Unità Pastorale della Cattedrale Livorno

Unità Pastorale della Cattedrale Livorno Unità Pastorale

17/06/2026

🇮🇹 Ammaestramenti dagli scritti di Maria Valtorta: “Non sei tu figlia di Dio, Maria?”

Dice Gesù:

«La tua risposta, sia al prossimo che si stupisce e ti fa osservare l’apparente abbandono di Dio verso di te, sia al tentatore che vuole persuadere che tutto il tuo sacrificio non ti ottiene sollievo da Dio, sia la stessa del vecchio Tobia. Anche a te stessa devi dire: “Noi siam figli di santi, e aspettiamo quella vita che Dio darà a coloro che non perdono mai la loro fede in Lui”.

Figli di santi e chiamati alla stessa santità.

Non sei tu figlia di Dio, Maria? E chi più santo del Padre tuo? Se Egli, che è il Santo dei santi, vuole per te tanto dolore, è segno che questo dolore ha per fine una gioia proporzionata al dolore: ossia tanta, smisurata gioia, e gioia senza fine.

L’anima che arriva a credere fermamente che tutto quanto le accade ha origine da un amore e produce una gioia eterna, è sicura come dentro ad una fortezza. Non può perire. Soffre, ma il suo dolore è soprannaturale e dà frutti soprannaturali di vita.

Ancora un poco e poi verrà la gioia. Ancora un poco e poi verrò Io. Verrò non nei limiti che devo imporre ora all’incontro per adattarlo alla tua umanità. Ma verrò da Dio ad anima: ossia liberamente, completamente. Non temere. Vedrai allora come la mia dimora sia infinitamente più bella di come l’hai vista nei sogni e immaginata col pensiero. Vedrai allora come sarà privo di pena l’unirsi con Me lasciando un corpo che è laccio all’anima e pericolo continuo.

Non perdere mai la fede nel tuo Gesù. Io ti sono vicino e lo senti. Ma non ricusare nessuno degli aiuti che ho messo a vostra disposizione. La via soprannaturale nella quale cammini non ti esime dal percorrere la via comune a tutte le creature viventi nella Chiesa.

Un olio ti ha liberata e da schiava del Nemico ti ha fatta figlia di Dio. Un olio ti ha fatta milite di Cristo. Un olio ti faccia compartecipe del Regno. L’anima che entra nella gloria diviene regina. E per i re, lo hai letto, era necessaria l’unzione.

Voglio che anche le appannature dei passati peccati siano cancellate da te. Quando sarà l’ora devi ve**re incontro, vergine saggia e previdente, con tutti gli ornamenti atti alle nozze.

Il dolore è una grande assoluzione quando è sofferto con santità. Ma, lo ripeto, neppure la mia carezza ti deve far pensare che sei esente dai doveri di tutti. La perla nascosta, che solo Gesù conosce, deve, agli occhi del mondo, non differire per nulla dalle anime sorelle che sono meno trasformate di te in gemma per volere del tuo Signore».

(Maria Valtorta, “I Quaderni del 1943”, 30 agosto)

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15/06/2026

🇮🇹 Pensiero della settimana: “Sono questi quelli che sono santi e cari all’Altissimo”

Dice Gesù:

[...] «La pace sia con voi. A voi tutti che mi state d’attorno Io voglio proporre una parabola. E ognuno ne colga quell’insegnamento e quella parte che a lui più si conviene. Udite.

Un uomo aveva due figli. Avvicinatosi al primo, disse: “Figlio mio, vieni a lavorare oggi nella vigna del padre tuo”. Un grande segno di onore era quello del padre! Egli giudicava il figlio capace di lavorare là dove fino ad allora il padre aveva lavorato. Segno che vedeva nel figlio buona volontà, costanza, capacità, esperienza e amore per il padre. Ma il figlio, un poco distratto da cose del mondo, timoroso di apparire in veste di servo — Satana fa uso di questi miraggi per allontanare dal Bene — temendo beffe e forse anche rappresaglie da nemici del padre, che su di lui non osavano alzare la mano, ma meno riguardi avrebbero avuto col figlio, rispose: “Non ci vado. Non ne ho voglia”. Il padre andò allora dall’altro figlio, dicendogli ciò che aveva detto al primo. E il secondo figlio rispose subito: “Sì, padre. Vado subito”.

