della nostra vita in cui non dovremmo amare Dio, mostrare il nostro amore per lui.
“Con tutta la mente”: È interessante che questa espressione nel Deuteronomio non c’è! Gesù si prende la libertà di aggiungere un pezzo allo Shemà!
La mente si riferisce alla intelligenza umana, alla conoscenza, ed è interessante, perché ci dice che per amare davvero Dio è necessario riflettere, pensare, usare bene il dono dell’intelletto che Dio ci ha donato e non affidarsi semplicemente all’istinto, che spesso invece ci fa sbagliare.
E poi con tutta la forza: cioè con tutto l’impegno, potremmo dire, senza risparmiare le nostre forze.

La risposta di Gesù è quindi esatta, ma Gesù aggiunge subito dopo un’altra frase a quello che dice il testo del Deuteronomio. Aggiunge un altro versetto biblico, tratto da libro del Levitico: Gesù dice: «Il secondo [comandamento] è questo: “Ama il tuo prossimo come te stesso”».
Lo scriba gli aveva chiesto solo il primo, cioè il più importante. Ma evidentemente per Gesù c’è un secondo comandamento senza il quale il primo non può stare.
Perché Dio non può stare senza il prossimo. Il Dio creatore non sta senza la sua creatura, non sta senza di noi.
Ha scritto Paolo Ricca:
Secondo non vuol dire secondario nel senso di meno importante ... ma vuol dire che viene dopo […] Perché viene dopo ? perché è la conseguenza del primo …
Insomma, potremmo dire che per Gesù il primo comandamento, il comandamento più importante … sono due!
Non è uno, sono due, perché non puoi amare Dio e non amare il prossimo, perché Dio e il prossimo sono talmente uniti che non puoi separarli.
Se lasci indietro il prossimo, perdi anche Dio…!
Lo scriba apprezza molto quello che Gesù ha detto, gli fa i complimenti:
«Bene, Maestro! Tu hai detto, secondo verità, che egli è l’unico e che non v’è alcun altro all’infuori di lui; e che amarlo con tutto il cuore, con tutto l’intelletto, con tutta la forza, e amare il prossimo come se stesso, è molto più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Avete notato che quest’ultima cosa – che l’amore è molto di più che i sacrifici - Gesù non l’aveva detta!
Ma lo scriba capisce che questa è la posizione di Gesù e i due si trovano d’accordo sul fatto che l’amore è più importante dei sacrifici, della pratica religiosa, dei riti. Lo hanno detto molte volte, prima di Gesù, i profeti.
Le pratiche religiose – anche il nostro culto – sono molto importanti – e noi ci teniamo moltissimo – e il loro scopo è proprio quello di insegnarci l’amore per Dio e per il prossimo.
Nella lettura biblica, nella preghiera, nell’ascolto della Parola impariamo che cosa è l’amore secondo Gesù, e ci vengono date la fiducia, la speranza e la gioia che ci rendono possibile amare. Inoltre nel culto riceviamo l’annuncio del perdono di Dio, senza il quella non potremmo amare.
Il culto non sostituisce l’amore. Tutt’altro: il culto – la preghiera, l’ascolto della Parola – genera amore.
Quindi Gesù e lo scriba si trovano d’accordo sul comandamento più importante – che è la fede nel Dio unico – e sul fatto che il comandamento più importante sono due: l’amore per l’unico Signore e per il prossimo che egli mette sulla nostra strada.
Gesù infatti gli dice che non è lontano dal Regno di Dio, una cosa che nei vangeli non dice a nessun altro!
Lo scriba – che rimane anonimo – poi sparisce dalla scena. Probabilmente non diventerà cristiano. Ma proprio per questo, questo brano ci dice una cosa importante per il rapporto ebraico- cristiano.
Ribadisce che, ebrei e cristiani, crediamo nello stesso Dio, l’unico Signore e creatore dell’universo.
Che quel Dio ci chiede di amarlo, ascoltandolo – Ascolta Israele ! – mettendo in lui la nostra fiducia e facendo la sua volontà.
Volontà che è l’amore per il prossimo, perché Dio non sta senza il prossimo, per questo il primo comandamento sono due, inseparabili: amore per Dio e amore per il prossimo, semplicemente perché senza amore per il prossimo non c’è nemmeno l’amore per Dio.
A noi cristiani Dio viene incontro in Cristo e Cristo ci viene incontro nella sua Parola per essere ascoltato e per confidare in lui e nel prossimo per essere amato.
Voglia il Signore aiutarci nel cammino del dialogo ebraico – cristiano, anche e soprattutto in questi tempi difficili, in cui il fanatismo in ogni religione – e sottolineo in ogni religione - cancella e fa dimenticare il prossimo.
Lo scriba e Gesù, nell’evangelo di oggi, ci insegnano insieme che non si può cancellare il prossimo, perché se si perde il prossimo – anche quello che professa un’altra religione - si perde anche Dio.
Perché il primo comandamento sono due, inseparabili, come inseparabili sono Dio e il prossimo.
Il Signore ci aiuti ad imparare la lezione che, attraverso l’evangelo, ci dona oggi quello scriba che – ha detto Gesù – non era lontano dal Regno di Dio.

