Shiva Yoga Temple

Shiva Yoga Temple Tempio dello Yoga tradizionale. Qui lo Yoga è una disciplina che coinvolge corpo, respiro, mente e attenzione.

La pratica è continua e incarnata nella vita quotidiana. Il Tempio offre una via di consapevolezza e trasmissione.
📍 Lissone (MB) Quando qualcuno ci chiede che tipo di Yoga proponiamo a ShivaTemple? Noi rispondiamo così: Lo Yoga è un dono inestimabile dell’antica tradizione indiana. Esso incarna unità di mente e corpo, pensiero e azione, equilibrio e realizzazione; armonia tra uomo e natura e un

approccio olistico alla salute e al benessere. Lo Yoga non tratta di posizioni ma della scoperta del senso di unità con noi stessi, il mondo e la Natura. Lo Yoga fornisce un approccio olistico alla salute e al benessere e una più ampia divulgazione delle informazioni sui benefici per la salute. Lo Yoga porta anche armonia in tutti i percorsi di vita e perciò è riconosciuto come prevenzione di malattie e promozione della salute.

25/08/2026
13/08/2026

● I Satsang dell'Ashram — in diretta, dal 7 al 14 agostoPer una settimana l'ashram si apre anche a chi non può esserci d...
06/08/2026

● I Satsang dell'Ashram — in diretta, dal 7 al 14 agosto
Per una settimana l'ashram si apre anche a chi non può esserci di persona.
Il satsang non è una lezione. Non c'è un programma stabilito in anticipo. C'è una parola detta e ascoltata insieme: sullo yoga, sulla spiritualità, sulla vita così com'è.

Ciò che nasce dipende da chi è presente. Per questo non si può annunciare prima che cosa verrà detto — si può dire soltanto quando, e come esserci.
Due ore al mattino, in diretta dall'ashram. Si può partecipare a un solo incontro oppure a tutti: ogni satsang è compiuto in sé.

Quando
venerdì 7 · lunedì 10 · martedì 11 · mercoledì 12 · venerdì 14 agosto
ore 10.00 – 12.00

Dove
Online, in diretta Zoom. Il link arriva dopo l'iscrizione.

Contributo
15 € per singolo satsang · 65 € per tutti e cinque

Iscrizioni
[email protected]

Chi vuole ascoltare è il benvenuto.

●ASHRAMLa parola viene dalla radice śram: faticare, sforzarsi, consumarsi in un'opera. Ashram è il luogo dove quella fat...
04/08/2026

●ASHRAM
La parola viene dalla radice śram: faticare, sforzarsi, consumarsi in un'opera. Ashram è il luogo dove quella fatica si compie. Non il luogo dove la fatica finisce.
Nell'India antica non indicava una struttura né un'organizzazione: indicava la casa del maestro. Una radura, qualche capanna, un fuoco tenuto acceso, l'acqua vicina. Il discepolo lasciava la propria famiglia e andava a vivere lì, per anni. Non per un corso. Per stare.

La giornata era fatta di cose comuni: portare l'acqua, tagliare il legno, condurre le vacche al pascolo, cucinare, riordinare, ripetere i testi ad alta voce fino a saperli a memoria. L'insegnamento non aveva un orario. Arrivava dentro il lavoro, in una frase detta mentre si camminava, in una correzione, o in un lungo silenzio che durava mesi. Non si pagava nulla: si serviva, e alla fine si offriva ciò che si poteva.

tad-vijñānārthaṃ sa gurum evābhigacchet
samit-pāṇiḥ śrotriyaṃ brahma-niṣṭham
Per conoscere Quello, ci si rechi dal maestro con la legna in mano — da colui che conosce la rivelazione e che è stabilito nel Brahman.
— Muṇḍaka Upaniṣad 1.2.12

Con la legna in mano: si arriva portando qualcosa, non chiedendo qualcosa.
Nella Chāndogya, Satyakāma viene mandato via con quattrocento vacche magre e una sola istruzione: torna quando saranno mille. Passano anni di pascolo, di pioggia, di silenzio, senza una parola di insegnamento. La conoscenza gli arriva dal toro, dal fuoco, dal cigno, dall'uccello che si tuffa. Il maestro non gli aveva insegnato nulla: gli aveva tolto il tempo di chiedere.