Però, che avvenne? Che il primo figlio, essendo di animo retto, dopo un primo momento di debolezza nella tentazione, di ribellione, pentitosi di avere disgustato il padre, senza parlare andò alla vigna e lavorò tutto il giorno fino alla più tarda sera, tornando poi soddisfatto alla sua casa con la pace nel cuore per il dovere compiuto. Il secondo, invece, menzognero e debole, uscì di casa, è vero, ma poi si p***e a vagabondare per il paese in inutili visite ad amici influenti, dai quali sperava avere utili. E diceva in cuor suo: “Il padre è vecchio e non esce di casa. Dirò che gli ho ubbidito ed egli lo crederà…”. Ma, venuta la sera anche per lui e tornato alla casa, il suo aspetto stanco di ozioso, le vesti senza sgualciture e l’insicuro saluto dato al padre, che l’osservava e lo confrontava col primo — tornato stanco, sporco, scarmigliato, ma gioviale e sincero nello sguardo umile, buono, che, senza volere vantarsi del dovere compiuto, voleva però dire al padre: “Ti amo. E con verità. Tanto che per farti contento ho vinto la tentazione” — parlarono chiaramente all’intelletto del padre. Il quale, abbracciato il figlio stanco, disse: “Te benedetto, perché hai compreso l’amore!”.

Infatti, che ve ne pare? Quale dei due aveva amato? Certo voi dite: “Colui che aveva fatto la volontà del padre suo”. E chi l’aveva fatta? Il primo o il secondo figlio?».

«Il primo», risponde la folla unanime.

«Il primo. Sì. Anche in Israele, e voi ve ne lamentate, non sono quelli che dicono: “Signore! Signore!”, battendosi il petto senza avere nel cuore il vero pentimento dei loro peccati — tanto è vero che sempre più duri di cuore si fanno — non sono quelli che ostentano devoti riti per esser detti santi, ma in privato sono senza ca**tà e giustizia, non sono questi, che si ribellano, in verità, alla volontà di Dio che mi manda, e l’impugnano come fosse volontà di Satana — e ciò non sarà perdonato — non sono questi quelli che sono i santi agli occhi di Dio. Ma sono quelli che, riconoscendo che Dio tutto bene fa ciò che fa, accolgono il Messo di Dio e ne ascoltano la parola per saper fare meglio, sempre meglio ciò che il Padre vuole, sono questi quelli che sono santi e cari all’Altissimo.

In verità vi dico: gli ignoranti, i poveri, i pubblicani, le meretrici andranno avanti a molti che sono detti “maestri”, “potenti”, “santi”, ed entreranno nel Regno di Dio.

E giustizia sarà. Perché è venuto Giovanni ad Israele per condurlo sulle vie della Giustizia, e troppo Israele non gli ha creduto, l’Israele che si chiama da se stesso “dotto e santo”, ma i pubblicani e le meretrici gli hanno creduto. Ed Io sono venuto, e i dotti e santi non mi credono, ma credono in Me i poveri, gli ignoranti, i peccatori. Ed ho fatto miracoli; e neppure a questo si è creduto, né viene pentimento di non credere in Me. Anzi, odio viene su Me e su chi mi ama.

Ebbene Io dico: “Benedetti coloro che sanno credere in Me e fare questa volontà del Signore in cui è salute eterna”. Aumentate la vostra fede e siate costanti. Possederete il Cielo perché avrete saputo amare la Verità.

Andate. Dio sia con voi, sempre».

