Parrocchia Gesù Divin Lavoratore, Latina, Italia

Parrocchia Gesù Divin Lavoratore, Latina, Italia Questa pagina vuole favorire l'incontro tra la Parrocchia ed i fedeli e la costruzione di una Comunità parrocchiale.

Al tempo stesso vuole aiutare anche la costruzione della storia della comunità, attraverso la memoria degli eventi significativi.

19 OTTOBRE 2025. XXIX DOMENICA TEMPO ORDINARIO (ANNO C)ORARIO SANTA MESSA:    SABATO ALLE ORE 18                        ...
17/10/2025

19 OTTOBRE 2025. XXIX DOMENICA TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

ORARIO SANTA MESSA: SABATO ALLE ORE 18
DOMENICA ALLE ORE 10

PERSEVERARE NELLA FEDE
d. Luca Fallica, Abate di Montecassino
(FONTE: www.la-domenica.it )

Un tema emerge oggi: la perseveranza. Mosè (I Lettura) persevera nella preghiera, aiutato da Aronne e da Cur, che sostengono le sue mani alzate verso Dio nell'intercessione per Israele. La perseveranza non è un atteggiamento solitario, ma comunitario. Ci si sostiene a vicenda, gli uni gli altri, insieme. Scrivendo a Timoteo, Paolo (II Lettura) evidenzia un'altra perseveranza necessaria: ascoltare la Parola di Dio con assiduità, poiché sono le Scritture a istruirci per la salvezza, «che si ottiene mediante la fede in Cristo Gesù». Infine, la parabola (Vangelo) narra della vedova perseverante e tenace che, grazie alla sua insistenza, ottiene giustizia persino da un giudice disonesto. La domanda finale continua a interrogarci chiedendoci di approfondire lo sguardo: «Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». Il vero problema è la fede. La perseveranza assolutamente necessaria è quella della fede, perché su di essa si ancorano tutte le altre perseveranze di cui dobbiamo essere capaci. Avere fede significa anche questo: rimanere stabili nella speranza quando l'attesa sembra farsi lunga, a volte troppo lunga.

12 OTTOBRE 2025. XXVIII DOMENICA TEMPO ORDINARIO (ANNO C)ORARIO SANTA MESSA:        SABATO ORE 18                       ...
11/10/2025

12 OTTOBRE 2025. XXVIII DOMENICA TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

ORARIO SANTA MESSA: SABATO ORE 18
DOMENICA ORE 10

Lc 17,11-19
Meditazione di S.B. Card. Pierbattista Pizzaballa
(FONTE: www.lpj.org/it/news/meditation-of-hb-card-pizzaballa-xxviii-sunday-of-ordinary-time-c )

Per entrare nel brano di Vangelo di oggi (Lc 17,11-19), partiamo da un dettaglio del testo che ha un preciso valore simbolico, coerente con tutto il resto del Vangelo.

Al v. 11, infatti, Luca racconta che Gesù cammina verso Gerusalemme, e attraversa la Samaria e la Galilea (“Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea.” - Lc 17,11)

In realtà, dal punto di vista geografico, il percorso prevederebbe che si parta dalla Galilea, si passi dalla Samaria per poi arrivare a Gerusalemme. Luca inverte il percorso, e il suo rovesciamento non è un errore, ma un segno narrativo importante.

In Luca, infatti, il cammino verso Gerusalemme è il cuore dell’impianto di tutto il racconto evangelico: Gesù si dirige con fermezza verso il luogo dove potrà vivere fino in fondo la sua obbedienza piena di amore al Padre, amando i suoi fino alla fine (cf. Lc 9, 51). E, per arrivarvi, deve attraversare diversi luoghi di frontiera, dove i confini sono mescolati, dove viene scardinata la logica che divide buoni e cattivi, giusti e ingiusti.

Ebbene, invertendo i passaggi del cammino di Gesù, rovesciando la direzione, l’evangelista Luca anticipa e mette al centro quello che dovrà essere anche il cammino del discepolo, di ogni uomo che si lascia salvare.

