Unità Pastorale della Cattedrale Livorno

Unità Pastorale della Cattedrale Livorno Unità Pastorale

05/08/2026

🇮🇹 Ammaestramenti dagli scritti di Maria Valtorta: “Nessuno ti può amare come Io ti amo”

Dice Gesù:

«Sii buona e paziente, anima mia. Se sai rimanere buona e paziente ti farò un grande regalo. Quale a ben pochi nei secoli ho fatto.

Persuaditi, anima mia. Nessuno ti può amare come Io ti amo. L’uno fallisce e disillude per una cosa, l’altro fallisce e disillude per un’altra cosa. Solo Io non manco mai e non disilludo mai. Persuaditi, anima mia.

I piccoli affetti e i piccoli conforti umani possono servire per le piccole anime. Ma quando una è stata scelta da Dio, e non per suo merito ma per dono dato gratuitamente da Colui che la vuole cessa di essere una piccola anima e viene nutrita con un midollo che fa del suo piccolo un grande, allora le piccole cose non servono più. Ossia servono per rallegrare come i fiori lungo un sentiero.

Ma non sono, neppure i più abbondanti, profumati, bei fiori, grano che nutre. Non è vero? Sono diletto. Si guardano, si sorride loro, perché sono puri e buoni, più buoni ancora degli animali che sono sempre più buoni dell’uomo. Si colgono qualche volta per avere una compagnia che non tradisce e una carezza semplice nel suo intento che è solo di consolare. Si odorano per dimenticare i fetori che escono dalle concupiscenze umane, dagli egoismi, dalle menzogne. Nessuno ama tanto i fiori come coloro che sono buoni e infelici, coloro che sono destinati a sorte sovrumana. Perché nei fiori leggono parole di bontà di Dio e perché appunto nei fiori possono trovare la bontà che non trovano altrove, la compagnia che consola senza secondi fini, la fragranza che ricorda l’aura dei Cieli. Ma di fiori non si potrebbe vivere. Ci vuole del pane.

Così sono le piccole cose per un “vero spirito”. Sono i fiori. Intrecciati anche a molte spine. Che vuoi farci! Nascono sui sentieri della Terra. Là dove l’uomo passa sporcando della sua traccia carnale e dove Lucifero semina le sue sementi di odio.

Sono ben diversi dai fiori dei “miei” sentieri. Li han fatti nascere il pianto mio e di Maria, li han fecondati il mio Sangue e quello dei miei corredentori, anche il tuo, anima vittima. Essi sono fiori eterni. Ci si giunge attraverso un baluardo di spine: il mondo. Ma poi… oh! poi! Che pace! Io, che amo, ogni tanto ne colgo uno, di questi miei fiori, e ve lo porto oltre il baluardo perché non voglio vedervi piangere senza che da Me abbiate conforto, Io che so cosa è il dolore d’esser redentore e disamato.

Persuaditi, anima mia. Tu non sei più una donna. Sei la mia… non serva come tu ti dici, non schiava come ti professi, ma “sposa”. E solo lo Sposo ti può capire, amare e darti quei conforti che ti sono realmente bastevoli.

Su, dunque. Vieni. Dove lo trovi un petto che ti sia più sicuro guanciale del mio? Dove un cerchio di braccia che ti facciano asilo più sicuro? Dove una bocca che ti dica parole e ti sappia baciare con maggior dolcezza della mia bocca? Dove un cuore che sappia ritmare i suoi palpiti col tuo, soffrendo se soffri, gioendo se gioisci, come fa il mio?

Vieni dunque. Qui! Da qui escono i dolci tormenti che ti feriscono per darti la mia impronta di crocifissa e i dolci torrenti di fuoco che ti consumano per portarti pura al Cielo. Da qui è giusto che escano anche i dolci flutti dell’amore per sommergerti in una dolcezza che medica tutte le ferite aspre degli uomini. Le mie no, le mie non vanno medicate. Sarebbe distruggere il dono più bello che anima possa ricevere.

Ma di’: cosa è il dolore di una mia ferita? Spasimo che dissenna? No. È spasimo che aumenta intelligenza e forza. Solo le ferite umane fanno realmente male perché il loro dardo è cosparso di veleno d’odio. I miei dardi hanno, sopra, il miele del­l’amore e nel ferire indìano.