Là dentro non esistono attività spirituali e attività pratiche. Spazzare il cortile non è ciò che si fa prima della pratica: è la pratica, ed è più difficile di qualsiasi postura, perché nessuno ti guarda e non produce alcun risultato da mostrare. La giornata non si sceglie, viene data. E ciò che si consuma in un ashram non è l'ignoranza: è la trattativa continua fra quello che va fatto e quello che si preferirebbe. Quella trattativa ha un nome familiare, e la chiamiamo carattere.

Ma la ragione per cui quella forma funzionava non sta nelle regole. Sta nella vicinanza.
Chi sta vicino a chi è in pace, ne assorbe la qualità. Chi sta vicino a chi non l'ha, non assorbe nulla. Chi sta vicino all'insofferente, diventa come lui.
Impara perciò a vedere il confine: il punto esatto dove una qualità finisce e comincia l'altra. E quando ti accorgi che stai assimilando veleno invece che pace, allontanati subito.
Per qualche anno dovrai ancora custodire con cura le tue frequentazioni, perché ciò che ti circonda ti raggiunge senza incontrare troppa resistenza. Ma non sei senza riparo: un insegnamento che arriva al mattino giusto è già una protezione.

Questo è tutto il segreto di un ashram, e non è un segreto. Si sta accanto a una qualità finché quella qualità diventa la propria misura. Nessuno la trasmette a parole, nessuno la insegna: si assorbe, come si assorbe il clima di una casa.
Ed è per questo che attorno al maestro, in un ashram, c'è sempre un Saṅgha: alcune persone che seguono gli insegnamenti più da vicino e da più tempo. Non è un ruolo che si chiede, non è un titolo che viene assegnato, e non crea nessuna scala. È soltanto il risultato di essere rimasti.

Sono loro a reggere materialmente la casa. La cucina, l'accoglienza, il fuoco, l'ordine, i conti, le cento cose che nessuno vede e che, se nessuno se ne occupasse, farebbero chiudere il luogo nel giro di una stagione. Un ashram non sta in piedi perché qualcuno insegna: sta in piedi perché qualcuno lava, cucina, apre la porta e resta anche quando è scomodo restare. Quel lavoro non è il contorno della pratica, è la sua forma più adulta.
E sono loro, soprattutto, il collante per chi arriva la prima volta.

Chi entra non conosce ancora le parole, non sa gli orari, non sa dove mettersi né come comportarsi, e quasi mai oserebbe rivolgersi direttamente al maestro. Ma vede qualcuno che sta a suo agio nel silenzio, che ride, che si alza prima dell'alba senza farne una questione, e comprende con gli occhi ciò che l'insegnamento gli dirà molto più tardi. La qualità passa di persona in persona: da chi la porta a chi gli sta accanto, e da questi a chi arriva. Il Saṅgha è il luogo dove quel passaggio non si interrompe.

Per questo esiste una differenza tra un ashram con un maestro vivo e uno senza. Un luogo rimasto senza il suo maestro conserva molto — un ordine, un canto, una memoria, un'atmosfera che continua a nutrire chi arriva, e a volte più di quanto ci si aspetti. Ma ciò che si assorbe per vicinanza chiede qualcuno che sia lì, adesso, e che possa vedere te, oggi, e correggerti mentre stai sbagliando. Il primo custodisce una direzione. Il secondo la corregge.

In Occidente la parola è arrivata più tardi e ha preso altre forme: una casa in campagna, alcuni giorni, orari, cucina semplice, un gruppo che si raccoglie. Non c'è nulla di sbagliato in questo, e molte di quelle case tengono acceso qualcosa che altrove si sarebbe già perso. La differenza non sta nell'edificio né nel programma: sta nel fatto che ci sia, o non ci sia, qualcuno attorno a cui il luogo si organizza.

Chi oggi guarda tutto questo da fuori vede immagini che si contraddicono. Da una parte fotografie di beatitudine, dall'altra racconti di disciplina estrema; qualcosa che sembra vacanza e qualcosa che sembra rinuncia totale. Ne nasce un timore comprensibile: si teme di perdersi, di dover credere qualcosa, di non essere all'altezza, di non poter più tornare indietro. Capita a chiunque, e non è colpa di nessuno in particolare: le immagini circolano molto più facilmente di ciò che accade davvero.
Ciò che accade davvero è modesto. Ci si alza presto, si canta, si mangia in silenzio, si lavano i piatti, si sta seduti, si cammina, si parla poco, e si ride molto più di quanto si immagini. Non viene chiesto di credere nulla. Viene chiesto soltanto di restare, anche nell'ora in cui verrebbe voglia di andarsene — e quell'ora arriva sempre, di solito il terzo giorno.