Luca infatti racconta che un gruppo di dieci lebbrosi vede Gesù e, rimanendo a distanza, chiede pietà (“Dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!»” - Lc 17,12). Gesù chiede a tutti i lebbrosi di mettersi in cammino per presentarsi ai sacerdoti, dove poteva essere confermata pubblicamente la loro guarigione e la loro riammissione all’interno della società. Tutti si mettono in cammino, tutti guariscono, ma uno solo torna indietro prima di arrivare dai sacerdoti (Lc 17, 15).

L’evangelista sottolinea il gesto del ‘tornare indietro’: anche poco più avanti Gesù lo sottolinea: “Non si è trovato nessuno che tornasse indietro…?” (Lc 17,15).
Il lebbroso guarito, dunque, torna indietro, e il suo non è un semplice gesto fisico, ma è soprattutto un movimento interiore: il movimento di chi non si accontenta del miracolo, di chi sa che il miracolo è tale quando cambia la vita, quando rovescia le logiche, e, soprattutto, quando rimette al centro il Signore, quando, da lì in poi, si ritorna continuamente a Lui.

Per il lebbroso guarito, questo ritornare indietro a ringraziare Gesù diventa la cosa più importante di tutto: più importante dell’impegno che si era preso, più importante anche della propria riammissione all’interno della società, ovvero di ciò che da tempo desiderava sopra ogni cosa. Per lui bastava essere stato guarito, era questa la sua salvezza.

Il versetto iniziale, inoltre, offre all’episodio una coloratura nuova e apre ad una lettura ulteriore.
Il primo a “tornare indietro”, infatti, non è il Samaritano, ma Gesù stesso.
È Lui che, andando a Gerusalemme, scenderà nella morte, per poi tornare indietro. È Lui che salendo al Padre, tornerà indietro, portando con sé ogni nostra lontananza, proprio quella di cui parla Luca al versetto 12, dicendo che i lebbrosi si fermarono “a distanza”.

Questa distanza non può essere eliminata se non attraverso il tornare indietro di Gesù, il suo invertire la rotta del cammino dell’uomo, destinato alla morte. Con Lui, il cammino dell’uomo è invertito e diventa, per chi lo segue, un cammino di ritorno al Padre.

Non solo. Questa inversione di cammino annuncia il rovesciamento di cui i Vangeli sono continui testimoni: gli ultimi diventano i primi, i peccatori sono perdonati, i lontani diventano vicini, i poveri sono beati…

Non è un caso, infatti, che a tornare indietro, tra i dieci che erano stati guariti, sia stato un Samaritano.
Quest’uomo era doppiamente escluso: come lebbroso, e come samaritano. Il suo percorso era inevitabilmente quello di una persona persa, esclusa dalla salvezza.

In realtà, è proprio costui a rivivere nella propria storia il cuore del mistero di Gesù, il suo tornare indietro.
Perché mentre intuisce che la vita gli è stata restituita per sola grazia, è capace di fermarsi e di interrompere la propria corsa, è capace di perdere tempo, è capace di riconoscere da dove viene il dono, e dove il dono può portare. Non è più in cammino verso la morte, ma verso la vita.

5 OTTOBRE 2025. XXVII DOMENICA TEMPO ORDINARIO (ANNO C)ORARIO SANTA MESSA:        SABATO ALLE ORE 18                    ...
02/10/2025

5 OTTOBRE 2025. XXVII DOMENICA TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

ORARIO SANTA MESSA: SABATO ALLE ORE 18
DOMENICA ALLE ORE 10

Tre lezioni sulla Fede che rovesceranno la tua prospettiva.
di don Fabio Rosini
(FONTE: www.cercoiltuovolto.it e youtu.be/KrfSoLUYW2Y?si=QY88r0ZQRXUFUbWQ )
(FONTE IMMAGINE: www.diocesitivoliepalestrina.it )

Quante volte, di fronte alle sfide della vita, abbiamo desiderato avere “più” fede? È una richiesta che nasce dal profondo del cuore umano, un desiderio di certezza di fronte a ciò che ci sembra impossibile. Ci immaginiamo la fede come un muscolo da allenare o un serbatoio da riempire, convinti che se solo ne avessimo una quantità maggiore, tutto sarebbe più semplice.