La mia pace sul tuo dolore».

(Maria Valtorta, “I Quaderni del 1944”, 5 luglio)

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03/08/2026

🇮🇹 Pensiero della settimana: “Chi mi amerà sara salvo”

Dice Gesù:

«Quando il popolo di Dio, dopo la morte di Maria a Cades, si levò a sedizione nel deserto per la mancanza di acqua e urlò contro Mosè, suo salvatore e condottiero dalla terra del peccato alla terra di promessa, come fosse il suo f***e distruttore, e inveì contro Aronne come contro inutile sacerdote, Mosè entrò col fratello nel Tabernacolo e parlarono al Signore, esigendo un miracolo per far cessare la mormorazione. E il Signore, nonostante non sia tenuto a cedere ad ogni richiesta, specie se richiesta violenta e di spiriti che hanno perduto la santa fiducia nella Provvidenza paterna, parlò a Mosè ed Aronne. Avrebbe potuto anche parlare unicamente a Mosè, perché Aronne, per quanto Sommo Sacerdote, aveva demeritato un giorno della bontà di Dio con l’adorazione all’idolo. Ma Dio volle provarlo ancora e dargli un modo di crescere in grazia agli occhi di Dio. Ordinò dunque di prendere la v***a d’Aronne, deposta nel Tabernacolo dopo essere fiorita in fiori aperti in foglie, divenute poi mandorle, e di andare con essa a parlare alla pietra, ché la pietra darebbe acqua per uomini e animali. E Mosè, con Aronne, fece ciò che il Signore ordinava, ma non tutti e due seppero credere completamente al Signore. E chi meno credette fu il Sacerdote supremo d’Israele: Aronne. La rupe, percossa dalla v***a, si aprì e gettò tanta acqua da dissetare popolo e bestiami. E quell’acqua fu detta di Contraddizione, perché ivi gli israeliti contesero col Signore e sindacarono le sue azioni e i suoi ordini, e non tutti ad un modo furono nella fedeltà, ma anzi, proprio dal Sommo Sacerdote ebbe luogo e principio il dubbio sulla verità delle divine parole. E Aronne fu poi tolto di vita senza aver potuto raggiungere la Terra Promessa.

Anche ora il popolo tumultua contro il Signore dicendo: “Tu ci hai condotto a morire come popolo e come singoli sotto il dominio degli oppressori”. E a Me grida: “Fàtti re e liberaci”. Ma di quale liberazione parlate? Di quale castigo? Di quelli materiali? Oh! là, nelle cose materiali non è né salvezza né castigo! Un castigo ben più grande e una liberazione ben più grande è a portata del vostro libero volere, e potete scegliere. Dio ve lo concede. Questo dico per gli israeliti presenti, per quelli che dovrebbero saper leggere le figure della Scrittura e comprenderle. Ma poiché ho pietà del mio popolo, di cui sono Re nello spirito, voglio aiutarvi a capire una figura almeno, perché vi aiuti a comprendere chi Io sono.

L’Altissimo disse a Mosè e ad Aronne: “Prendete la v***a e parlate alla rupe e scaturiranno fiumi per la sete del popolo, onde non si lamenti più”. All’eterno Sacerdote, l’Altissimo ha detto ancora una volta, per porre fine ai lamenti del popolo suo: “Prendi la v***a germogliata dalla stirpe di Jesse, e un fiore verrà da lei non tocca da fango umano, e si muterà in frutto di mandorla dolce e pieno di unzione. E con essa mandorla della radice di Jesse, con esso germoglio mirabile su cui poserà lo Spirito del Signore coi suoi sette doni, percuoti la pietra d’Israele, perché getti acqua abbondante per la salute sua”.

Il Sacerdote di Dio è lo stesso Amore. E l’Amore fece una Carne gettando il suo germoglio fuor dalla radice di Jesse che fango non aveva nutrita, e la Carne era quella del Verbo incarnato, dell’atteso Messia mandato a parlare alla roccia perché si fendesse. Perché fendesse la sua dura crosta di superbia e di cupidigia e accogliesse le acque che Dio ha mandato, le acque sgorganti dal suo Cristo, l’olio soave del suo amore, a farsi malleabile, buona, a santificarsi accogliendo nel suo cuore il dono dell’Altissimo al suo popolo.