Per questo non basta una mattina, e nemmeno un fine settimana. Servono giorni consecutivi: i primi due se ne vanno interamente a posare la fretta, e solo dopo comincia ciò per cui si è venuti. Una volta all'anno è il minimo perché un anno abbia un centro. Tutto il resto del tempo si vive dentro le proprie frequentazioni, dentro i propri ritmi, dentro un rumore che non si è scelto; qualche giorno di ashram rimette l'orologio sull'ora giusta, e da lì si riparte.

Un ashram non è il luogo dove si va a cercare qualcosa.
È il luogo dove si smette, per qualche giorno, di trattare.

https://www.shivayogatemple.it/retreat-yoga/agosto-yoga/

Śrī Pranidhānanda

●UN PASSO INDIETRO«Non è un passo avanti che devi fare, ma un passo indietro. Finché non puoi farne più uno. Lì ci sei t...
30/07/2026

●UN PASSO INDIETRO
«Non è un passo avanti che devi fare, ma un passo indietro. Finché non puoi farne più uno. Lì ci sei tu.»
Ci si conosce per accumulo. Un nome, una famiglia, un mestiere, qualche successo, qualche ferita che non si è mai richiusa. Su tutto questo si costruisce un'immagine, e quell'immagine viene chiamata "io".
È un lavoro onesto. Nessuno lo fa in cattiva fede. Semplicemente non si conosce altro modo di rispondere alla domanda su chi si è.
Poi capita che certe condizioni scompongano il ritratto. Un luogo lontano, dove nessuno sa come ci si chiama. Un silenzio tenuto per più giorni del previsto. Una malattia. Una perdita. Un ritiro in cui, alla terza sera, la maschera non ha più la forza di restare in piedi. E allora si scopre di essere più fragili di quanto si credeva, o più duri. Si trovano difetti che si era certi di non avere, e qualità che nessuno aveva mai nominato.
Tutto questo è prezioso. Serve. È il primo scuotimento e va attraversato.
Ma non ha nulla a che fare con il passo indietro.
• • •
Correggere l'immagine è ancora restare dentro l'immagine. Il ritratto più fedele non è mai il volto. Scoprirsi diversi da come si pensava significa aver aggiornato l'inventario, non aver lasciato il magazzino.
Il passo avanti è questo: migliorare, aggiungere, diventare. Si arriva più attrezzati esattamente dove si era già. La stanza è la stessa, arredata meglio.
Il passo indietro non aggiunge niente. Toglie. Va da ciò che è descritto a chi sta descrivendo. E poi indietro ancora, perché anche chi descrive può essere osservato — e ciò che è osservato non è mai ciò che osserva. Ogni passo lascia cadere qualcosa che si era chiamato sé stessi.
«Neti, neti» — non questo, non questo.
Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad
Per questo gli sbarramenti sono indispensabili. Gli smarrimenti sono indispensabili. Le disillusioni su di sé — su come ci si vedeva, su come ci si pensava — non sono incidenti lungo la strada: sono la strada. Nessuno lascia volontariamente un'immagine che funziona. Si lascia soltanto ciò che si è visto crollare.
Quando l'immagine si rompe contro un muro, quando basta una giornata sola a smentire ciò che di sé si affermava da vent'anni, quella non è una sconfitta. È la sola breccia disponibile. È il sine qua non.
E qui si nasconde la tentazione più sottile: appena l'immagine cade, si corre a ricostruirne una migliore. Più spirituale, più umile, più consapevole. Ricostruire è il passo avanti. Restare nella breccia senza ripararla è il passo indietro.
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Si va indietro finché non c'è più un indietro. Finché non resta nessuna qualità da rivendicare, nessun difetto da correggere, nessun nome da difendere. Non c'è più niente da migliorare, perché non c'è più nessuno che possa essere migliorato.
Lì ci sei tu. E "tu" è già una parola di troppo: l'unica cosa che rimane è ciò che non ha mai avuto bisogno di un nome per esserci — e che c'era anche mentre si stava occupati a diventare qualcuno.
Non è una tecnica, e non si può programmare. Ma quando accade — e accade a chiunque, prima o poi, senza permesso e senza preavviso — la sola cosa da fare è non affrettarsi a rimettere tutto a posto.