Questa stessa aspirazione fu espressa direttamente dai discepoli a Gesù. Il loro non era un anelito astratto, ma la reazione a una richiesta schiacciante: Gesù aveva appena chiesto loro di perdonare un fratello fino a sette volte al giorno. Sentendosi inadeguati di fronte a un simile comando, si rivolgono a lui con una preghiera che suona familiare a tutti noi: “Accresci in noi la fede”. La risposta di Gesù, tuttavia, è paradossale e controintuitiva. Non offre una formula per aumentare una quantità, ma un invito a rovesciare completamente la prospettiva, smontando la premessa stessa della loro domanda. Esploriamo insieme tre lezioni radicali che emergono dalle sue parole.

La Fede Non È Una Questione di Quantità, Ma di Qualità

Di fronte alla richiesta di “più” fede, Gesù risponde con un’immagine potente: “Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso, sradicati e vai a piantarti nel mare ed esso vi obbedirebbe”. Per cogliere la forza di questa metafora, serve un pizzico di conoscenza agronomica. Un granellino di senape è talmente piccolo che può letteralmente sparire tra le pieghe di una mano.
Dall’altra parte, abbiamo il gelso, un albero noto per il suo sistema di radici immenso e maestoso. Ancora oggi, per sradicare un gelso sono necessari macchinari potenti e complessi. L’idea poi di comandargli di piantarsi nel mare è un autentico assurdo. Eppure, Gesù collega questo potere smisurato non a una fede enorme, ma a una fede piccola come un seme. La lezione è chiara e rivoluzionaria: la fede non è una cosa che si misura a peso. Non esistono “tre etti di fede” o “10 tonnellate di fede”. La fede non è una questione di quantità, ma di qualità: è una relazione, un rapporto di fiducia totale con il Padre, l’unico che merita di essere servito.

Non Esiste una “Terra di Nessuno” tra Fede e Idolatria

Se la fede è una relazione, allora non ammette pause o interruzioni. Per capire questo concetto, possiamo usare un’analogia semplice: se un uomo ama sua moglie, gli è forse permesso, a un certo punto, di “non amarla” per dedicarsi a un’altra donna? Chiaramente no. Allo stesso modo, la fede è una relazione costante che riempie tutta la vita.
Il profeta Abacuc ci offre un’immagine potente quando parla dell’ “animo retto”. Un animo retto è quello che non devia, che permane nella verità. Questo ci porta a una domanda cruciale: se smetto di servire il Signore, che cosa faccio? Vado in standby? La risposta è no. Non esiste una “terra di nessuno” tra la fede in Dio e l’idolatria. Se si smette di servire l’unico Signore, si inizia automaticamente a scivolare verso la menzogna, verso una realtà contraffatta che si oppone a quella di Dio.

Soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede.

La fede, quindi, non è un’attività part-time, ma una scelta totalizzante. O si vive in relazione con Dio, oppure si finisce per servire altro.

Se la fede è questa relazione totalizzante che non ammette pause, sorge spontanea una domanda: qual è il guadagno? Che cosa ci spinge a un impegno così assoluto? La parabola del servo inutile risponde proprio a questo, smontando le nostre aspettative di ricompensa.

La Vera Ricompensa della Fede è la Fede Stessa

Spesso pensiamo alla fede in termini di “dare per avere”. Prego, servo, perdono… e mi aspetto una ricompensa. Gesù smonta anche questa logica con la parabola del “servo inutile”. Questa espressione può essere fraintesa. La parola greca originale, Akreios, non significa “che non serve a niente”, ma letteralmente “privo di salario, senza utile”. Il servizio, cioè, è svolto senza l’aspettativa di un pagamento.

Pensiamoci bene: dopo aver partecipato ai miracoli di Dio, dopo aver avuto la forza di perdonare sette volte al giorno e aver visto gelsi sradicarsi con una parola, avrebbe senso chiedere anche di essere pagati? L’assurdità è evidente. La vera ricompensa è già nell’atto stesso di servire, nel partecipare al suo regno. D’altronde, se non lavoriamo nella sua vigna, a quale insulsaggine dovremmo mai dare la nostra esistenza?

