Parrocchia San Lazzaro Lecce

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Parrocchia San Lazzaro Lecce Pagina ufficiale della Parrocchia "San Lazzaro" - Lecce La chiesa di San Lazzaro venne fondata nel sec. Fu eretta a parrocchia il 19 luglio 1906 da Mons.

XV perché servisse agli usi religiosi dell’attiguo ospedale per lebbrosi ed infetti di malattie contagiose. Gennaro Trama, vescovo di Lecce. Inaugurata il 17 Marzo 1907, venne dedicata il 10 dicembre 1916 dopo un ultimo ampliamento. Attuale parroco è Mons. Pierino Liquori.

Venerdì 18 settembre l’arcivescovo invita tutta la comunità diocesana a vivere un pellegrinaggio ad Oria presso il Santu...
12/09/2026

Venerdì 18 settembre l’arcivescovo invita tutta la comunità diocesana a vivere un pellegrinaggio ad Oria presso il Santuario dei Santi Medici. Chi desidera partecipare può organizzarsi in maniera autonoma. Alle ore 17.00 l’arcivescovo guiderà la preghiera comunitaria e presenterà il programma pastorale per l’anno 2026-2027. Alle 18.30 si terrà la solenne concelebrazione eucaristica presieduta da mons. Panzetta. Qui in parrocchia così come in tutte le chiese della diocesi non ci sarà la messa vespertina.

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO13 Settembre 2026 Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 18,21-35)In quel tempo, Pietro si avvi...
12/09/2026

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
13 Settembre 2026

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 18,21-35)

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

L'insegnamento di Gesù sul perdono delle offese non è stato pienamente accolto.
Nella parabola espostaci il primo a condonare il debito è il re: condona un grosso debito e lo fa gratuitamente, senza attendere altro.
Questa azione misericordiosa avrebbe dovuto diventare nel servo, cui era stato estinto il debito, capacità di perdono al fratello. E' questa la dinamica messa in luce da Gesù.
L'amore del Padre è sempre all'inizio, la sua misericordia è fontale, non è condizionata, bensì gratuita e universale, solo che l'offerta di misericordia, l'esercizio del divino perdono, come in genere ogni offerta di vita, è efficace solo se diventa nostra azione.
Se non perdoniamo vuol dire che non abbiamo accolto la misericordia di Dio; se in noi l'azione divina diventa qualità personale, noi diventiamo misericordiosi e perdoniamo. Non ci rendiamo forse conto della novità radicale portataci da Gesù sulla rivelazione del perdono.
Tutta la Scrittura afferma che il giusto pecca sette volte al giorno, cioè costantemente, perché siamo tutti peccatori; tutti offendiamo gli altri, anche senza rendercene conto e quindi siamo tutti debitori di perdono gli uni nei confronti degli altri.
Era giusto che il debitore della parabola rimettesse al compagno la sua pendenza, se il padrone gli aveva condonato l'equivalente di una somma considerevole.
Era giusto ma il suo senso di colpa per il debito che aveva contratto non gli permetteva di credere all'amore gratuito e munifico di Dio.
Gesù invece ci rivela che non importa al Padre se dobbiamo molto o poco, perché il Bene è infinitamente più forte del nostro male e ci offre comunque il suo amore per colmare le frustrazioni che sono a monte del nostro peccato.
Nessuno infatti fa del male agli altri se sta bene. Il peccatore è sempre una persona che soffre, uno che non ha incontrato l'amore, che non sa gestire le sue soddisfazioni. Perdonare è raggiungere l'altro nel suo patire, è accettare di condividere con lui le conseguenze del suo vuoto di bene, è dimostrare che la sua illusione di onnipotenza, lungi dall'aver distrutto la relazione, l'ha rinforzata; l'offeso infatti si accorge che forse lui stesso ha causato il male che gli è stato ribaltato addosso oppure sa percepire il dolore remoto del prossimo.
Tante volte la richiesta di perdono ci fa prendere coscienza del nostro debito verso chi chiede scusa.
L'uomo, creato ad immagine di Dio, gli diventa somigliante quando perdona, annullando il male, perché cerca di trasformarlo in se stesso in un bene più grande, partecipando così alla nascita di un mondo nuovo.
Come riuscirci? Tutta la vita di Cristo lo insegna.
Dalla sua incarnazione, operata dallo Spirito, perdono di Dio, che lo spinge durante la sua vita pubblica a guarire e a perdonare chi glielo chiede, alla sua morte per i responsabili della quale implora il perdono del Padre, fino alla resurrezione, quando alita sugli apostoli il suo Spirito che darà loro il potere di rimettere i peccati.
Cristo instaura così la nuova creazione, i tempi nuovi per l'umanità, che sono appunto fondati sulla dinamica del perdono; mossa capace di assumere il dolore che l'altro gli consegna attraverso la sua offesa, per trasformarlo nel bene della compassione, della condivisione, dell'amicizia.
Il perdono è l'unico modo per far scomparire il male dalla terra.
Gesù è vissuto, morto e risorto offrendo il perdono di Dio, come per offrire agli uomini la chiave del Regno: il perdono.
Non è facile perdonare, ma lo Spirito ci viene incontro e cambia il nostro cuore, sradica la nostra voglia di rivalsa e ci conduce sulla via della misericordia.