02/08/2026

Predicazione di domenica 2 agosto 2026 su Geremia 1,4-10 a cura di Marco Gisola

La parola del Signore mi fu rivolta in questi termini: «Prima che io ti avessi formato nel grembo di tua madre, io ti ho conosciuto; prima che tu uscissi dal suo grembo, io ti ho consacrato e ti ho costituito profeta delle nazioni». Io risposi: «Ahimè, Signore, Dio, io non so parlare, perché non sono che un ragazzo». Ma il Signore mi disse: «Non dire: “Sono un ragazzo”, perché tu andrai da tutti quelli ai quali ti manderò, e dirai tutto quello che io ti comanderò. Non li temere, perché io sono con te per liberarti», dice il Signore. Poi il Signore stese la mano e mi toccò la bocca; e il Signore mi disse: «Ecco, io ho messo le mie parole nella tua bocca. Vedi, io ti stabilisco oggi sulle nazioni e sopra i regni, per sradicare, per demolire, per abbattere, per distruggere, per costruire e per piantare».


Se c’è un testo biblico che ci spiazza e che ci mette in crisi, questo è il racconto della cosiddetta vocazione di Geremia.
Non è l’unico testo biblico che ci spiazza, anzi ce ne sono molti e forse è proprio questo uno dei compiti della Bibbia, che ci annuncia la Parola di Dio: spiazzarci, metterci in crisi, allo scopo di convertirci.
Perché ci spiazza? Perché noi – e umanamente è più che comprensibile – tendiamo ad identificarci con Geremia. Un giovane – “non sono che un ragazzo” dice – inviato da Dio a portare la sua parola al popolo d’Israele. E già questo non è uno scherzo!
Ma non solo: Geremia è inviato ad annunciare al popolo d’Israele non buone notizie, ma l’esilio! Geremia è inviato ad annunciare ad Israele che sarà esiliato, perché Israele si è dato all’idolatria, non ha seguito la volontà di Dio, lo ha tradito.
E dunque l’esilio in Babilonia, dove Israele starà 50 anni. Poi ci sarà il ritorno, la ricostruzione, un nuovo inizio. Ma intanto, il popolo vivrà le conseguenze della sua infedeltà patendo l’esilio.
(Tra parentesi, dobbiamo ricordare una cosa importante: mentre al centro della nostra visione della vita e del mondo c’è l’individuo, con la sua storia personale ecc., al centro della visione dell’AT c’è il popolo. E il popolo ritornerà dall’esilio, perché Dio non lo abbandona. Anche se quella generazione dovrà vivere il dramma dell’esilio).
Dunque Israele sarà esiliato perché è stato infedele. Ma come? Dio non perdona sempre?
Dio aveva più volte mandato i suoi profeti per dire al popolo, e soprattutto ai suoi capi, che stavano andando fuori strada, ma non lo hanno ascoltato.
E Dio non si fa usare, non si fa prendere in giro. Non può perdonare chi pensa di non avere bisogno di perdono, chi non cerca perdono, ma si serve di Dio per continuare nelle sue malefatte.
E quindi l’esilio…
Ma torniamo a Geremia: “non sono che un ragazzo”, “non so parlare”… obietta Geremia. Obiezione respinta, si direbbe in un film americano...
Ecco un’altra cosa che ci spiazza in questo testo: l’opinione di Geremia non conta nulla, i suoi timori non contano nulla. «Non dire: “Sono un ragazzo”, perché tu andrai da tutti quelli ai quali ti manderò, e dirai tutto quello che io ti comanderò».
Tu andrai e dirai. Punto. Geremia non può dire di no. Questo ci spiazza, perché noi vorremmo difendere la libertà umana. A noi viene da dire: Geremia ha il diritto di dire di no! E invece non può, non è possibile.
Molte cose in questo testo ci spiazzano, perché noi ci mettiamo nei panni di Geremia, ci identifichiamo con lui e con i suoi timori.