La nostra ricompensa, nel caso in cui lo serviamo, è la fede. Il contrario, di fatto, è la paura. Servire il Signore con animo retto non è un dovere gravoso, ma una grazia che dà un sapore totalmente diverso alla nostra esistenza. È un dono che è già ricompensa a se stesso, perché non c’è vita più bella e interessante di quella vissuta secondo Dio.

Un Invito a Vivere, Non ad Accumulare

Gesù non ci offre un metodo per “avere più fede”; ci invita a uscire completamente dalla logica del possesso. La fede non si accumula, si abita. Smette di essere qualcosa da quantificare e diventa una relazione da vivere, momento per momento, senza interruzioni e senza aspettarsi altro premio se non la relazione stessa.

Questa è la qualità della fede che il Vangelo ci invita a ricevere come una grazia, a celebrare nella liturgia eucaristica, nella potenza dei sacramenti e della parola di Dio. A questo punto, la domanda non è più “Come posso avere più fede?”, ma un’altra, ben più profonda: qual è il “gelso” con radici profonde nella nostra vita che solo una fede qualitativa, e non quantitativa, può sperare di sradicare?

30/09/2025
PARROCCHIA GESU' DIVIN LAVORATOREAPERTE LE ISCRIZIONI AL CATECHISMO 2025-2026SARA' POSSIBILE ISCRIVERE I BAMBINI AL CATE...
29/09/2025

PARROCCHIA GESU' DIVIN LAVORATORE

APERTE LE ISCRIZIONI AL CATECHISMO 2025-2026

SARA' POSSIBILE ISCRIVERE I BAMBINI AL CATECHISMO DOMENICA 5 OTTOBRE E DOMENICA 12 OTTOBRE DALLE ORE 11 ALLE ORE 12.
VI ASPETTIAMO.

Mc 10,13-16
Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

28 SETTEMBRE 2025. XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)ORARIO SANTA MESSA:    SABATO ALLE ORE 18                  ...
25/09/2025

28 SETTEMBRE 2025. XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

ORARIO SANTA MESSA: SABATO ALLE ORE 18
DOMENICA ALLE ORE 10

Il Paradosso del Benessere: 4 Verità Scomode su Come la Comodità ci sta Rendendo Ciechi
di don Fabio Rosini
(FONTE: https://youtu.be/s60WGecwL9w )
(FONTE IMMAGINE: www.comboni2000.org )

Introduzione: Il Comfort è Davvero Nostro Amico?

Viviamo in un’epoca segnata da un’evoluzione tecnologica senza precedenti, una corsa costante verso il comfort, l’efficienza e l’appagamento istantaneo. Ogni giorno siamo iperalimentati di stimoli e soddisfazioni che promettono di renderci la vita più semplice e piacevole. Ma cosa succederebbe se proprio questo benessere, questa sovrabbondanza di piaceri, stesse in realtà producendo gravi ripercussioni antropologiche, indebolendo la nostra capacità di vedere il mondo per quello che è? E se il comfort, invece di essere un alleato, fosse diventato una gabbia dorata che atrofizza i nostri sensi e la nostra anima? Questo articolo esplorerà quattro spunti di riflessione sorprendenti, derivati da una saggezza antica, che mettono in discussione la nostra sfrenata ricerca della comodità.

1. L’Esercito degli “Scemi di Pace”: Quando il Benessere Atrofizza l’Anima

Uno dei pericoli più insidiosi del benessere è l’atrofizzazione. Basti pensare ai bambini che crescono immersi negli schermi di tablet e smartphone: secondo gli studi, la loro funzione simbolica viene letteralmente “asfaltata”. Ricevendo una quantità massiccia di immagini, come mai era accaduto nella storia umana, perdono la capacità di immaginare in proprio. Questo è solo un esempio di come un eccesso di stimoli esterni possa indebolire le nostre facoltà interiori.

Questa condizione ci porta a un parallelo potente e controintuitivo. Un tempo esisteva l’infelice definizione di “scemi di guerra” per descrivere persone traumatizzate e menomate dai conflitti bellici. Oggi, invece, ci troviamo di fronte a una diffusa condizione di “scemi di pace”: un esercito di persone, principalmente giovani e giovanissimi, privi di solidità interiore a causa di un’atrofizzazione da intontimento, diretta conseguenza del benessere. L’etimologia stessa della parola “imbecille”, che deriva dal latino imbellis (colui che non sa combattere), ci ricorda una verità scomoda. Non si tratta di riproporre un assurdo macismo, ma di capire che una vita priva di sfide e di lotta rischia di renderci fragili e incapaci.