Don Federico

XXIII  DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO6  Settembre 2026 Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 18,15-20)In quel tempo, Gesù disse a...
05/09/2026

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
6 Settembre 2026

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 18,15-20)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

Le letture di questa domenica possono essere ordinate intorno ad un progetto preciso e con un obiettivo ben definito: spingere il credente a sentirsi vero e credibile collaboratore di Dio.
C'è innanzitutto l'invito (1ª lettura) ad assumerci la responsabilità della sorte del fratello («Dov’è tuo fratello?»).
Al credente non appartiene una responsabilità generica; è piuttosto la responsabilità di chi nella comunità avverte forte l'urgenza di promuovere a tutti i costi l’unità e l’accordo, ricercando ogni via possibile di dialogo, così da escludere ogni frattura definitiva.
È insomma una responsabilità che, nel Vangelo di oggi, diventa correzione fraterna con l'obiettivo di aiutare il fratello a non soccombere nei pericoli.
Consapevole dell'importanza della correzione fraterna ma anche della delicatezza di questo compito affidato a ogni credente nella comunità, l'evangelista Matteo, basandosi sull’esperienza della sua Chiesa, invita ad esercitare questa missione con una precisa gradualità e liberata da ogni arroganza.
L'importanza del compito affidato al credente in ordine alla vita della comunità dipende dal fatto che ogni attentato all’unità e alla fraternità, oltre a distruggere la vita interna alla comunità, offusca la presenza di Dio.
Il credente è deve vigilare sull'esempio della sentinella, chiamata a spiare l’orizzonte della storia, individuare i segni della presenza misteriosa di Dio e portarli alla comunità per mantenere fede all'Alleanza con il suo Signore.
La sentinella in sé ed il compito che assolve sono un segno concreto dell’amore e della vicinanza di Dio all’uomo.
La sentinella nella comunità ha prima di tutto il compito di far percepire a chi sbaglia che, nell'errore, non viene lasciato solo a consumarsi nel suo peccato.
Il Signore infatti, proprio perché ama l’uomo, non gli fa mancare i suoi interventi correttivi, la sua vicinanza.
Sta all’uomo peccatore valorizzarli o respingerli con fastidio.
É stato questo il ruolo già ricoperto ed è stata questa la missione affidata ai profeti presso il popolo di Israele.
Anche oggi il Signore manda i suoi profeti: da quelli facilmente riconoscibili a quelli che nella quotidianità tendono a richiamarci!
Compito di ogni credente non è solo quello di stigmatizzare il male; suo compito è anche quello di creare le condizioni perché chi sbaglia possa convertirsi.
E la prima di queste condizioni è il non mettersi presuntuosamente di fronte a chi sbaglia, ma accanto a lui.
Addirittura bisogna arrivare - come raccomanda Paolo - ad assumerci con l’altro la colpa e portare così a compimento in maniera responsabile la legge dell’amore.

