30/08/2026
L'ESTATE STA FINENDO
di G. Cazzulani
Parlare male dei ragazzi è uno degli sport più antichi dell'umanità. Così afferma un'iscrizione riportata su una tavoletta di argilla risalente a cinquemila anni fa: «Questa gioventù è marcia nel profondo del cuore. I giovani sono maligni e pigri. Non saranno mai come la gioventù di una volta. I giovani di oggi non saranno capaci di mantenere la nostra cultura».
Non so se la citazione sia del tutto autentica, ma rimbalza ogni tanto nelle conferenze di qualche pedagogista. Più antica di questa iscrizione, però, è un'abitudine: quella per cui ogni generazione considera la successiva una catastrofe, l'inizio della fine.
Meglio diffidare dai profeti di sventura. Però non c'è nemmeno da fidarsi di chi ritiene che tutto vada sempre bene.
In questi anni, infatti, è suonato più di un campanello d'allarme.
C'è uno studio molto discusso che segnala come, dopo decenni di continua crescita del quoziente intellettivo dei giovani, l'ultima generazione segni invece un trend opposto. In sostanza, i figli di oggi sarebbero meno intelligenti delle mamme e dei papà che li hanno messi al mondo. C'è poi il problema dell'attenzione: i ragazzi di oggi faticano a concentrarsi. Qualcuno ha cronometrato anche il tempo durante il quale riusciamo a rimanere concentrati su un problema prima che una distrazione ci scaraventi altrove: otto miseri secondi. Le cose migliorano un po' con gli studenti universitari, ma anche qui pare che il tempo massimo di concentrazione si fermi intorno ai venti minuti. Alcuni neuropsichiatri raccontano, inoltre, di un incremento impressionante, negli ultimi quindici anni, del malessere psichico: sono sempre più numerosi gli adolescenti che stanno male.
Sono tutte statistiche, che possono essere interpretate in modi diversi. Però la realtà è quella.
Basta entrare in una scuola, sedersi su una panchina, osservare un gruppo di adolescenti. Hanno davanti possibilità immense. Possiedono strumenti che noi, alla loro età, nemmeno immaginavamo. Eppure sembrano vivere in un continuo stato di distrazione. Sono sempre connessi e, paradossalmente, spesso più soli.
Reduce da una faticosissima estate in oratorio, con centinaia di ragazzi e adolescenti che hanno partecipato ai centri estivi e ai campi scuola, porto a casa la soddisfazione di chi pensa di non aver sprecato tempo. In montagna i ragazzi vivono senza televisione e non possono portarsi lo smartphone. Un paio di gruppi hanno fatto addirittura la scelta di proibire ai ragazzi l'uso dei soldi: non c'è niente da comprare, per cui è inutile averli. Lo so, si tratta solamente di una settimana, ma spesso ho l'impressione che faccia un gran bene allo sviluppo cognitivo e relazionale di un ragazzo e di un'adolescente. Nessuno schermo può prendere il posto di un volto, una notifica non vale quanto una conversazione e una mietitura di like non è più importante della fatica di costruire un'amicizia, che ha bisogno anche di litigi, di pianti e di riconciliazione.
Ben venga il futuro, di cui sappiamo molto poco, e che i profeti ogni tanto ci dipingono con le loro nubi nere. Le nuove tecnologie stanno plasmando in modo diverso le connessioni neuronali dei cervelli dei nostri adolescenti, oltre, ovviamente, a modificarne la postura. Finiremo tutti con l'essere gobbi a quarant'anni, tanto tempo passiamo curvi sullo smartphone.
Per questo continuo a pensare che l'oratorio abbia una funzione unica, che poche altre agenzie educative riescono a svolgere. Costringe i ragazzi a fare una cosa sempre più rara: incontrarsi davvero.
All'oratorio si corre, si canta, si litiga, si gioca, si fa pace. Si scopre di avere un corpo, un corpo vero, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Si scopre che un amico ha una voce, un odore, un carattere. Non è un'immagine sullo schermo.
In oratorio i ragazzi hanno anche il permesso di sbagliare. Penso sempre che, se lo stesso sbaglio fosse capitato in strada, anziché rivelare il suo potenziale educativo, sarebbe un’occasione caduta nel nulla. L'oratorio, invece, è una palestra di vita: c'è qualcuno che non giudica, ma nemmeno lascia scivolare via un comportamento sbagliato. La vita è fatta di tante verità controintuitive: ciò che mi sembrava oro, invece, può rivelarsi un miraggio.
E siccome ormai comincio ad avere qualche capello bianco sulla testa, di cose ne ho vissute tante e posso ti**re qualche bilancio. Vi assicuro che è una soddisfazione immensa vedere qualche giovane transitato per l'oratorio che, diventato adulto, sta facendo molto bene. A tanti di loro non ho mai fatto una catechesi sul matrimonio, eppure, quasi istintivamente, si sposano, perché capiscono che mettere su famiglia è meglio che fare i vitelloni a quarant'anni. E quasi tutti, nelle aziende dove lavorano, suscitano stima perché sanno lavorare con gli altri.
Certo, un po' sarà merito loro. Ma penso anche a certe giornate vissute insieme, a certe esperienze educative, alla fatica condivisa sotto il sole, ai momenti in cui hai parlato a qualcuno con fermezza oppure, semplicemente, lo hai incoraggiato a proseguire il cammino sulla strada buona.
Anche quest'estate ho visto adolescenti che ridevano e camminavano sotto il sole, che cercavano di prendersi cura dei bambini e, qualche volta, piangevano perché avevano un'emozione forte nel cuore. Non è stata un'estate inutile. Non è stata nemmeno un'estate di cui banalmente avere nostalgia tra qualche anno, ascoltando le musiche di oggi che allora pochi conosceranno ancora. È stata invece un'estate in cui sono nati uomini e donne, perché l'adolescenza non è un tempo spensierato e nemmeno una malattia: è la gravidanza nella quale dobbiamo far nascere noi stessi.