Ma Israele non vuole l’Acqua viva nel suo seno. Resta chiuso, duro, e specie resta tale nelle persone dei suoi grandi, contro i quali la v***a fiorita e fruttificata per solo potere divino inutilmente batte e parla. E in verità vi dico che molti di questo popolo non entreranno nel Regno, mentre molti che di questo popolo non sono vi entreranno, perché avranno saputo credere ciò che i sacerdoti d’Israele non vollero credere. Per questo Io sono in mezzo a voi come segno di contraddizione, e voi sarete giudicati per il modo come mi saprete comprendere. Ma agli altri, che non sono Israele, Io dico: la casa di Dio, sfuggita dai figli del popolo suo, è aperta a coloro che cercano la Luce. Venite. Seguitemi. Se Io sono posto a segno di contraddizione, sono anche posto come segno a tutte le nazioni, e chi mi amerà sarà salvo».

(Maria Valtorta, “L'Evangelo come mi è stato rivelato”, 457.2-3)

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02/08/2026

🇮🇹 VALTORTA APP - XVIII Domenica del Tempo Ordinario

Leggi gratuitamente il Vangelo della Domenica con il corrispondente capitolo dell'Opera valtortiana (oppure ascolta la lettura del brano):

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🔸 dal Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 13-21):

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le f***e, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare».

Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare».

Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!».

Ed egli disse: «Portatemeli qui».

E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull'erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

🔹 da “L’Evangelo come mi è stato rivelato”, capitolo 273.1:

Il luogo è sempre quello. Soltanto il sole non viene più da oriente, filtrando fra la boscaglia che costeggia il Giordano in questo luogo selvaggio presso lo sbocco delle acque del lago nel letto del fiume, ma viene, ugualmente obliquo, da ponente, mentre cala in una gloria di rosso, sciabolando il cielo coi suoi ultimi raggi. E sotto questo fogliame denso già la luce è molto temperata, tendente alle tinte pacate della sera. Gli uccelli, inebbriati dal sole avuto per tutto il giorno, dal cibo abbondante carpito alle limitrofe campagne, si danno ad un baccanale di trilli e canti, sulle vette delle piante. La sera cala con le pompe finali del giorno.

Gli apostoli lo fanno notare a Gesù, che sempre ammaestra a seconda degli argomenti a Lui esposti. «Maestro, la sera si avvicina. Il luogo è deserto, lontano da case e paesi, ombroso e umido. Fra poco qui non sarà più possibile vederci, né camminare. La luna alza tardi. Licenzia il popolo affinché vada a Tarichea o ai villaggi del Giordano a comprarsi cibo e cercare alloggio».

«Non occorre che se ne vadano. Date loro da mangiare. Possono dormire qui come dormirono attendendomi».

«Non ci sono rimasti che cinque pani e due pesci, Maestro, lo sai».

«Portatemeli».

«Andrea, va’ a cercare il bambino. È lui di guardia alla borsa. Poco fa era col figlio dello scriba e due altri, intento a farsi coroncine di fiori giocando ai re».

[…]

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29/07/2026

🇮🇹 Santa del giorno: Santa Marta di Betania

Gesù entra con i quattro rimasti e, dopo il bacio con Lazzaro, presenta Giovanni, Filippo e Bartolommeo, e poi li congeda rimanendo solo con Lazzaro.

Vanno verso casa. Questa volta sotto il bel porticato è una donna. È Marta. Non alta come la sorella – ma sempre alta, bruna mentre l’altra è bionda e rosea – è però una bella giovane dal corpo armonicamente grassoccio e ben modellato e dalla testolina morata, sotto cui è la fronte brunetta e liscia e due dolci e mansueti occhi neri, lunghi, vellutati fra le ciglia scure. Ha il naso lievemente curvo verso il basso e una piccola bocca molto rossa fra il color brunetto delle gote. Sorride e mostra dei denti forti e candidissimi.

Veste di lana azzurro cupo con galloni in rosso e verde cupo al collo e ai limiti delle ampie maniche corte fino al gomito, da cui escono altre maniche di lino finissimo e bianco, strette al polso da un cordoncino che le arriccia. Anche al sommo del petto, alla radice del collo, sporge questa camicetta finissima e bianca, tenuta stretta da un cordone. Ha per cintura una sciarpa azzurra, rossa e verde di stoffa molto fina, che le serra il sommo delle anche e le ricade con un fiocco di frange sul lato sinistro. Un abito ricco e casto.