Don Federico

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO30 Agosto 2026 Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 16,21-27)In quel tempo, Gesù cominciò a s...
29/08/2026

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
30 Agosto 2026

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 16,21-27)
In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e ve**re ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole ve**re dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per ve**re nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

La liturgia della Parola di questa domenica ci propone due atteggiamenti, due modi di stare davanti al Signore e di dargli la nostra disponibile vicinanza: c’è l’atteggiamento di Geremia e ci sono le parole di Pietro.
La prima lettura coglie un frangente particolarmente drammatico della storia di Geremia, un profeta fedele.
Chiamato appunto ad essere profeta, Geremia esce dal suo villaggio e si trasferisce a Gerusalemme dove, a motivo di quello che annunzia, viene schernito e perseguitato.
Il suo cammino, come quello di Gesù e come quello di ogni uomo giusto, si scontra con la persecuzione, con le difficoltà dell’ambiente e con le sue crisi interiori.
Angosciato, a Geremia sembra addirittura di essere stato sedotto da Dio, tanto da non sapere se continuare a fare il profeta o scegliere invece una strada meno faticosa, ritirandosi a vita privata.
Ecco le parole che sintetizzano i sentimenti di Geremia: «Mi dicevo: non penserò più a lui. Non parlerò più in suo nome».
Dalle ossa, dalla parte cioè più interna a Lui si sprigiona però un fuoco che elimina le sue resistenze e lo rilancia nel servizio profetico: «Ma nel mio cuore - abbiamo letto – c’era come un fuoco ardente … mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo».
La storia di fedeltà di Geremia è la storia di una fedeltà pagata a caro prezzo.
Essa viene posta dinanzi a noi perché ognuno di noi sappia verificare se il proprio modo di rispondere a Dio ed alla sua Parola è vicino al modo di rispondere di Geremia o se invece assomiglia di più al comportamento interessato di Sebnà (domenica scorsa) o a quello tenuto da Pietro nel Vangelo di oggi.
A proposito di Pietro, colpisce il fatto che nello stesso cap.16 di Mt è presente sia la professione di fede di Pietro sia la sua difficoltà a coglierne seriamente le esigenze, fino al punto che il volto amico e fedele di Pietro si trasforma in vera e propria tentazione proveniente da un avversario.
A Gesù che parla della sua passione come compimento del progetto del Padre, Pietro infatti dice: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai».
A Gesù che aveva legato la sua missione alla sofferenza, prezzo di un amore portato fino in fondo, Pietro sembra quasi voler fare un piacere invitandolo a scegliere le mezze misure, a mettere da parte la sofferenza.
Conosciamo la risposta di Gesù: «Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Ancora una volta la storia di Pietro e del suo rapporto con Gesù ricalca la storia, a volte contraddittoria, del nostro rapporto con Lui.
Le parole di Pietro più che paura e sconcerto, dicono la fatica, e talvolta addirittura il rifiuto di entrare nella logica di Dio; una logica il più delle volte umanamente perdente.
La fatica ed il rifiuto di Pietro è la stessa fatica ed è lo stesso rifiuto che noi opponiamo al Signore quando ci chiede di portare con Lui la croce, quella croce che assume tante forme e prende tanti nomi.
Uno dei drammi dell’uomo moderno è quello di non avere più qualcosa (un ideale/progetto) per cui/su cui investire in maniera totalizzante la propria vita.
Ma questo è anche il dramma di molti cristiani per i quali Cristo/il Vangelo occupano spazi marginali e per niente totalizzanti.