2. Vestiti di Porpora e Ciechi sul Mondo: La Cecità del Piacere

La parabola evangelica del ricco epulone offre una metafora perfetta di questa cecità indotta dal piacere. Quest’uomo, descritto mentre indossa vesti di porpora e lino finissimo e si dedica ogni giorno a sontuosi banchetti, è completamente immerso nel suo comfort, senza rendersi conto di dove questa serie di soddisfazioni lo stiano portando. Talmente immerso da diventare cieco e sordo alla presenza di Lazzaro, un mendicante coperto di piaghe, che giace alla sua porta.
Il paradosso è evidente: il comfort, il piacere e l’ossessione per l’estetica, invece di arricchire la sua vita, lo hanno privato della sua umanità. La sua soddisfazione personale lo ha reso incapace di vedere la sofferenza che gli stava letteralmente accanto. La narrazione raggiunge un livello di acutezza straordinario in un dettaglio apparentemente marginale.
È notevole il particolare, solo apparentemente insulso dei cani che vanno a leccare le sue ferite. È un atto di cura quello che gli animali hanno intrapreso per questo povero ammasso di carne dolorante, ignorata dagli uomini, ai quali i banchetti e la porpora hanno tolto l’umanità. I cani superano gli uomini in sensibilità.

3. L’Inutilità dei Miracoli: Perché Nemmeno un Risorto Può Svegliare chi Dorme

La storia prosegue con il ricco che, ormai condannato al suo esito infernale, si preoccupa per i suoi cinque fratelli, ancora persi nella stessa via dell’appagamento che porta all’autodistruzione. Egli supplica il padre Abramo di mandare Lazzaro ad avvertirli, convinto che un evento soprannaturale possa scuoterli. La risposta di Abramo è tanto tragica quanto illuminante.
Se non ascoltano Mosè e i profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti.
Il significato di queste parole è profondo e terribile: il problema non è la mancanza di prove o di miracoli, ma l’atrofia dei sensi. Se la nostra capacità di percepire il mondo è spenta, intorpidita da un eccesso di piaceri, nessuna verità, per quanto eclatante, potrà mai convincerci. Non serve un evento straordinario per risvegliarsi; è necessario “deatrofizzare” i sensi ricominciando a usarli. Secondo questa prospettiva, la croce, il dolore e le scomodità spesso Dio ce li manda proprio perché apriamo gli occhi, riprendiamo ad ascoltare e torniamo in noi stessi.

4. Il Povero alla Tua Porta non è un Problema, ma un Regalo

Qui arriviamo all’idea più spiazzante e trasformativa dell’intera riflessione. A un primo sguardo, Lazzaro appare come una seccatura per il ricco, un fastidioso problema da ignorare. Invece, era esattamente il contrario: Lazzaro era la sua più grande opportunità.
Questa inversione di prospettiva è la chiave di volta. “Lazzaro” non è solo il mendicante, ma il simbolo di ogni forma di sofferenza e di scomodità che sfida il nostro comfort. I poveri, i problemi, tutte le sofferenze che ci circondano non sono una noia, sono un’occasione. Sono il modo in cui Dio ci visita per risvegliarci dal torpore del benessere, magari attraverso un problema che ci mette accanto, un bisogno, una bocca da sfamare.
Chi sono i poveri? Sono la nostra occasione di salvezza. Sono la nostra strada per arrivare al cielo. È attraverso di loro che Dio ci visita. Era un dono questo mendicante, scomodo e molesto con la sua presenza. Era un regalo di Dio alla porta del ricco epulone.

Conclusione: E Tu, lo Vedi Lazzaro?

In un’epoca ossessionata dall’apparenza, dai programmi di cucina e dagli abiti firmati, il rischio di costruire la nostra personale via della perdizione è reale e concreto. La ricerca costante del piacere e della comodità ci rende ciechi non solo verso i bisognosi, ma verso tutte le persone che abbiamo intorno. Il messaggio finale è una chiamata urgente al risveglio, a un “deintontimento” collettivo.