Ma al centro del racconto non c’è Geremia. C’è la Parola di Dio. La Parola di Dio è la protagonista di queste righe.
In questo racconto Geremia diventa strumento della Parola di Dio. Con parole un po’ forti, potremmo dire che la Parola di Dio “prende possesso” di Geremia, che infatti non può dire di no. Tu andrai e dirai.
La vita di Geremia sarà completamente determinata da questa Parola. Geremia finirà anche in prigione, perché il suo annuncio di cattive notizie, cioè dell’esilio, non sarà gradito ai potenti, che chiaramente si sentiranno accusati dalla sua predicazione.
La Parola di Dio è più forte dei timori di Geremia e soprattutto è più forte dell’infedeltà di Israele.
Secondo il libro di Geremia è Dio il regista di questa storia, e sarà il regista anche del ritorno a casa di Israele e del nuovo inizio. Ma questo accadrà più avanti.
Per ora lasciamoci spiazzare da questo testo biblico. Molliamo un momento tutte le nostre difese razionali e le nostre aspettative e lasciamoci spiazzare.
1) Ci spiazza già la prima parola che Dio dice a Geremia, che è… «prima»: «Prima che io ti avessi formato nel grembo di tua madre, io ti ho conosciuto; prima che tu uscissi dal suo grembo, io ti ho consacrato e ti ho costituito profeta delle nazioni».
Forse questa frase vi ricorda le parole dell’apostolo Paolo, che ai Galati scrive: «Ma Dio che mi aveva prescelto fin dal seno di mia madre e mi ha chiamato mediante la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo…» (Galati 1,15s)
Prima. Domenica scorsa abbiamo letto quel versetto della 1 lettera di Giovanni che dice che «Dio ci ha amati per primo”.
Prima: è la grazia di Dio che ci precede, è la volontà di Dio che ci precede, è l’amore di Dio che ci precede.
Noi non siamo né profeti, né apostoli, ma questo “prima” vale anche per noi. Perché noi siamo come il Geremia prima della sua vocazione: anche noi obiettiamo: non sono che un ragazzo, non so parlare, cioè non sono capace, non sono degno, non ce la faccio… quante volte siamo questo Geremia?
Prima. Prima che noi siamo qualcosa, Dio ci conosce, ci ama, ci chiama, ci manda. Non a compiere la tragica missione di Geremia, ma a compiere la nostra piccola missione di discepoli e discepole, chiamati ad agire, certo, ma anche a parlare.
2. Ci spiazza la risposta di Dio alla nostra obiezione: «Io ho messo le mie parole nella tua bocca».
Siamo qui oggi – e ogni volta che apriamo la Bibbia - perché il Signore metta le sue parole nelle nostre bocche e nei nostri cuori.
Non solo nei nostri cuori, non solo nelle nostre mani, ma anche nelle nostre bocche, perché ogni tanto possiamo dire – non alle f***e e tanto meno ai potenti come Geremia, ma alle persone che abbiamo intorno - qualche Parola di Dio, qualche parola dell’evangelo.
Una parola che non è nostra, che riceviamo e siamo chiamati a testimoniare. Una parola che non dipende dalla nostra saggezza, cultura, capacità di parlare, ma che abbiamo ascoltato e forse in qualche occasione, diventiamo capaci di dire a qualcuno che ne ha bisogno. Perché il Signore le ha messe e le mette nella nostra bocca.

3. Ci spiazza il compito che Dio affida a Geremia: «io ti stabilisco oggi sulle nazioni e sopra i regni, per sradicare, per demolire, per abbattere, per distruggere, per costruire e per piantare».
Sei verbi definiscono il compito di Geremia, quattro verbi negativi e solo due positivi. È una predicazione in tempo di crisi, non in tempi normali e tranquilli. Stanno per accadere cose che cambieranno la storia di Israele e che la sconvolgeranno.