Don Federico

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO9 Agosto 2026 Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 14,22-33)[Dopo che la folla ebbe mangiato],...
08/08/2026

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
9 Agosto 2026

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 14,22-33)

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di ve**re verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Nelle esperienze di Elia e di Pietro, descritte nelle letture odierne, si ritrova la metafora della nostra vita e quella dell’esperienza del nostro rapporto con il Signore.
Finché Elia, desideroso di incontrare il Signore, non abbandona i suoi schemi e non va oltre i modi consueti di presentarsi del Signore (il vento forte, il fuoco ecc.), Elia resta con il suo desiderio di incontrarlo ma senza poterne sperimentare realmente la vicinanza.
Solo quando Elia prende le distanze dai suoi schemi e dagli schemi fissati nelle religioni più in voga nel suo tempo e nel suo territorio, solo allora Elia incontra il Signore.
E lo incontra in maniera sorprendente e inattesa in una realtà per niente vistosa, appena percettibile: un vento leggero.
Chissà quando comincerà a parlare anche a noi l'esperienza fatta dal profeta Elia!
Chissà quando anche noi avremo il coraggio di ba***re strade nuove - ma antiche perché percorse già dai Santi e presenti già nella Sacra Scrittura - per incontrare il Signore e sentirci rimessi in cammino da Lui!
Chissà quando la smetteremo di far confusione tra i rumori e le chiassate delle nostre iniziative e i modi veri e reali attraverso i quali si incontra il Signore e lo si testimonia!
Solo chi fa esercizio di silenzio e di preghiera può percepire la ricchezza del vento leggero della presenza del Signore, che non ha bisogno di chiasso e di realtà vistose per farsi incontrare.
Ha piuttosto bisogno di cuori liberi e pronti per abitarli.
Ha bisogno di cuori affamati ed assetati per poter riempire di sé le nostre fami e le nostre seti.
Il Vangelo di oggi comincia proprio evocando la moltiplicazione dei pani, ma diventa subito una pagina che, con toni altamente drammatici, ci aiuta a capire cosa Gesù chiede a noi suoi discepoli e quindi alla sua Chiesa; e in che rapporto Lui rimane con noi e con la sua Chiesa.
Il ricco simbolismo della pagina evangelica: la barca, che è la vita di ognuno di noi ma è anche la vita della Chiesa; il vento e la tempesta, che rispecchiano bene l'imprevedibilità indefinibile e le difficoltà che attraversano la nostra ma anche la vita della Chiesa; l’invocazione gridata da Pietro: «Signore, fa' che io vengo da te!», seguita dalla sua drammatica richiesta: «Signore, salvami!», che assomigliano tanto al desiderio presente dentro di noi di sentire forte la vicinanza del Signore, ma anche l'esperienza del grido angosciato che tante volte accompagna i momenti più duri della nostra vita di uomini e di credenti.
Tutta la pagina del Vangelo di oggi sembra proprio il racconto dell'esperienza di una fede nel Signore messa alla prova; ma sembra anche il racconto della vita della Chiesa tutta, desiderosa di vivere la vicinanza con il Signore ma costretta anche dalle sue fragilità interne e dalle difficoltà esterne a gridare: «Salvami, Signore!».
Il Signore ascolta e risponde a questo grido, ma ci chiede anche di saper scoprire la sua vicinanza e le sue esigenze in tutto ciò che abita le nostre giornate e la nostra storia.
La nostra Chiesa non può gridare «Signore, salvami!» e poi ignorare i tanti modi attraverso i quali oggi il Signore si presenta a noi per interpellarci e chiederci di avvicinarci a Lui.
Le risposte del Signore al nostro grido di aiuto sono le continue richieste di aiuto che giungono ai singoli e alla Chiesa dai tanti bisogni di fratelli e sorelle in difficoltà.
Non si può fare esperienza faticosa della fede e pensare di venirne fuori da soli, contando solo sulle nostre forze.
Anche noi, come Pietro dobbiamo saper gridare, prima col cuore e poi con le labbra: «Salvami, Signore!».
Bisogna però che ci mettiamo anche in ascolto delle risposte del Signore che non sempre sono quelle alle quali noi siamo abituati né quelle che noi ci aspettiamo.
Quanta fatica facciamo tutti, come Elia, a mettere da parte i nostri schemi per lanciarci, con l'aiuto del Signore, in esperienze nuove, belle ed entusiasmanti.

