Parrocchia San Bernardo - Lodi

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Imparare l'inglese giovando. Presso il nostro oratorio.
11/06/2026

Imparare l'inglese giovando. Presso il nostro oratorio.

Giochi senza frontiera. Foto di gruppo dei giovani che sabato scorso hanno partecipato ad una mattina di giochi con i de...
09/06/2026

Giochi senza frontiera. Foto di gruppo dei giovani che sabato scorso hanno partecipato ad una mattina di giochi con i detenuti della nostra casa circondariale. Momenti di libertà.

Una settimana per godersi l'oratorio...
08/06/2026

Una settimana per godersi l'oratorio...

L'AMICO RITROVATOdi G. CazzulaniSebastiano era nato nel cuore nero dell’Africa, precisamente in Burundi, e aveva un sogn...
07/06/2026

L'AMICO RITROVATO
di G. Cazzulani

Sebastiano era nato nel cuore nero dell’Africa, precisamente in Burundi, e aveva un sogno: diventare prete. Per questo aveva affrontato un viaggio grazie a un’associazione che aveva sede dalle parti di Lacchiarella. Per vie intricatissime finì per diventare mio compagno di scuola. Frequentavo la prima superiore.
All’epoca avere in classe un compagno di colore aveva ancora il sapore dell’esotico; non era il panorama abituale delle scuole italiane come lo è oggi. Fu accolto con una simpatia spontanea, cosa che forse oggi capita meno spesso. Vuoi per la lingua sconosciuta, vuoi per il salto dentro una cultura che non conosceva affatto, Sebastiano si scontrò presto con il sistema scolastico italiano. Non c’era verso che riuscisse a raggiungere la sufficienza nelle interrogazioni o nei compiti in classe.
Così, attorno a lui, si scatenò una sorta di solidarietà studentesca. A ogni verifica ci si ingegnava per passargli le soluzioni sotto banco, e credo che gli insegnanti fingessero di non accorgersi delle nostre trame clandestine. Ma non ci fu nulla da fare. Dopo mesi di tentativi, Sebastiano capì che quella strada, per lui, era troppo impervia. Tornò nella comunità che lo ospitava e, poco dopo, rientrò in Africa.
Se penso ad un’avventura della mia adolescenza, ritorno al pomeriggio in cui litigai con mia madre per poter andare a trovarlo in bicicletta. Era una giornata assolata, di un caldo feroce. Infilai l’Atlante del Touring Club dentro uno zainetto e partii pedalando sotto il sole, fermandomi a ogni bivio per capire in che direzione dovessi andare, attraversando paesi di cui non conoscevo neppure il nome, pur di riuscire a salutarlo.
Rimasi con lui un po’, poi ripresi la strada del ritorno. Fu l’ultima volta che lo vidi.
Dopo il suo rientro in Africa riuscimmo ancora, per qualche anno, a mantenere un contatto fragile attraverso la posta aerea. Poi più nulla. Il Burundi, insieme al Ruanda, sarebbe diventato lo scenario di uno dei genocidi più feroci della storia: centinaia di migliaia di persone massacrate nell’arco di pochi mesi. Da quel buio, non uscì più nulla: solo la notizia che era ancora vivo.
Tanto per darvi l’idea di cosa fu quel massacro, ricordo una testimonianza di don Olivo. Mentre la mattanza era ancora in corso, decise di andare a visitare don Angelo Daccò, tra i pochi missionari europei che resistettero in quell’inferno. Se la memoria non mi tradisce, in quel viaggio lo accompagnò don Davide, che adesso è parroco a S. Martino. L’aereo sul quale erano imbarcati fece scalo, per pochissimo tempo, a Bujumbura, la capitale del Burundi. Il portellone si aprì su un aeroporto quasi deserto. Dalla scaletta scesero soltanto i due preti. Poi tutto si richiuse e il volo riprese verso altre mete.
Nei giorni scorsi ricevo una notizia che non mi aspettavo.
Entro casualmente in contatto con un prete che per tanti anni è stato missionario in Burundi. Si chiama don Giovanni e abita nella stessa comunità che io raggiunsi, adolescente, pedalando in bicicletta.
Mi racconta non solo che Sebastiano è ancora vivo, ma che tra poco diventerà sacerdote. Il sogno dei sedici anni si realizza adesso che ne ha sessanta.
Ma ciò che mi ha fatto ve**re un brivido è altro.
Sebastiano, per etnia, era hutu. Dunque apparteneva al gruppo dei privilegiati: dalla parte dei persecutori, non dei perseguitati. Però don Giovanni mi racconta che lui e la sua famiglia furono eroici (proprio questo aggettivo ha utilizzato): nascosero alla furia del genocidio decine di orfani tutsi. Rischiarono la vita per essersi schierati dalla parte delle vittime, per salvare qualcuno dal naufragio.
Questo fece il mio amico Sebastiano.
Non so se poi abbia imparato davvero qualcosa di algebra o di latino; se sia riuscito a districarsi tra equazioni di secondo grado e declinazioni dei verbi.
So però che il mio amico Sebastiano fu un uomo, quando nel suo paese ce n’erano pochissimi.