«Ho una sorella, Maestro. Eccola. È Marta, buona e pia. Il conforto e l’onore della famiglia e la gioia del povero Lazzaro. Prima era la prima ed unica gioia mia. Ora è la seconda, perché la prima sei Tu».

Marta si prostra fino a terra e bacia l’orlo della veste di Gesù.

«Pace alla sorella buona e alla donna casta. Alzati».

Marta si alza ed entra in casa con Gesù e Lazzaro. Poi chiede di assentarsi per le cure di casa.

«È la mia pace…», mormora Lazzaro e guarda Gesù. Uno sguardo scrutatore. Ma Gesù mostra di non vederlo.

(Maria Valtorta, “L'Evangelo come mi è stato rivelato”, 112.4)

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[“Le Christ chez Marthe et Marie” di Claude Simpol da Artvee]

27/07/2026

🇮🇹 Pensiero della settimana: “Cosa è dunque l’Uomo che vi parla?”

Dice Gesù:

«Mi avete accusato senza ragione come se avessi bestemmiato in luogo di aver detto la verità. Io, non per difendermi, ma per darvi la luce acciò possiate conoscere la Verità, parlo. E non parlo per Me stesso. Ma parlo ricordando le parole nelle quali credete e sulle quali giurate. Esse testimoniano di Me. Voi, lo so, non vedete in Me che un uomo simile a voi, inferiore a voi. E vi pare che sia impossibile che un uomo possa essere il Messia. Almeno pensate che avesse ad essere un angelo, questo Messia, che deve essere di un’origine talmente misteriosa da poter essere re solo per l’autorità che il mistero della sua origine suscita. Ma quando mai nella storia del nostro popolo, nei libri che formano questa storia e che saranno libri eterni quanto il mondo, perché ad essi dottori di ogni paese e di ogni tempo attingeranno per corroborare la loro scienza e le loro ricerche sul passato con le luci della verità, quando mai in questi libri è detto che Dio abbia parlato ad un suo angelo per dirgli : “Tu mi sarai d’ora in poi Figlio perché Io ti ho generato”?».

Vedo Gamaliele che si fa dare una tavoletta e delle pergamene e si siede scrivendo…

«Gli angeli, creature spirituali, serve dell’Altissimo e sue messaggere, sono state create da Lui come l’uomo, come gli animali, come tutto ciò che fu creato. Ma non sono state generate da Lui. Perché Dio genera unicamente un altro Se stesso, non potendo il Perfetto generare altro che un Perfetto, un altro Essere pari a Se stesso, per non avvilire la sua perfezione col generare una creatura di Sé inferiore. Or dunque, se Dio non può generare gli angeli e neppure elevarli alla dignità di suoi figli, quale sarà il Figlio al quale Egli dice : “Tu sei mio Figlio. Oggi ti ho generato”? E di che natura sarà se, generandolo, Egli dice indicandolo ai suoi angeli: “E Lui adorino tutti gli angeli di Dio”? E come sarà questo Figlio, per meritare di sentirsi dire dal Padre, da Colui che è per sua grazia se gli uomini lo possono nominare col cuore che si annichila adorando: “Siedi alla mia destra finché Io faccia dei tuoi nemici sgabello ai tuoi piedi”? Quel Figlio non potrà essere che Dio come il Padre, del quale divide gli attributi e le potenze, e col quale gode della Ca**tà che li letifica negli ineffabili e inconoscibili amori della Perfezione per Se stessa.

Ma, se Dio non ha giudicato conveniente elevare al grado di Figlio un angelo, avrebbe mai potuto dire di un uomo ciò che disse di Colui che qui vi parla — e molti fra voi che mi combattete eravate presenti quando lo disse — là al guado di Betabara, al finire di tre anni da questo? Voi lo udiste e tremaste. Perché la voce di Dio è inconfondibile, e senza una sua speciale grazia atterra chi la ode e ne scrolla il cuore.