Li benedice e congeda e poi, a fianco di Nicodemo, va verso la casa del discepolo per sostarvi mentre il sole è cocente…

(Maria Valtorta, “L'Evangelo come mi è stato rivelato”, 407.6-7)

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14/06/2026

🇮🇹 VALTORTA APP - XI Domenica del Tempo Ordinario

Leggi gratuitamente il Vangelo della Domenica con il corrispondente capitolo dell'Opera valtortiana (oppure ascolta la lettura del brano):

https://app.mariavaltorta.com/sgit760

🔸 dal Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 36 – 10, 8):

In quel tempo, Gesù, vedendo le f***e, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».

Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.

I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.

Questi sono i Dodici che Gesù invò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

🔹 da “L’Evangelo come mi è stato rivelato”, capitolo 237.1-2:

Gesù si trova sulla via che dal lago di Meron viene verso quello di Galilea. Sono con Lui lo Zelote e Bartolomeo, e pare attendano presso un torrente, ridotto a un filo d’acqua che però nutre folte piante, gli altri che stanno giungendo da due parti diverse.
La giornata è torrida, eppure molta gente ha seguito i tre gruppi che devono avere predicato per le campagne, convogliando i malati al gruppo di Gesù e riserbandosi di predicare di Lui ai sani. Molti miracolati fanno un gruppo felice, seduto fra le piante, e in loro la gioia è tale che non sentono neppure la stanchezza data dal calore, dalla polvere, dalla luce abbacinante, tutte cose che mortificano non poco tutti gli altri.

Quando il gruppo capitanato da Giuda Taddeo giunge per primo presso a Gesù, appare evidente la stanchezza di tutti quelli che lo formano e che lo seguono. Ultimo viene il gruppo capitanato da Pietro, in cui sono molti di Corozim e di Betsaida.

«Abbiamo fatto, Maestro. Ma bisognerebbe essere molti gruppi… Tu vedi. Camminare a lungo non si può, per il caldo. E allora come si fa? Sembra che il mondo si allarghi più noi si deve fare, per sparpagliare i paesi e accrescere le distanze. Non mi ero mai accorto che fosse così grande la Galilea. Siamo in un angolo di essa, proprio in un angolo, e non si riesce a evangelizzarla, tanto è vasta e tanto vasti sono i bisogni e i desideri di Te», sospira Pietro.

«Non è che il mondo cresca, Simone. È che cresce la conoscenza del Maestro nostro», risponde il Taddeo.

«Sì, è vero. Guarda quanta gente. Ci seguono da questa mattina, taluni. Nelle ore calde ci siamo rifugiati in un bosco. Ma anche ora che si avvicina la sera è una pena camminare. E questi poveretti sono molto più lontani da casa di noi. Se sempre tutto cresce così non so come faremo…», dice Giacomo di Zebedeo.

«In ottobre verranno anche i pastori», conforta Andrea.

«Eh! sì! Pastori, discepoli, belle cose! Ma servono solo per dire: “Gesù è il Salvatore. È là”. Non di più», risponde Pietro.

«Ma almeno la gente saprà dove trovarlo. Ora invece! Noi si va qui e loro corrono qui; intanto che loro vengono qui noi si va là, e loro devono correrci dietro. E con bambini e malati non è molto comodo».

Gesù parla: «Hai ragione, Simon-Pietro. Ho anche Io compassione di queste anime e di queste turbe. Per molti non trovarmi in un dato momento può essere causa irreparabile di sventura. Guardate come sono stanchi e smarriti quelli che ancora non possiedono la certezza della mia Verità, e come sono affamati quelli che già hanno gustato la mia parola e non sanno più starne senza, né nessuna altra parola li accontenta più. Sembrano pecore senza pastore che vaghino non trovando chi li guida e chi li pasce. Io provvederò. Ma voi dovete aiutarmi. Con tutte le vostre forze spirituali, morali e fisiche. Non più a gruppi numerosi, ma a coppie dovete sapere andare. E manderemo a coppie i discepoli migliori. Perché la messe è veramente grande. Oh! in questa estate vi preparerò a questa grande missione. Per tamuz saremo raggiunti da Isacco coi migliori discepoli. E vi preparerò. Non basterete ancora. Perché se la messe è veramente grande gli operai in compenso sono pochi. Pregate dunque il Padrone della Terra che mandi molti operai alla sua messe».