La vera domanda, allora, non è cosa possiamo ottenere di più, ma cosa stiamo smettendo di vedere. Chi è il Lazzaro che oggi siede alla porta della nostra vita, sotto forma di un problema, di una relazione difficile o di una sofferenza che ignoriamo? E ci stiamo rendendo conto che potrebbe essere la nostra più grande occasione?

21 SETTEMBRE 2025. XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)ORARIO SANTA MESSA:      SABATO ALLE ORE 18                 ...
18/09/2025

21 SETTEMBRE 2025. XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

ORARIO SANTA MESSA: SABATO ALLE ORE 18
DOMENICA ALLE ORE 10

https://youtu.be/WS5AozNsfh8?si=PiWjnmvz3D1nBv2E
L’Amministratore Astuto e la Ricchezza di Dio
di don Fabio Rosini

Il commento di don Fabio per domenica prossima esplora una parabola evangelica che racconta di un amministratore infedele, il quale, di fronte alla revoca del suo incarico, riduce i debiti di coloro che devono al suo padrone, guadagnandosi sorprendentemente la lode del padrone stesso.

Questo atto viene interpretato come un paradigma per la vita cristiana, dove tutti sono custodi dei doni di Dio e sono chiamati a gestire le proprie risorse con ca**tà e misericordia. Don Fabio sottolinea che la vera ricchezza non è la proprietà materiale, ma l’uso di essa per servire gli altri e perdonare i peccati, rispecchiando la generosità di Dio.

Conclude che solo attraverso atti di amore e oblatività si può veramente servire Dio, suggerendo che i poveri sono coloro che accoglieranno i fedeli nelle dimore eterne grazie alla misericordia loro mostrata.

Analisi e Sintesi del Commento alla Parabola dell’Amministratore Disonesto
Il commento analizza la complessa parabola evangelica dell’amministratore disonesto, presentandola come un paradigma fondamentale dell’esistenza umana. La vita viene interpretata come un’amministrazione temporanea dei doni ricevuti da Dio (talenti, beni, persone), di cui un giorno ogni individuo dovrà rendere conto.

Il punto cruciale e apparentemente controintuitivo della narrazione è la lode che il padrone riserva all’amministratore: essa non celebra la sua passata disonestà, ma la sua illuminazione finale. L’amministratore comprende che i beni del padrone (Dio) si gestiscono correttamente non accumulandoli, ma usandoli con misericordia per rimettere i debiti altrui.

Di conseguenza, ogni ricchezza è definita “disonesta” se trattenuta egoisticamente, mentre diviene strumento di salvezza se impiegata per la ca**tà. Il messaggio centrale è un appello a scegliere tra il servizio a Dio, che si manifesta nell’amore e nella generosità, e il servizio alla ricchezza, intesa come possesso fine a se stesso.

Analisi Dettagliata dei Temi
1. La Vita come Amministrazione dei Doni di Dio

Il testo evangelico viene presentato non come un racconto astruso, ma come un “paradigma della nostra esistenza”, sempre attuale e rilevante. L’interpretazione proposta si basa sui seguenti punti:

• La Chiamata Divina: La vita è una chiamata di Dio a ricevere numerosi doni, talenti e qualità.

• La Custodia Responsabile: Gli esseri umani sono “solo i custodi” di queste ricchezze, che appartengono in ultima istanza a Dio. Ciò include anche la responsabilità verso le persone affidateci.

• Il Rendiconto Finale: Arriverà un giorno in cui verrà chiesto conto di come questi doni sono stati gestiti. Sebbene non si debba rispondere dei problemi del mondo intero, si dovrà rendere conto delle responsabilità personali. Viene citato il Salmo 130: “Se consideri le colpe, Signore, chi potrà sussistere?”

2. La Crisi dell’Amministratore e la Soluzione della Misericordia

Di fronte alla richiesta di rendere i conti, l’amministratore riconosce la propria inadeguatezza e incapacità di trovare soluzioni con le proprie forze (“Zappare non ho la forza. Mendicare mi vergogno.”). Questo lo spinge a un’azione sorprendente.