Cosa è dunque l’Uomo che vi parla? È forse uno nato da seme e da volere d’uomo come tutti voi? E potrebbe l’Altissimo aver posto lo Spirito suo ad abitare una carne priva di grazia, quale è quella degli uomini nati da voler carnale? E potrebbe l’Altissimo, a soddisfare la gran Colpa, essere pago del sacrificio di un uomo? Pensate. Egli non elegge un angelo ad esser Messia e Redentore, può mai allora eleggere un uomo ad esserlo? E poteva il Redentore essere soltanto Figlio del Padre senza assumere natura umana, ma con mezzi e poteri che superano le umane deduzioni? E il Primogenito di Dio poteva mai aver dei genitori, se Egli è il Primogenito eterno? Non vi si sconvolge il superbo pensiero davanti a questi interrogativi, che salgono verso i regni della Verità, sempre più vicini ad essa, e che trovano risposta solo in un cuore umile e pieno di fede?

Chi deve essere il Cristo? Un angelo? Più che un angelo. Un uomo? Più che un uomo. Un Dio? Sì, un Dio. Ma con unita una Carne, perché essa possa compiere l’espiazione della carne colpevole. Ogni cosa va redenta attraverso la materia con cui peccò. Dio avrebbe perciò dovuto mandare un angelo per espiare le colpe degli angeli decaduti, e che espiasse per Lucifero e i suoi seguaci angelici. Perché, lo sapete, anche Lucifero peccò. Ma Dio non manda uno spirito angelico a redimere gli angeli tenebrosi. Essi non hanno adorato il Figlio di Dio, e Dio non perdona il peccato contro il suo Verbo generato dal suo Amore. Però Dio ama l’uomo e manda l’Uomo, l’Unico perfetto, a redimere l’uomo e a ottenere pace con Dio. E giusto è che solo un Uomo-Dio possa compiere la redenzione dell’uomo e placare Dio».

(Maria Valtorta, “L'Evangelo come mi è stato rivelato”, 487.5-6)

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[“Christ Pantocrator” di José Luiz Bernardes Ribeiro da Wikimedia Commons]

25/07/2026

🇮🇹 VALTORTA APP - XVII Domenica del Tempo Ordinario

Leggi gratuitamente il Vangelo della Domenica con il corrispondente capitolo dell'Opera valtortiana (oppure ascolta la lettura del brano):

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🔸 dal Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 44-52):

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:

«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.

Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.

Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.

Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

🔹 da “L’Evangelo come mi è stato rivelato”, capitolo 237.4:

«Andiamo a congedare questi stanchi».
E va da quelli che, sparsi sotto gli alberi, guardano nella sua direzione con ansia di udirlo.

«La pace a voi tutti, che per stadi e solleoni siete venuti ad udire la Buona Novella.

In verità vi dico che voi cominciate a comprendere realmente ciò che è il Regno di Dio, quanto sia prezioso il suo possesso e beato l’appartenervi. Ed ogni fatica perde per voi il valore che per altri conserva, perché l’animo comanda in voi e dice alla carne: “Giubila che io ti opprima. È per la tua beatitudine che lo faccio. Quando sarai riunita a me, dopo la finale risurrezione, tu mi amerai per quanto ti ho conculcata e vedrai in me il tuo secondo salvatore”. Non dice così lo spirito vostro? Ma sì che lo dice!

Voi ora basate le vostre azioni sull’insegnamento delle mie parabole lontane. Ma ora Io vi do altre luci per sempre più farvi innamorati di questo Regno che vi aspetta e il cui valore non è misurabile.

Udite: Un uomo, andato per caso in un campo per prendere terriccio per portarlo nel suo orticello, nello scavare faticosamente la terra dura trova, sotto qualche strato di terra, un filone di metallo prezioso. Che fa allora quell’uomo? Ricopre con la terra la scoperta fatta. Non gli importa di lavorare più ancora, perché la scoperta merita la fatica. E poi va a casa sua, raggranella tutte le sue ricchezze in denaro o in oggetti e queste ultime le vende per avere molto denaro. Poi va dal padrone del campo e gli dice: “Mi piace il tuo campo. Quanto vuoi per vendermelo?”. “Ma io non lo vendo”, dice l’altro. Ma l’uomo offre somme sempre più forti, sproporzionate al valore del campo, e finisce a sedurre il padrone di esso, il quale pensa: “Questo uomo è un pazzo! Ma, posto che lo è, io me ne avvantaggio. Prendo la somma che mi offre. Non è uno strozzinaggio perché è lui che me la vuole dare. Con essa mi comprerò almeno tre altri campi, e più belli”, e fa la vendita, convinto di avere fatto uno splendido affare. Ma invece è l’altro che fa l’affare splendido, perché si priva di oggetti che possono essere asportati dal ladro o perduti o consumati, e si procura un tesoro che per essere vero, naturale, è inesauribile. Merita dunque di sacrificare quanto ha per questo acquisto, rimanendo per qualche tempo col solo possesso del campo, ma in realtà possedendo per sempre il tesoro celato in esso.