«Sì, mio Signore. Ma non muterà molto la situazione di questi che ti cercano», dice Giacomo d’Alfeo.

«Perché, fratello?».

«Perché essi cercano non solo dottrina e parola di Vita, ma anche guarigioni ai loro languori, alle loro malattie, ad ogni menomazione che la vita o Satana portino alla loro parte inferiore o superiore. E questo lo puoi fare Tu solo, perché in Te è il Potere».

«Coloro che sono uni con Me giungeranno a fare ciò che Io faccio, e i poveri saranno soccorsi in tutte le loro miserie. Ma ancora non avete in voi quanto basti per fare questo. Sforzatevi a superare voi stessi, a calcare la vostra umanità per fare trionfare lo spirito. Assimilate non solo la mia parola, ma lo spirito di essa, ossia santificatevi per essa e poi tutto potrete. Ed ora andiamo a dire loro la mia parola, posto che non vogliono andarsene se Io non ho dato loro la parola di Dio. E poi ritorneremo a Cafarnao. Anche là ci sarà chi attende…».

[…]

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12/06/2026

🇮🇹 Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù

Scrive Maria Valtorta:

«Ieri non ho avuto particolare dettato. Ho soltanto sofferto sino a credermi in agonia.

La sofferenza fisica è incominciata - così violenta, perché c’era già da un 24 ore ma era, per me che so sopportare molto, ancora sopportabile – la sera di mercoledì. Ed è andata crescendo con ritmo continuo sino a dive**re insopportabile. Ho pensato ad una perforazione peritoneale, tanto il peritoneo era dolente e mi dava tutti i disturbi di una peritonite acuta. Ho sofferto sino ad essere inebetita. Non sapevo più che dire: “Signore, è per i miei poveri fratelli disperati”. Era ancora il mercoledì.

Ieri, continuando a soffrire, ho offerto tutto questo spasimo per gli idolatri. Non avevo che quello da offrire perché proprio non avevo forza d’altro e ho dovuto fare una vera fatica a compiere le mie solite penitenze. Poi sono rimasta tramortita sentendo solo lo spasimo della carne. Ma non importa. L’anima era in pace, fra le mani di Gesù… e allora nulla fa male!…

Nel tardo pomeriggio è venuto il sacerdote di qui e mi ha trovata con una faccia da agonia. Mi ha voluto consolare perché è buono, in fondo. Ma un “buono” che serve solo a Maria creatura, non a Maria anima.

Sento la dolorosa mancanza di chi mi dirige, il quale dice che [egli] “non fa nulla”. Io invece dico che [egli] è l’aria dell’anima mia. Mi manca all’anima come l’aria marina manca ai miei polmoni. E nonostante le infinite bontà di Gesù, mi manca quest’aiuto e ne soffro.

Ieri sera volevo fare l’Ora di adorazione notturna. Ma mi fu impossibile. Non riuscivo a leggere né a pensare. E allora Gesù mi ha fatto… adorare dandomi una visione appropriata.

Cerco descrivere l’ambiente, cosa difficile per me che in fatto di architettura valgo men che zero e che non ho mai messo piede in un monastero di clausura.

Credo dunque d’essere nella chiesa interna di un monastero di stretta clausura. Vedo un arco molto alto e spazioso che dà luce sulla chiesa esterna. Dà luce per modo di dire, perché la f***a grata che lo empie tutto è resa ancor più impenetrabile da una cortina di stoffa rosso scura che scende dall’alto fino ad un metro e mezzo circa dal suolo, ossia fino al punto che un muro si eleva per sostenere l’inferriata.