Don Federico

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO2 Agosto 2026 Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 14,13-21)In quel tempo, avendo udito [del...
01/08/2026

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
2 Agosto 2026

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 14,13-21)

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le f***e, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Vangelo del pane che trabocca dalle mani, dalle ceste. Segno da custodire con particolare cura, raccontato per ben sei volte dai Vangeli, carico di promesse e profezia.
Gesù vide la grande folla, sentì compassione di loro e curò i loro malati. Tre verbi rivelatori (vide, sentì, curò) che aprono finestre sui sentimenti di Gesù, sul suo mondo interiore. Vide una grande folla, il suo sguardo non scivola via sopra le persone, ma si posa sui singoli, li vede ad uno ad uno. Per lui guardare e amare sono la stessa cosa. E la prima cosa che vede alzarsi da tutta quella gente e che lo raggiunge al cuore è la loro sofferenza: e sentì compassione per loro. Gesù prova dolore per il dolore dell'uomo, è ferito dalle ferite di chi ha davanti, ed è questo che gli fa cambiare i programmi: voleva andarsene in un luogo deserto, ma ora chi detta l'agenda è il dolore dell'uomo, e Gesù si immerge nel tumulto della folla, risucchiato dal vortice della vita dolente. Primo viene il dolore. Il più importante è chi patisce: nella carne, nello spirito, nel cuore. E dalla compassione fioriscono miracoli: guarì i loro malati. Il nostro tesoro più grande è un Dio appassionato che patisce per noi.
Il luogo è deserto, è ormai tardi, questa gente deve mangiare... I discepoli alla scuola di Gesù sono diventati sensibili e attenti, si prendono a cuore le persone. Gesù però fa di più: mostra l'immagine materna di Dio che raccoglie, nutre e alimenta ogni vita, e incalza i suoi: Voi stessi date loro... Le emozioni devono diventare comportamenti, i sentimenti maturare in gesti. Date da mangiare: «La religione non esiste solo per preparare le anime per il cielo: sappiamo che Dio desidera la felicità dei suoi figli anche su questa terra» (Evangeli gaudium 182). Dacci il pane noi invochiamo, donate ribatte Lui. Una religione che non si occupi anche della fame è sterile come la polvere.
Il miracolo del pane è raccontato come una questione di mani. Un moltiplicarsi di mani, più che di pane. Che passa di mano in mano: dai discepoli a Gesù, da lui ai discepoli, dai discepoli alla folla. Allora apri le tue mani. Qualunque sia il pane che tu puoi donare, non trattenerlo, apri il pugno chiuso. Imita il germoglio che si schiude, il seme che si spacca, la nuvola che sparge il suo contenuto.
Che diritto hanno i cinquemila di ricevere pane e pesce? L'unico loro titolo è la fame. E il pane di Dio, quello delle nostre eucaristie, non impoveriamolo mai all'alternativa meschina tra pane meritato o pane proibito: esso è il pane donato, con lo slancio della divina compassione. Pane gioioso e immeritato, per i cinquemila quella sera sulla riva del lago, per tutti noi sulla riva di ogni nostra notte.

Don Federico

Domenica 2 Agosto ricorre il 40esimo anniversario della morte di don Donato Rizzo, indimenticabile parroco di San Lazzar...
25/07/2026

Domenica 2 Agosto ricorre il 40esimo anniversario della morte di don Donato Rizzo, indimenticabile parroco di San Lazzaro dal 12 ottobre 1958 al 2 agosto 1986. Lo ricorderemo nella celebrazione delle ore 19 ringraziando il Signore per quanto ha operato attraverso il suo ministero generoso e al termine della messa ci sarà un momento commemorativo offertoci dal prof. Wojtek Pankiewicz. Siamo tutti invitati.

