La famiglia che si fregiò della signoria laertina in questo periodo fu quella sp****la dei D’Azzia, regnante fino al 1655. Solo qualche anno prima, nel 1650, l’evento che, secondo la tradizione popolare, manifestò la predilezione della Vergine per i laertini. E che proprio con uno dei marchesi D’Azzia, Giovanbattista, aveva a che fare. Raccontano le cronache, infatti, che nella primavera del 1650
nella Laterza “fedelissima” della pastorizia e dei soprusi baronali, un inconsueto clima rigido impediva il pascolo alle greggi di pecore. Fu l’umile pastore Paolo Tria, cui il D’Azzia aveva affidato il suo gregge, a pagarne le spese...
Era il 23 marzo 1650: ritenuto responsabile della morte di molte delle 7000 pecore del marchese e in preda alla disperazione, il pastore cercava vanamente nelle campagne vicine un pezzetto di terra libero dalla neve e dal gelo. Fino a quando, stremato, nei pressi della contrada san Francesco, si fermò all’ingresso di una grotta, quasi del tutto ostruito dai rovi. Si inginocchiò e pregò il Signore. Fu allora che il Cielo scese in terra e davanti ai suoi occhi si manifestò l’indicibile: una donna, con un bambino in braccio, gli apparve avvolta nella luce, suggerendogli di entrare nella grotta per cercare la sua effigie. La trovò, assolutamente somigliante a quella donna che gli era apparsa, dipinta sul muro di una parete rocciosa della chiesetta: era la Madonna. Qui le gambe cedettero. E la preghiera fu ascoltata: la Madre promise a Paolo che presto la neve si sarebbe sciolta e gli animali avrebbero trovato da mangiare. Il miracolo della vita si ripeteva. E, ancora una volta, era stata la semplicità di un umile a commuovere il Cielo e a sciogliere il cuore della Vergine. Come dei tanti fedeli che nei secoli, di generazione in generazione, si sono raccontati questa storia. Fino a metterla nero su bianco in un atto notarile del 1727, che ancora oggi si conserva nell’Archivio di Stato di Taranto, a firma del notaio Luca Antonio Parisi. Il legame profondo e privilegiato della Vergine Mater Domini con i laertini si riannoda poi in un altro episodio tramandato dalla devozione popolare. Il 9 e il 10 maggio 1650, la Mater Domini appare ad una donna, Giulia Dell’Aquila, costretta a letto per una grave infermità. A lei la Madre di Dio rivela la presenza della sua effigie nella grotta di santa Domenica, promettendo pace e consolazione a chiunque l’avesse adorata. Accorsero in tanti. E fu chiamato l’arciprete della cattedrale di Matera, che accertò i fatti e mise due sacerdoti a guardia della grotta, che fu consacrata. Negli anni successivi davvero non mancarono schiere di fedeli attirati dal richiamo di quell’immagine benedetta e miracolosa che mostrava il Figlio a tutta l’umanità. Il culto della Mater Domini si diffuse rapidamente. Tanto che l’11 maggio del 1727, a 77 anni dalle apparizioni, la Mater Domini fu eletta solennemente patrona di Laterza. E la piccola chiesa rupestre non fu più sufficiente ad accogliere tutti i devoti che si recavano in visita alla Madonna anche dalle zone limitrofe. Si apriva così un altro capitolo della devozione popolare. Che chiedeva adesso un luogo di culto più grande e commisurato alla fede del popolo mariano: il Santuario.