Nel centro della stessa vi è come una finestra, ossia un pezzo di inferriata mobile che gira come una porta sui suoi cardini. Questa non ha tenda rossa e lascia vedere fra le maglie della grata il tabernacolo che è nella chiesa esterna. Così le suore possono adorare e, credo, ricevere la S. Comunione stando inginocchiate nel banco che fa da balaustra davanti alla finestrella e che è sopraelevato su una predella di tre scalini, per renderlo comodo rispetto all’altezza della finestra. Della chiesa esterna non si vede nulla fuorché il tabernacolo. Forse sono fatti così i cori dei monasteri.

Vi è poca luce. Dalle finestre alte e strette piove una luce crepuscolare; penso che deve essere o sera o alba, perché vi è molto poco chiarore. Il coro – lo chiamo così ma non so se dico bene – è vuoto. Solo vi sono gli stalli delle suore e il banco davanti alla grata. Una lampada ad olio mette una piccola stella gialla presso la grata.

Entra una suora alta, e magra certo, perché nonostante l’ampio abito monacale il suo corpo è snello molto. Va ad inginocchiarsi alla bancata. Si solleva il velo che teneva calato sul viso e vedo un viso giovane, non bellissimo ma grazioso, pallidissimo, mite. Due occhi chiari – mi paiono di un castano-verdastro – splendono dolcemente quando li alza a guardare il tabernacolo, e la bocca sottile si schiude ad un soave sorriso. Il volto è di un ovale allungato fra le bende bianche, di poco più bianche di esso. Il velo nero scende fin sulla veste nera, di modo che nella figura inginocchiata non appaiono di color chiaro che il volto gentile, le mani lunghe e ben fatte congiunte in preghiera, e una croce d’argento che le splende sul petto oltre il largo soggolo. Prega fervorosamente con gli occhi fissi al tabernacolo.

Ed ecco il bello della visione. La grata, tutta la grata splende come se oltre il velario si fosse acceso un fuoco vivissimo. La lampada, che prima pareva una stella di splendore, ora si annulla nella luce che cresce e che si fa sempre più di un bianco argento vivissimo. Tanto vivo che gli occhi non vedono più che essa. La grata si annulla nel vivissimo splendore. E nello splendore appare Gesù. Gesù ritto in piedi nel suo abito candido e nel suo manto rosso, sorridente, bellissimo.

Chiama: “Margherita!” per scuotere la suora che è rimasta estatica a guardarlo. La chiama tre volte, sempre più dolcemente e sorridendo con sempre maggior intensità. Si avanza camminando alto dal suolo sul tappeto di luce che sta sotto a Lui. “Sono Io, Gesù che ami. Non temere”.

Margherita Maria lo guarda beata e fra le lacrime dice: “Che vuoi da me, Signore? Perché mi appari?”.

“Sono Gesù che ti ama, Margherita, e voglio che tu mi faccia amare”.

“Come posso, Signore?”.

“Guarda. E tutto potrai perché ciò che vedrai ti darà forza e voce per scuotere il mondo e portarlo a Me. Ecco il mio Cuore. Guarda. È quello che ha tanto amato gli uomini desiderando esserne amato. Ma amato non è. E in quest’amore sarebbe la salvezza dell’uman genere. Margherita, di’ al mondo che Io voglio sia amato il mio Cuore. Ho sete! Dammi da bere. Ho fame! Dammi da mangiare. Soffro! Consolami. Questa missione sarà la tua gioia e il tuo dolore. Ma ti chiedo di non rifiutarla. Vieni. Vieni a Me. Accostati a Me. Bacia il mio Cuore. Non avrai più paura di nulla…”.

Margherita Maria si alza e cammina estatica verso Gesù. La grande luce le fa ancor più bianco il volto. Si prostra ai piedi di Gesù.