Śrī Pranidhānanda
shivayogatemple.it

●Satsang — L'attrito necessarioAlcune parole, negli ultimi anni, sono diventate leggere. Risveglio, consapevolezza, guar...
18/07/2026

●Satsang — L'attrito necessario

Alcune parole, negli ultimi anni, sono diventate leggere. Risveglio, consapevolezza, guarigione — le si incontra ovunque, pronunciate con la stessa naturalezza con cui si parla del tempo. Una parola che passa attraverso troppe bocche perde peso ad ogni passaggio, come una moneta consumata dal troppo uso, finché resta la forma senza il valore.

La maggior parte dei maestri contemporanei ha scelto proprio questa strada: adattare l'insegnamento al linguaggio che il pubblico già conosce, ridurre l'attrito, ampliare il consenso. Non si sa perché lo abbiano fatto, non si sa quale sia il vero motivo — ma il risultato è lo stesso ovunque: un vocabolario condiviso, sofferenza, risveglio, meditazione, esperienza personale, dietro il quale, a guardare con attenzione, la liberazione stessa resta assente.

"Due sono le conoscenze da conoscere: quella dei testi e delle parole, e quella che coglie l'imperituro direttamente." — Muṇḍaka Upaniṣad, 1.1.4–5

Tra poche settimane sarà Guru Pūrnima, e le stesse parole torneranno a circolare ovunque — festa, festività, luce, guru. Cambieranno i toni, non cambierà la sostanza: anche quella ricorrenza, per molti, sarà resa comoda, un'altra occasione buona per il linguaggio di sempre. Non è colpa da attribuire a qualcuno in particolare — è semplicemente ciò che accade quando un insegnamento deve adattarsi al mercato di oggi per essere ricevuto. E proprio per questo, qualcuno deve restare a custodire ciò che rischia di perdersi in quell'adattamento.

"All'uomo si presentano due vie: il bene e il piacevole. Il saggio sceglie il bene, l'ingenuo il piacevole, per comodità." — Kaṭha Upaniṣad, 1.2.1–2

C'è una differenza tra ciò che allevia e ciò che trasforma. Il sollievo è reale, e ha il suo posto — nessuno dovrebbe vergognarsi di cercarlo. Ma il sollievo finisce dove è cominciato, e il giorno dopo la ferita è ancora lì, solo anestetizzata meglio. La trasformazione è un'altra cosa: non consola, attraversa. E ciò che attraversa richiede tempo, richiede pratica, richiede qualcuno disposto a non promettere scorciatoie.

Shaivismo, Advaita Vedānta, gli Āgama tantrici — nessuna di queste vie è mai stata pensata per essere comoda. Non perché la difficoltà abbia valore in sé, ma perché ciò che si scioglie senza attrito non ha mai davvero cambiato nulla. Quando lo yoga finisce, inizia la libertà — non il contrario.

Prima viene il lavoro.

Il lavoro, qui, non è una teoria da studiare né un concetto da capire una volta per tutte. È il satsang stesso — la vicinanza, la presenza, gli incontri che si ripetono, i corsi che si seguono nel tempo — non come contenuto da consumare in un pomeriggio, ma come pratica che chiede di tornare, ancora e ancora, finché qualcosa comincia davvero a spostarsi. Non è un'affermazione su uno stato raggiunto. È un invito a restare abbastanza a lungo da scoprirlo di persona.

Non c'è bisogno di scegliere tra le due cose come se una fosse falsa e l'altra vera. C'è solo bisogno di chiamarle con il loro nome, perché chi cerca l'una non si aspetti l'altra. Qui non si offre sollievo rapido. Si offre una via che chiede di restare, di ripetere, di lasciar cadere ciò che non serve — anche quando fa più comodo tenerlo.

Chi cerca una parola che consoli oggi troverà molte porte aperte, ed è giusto così. Chi cerca ciò che resta quando la consolazione finisce, trova qui una porta diversa. Nessuna delle due è un errore. Ma solo una delle due può essere chiamata cammino.

Śrī Pranidhānanda

Indirizzo

Viale Della Repubblica, 58
Lissone
20185

Orario di apertura

Lunedì 08:00 - 21:30
Mercoledì 08:00 - 21:30
Giovedì 08:00 - 21:30
Venerdì 08:00 - 21:30
Sabato 08:30 - 18:30
Domenica 08:30 - 18:30

Telefono

+393319087173

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