Voi questo lo avete capito e fate come l’uomo della parabola. Lasciate le effimere ricchezze per possedere il Regno dei Cieli. Le vendete agli stolti del mondo, le cedete ad essi, accettate di essere derisi per questo che agli occhi del mondo pare stolto modo di agire. Fate così, sempre così, e il Padre vostro che è nei Cieli, giubilando, vi darà un giorno il vostro posto nel Regno.

Tornate alle vostre case prima che venga il sabato, e nel giorno del Signore pensate alla parabola del tesoro che è il Regno celeste. La pace sia con voi».

[…]

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22/07/2026

🇮🇹 Santa del giorno: Santa Maria Maddalena

Scrive Maria Valtorta:

Vedo una spelonca rocciosa in cui è un giaciglio di foglie ammassate su un rustico telaio di rami intrecciati e legati da giunchi. Deve essere comodo come uno strumento di tortura. La grotta ha inoltre un pietrone che fa da tavola e uno più piccolo che fa da sedile. Contro il lato più fondo ve ne è un altro: uno scheggione sporgente dalla roccia che, non so se naturalmente o con paziente e faticosa opera umana, è stato tratto a pulimento e presenta una superficie abbastanza liscia. Su questo, che pare un rustico altare, è posata una croce fatta di due rami tenuti insieme da vimini. L’abitante della grotta ha inoltre piantato in una fessura terrosa del suolo una pianta di edera e ne ha condotto i rami a incorniciare la croce e ad abbracciarla, mentre in due rustici vasi, che paiono modellati nella creta da mano inesperta, stanno dei fiori selvatici colti nelle vicinanze, e proprio ai piedi della croce, in una conchiglia gigante, è una pianticella di ciclamino selvatico con le piccole foglie ben nette e due bocci che sono prossimi a fiorire. Ai piedi di questo altare vi è un fascio di rami spinosi e un flagello di corde annodate. Nella grotta vi è inoltre un rustico orciolo con dell’acqua. Null’altro.

Dall’apertura stretta e bassa si vede uno sfondo di monti, e per una luminosità mobile che si intravvede lontano si direbbe che da questo punto sia visibile il mare. Ma non lo posso assicurare. Dei rami penduli d’edere e caprifogli e di rosai selvatici, tutta la solita p***a dei luoghi alpestri, pendono sull’apertura e fanno come un velo mobile che separa l’interno dall’esterno.

Una donna scarna, vestita di una rustica veste scura sulla quale è posata una pelle di capra come mantello, entra nella grotta smuovendo i rami penduli. Pare esausta. La sua età è indefinibile. Se si dovesse giudicare il volto appassito, le si darebbero molti anni: oltre sessanta. Se si dovesse giudicare la chioma ancor bella, folta, dorata, non più di un quaranta. Essa le pende in due trecce lungo le spalle curve e magre, ed è l’unica cosa che splenda in quello squallore. La donna sarà stata certo bella perché la fronte è ancor alta e liscia, il naso ben fatto e l’ovale, per quanto smagrito dall’estenuazione, regolare. Ma gli occhi non hanno più fulgore. Sono fortemente affondati nell’orbita e segnati da due bistri bluastri. Due occhi che denunciano il molto pianto versato. Due rughe, quasi due cicatrici, si sono intagliate dall’angolo dell’occhio lungo il naso e vanno a perdersi in quell’altra caratteristica ruga di chi molto ha sofferto, che dalle narici scende come un accento circonflesso agli angoli della bocca. Le tempie sono come scavate e le vene azzurre si disegnano nel grande pallore. La bocca pende con curva stanca ed è di un roseo pallidissimo. Un tempo deve essere stata una splendida bocca, ora è sfiorita. La curva delle labbra è simile a quella di due ali che pendano spezzate. Una bocca dolorosa.