Ma Egli la solleva e tenendola sorretta con la sinistra si apre la veste sul petto, e pare che con la veste si apra la carne, e il Cuore divino appare vivo, pulsante fra torrenti di luce che accendono il povero coro, che fanno il corpo umano della discepola diletta splendente come un corpo già spiritualizzato. Gesù piega a sé la sua amata e con amorosa violenza le porta il viso all’altezza del suo Cuore e se lo serra contro e sorregge l’estatica che per la gioia crollerebbe, e quando se la stacca la sorregge ancora, con dolce cura, e la riconduce al suolo – perché Margherita ha camminato nella scia di luce per giungere a Gesú – e non la lascia sinché non la vede sicura al suo posto. Allora dice: “Tornerò per dirti i miei voleri. Amami sempre più. Va’ in pace”.

La luce lo assorbe come una nuvola e poi si attenua sempre più e infine scompare, e nel coro ormai buio splende solo la stellina gialla della lampada.

Questo è quanto ho visto. E a me Gesù dice: “Hai fatto l’adorazione del giovedì, vigilia al primo venerdì. Che vuoi di meglio di questa?”. Sorride e mi lascia».

(Maria Valtorta, “I Quaderni del 1944”, 2 giugno)

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[“The Sacred Heart of Jesus” di Pompeo Batoni da Wikimedia Commons]

10/06/2026

🇮🇹 L'Evangelo come mi è stato rivelato - 064

“Il paralitico guarito a Cafarnao”

[...] «Maestro», grida Pietro di fra la calca, «qui vi sono i malati. Due possono attendere che Tu esca, ma questo è pigiato fra la folla e poi… non può più stare. E passare non possiamo. Lo rimando?».

«No. Calatelo dal tetto».

«Dici bene. Lo facciamo subito».

Si sente scalpicciare sul tetto basso dello stanzone che, non essendo vera parte della casa, non ha sopra la terrazza cementata, ma solo un tettuccio di fascine coperte da scaglie simili a lavagna. Non so che pietra fosse. Si forma un’apertura, e a mezzo di corde viene calata la barellina su cui è l’infermo. Viene proprio calata davanti a Gesù. La gente si aggruppa più ancora per vedere.

«Hai avuto gran fede e con te chi ti ha portato!».

«Oh! Signore! Come non averla in Te?».

«Orbene, Io ti dico: figlio (l’uomo è molto giovane), ti sono rimessi tutti i tuoi peccati».

L’uomo lo guarda piangendo… Forse resta un poco male perché sperava guarire nel corpo.

I farisei e dottori bisbigliano fra loro arricciando naso, fronte e bocca con sdegno.

«Perché mormorate, più ancor nel cuore che sul labbro? Secondo voi è più facile dire al paralitico: “Ti sono rimessi i tuoi peccati”, oppure: “Alzati, prendi il lettuccio e cammina”? Voi pensate che solo Dio può rimettere i peccati. Ma non sapete rispondere quale è la più grande cosa, perché costui, perduto in tutto il corpo, ha speso sostanze senza poter essere sanato. Non lo può se non da Dio. Or perché sappiate che tutto Io posso, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha potere sulla carne e sull’anima, sulla Terra e nel Cielo, Io dico a costui: “Alzati. Prendi il tuo letto e cammina. Va’ a casa tua e sii santo”».

L’uomo ha una scossa, un grido, si alza in piedi, si getta ai piedi di Gesù, li bacia e carezza, piange e ride e con lui i parenti e la folla, che poi si divide per farlo passare come in trionfo e lo segue festante. La folla, non i cinque astiosi che se ne vanno tronfi e duri come pioli.

Così può entrare la madre col piccino: un bambino ancora lattante, scheletrito. Lo tende, dice solo: «Gesù, Tu li ami questi. Lo hai detto. Per questo amore e per tua Madre!…», e piange.

Gesù prende il poppante, proprio moribondo, se lo pone contro il cuore, se lo tiene un momento col visuccio cereo dalle labbruzze violacee e le palpebre già calate, contro la bocca. Un momento lo tiene così… e quando lo stacca dalla sua barba bionda, il visetto è roseo, la bocchina fa un incerto sorriso d’infante, gli occhietti guardano intorno vispi e curiosi, le manine, prima serrate e abbandonate, annaspano fra i capelli e la barba di Gesù, che ride.