06/06/2026
INCONTRO CON L'ARSENALEDomenica 1° marzo, per le classi quinte di catechesi, è stato organizzato un incontro con Andrea ...
03/06/2026

INCONTRO CON L'ARSENALE

Domenica 1° marzo, per le classi quinte di catechesi, è stato organizzato un incontro con Andrea Menin presso la Sala S. Monica della nostra Parrocchia.

Andrea è fondatore, insieme ad altre persone, dell’Arsenale dell’Accoglienza, un’associazione di famiglie con sede a Borghetto Lodigiano che aiuta persone e famiglie in difficoltà.

Le classi di catechesi sono coinvolte già da due anni nella raccolta di giochi in buono stato da donare, durante l’Avvento, ai bambini che entrano in contatto con questa realtà e che non hanno l’opportunità di ricevere giocattoli durante le festività. Gli esiti di questa iniziativa sono sempre molto positivi.

Questa volta abbiamo proposto a Menin di incontrare direttamente i bambini e raccontare la propria storia ed esperienza.

L’iniziativa è stata accolta con grande entusiasmo. I ragazzi hanno appreso che Andrea, insieme alla propria famiglia e ad altre famiglie, sostiene minori, giovani adulti e donne con i propri figli provenienti da situazioni di forte disagio sociale, inseriti in progetti finalizzati al recupero o al raggiungimento di una stabilità economica, psicologica e sociale.

Prima dell’incontro, insieme ai ragazzi di quinta, abbiamo letto e commentato il sito dell’associazione; sono state formulate più di trenta domande da porre ad Andrea riguardo al suo stile di vita, al lavoro e alla convivenza con tante persone. Le domande hanno riguardato curiosità su come e perché abbia iniziato questa “avventura”, sui motivi della scelta di tenere la porta aperta e su come sia possibile vivere insieme in così tanti.

L’incontro ha suscitato molto interesse: i bambini sono stati attenti e hanno posto ulteriori domande durante il dialogo.

Andrea ha sottolineato il valore della famiglia come luogo privilegiato per dare risposta agli individui e alle famiglie in difficoltà, attraverso la cura reciproca, la condivisione del tempo, della professionalità, della cultura, delle competenze di ciascuno e dei beni materiali e spirituali.

Ha destato particolare curiosità il fatto che Andrea affermasse più volte di vivere “a porta aperta”, generando nei bambini sia stupore sia preoccupazione. Andrea ha spiegato, in risposta alle numerose domande, che il motivo di tale scelta nasce dal desiderio di poter trovare, qualora si trovasse lui stesso in un momento di difficoltà, una porta aperta da attraversare e persone con cui parlare e condividere i propri bisogni.

La domenica successiva i bambini hanno avuto modo di elaborare quanto condiviso con Andrea, di cui si riportano alcuni spunti:

“Dopo l’incontro con Andrea sono rimasto stupito da quanti bambini ha deciso di accogliere nella sua casa, ma la cosa che mi ha colpito maggiormente è che tiene la porta di casa, anche la notte, sempre aperta.”

“Settimana scorsa abbiamo avuto l’incontro con Andrea dell’Associazione Arsenale. Mi è piaciuto molto e ho imparato che, anche se alcuni bambini non hanno una casa o vengono lasciati dai genitori, possiamo sempre prenderci cura di loro e accoglierli nelle nostre case. La cosa che mi ha colpito di più sono quegli undici bambini che stanno con Andrea e di cui lui si prende cura.”

“L’incontro di domenica scorsa è stato utile. Mi ha colpito molto la scelta di Andrea, cioè quella di tenere la porta aperta e di accogliere. Inoltre, secondo me, è stata una scelta coraggiosa e difficile e mi ha fatto capire che non devo pensare solo a me stessa, ma anche agli altri.”