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO26 Luglio 2026 Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 13,44-52)In quel tempo Gesù disse ai suoi...
25/07/2026

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
26 Luglio 2026

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 13,44-52)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

Continua il discorso in parabole di Gesù; continua cioè il suo impegno teso a coinvolgerci nella costruzione del Regno di Dio.
Così Gesù, dopo aver posto innanzi a noi lo stile paziente e tollerante di Dio - che è lo stile del Regno - ci presenta un’altra esigenza del Regno: fanno parte del Regno coloro che sono disposti a giocarsi tutto.
Paolo, nella seconda lettura, volendo suscitare nel credente una speranza serena, ricorda che tutti siamo stati “predestinati”, “chiamati”, “giustificati” e “glorificati”.
Se al verbo «predestinare» non diamo il senso del «tutto è deciso», ma intendiamo dire, come vuole lo stesso Paolo, che la volontà salvifica di Dio precede ogni nostra opera, allora capiamo la continuità tra le tre letture di questa domenica e ne cogliamo il messaggio.
Il Signore che, come ci ricorda Paolo, ci ha chiamati e continua a chiamarci a una vita bella e riuscita secondo i suoi criteri non ci dispensa dal fare le nostre scelte, anzi ci domanda di fare scelte che siano frutto di sapiente discernimento e di radicale impegno.
Se mettiamo allora insieme le letture di oggi, sembra proprio fuori posto il tentativo, sempre in agguato, di identificare la sapienza e l’equilibrio richieste a ognuno di noi con le mezze misure.
Sia al contadino sia al mercante del Vangelo viene chiesto di «comprare» e cioè di impegnare quello che si ha: la costruzione del Regno vuole che si coniughino insieme grazia di Dio e responsabilità dell’uomo.
Il primo passo da fare per entrare concretamente in questa logica è far nostra la preghiera di Salomone (1ª lett.), chiedendo per noi un “cuore docile” che sappia ascoltare.
Il credente è l’uomo capace/disposto ad ascoltare, disposto a lasciarsi stanare dalle proprie sicurezze.
Il credente è per natura sua un «cercatore» sanamente inquieto, come i protagonisti (contadino- mercante) delle parabole evangeliche.
I gesti del contadino che va, vende e compra la perla sono gesti decisi ed essenziali.
E, per di più, compiuti con gioia perché hanno entrambi (contadino e mercante) trovato il tesoro.
«Il Regno dei cieli – infatti, dive Gesù - è simile a un tesoro!» Ma cosa è questo tesoro che merita ancora oggi gesti essenziali e decisi?
Se continuiamo a pensare al Regno dei cieli come a qualcosa di lontano, di non meglio identificato allora per conquistarlo, per costruirlo non penso che ci sarà tanto impegno.
Il Regno dei cieli è il mondo come Dio lo vuole, è l’uomo come Dio lo sogna.
Di questo mondo e di questo uomo il credente è chiamato a innamorarsi; per essi è chiamato a spendersi con gesti essenziali e decisi, come quelli dei santi.
La nostra vita è banale e piatta perché probabilmente non abbiamo trovato un tesoro, ma ci siamo fermati alla paccottiglia che sta sul mercato del nostro mondo; abbiamo investito energia su cose banali.
Il Regno dei cieli/tesoro è il contrario delle cose banali delle cose superflue, è il contrario di una vita qualunque.
Saremo capaci di superare la banalità se saremo appassionati da questo tesoro.
Se abbiamo trovato questo tesoro, saremo capaci di estrarre da esso cose antiche e cose nuove. Infatti chi ha trovato il tesoro ha un cuore creativo e cercatore, che non ripete ma inventa, tracciando e percorrendo strade nuove.

Don Federico

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO19 Luglio 2026 Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 13,24-43)In quel tempo, Gesù espose alla f...
18/07/2026

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
19 Luglio 2026

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 13,24-43)

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”». Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami». Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle f***e con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Aprirò la mia bocca con parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo». Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».