• L’Azione Decisiva: Convoca i debitori del suo padrone e riduce o condona i loro debiti.

• La Lode Inattesa: Contrariamente a ogni aspettativa, “il padrone lo loda”. La ragione di questa lode è che l’amministratore ha finalmente compreso la vera natura dei beni del padrone e il modo corretto di gestirli.

• La Logica Divina: I beni di Dio si amministrano correttamente solo attraverso la misericordia e il perdono dei debiti. Prima di quel momento, l’amministratore non agiva secondo questa logica.

3. La Vera Funzione dei Beni: Amare e Perdonare

Il commento collega direttamente la gestione dei beni materiali alla dimensione spirituale, identificando l’amore e il perdono come il loro fine ultimo.

• Il Dono dello Spirito Santo: Viene fatto un parallelo con il Vangelo di Giovanni (capitolo 20), dove Gesù dona lo Spirito Santo ai discepoli con il potere di rimettere i peccati: “A coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati”.

• Finalità della Provvidenza: Tutto ciò che la Provvidenza dona, e in particolare “il dono dei doni, che è lo Spirito Santo”, ha lo scopo di amare, usare misericordia e perdonare.

• Validazione attraverso l’Amore: Il testo afferma un principio fondamentale: “Solo i beni usati per amore sono usati veramente”. L’amministrazione che riceve la lode del padrone è quella che sottomette l’uso dei beni alla logica dell’amore.

4. La “Disonesta Ricchezza” come Strumento di Salvezza

Viene analizzata la frase di Gesù: “Ebbene io vi dico: Fatevi degli amici con la disonesta ricchezza, perché quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne”.

• Definizione di “Disonesta Ricchezza”: Ogni ricchezza che possediamo è, in un certo senso, “disonesta” perché non è nostra in modo assoluto, ma appartiene a Dio.

• Uso Corretto della Ricchezza: Questa ricchezza va usata per esercitare la ca**tà verso gli altri. Ogni atto di ca**tà richiede generosità e “oblatività”.

• L’Accesso alle Dimore Eterne: L’ingresso nelle “dimore eterne” è garantito dall’aver usato ciò che si possiede secondo la logica dell’amore e della ca**tà.

5. La Scelta Radicale: Amministratori o Padroni

Il commento evidenzia la dicotomia fondamentale tra due modi di relazionarsi con i beni materiali, citando il Catechismo della Chiesa Cattolica.

• Amministratori della Provvidenza: La proprietà di un bene non rende padroni assoluti, ma “amministratori della provvidenza”, chiamati a una gestione responsabile.

• Disobbedire al Possesso: Per poter amare veramente è necessario “disobbedire al possesso”, ovvero non essere schiavi dei beni.

• L’Incompatibilità Fondamentale: Viene citata la successiva affermazione del Vangelo: “Non potete servire Dio e la ricchezza”. Se servire Dio significa amare, allora il denaro e ogni ricchezza devono essere sottomessi all’amore. Questa è la “buona amministrazione” lodata dal padrone.

6. La Conclusione Operativa: Vivere secondo la Generosità di Dio

Il messaggio finale del testo è una chiamata a conformare la propria vita alla logica di Dio.

• La Chiamata: L’invito è ad “amministrare secondo il cuore del Padre, a amministrare secondo la natura della generosità di Dio”.

• La Logica da Replicare: Poiché siamo oggetto dell’abbondanza di Dio (generosità, provvidenza, misericordia, pazienza), siamo chiamati ad amministrare ciò che abbiamo ricevuto con la stessa logica.

• I Poveri, “Portinai del Cielo”: Il commento si chiude con un’immagine potente: i poveri sono descritti come “i portinai del cielo”. Saranno loro a testimoniare a favore di chi li ha aiutati, dicendo: “sì, questo può entrare nel cielo perché mi ha usato misericordia, mi ha aiutato, ha usato i beni del Padre per provvedere alle mie necessità”.

Il commento di don Fabio per domenica prossima esplora una parabola evangelica che racconta di un amministratore infedele, il quale, di fronte alla revoca de...