La donna si trascina sino al masso che fa da tavolo e vi posa sopra dei mirtilli e delle fragole selvatiche. Poi va all’altare e si inginocchia. Ma è così spossata che nel farlo quasi cade e deve sorreggersi con una mano al masso. Prega guardando la croce e delle lacrime scendono per il solco sino alla bocca che le beve. Poi lascia cadere la sua pelle di capra e resta con la sola rozza tunica e prende i flagelli e le spine. Stringe i rami spinosi intorno al suo capo e ai suoi lombi e si flagella con le corde. Ma è troppo debole per farlo. Lascia cadere il flagello e, appoggiandosi all’altare con ambe le mani e la fronte, dice: “Non posso più, Rabboni! Più soffrire, in ricordo del tuo dolore!”.

La voce me la fa riconoscere. È Maria di Magdala. Sono nella sua grotta di penitente.

Maria piange. Chiama Gesù con amore. Non può più soffrire. Ma amare può ancora. La sua carne macerata dalla penitenza non resiste più alla fatica del flagellarsi, ma il cuore ha ancora palpiti di passione e si consuma nelle sue ultime forze amando. Ed ella ama, restando con la fronte incoronata di spine e la vita serrata nelle spine, ama parlando al suo Maestro in una continua professione d’amore e in un rinnovato atto di dolore.

È scivolata con la fronte a terra. La stessa posa che aveva sul Calvario di fronte a Gesù deposto sul grembo di Maria, la stessa che aveva nella casa di Gerusalemme quando la Veronica spiegava il suo velo, la stessa che aveva nell’orto di Giuseppe d’Arimatea quando Gesù la chiamò ed ella lo riconobbe e lo adorò. Ma ora piange perché Gesù non c’è.

“La vita mi fugge, Maestro mio. E dovrò morire senza rivederti? Quando potrò bearmi del tuo Viso? I miei peccati stanno di fronte a me e mi accusano. Tu mi hai perdonata, e credo che l’inferno non mi avrà. Ma quanta sosta nell’espiazione prima di vivere di Te! Oh! Maestro buono! Per l’amore che mi hai dato conforta l’anima mia! L’ora della morte è venuta. Per il tuo morire desolato sulla croce conforta la tua creatura! Tu mi hai generata. Tu. Non la madre mia. Tu mi hai risuscitata più che non risuscitasti Lazzaro, fratello mio. Poiché egli era già buono e la morte non poteva che esser attesa nel tuo Limbo. Io ero morta nell’anima e morire voleva dire morire in eterno. Gesù, nelle tue mani raccomando lo spirito mio! È tuo perché Tu l’hai redento. Accetto per ultima espiazione di conoscere l’asprezza del tuo morire abbandonato. Ma dammi un segno che la mia vita ha servito ad espiare il mio peccare”.

“Maria!”. Gesù è apparso. Pare scendere dalla rustica croce. Ma non è piagato e morente. È bello come la mattina della Risurrezione. Scende dall’altare e va verso la prostrata. Si curva su lei. La chiama ancora e poiché ella pare credere che quella Voce suoni per i suoi sensi spirituali e, volto a terra come è, non vede la luce che Cristo irradia, Egli la tocca posandole una mano sul capo e prendendola per il gomito, come a Betania, per rialzarla.

Quando ella si sente toccata e riconosce dalla lunghezza quella mano, ha un gran grido. E alza un volto trasfigurato di gioia. E lo abbassa per baciare i piedi del suo Signore.