«Oh! figlio mio!», grida la mamma beata.

«Prendi, donna. Sii felice e buona».

E la donna prende il rinato e se lo stringe al seno, e il piccolo reclama subito i suoi diritti di cibo, fruga, apre, trova e poppa, poppa, poppa, avido e felice.

Gesù benedice e passa. Va sulla soglia dove è il malato di gran febbre.

«Maestro! Sii buono!».

«E tu pure. Usa la salute nella giustizia». Lo carezza ed esce.

Torna sulla riva, seguito, preceduto, benedetto da molti che supplicano: «Noi non ti abbiamo udito. Non potevamo entrare. Parla a noi pure».

Gesù fa cenno di sì e, siccome la folla lo stringe sino a soffocarlo, m***a sulla barca di Pietro. Non basta. L’assedio è incalzante. «Metti la barca in mare e scostati alquanto».

La visione cessa qui.

(Maria Valtorta, “L'Evangelo come mi è stato rivelato”, EMV 64)

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08/06/2026

🇮🇹 Pensiero della settimana: “Vi sarà un sol Signore”

Dice Gesù:

«Quando in un talamo si compie un concepimento, esso si forma con lo stesso atto, sia che avvenga su un talamo d’oro o sullo strame di una stalla. E la creatura che si forma nel seno regale non è diversa da quella che si forma nel seno di una mendica. Il concepire, il formare un nuovo essere, è uguale in tutti i punti della Terra, quale che sia la loro religione. Tutte le creature nascono come nacquero Abele e Caino dal seno di Eva. E all’uguaglianza del concepimento, formazione e modo di nascere dei figli di un uomo e di una donna sulla Terra, corrisponde un’altra uguaglianza in Cielo: la creazione di un’anima da infondere nell’embrione, perché esso sia di uomo e non di animale e lo accompagni dal momento che è creata alla morte, e gli sopravviva in attesa della risurrezione universale per ricongiungersi, allora, al corpo risorto ed avere con esso il premio o il castigo. Il premio o il castigo secondo le azioni fatte nella vita terrena.

Perché non vi pensate che la Ca**tà sia ingiusta e, solo perché molti non saranno di Israele o di Cristo, pur essendo virtuosi nella religione che seguono, convinti di essere nella vera, abbiano a rimanere in eterno senza premio. Dopo la fine del mondo non sopravvivrà altra virtù che la ca**tà, ossia l’unione col Creatore di tutte le creature che vissero con giustizia. Non ci saranno tanti Cieli, uno per Israele, uno per i cristiani, uno per i cattolici, uno per i gentili, uno per i pagani. Non ci saranno, ma vi sarà un solo Cielo. E così vi sarà un solo premio: Dio, il Creatore che si ricongiunge ai suoi creati vissuti in giustizia, nei quali, per la bellezza degli spiriti e dei corpi dei santi, ammirerà Se stesso con gioia di Padre e di Dio. Vi sarà un sol Signore. Non un Signore per Israele, uno per il cattolicesimo, uno per le altre singole religioni».

(Maria Valtorta, “L'Evangelo come mi è stato rivelato”, 444.5)

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[Foto di Ketut Subiyanto da Pexels]

06/06/2026

🇮🇹 VALTORTA APP - Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

Leggi gratuitamente il Vangelo della Domenica con il corrispondente capitolo dell'Opera valtortiana (oppure ascolta la lettura del brano):

https://app.mariavaltorta.com/sgit57

🔸 dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 51-58):

In quel tempo, Gesù disse alla folla:

«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».

Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

🔹 da “L’Evangelo come mi è stato rivelato”, capitolo 354.2-3:

La spiaggia di Cafarnao formicola di gente che sbarca da una vera flottiglia di barche di tutte le dimensioni. E i primi che sbarcano vanno cercando fra la gente se vedono il Maestro, un apostolo, o almeno un discepolo. E vanno chiedendo…

Un uomo, finalmente, risponde: «Maestro? Apostoli? No.