FENOMENOLOGIA DI HEIDIdi G. CazzulaniForse anche per Heidi ci vorrebbe uno studio, come quello che Umberto Eco dedicò al...
31/05/2026

FENOMENOLOGIA DI HEIDI
di G. Cazzulani

Forse anche per Heidi ci vorrebbe uno studio, come quello che Umberto Eco dedicò alla fenomenologia di Mike Bongiorno. Perché Heidi è una pastorella, ma a modo suo. Non tiranneggia sul gregge per ragioni di utile. Nel cartone animato non si parla mai di macellazioni, tantomeno di compravendite di agnelli. Si racconta soltanto di una bambina che amava stare con quegli animali, al punto da eleggerli a propri compagni di gioco.
Pensavo a queste cose mentre rileggevo i brani del vangelo di Giovanni dedicati al buon pastore.
Lo so, il paragone è irriverente e non calza proprio del tutto. Eppure, in fondo, anche il buon pastore descritto da Gesù nel vangelo assomiglia a uno che ha scelto il suo mestiere quasi per sbaglio. Non sopprime le pecore, non le tosa; sembra piuttosto un innamorato del gregge, anzi di ogni suo singolo componente, tanto che le conosce una a una. Se una si perde sui monti, diventa la sua ossessione: il suo pensiero è solo per lei.
Gesù è un pastore che non ragiona secondo la logica dell’utile. Forse è per questo motivo che nel nuovo testamento quasi spariscono i sacrifici degli animali. Nell’ultima cena, l’agnello pasquale avrebbe dovuto essere il piatto centrale del banchetto, e invece nel racconto non c’è nemmeno una piccola menzione. Si parla soltanto di piedi lavati, di pane spezzato e di un calice di benedizione. L’agnello da sacrificare sembra essere Dio stesso.
Gesù dice: «Io sono venuto perché le mie pecore abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
Che razza di pastore è mai questo? Lo scopo del suo lavoro è portarle tutte alla pensione e sistemarle in un centro benessere.
Anni fa mi capitò di camminare in una vallata d’Abruzzo, verso le pendici del Gran Sasso. Ci imbattemmo in un piccolo agnello: avrà avuto due giorni di vita, ed era isolato dal gregge. Tentammo di ricondurlo verso sua madre. Belava disperato, da stringere il cuore. E non ci riuscimmo.
Trovato il pastore di quel piccolo, egli si disinteressò completamente alla cosa. Spiegò che quell’agnello era debole, che non avrebbe mai sopportato la transumanza. Meglio lasciarlo lì, da solo, a quietare la fame dei lupi.
Capite il buon pastore?
Il pastore di cui parla Gesù non ragiona secondo la logica dell’utile o della sopravvivenza. Per lui conta proprio l’agnello che non ce la fa, quello destinato a rimanere indietro. È un pastore che pare inadatto al mestiere: non sacrifica il debole per salvare il branco. Al contrario: è disposto a perdere sé stesso pur di salvare l’ultimo anello della catena.
Al tempo di Gesù, quando scendeva la notte, tutto il gregge veniva spinto dentro un recinto. Esso aveva una sola apertura, e il pastore probabilmente dormiva proprio lì, disteso sullo stipite di pietra. Ecco perché Gesù dice di essere anche la porta.
Di notte il pastore si sarebbe destato se un agnello, uscendo, si fosse messo in pericolo; ma si sarebbe svegliato anche se una bestia feroce avesse tentato l’assalto. La porta era insieme custodia e vigilanza, riposo e difesa.
Nel vangelo si spiega che solo coloro che passano attraverso la porta amano le pecore. Chi invece scavalca il muro è un brigante: non entra per custodire, ma per depredare.
Bisogna passare attraverso Gesù per amare gli uomini. Se non si passa attraverso di lui, ci si occupa degli uomini per interesse, per bisogno di possesso, per sete di dominio.
Due adolescenti della parrocchia hanno inforcato le biciclette e, pedalando su strade di campagna, sono arrivati fino al ponte della tangenziale, dove dormono gli immigrati più disperati: quelli senza casa, senza documenti, senza nome.
Si sono fermati a conversare con loro. Uno confidava che era meglio stare lì, nella povertà ed esposto alle intemperie, piuttosto che tornare in un paese divorato dalla guerra.
Non so perché, ma mi è venuto spontaneo associare questo episodio al vangelo del buon pastore. In fondo quei due ragazzi erano spontanei, puri, catalogabili come casi della fenomenologia di Heidi. Dite pure che fossero ingenui. Però, davanti a quegli straccioni, provavano pietà. Una compassione semplice, quasi infantile: il dolore davanti a qualcuno che soffre.
Torna la domanda che ossessionava Andrei Tarkovsky, un regista russo morto qualche decennio fa: chi amerà gli uomini? Già, chi li amerà semplicemente e teneramente, lasciando che i loro odori finiscano per intridere il profumo di un abito?
La speranza è qualcuno che si accorge dell’agnello rimasto indietro. Qualcuno che raggiunge il ponte, si siede accanto a uno sconosciuto e gli parla come si parlerebbe a un fratello.

Indirizzo

Piazzale San Bernardo, 45
Lodi
26900

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