31/05/2026
FENOMENOLOGIA DI HEIDI
di G. Cazzulani
Forse anche per Heidi ci vorrebbe uno studio, come quello che Umberto Eco dedicò alla fenomenologia di Mike Bongiorno. Perché Heidi è una pastorella, ma a modo suo. Non tiranneggia sul gregge per ragioni di utile. Nel cartone animato non si parla mai di macellazioni, tantomeno di compravendite di agnelli. Si racconta soltanto di una bambina che amava stare con quegli animali, al punto da eleggerli a propri compagni di gioco.
Pensavo a queste cose mentre rileggevo i brani del vangelo di Giovanni dedicati al buon pastore.
Lo so, il paragone è irriverente e non calza proprio del tutto. Eppure, in fondo, anche il buon pastore descritto da Gesù nel vangelo assomiglia a uno che ha scelto il suo mestiere quasi per sbaglio. Non sopprime le pecore, non le tosa; sembra piuttosto un innamorato del gregge, anzi di ogni suo singolo componente, tanto che le conosce una a una. Se una si perde sui monti, diventa la sua ossessione: il suo pensiero è solo per lei.
Gesù è un pastore che non ragiona secondo la logica dell’utile. Forse è per questo motivo che nel nuovo testamento quasi spariscono i sacrifici degli animali. Nell’ultima cena, l’agnello pasquale avrebbe dovuto essere il piatto centrale del banchetto, e invece nel racconto non c’è nemmeno una piccola menzione. Si parla soltanto di piedi lavati, di pane spezzato e di un calice di benedizione. L’agnello da sacrificare sembra essere Dio stesso.
Gesù dice: «Io sono venuto perché le mie pecore abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
Che razza di pastore è mai questo? Lo scopo del suo lavoro è portarle tutte alla pensione e sistemarle in un centro benessere.
Anni fa mi capitò di camminare in una vallata d’Abruzzo, verso le pendici del Gran Sasso. Ci imbattemmo in un piccolo agnello: avrà avuto due giorni di vita, ed era isolato dal gregge. Tentammo di ricondurlo verso sua madre. Belava disperato, da stringere il cuore. E non ci riuscimmo.
Trovato il pastore di quel piccolo, egli si disinteressò completamente alla cosa. Spiegò che quell’agnello era debole, che non avrebbe mai sopportato la transumanza. Meglio lasciarlo lì, da solo, a quietare la fame dei lupi.
Capite il buon pastore?
Il pastore di cui parla Gesù non ragiona secondo la logica dell’utile o della sopravvivenza. Per lui conta proprio l’agnello che non ce la fa, quello destinato a rimanere indietro. È un pastore che pare inadatto al mestiere: non sacrifica il debole per salvare il branco. Al contrario: è disposto a perdere sé stesso pur di salvare l’ultimo anello della catena.
Al tempo di Gesù, quando scendeva la notte, tutto il gregge veniva spinto dentro un recinto. Esso aveva una sola apertura, e il pastore probabilmente dormiva proprio lì, disteso sullo stipite di pietra. Ecco perché Gesù dice di essere anche la porta.
Di notte il pastore si sarebbe destato se un agnello, uscendo, si fosse messo in pericolo; ma si sarebbe svegliato anche se una bestia feroce avesse tentato l’assalto. La porta era insieme custodia e vigilanza, riposo e difesa.
Nel vangelo si spiega che solo coloro che passano attraverso la porta amano le pecore. Chi invece scavalca il muro è un brigante: non entra per custodire, ma per depredare.
Bisogna passare attraverso Gesù per amare gli uomini. Se non si passa attraverso di lui, ci si occupa degli uomini per interesse, per bisogno di possesso, per sete di dominio.
Due adolescenti della parrocchia hanno inforcato le biciclette e, pedalando su strade di campagna, sono arrivati fino al ponte della tangenziale, dove dormono gli immigrati più disperati: quelli senza casa, senza documenti, senza nome.
Si sono fermati a conversare con loro. Uno confidava che era meglio stare lì, nella povertà ed esposto alle intemperie, piuttosto che tornare in un paese divorato dalla guerra.
Non so perché, ma mi è venuto spontaneo associare questo episodio al vangelo del buon pastore. In fondo quei due ragazzi erano spontanei, puri, catalogabili come casi della fenomenologia di Heidi. Dite pure che fossero ingenui. Però, davanti a quegli straccioni, provavano pietà. Una compassione semplice, quasi infantile: il dolore davanti a qualcuno che soffre.
Torna la domanda che ossessionava Andrei Tarkovsky, un regista russo morto qualche decennio fa: chi amerà gli uomini? Già, chi li amerà semplicemente e teneramente, lasciando che i loro odori finiscano per intridere il profumo di un abito?
La speranza è qualcuno che si accorge dell’agnello rimasto indietro. Qualcuno che raggiunge il ponte, si siede accanto a uno sconosciuto e gli parla come si parlerebbe a un fratello.