“Alzati, Maria. Sono Io. La vita fugge. È vero. Ma Io vengo a dirti che il Cristo ti aspetta. Non vi è attesa per Maria. Tutto è perdonato a lei. Dal primo momento fu perdonato. Ma ora è più che perdonato. Il tuo posto è già pronto nel mio Regno. Sono venuto, Maria, per dirtelo. Non ho dato ordine all’angelo di farlo perché Io rendo il centuplo di quanto ricevo ed Io ricordo quanto ho da te ricevuto. Maria, riviviamo insieme un’ora passata. Ricorda Betania. Era la sera dopo il sabato. Mancavano sei giorni al mio morire. La tua casa, la ricordi? Era tutta bella nella cintura fiorita del suo frutteto. L’acqua cantava nella vasca e le prime rose odoravano intorno alle sue mura. Lazzaro mi aveva invitato alla sua cena e tu avevi spogliato il giardino dei fiori più belli per ornare la tavola dove il tuo Maestro avrebbe preso il suo cibo. Marta non aveva osato rimproverarti perché si ricordava le mie parole e ti guardava con una dolce invidia perché tu splendevi di amore andando e venendo nei preparativi. E poi Io ero giunto. E più rapida di una gazzella tu eri corsa, precedendo i servi, ad aprire il cancello col tuo grido abituale. Pareva sempre il grido di una prigioniera liberata. Infatti Io ero la tua liberazione e tu eri una prigioniera liberata. Gli apostoli erano con Me. Tutti. Anche quello che ormai era come un membro incancrenito del corpo apostolico. Ma vi eri tu a prendere il suo posto. E non sapevi che guardando il tuo capo curvato nel bacio ai miei piedi e il tuo occhio sincero e pieno d’amore, guardando soprattutto lo spirito tuo, Io dimenticavo il disgusto di avere al fianco il traditore. Ho voluto te sul Calvario per questo. Te nell’orto di Giuseppe per questo. Perché vederti era esser sicuro che la mia morte non era senza scopo. E mostrarmi a te era ringraziamento per il tuo fedele amore. Maria, tu benedetta che non hai mai tradito, che mi hai confermato nella speranza mia di Redentore, tu in cui vidi tutti i salvati dal mio morire! Mentre tutti mangiavano, tu adoravi. Mi avevi dato l’acqua profumata per i miei piedi stanchi e baci casti e ardenti per le mie mani e, non contenta ancora, hai voluto infrangere l’ultimo tuo prezioso vaso e ungermi il capo ravviandomi i capelli come una mamma, e ungermi le mani e i piedi perché tutto del tuo Maestro odorasse come membra di Re consacrato… E Giuda, che ti odiava perché eri onesta ora e respingevi con la tua onestà le cupidigie dei maschi, ti aveva rimproverata… Ma Io ti avevo difesa perché tu avevi compiuto tutto per amore, un amore così grande che il suo ricordo venne meco nell’agonia dalla sera del giovedì all’ora di nona… Ora, per questo atto di amore che tu mi hai dato alla soglia della mia morte, Io vengo, alla soglia della tua morte, a renderti amore. Il tuo Maestro ti ama, Maria. Egli è qui per dirti questo. Non avere timore, non ansia di altra morte. Il tuo morire non è diverso da quello di chi versa il suo sangue per Me. Che dà il martire? La sua vita per l’amore del suo Dio. Che dà il penitente? La sua vita per l’amore del suo Dio. Che dà l’amante? La sua vita per l’amore del suo Dio. Vedi che non vi è differenza. Martirio, penitenza, amore consumano lo stesso sacrificio e per lo stesso fine. In te, dunque, penitente e amante, è il martirio come in chi perisce nelle arene. Maria, Io ti precedo nella gloria. Baciami la mano e posa in pace. Riposa. È tempo per te di riposare. Dammi le tue spine. Ora è tempo di rose. Riposa e aspetta. Ti benedico, benedetta”.

Gesù ha obbligato Maria a coricarsi sul suo giaciglio. E la santa, col viso lavato di un pianto d’estasi, si è stesa come il suo Dio ha voluto ed ora pare dormire con le braccia conserte al seno, con le lacrime che continuano a scendere, ma la bocca che ride.

Si rialza a sedere quando un fulgore vivissimo si fa nella grotta per la venuta di un angelo portante un calice che posa sull’altare e che adora. Anche Maria, inginocchiata presso il lettuccio, adora. Non può più muoversi. Le forze calano. Ma è beata. L’angelo prende il calice e la comunica. Poi risale al Cielo.

Maria, come un fiore arso da troppo sole, si piega, si piega con le braccia ancora conserte sul seno e cade col viso fra le foglie del giaciglio. È morta. L’estasi eucaristica ha reciso l’ultimo filo vitale.

(Maria Valtorta, “I Quaderni del 1944”, 30 marzo)

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