14 SETTEMBRE 2025. ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE (ANNO C)  ORARIO SANTA MESSA:      SABATO ALLE ORE 18                  ...
13/09/2025

14 SETTEMBRE 2025. ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE (ANNO C)

ORARIO SANTA MESSA: SABATO ALLE ORE 18
DOMENICA ALLE ORE 10

Nell’umiliazione la gloria di Dio
di don Gianni Carozza
(FONTE: www.famigliacristiana.it )
(FONTE IMMAGINE: www.vaticannews.va/it )

E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna Giovanni 3,14

La festa dell’Esaltazione della Santa Croce è la contemplazione del mistero stesso della croce. Da strumento di supplizio e vergogna, per opera di Cristo essa è divenuta segno glorioso di salvezza e speranza. Nella liturgia, essa è proclamata “albero della vita”, “trono regale”, “gloria di Cristo”.

Il brano del Vangelo proclamato nella liturgia ci conduce nel cuore della notte, in un dialogo intimo tra Gesù e Nicodemo. Ed è proprio in quel colloquio notturno che Giovanni inserisce una delle sue affermazioni più luminose: «E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna». Gesù si riferisce a un episodio del libro dei Numeri (21,4-9): durante il cammino nel deserto, il popolo d’Israele viene morso da serpenti velenosi. Su indicazione del Signore, Mosè innalza un serpente di bronzo su un’asta, e chiunque lo guarda con fede viene guarito. Quel segno antico diventa, per il quarto evangelista, figura profetica della croce: è guardando al crocifisso che si riceve la salvezza, è credendo nel Figlio innalzato che si ottiene la vita eterna. I

ll verbo “innalzare” è carico di significato e particolarmente caro all’evangelista Giovanni. È un verbo a doppio senso: da un lato significa “esaltare”, “dare gloria”; dall’altro, più crudelmente, indica l'lnnalzamento fisico sulla croce. In Gesù questi due significati coincidono: essere crocifisso è, per lui, essere glorificato. Appeso al legno, Gesù è innalzato agli occhi del mondo e assunto nella gloria del Padre, perché lì si compie il suo amore fino alla fine (Giovanni 13,1). È proprio sulla croce che Cristo si rivela come Re, come Signore della vita, come colui che attira tutti a sé: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono» (8,28); «Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (12,32).

La croce non è un inciampo, ma il cuore stesso della rivelazione cristiana. È il trono del Re, l’inizio del suo regno, la manifestazione del volto misericordioso di Dio. La croce di Cristo segna il passaggio decisivo dalla legge alla grazia: non è più il rispetto esteriore dei precetti – rappresentato da Nicodemo – a salvare, ma la fede nell’amore crocifisso, che dona la vita. La croce è la nuova Pasqua, attraverso la quale Dio salva il mondo e inaugura la vita eterna. Tutto culmina nel versetto più celebre: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna ». Ecco perché si può esaltare la croce: non perché essa sia strumento di morte, ma perché è divenuta strumento di amore e di vita. Non è la sofferenza in sé ad essere celebrata, ma l’amore che nella sofferenza si dona. Innalzare la croce, allora, significa riconoscere in essa il segno più alto della gloria di Dio.

FESTIVITÀ LITURGICHE.
(FONTE: www.vaticannews.va/it )
ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE. 14 SETTEMBRE

Il 13 settembre 335 venne dedicata a Gerusalemme la chiesa della risurrezione e del Martyrium. Il giorno seguente con solenne cerimonia si fece l’ostensione della croce, che l’imperatrice Elena aveva ritrovato il 14 settembre 320. Nel 614, il re dei Persiani Cosroe II, mosse guerra ai Romani e dopo aver sconfitto Gerusalemme, portò via con sé, tra i tesori, anche la Croce di Gesù. Eraclio, imperatore bizantino, propose a Cosroe la pace, che venne però respinta: di fronte al diniego, mosse guerra e vinse presso Ninive, chiedendo la restituzione della Croce, che tornò a Gerusalemme. In questo giorno non si esalta la crudeltà della Croce, ma dell’Amore che Dio ha manifestato agli uomini accettando di morire in Croce: “Pur essendo Dio, Cristo umiliò se stesso facendosi servo. Questa è la gloria della Croce di Gesù!” (Papa Francesco).

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