Per cogliere la forza del messaggio che ci è stato consegnato, soprattutto dalla pagina evangelica, occorre premettere due note.
La prima nota è di carattere tecnico: la pagina del Vangelo che abbiamo ascoltato fa parte del cosiddetto “discorso in parabole” ( cf. Mt 13). E lo sappiamo, la parabola è un po’ come un racconto bello, semplice, affascinante e carico di rimandi, ma senza un finale.
Il finale spetta all’ascoltatore scriverlo, nel senso che, dopo aver ascoltato la parabola, l’ascoltatore – e quindi ognuno di noi – deve chiedersi: da che parte sto io? Quale ruolo interpreto e quale posto occupo in questa parabola?
La seconda nota è di carattere squisitamente liturgico. Dalla 15ª alla 21ª domenica del Tempo ordinario, la liturgia intende aiutarci ad avere una immagine corretta, concreta e credibile di Dio; intende farci conoscere di più il cuore di Dio e il modo di interve**re nella storia.
E, a questo proposito, accompagnato dalla prima lettura, l’Evangelo ci aiuta presentandoci un Dio PAZIENTE: «Tu....giudichi con mitezza, governi con molta indulgenza … Hai reso i tuoi figli pieni di dolce speranza» - abbiamo letto nella 1ª lettura.
Da parte sua, il dialogo tra i servi e il padrone del Vangelo esplicita meglio lo stile paziente di Dio, messo alla prova da un brutto imprevisto; non solo l'imprevisto della zizzania seminata nella notte, ma (uno stile paziente, quello di Dio) messo alla prova anche e soprattutto dall'atteggiamento dei servi.
Nel dialogo tra il padrone e i servi, sembra proprio che i servi ci tengano più del padrone alla buona sorte del raccolto; per questo vogliono far piazza pulita della zizzania, pensando di fare un piacere al padrone e pensando di interpretarne il pensiero e le attese. Il dialogo tra il padrone ed i servi si svolge intorno a un campo che assomiglia tanto alla vita di ognuno di noi, assomiglia tanto alla nostra storia, assomiglia tanto agli spazi nei quali viviamo, assomiglia tanto anche alle nostre comunità.
Come in ogni campo, così nella nostra vita individuale e comunitaria è presente - grazie a Dio - del buon seme; ma in ogni campo vi è anche la zizzania, vi è l' erba che soffoca il grano, che lo nasconde e gli toglie luce.
Quante realtà e quante persone, mentre non ce lo aspettiamo, tolgono luce e respiro alla nostra vita! E quante volte noi lo facciamo per la vita degli altri!
Quante nostre realtà, oggettivamente belle e potenzialmente piene di vita vedono queste potenzialità mortificate se non uccise!
Quanti imprevisti e quante cattiverie volute e programmate seminano scoraggiamento e si mescolano a belle intenzioni- fino a ucciderle!
Cosa fare in presenza di realtà buone e belle che spesso si mescolano a realtà negative? Il Vangelo presenta oggi due modi di agire, frutto di due modi di guardare la realtà e di abitare questa nostra storia: da una parte, c’è lo sguardo del padrone; dall'altra, c’è l’agire e lo sguardo dei servi, che si scontra con lo stile sorprendente del padrone.
«Vuoi che andiamo a strappare la zizzania?». La risposta del padrone è perentoria: «No! Rischiate di ti**re via anche il buon grano!».
In fondo, ai servi sta a cuore un campo privo di erbacce, che lasci spazio ed accolga solo del buon grano.
Bella prospettiva, se vogliamo! Ma a questo desiderio il Signore dice “NO”!
Alla luce della forza e della perentorietà di quel "NO", quella dei servi si rivela essere una violenza e un desiderio ipocrita e sbrigativo.
Con la sua risposta, il Signore invita ognuno di noi ad avere il suo sguardo sulla storia, piccola o grande che sia; uno sguardo che si fissa sul buon grano, uno sguardo che sa cercarlo e custodirlo anche tra le erbacce; uno sguardo capace di resistere alla grande tentazione del perfettismo.
Il Vangelo di oggi, attraverso lo sguardo del padrone su quel campo, ci dice piuttosto che solo chi cerca instancabilmente segni positivi è uno che si mette dalla parte di Dio, facendosi così suo collaboratore.
Non collabora con Dio chi si mette a caccia delle erbacce, dei limiti e dei difetti, possibilmente sempre e solo dei limiti e dei difetti degli altri.

Tutti desideriamo rendere migliore il nostro mondo. Ma questo desiderio di rendere più bello e vivibile il campo di Dio e quindi la nostra storia e la nostra terra non può nutrirsi di reazioni stizzite, né di ingiustificate impazienze, né di intolleranze violente, né di semplificazioni abusive.

Don Federico

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