Sradicare, demolire, abbattere e distruggere lo faranno i babilonesi, quando nell’anno 587 a.C. conquisteranno Gerusalemme e deporteranno i suoi abitanti. L’esilio, appunto, che Geremia deve annunciare che accadrà a causa dell’infedeltà del popolo.
In questi quattro verbi negativi è prefigurata tutta la drammaticità dell’esilio, mentre nei due verbi positivi si intravvede un po’ di luce, la luce del ritorno e del nuovo inizio che seguirà all’esilio.
Cinquant’anni Israele sarà esiliato in Babilonia e quando poi i Persiani sconfiggeranno i Babilonesi, gli ebrei potranno tornare a casa a ricostruire e a ri-piantare.
Sono quindi verbi molto concreti che si riferiscono a eventi molto concreti, che messi qui per definire il compito di Geremia – o meglio: il compito della Parola di Dio – ci dicono che essa non è solo una parola che consola, che coccola, che incoraggia; a volte è una parola che sradica e che demolisce.
Anche per noi, che pure viviamo in tempi e in un mondo completamente diverso da quello di Geremia.
Sradica le nostre idolatrie, demolisce i falsi dèi in cui a volte ci rifugiamo, abbatte i nostri pregiudizi, distrugge le nostre umane sicurezze. È come una ruspa che demolisce orrendi edifici abusivi per costruire qualcosa di nuovo e di bello.
Queste parole ci dicono che non possiamo avere il vecchio e il nuovo contemporaneamente; se il nuovo deve farsi spazio, il vecchio deve sparire. Se lì dove sorge un palazzo abusivo deve nascere un giardino pubblico, il palazzo va prima abbattuto.
Noi spesso mettiamo – giustamente - l‘accento sulla Parola di Dio che perdona e che consola. Questo brano di oggi ci spiazza, perché ci ricorda che è compito della Parola di Dio anche il demolire tutto ciò che è falso, tutto ciò che ci allontana da Dio e dal prossimo e ci impedisce di essere liberi.
Essa distrugge tutto ciò che ci dà l’illusione di essere liberi, ma in realtà ci imprigiona: preconcetti, pregiudizi, a volte idee sbagliate che abbiamo su Dio e sul prossimo.
Distrugge per poi ricostruire, per far tornare anche noi dall’esilio delle nostre illusioni alla terra promessa della sua misericordia e della sua libertà.


4. E infine, dopo il compito: «tu andrai … tu dirai», la promessa: «Non li temere, perché io sono con te per liberarti»
«Io sono con te» è la promessa che Dio fa a Geremia, il quale avrà un compito scomodo e difficile, ma sarà accompagnato dalla promessa di Dio, che lo libererà.
Geremia sarà, grazie a Dio e alla sua promessa, un uomo libero. Anche quando sarà in prigione sarà un uomo libero, più libero di chi lo ha imprigionato ed è a sua volta prigioniero delle sue illusioni presuntuose.
Anche qui, queste parole ci ricordano credenti della storia del novecento, imprigionati a causa della loro vocazione, ma estremamente liberi come Bonhoeffer e Mandela.

«Io sono con te» dice Dio a Geremia, e lo dice a chiunque tenti di vivere e testimoniare la sua Parola.
«Io sono con te» Dio lo dice anche a noi, che di certo non viviamo le tensioni e gli sconvolgimenti di Geremia, perché lo dice a chiunque accetti la sfida di essere spiazzato da questa Parola di quel Dio che ci precede, che ci conosce, che ci chiama prima che noi lo cerchiamo;
Che mette le sue parole anche nelle nostre bocche, oltre che nei nostri cuori;
Che viene con la sua Parola a sradicare i nostri pregiudizi, a demolire i nostri idoli, ad abbattere i muri dell’odio, a distruggere egoismi e individualismi, e a costruire comunità e a piantare semi di speranza dentro di noi.
Che lo ha fatto per noi nella croce di Gesù dove ha demolito il muro del peccato che ci separava da lui, e nella sua resurrezione, con cui ci ha riportati a sé, dall’esilio della nostra infedeltà.

Grazie a Dio, che ci spiazza con la sua Parola, Parola che allora ha affidato al ragazzo Geremia e che poi si è incarnata nel ragazzo Gesù di Nazaret e che è più forte della nostra infedeltà e delle nostre paure, per liberarci e darci vita nuova ogni volta che la ascoltiamo.

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