Sono andati via subito dopo il sabato e non sono tornati. Ma torneranno perché ci sono dei discepoli. Ho parlato adesso con uno di loro. Deve essere un grande discepolo. Parla come Giairo! È andato verso quella casa fra i campi, seguendo il mare».

L’uomo che ha interrogato fa correre la voce e tutti si precipitano verso il luogo indicato. Ma, fatto un duecento metri sulla riva, incontrano tutto un gruppo di discepoli che vengono verso Cafarnao gestendo animatamente. Li salutano e chiedono: «Il Maestro dove è?».

I discepoli rispondono: «Nella notte, dopo il miracolo, se ne è andato coi suoi, colle barche, al di là del mare. Vedemmo le vele, al candore della luna, andare verso Dalmanuta».

«Ah! ecco! Noi lo cercammo a Magdala presso la casa di Maria e non c’era! Però… potevano dircelo i pescatori di Magdala!».

«Non lo avranno saputo. Sarà forse andato sui monti d’Arbela in preghiera. Ci fu già un’altra volta, lo scorso anno avanti la Pasqua. Io l’ho incontrato allora, per somma grazia del Signore al suo povero servo», dice Stefano.

«Ma non torna qui?».

«Certamente tornerà. Ci deve dare il commiato e gli ordini. Ma che volete?».

«Sentirlo ancora. Seguirlo. Farci suoi».

«Adesso va a Gerusalemme. Lo ritroverete là. E là, nella Casa di Dio, il Signore vi parlerà se per voi è utile il seguirlo.

Perché è bene che sappiate che, se Egli non respinge alcuno, noi abbiamo in noi elementi che sono respingenti la Luce. Ora, chi ne ha tanti da essere non solo saturo di essi — che poco male sarebbe, perché Egli è Luce e nel dive**re lealmente suoi con volontà decisa la sua Luce ci penetra e vince le tenebre — ma da esserne composto e affezionato ad essi come alla carne della nostra persona, allora è bene che costui si astenga dal ve**re, a meno che non si distrugga per ricrearsi novello. Meditate, dunque, se avete in voi la forza di assumere un nuovo spirito, un nuovo modo di pensare, un nuovo modo di volere. Pregate per poter vedere la verità sulla vostra vocazione. E poi venite, se credete. E voglia l’Altissimo, che ha guidato Israele nel “passaggio”, guidare voi, in questo “pèsac”, a ve**re sulla scia dell’Agnello, fuori dai deserti, alla Terra eterna, al Regno di Dio», dice Stefano parlando per tutti i compagni.

«No, no! Subito! Subito! Nessuno fa ciò che Egli fa. Lo vogliamo seguire», dice la folla in tumulto.

Stefano ha un sorriso di molte espressioni. Apre le braccia e dice: «Perché vi ha dato il buono e abbondante pane volete ve**re? Credete che vi dia in futuro solo questo? Egli promette ai suoi seguaci ciò che è sua dote: il dolore, la p***ecuzione, il martirio. Non rose ma spine, non carezze ma schiaffi, non pane ma pietre sono pronte per i “cristi”. E così dico senza essere bestemmiatore, perché i suoi veri fedeli saranno unti coll’olio santo fatto della sua Grazia e del suo patire; e “unti” noi saremo per essere le vittime sull’altare e i re nel Cielo».

«Ebbene? Ne sei geloso forse? Ci sei tu? Ci vogliamo essere noi pure. Il Maestro è di tutti».

«Sta bene. Ve lo dicevo perché vi amo e voglio che sappiate ciò che è essere “discepoli”, onde non essere poi dei disertori. Andiamo allora tutti insieme ad attenderlo alla sua casa. Il tramonto ha inizio ed ha principio il sabato. Egli verrà per passarlo qui avanti la partenza».

[…]

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