31/08/2026
CHI È DEPRESSO NON HA DIO?
Riflessione - Lunedì 31 agosto 2026
Qualche giorno fa, durante una conversazione, un pastore evangelico pentecostale che conosco e stimo ha pronunciato una frase che mi ha fatto molto riflettere: chi è depresso non ha Dio, perché se avesse Dio non sarebbe depresso.
Non scrivo queste parole per attaccare chi le ha pronunciate e nemmeno per creare una polemica tra cattolici ed evangelici.
Anzi, riconosco a questa persona fede, preparazione e amore per la Parola di Dio.
Ma proprio perché certe parole, soprattutto quando vengono dette da persone autorevoli, possono entrare profondamente nel cuore di chi ascolta, sentiamo il bisogno di fermarci a riflettere.
E su questa affermazione vogliamo essere molto chiari: Acqua Azzurra non è d'accordo.
La depressione, la tristezza profonda e le ferite che portiamo dentro non ci allontanano da Dio, non sono la prova della sua assenza e non dimostrano una mancanza di fede.
Non chiediamo a nessuno di crederci semplicemente perché lo diciamo noi, per questo apriamo insieme la Bibbia, dove incontriamo uomini che hanno amato profondamente il Signore e hanno attraversato momenti di grandissima sofferenza.
«Nel Salmo 42 leggiamo la domanda: perché ti rattristi, anima mia, perché ti agiti in me?»
Giobbe, schiacciato dal dolore, arriva a maledire il giorno della propria nascita e Geremia pronuncia parole altrettanto drammatiche.
Elia, stremato e solo nel deserto, si siede sotto una ginestra e dice al Signore che per lui ormai è abbastanza e gli chiede di prendere la sua vita.
Non possiamo fare diagnosi a uomini vissuti migliaia di anni fa e la Bibbia non ci dice che fossero clinicamente depressi.
Ci dice però una cosa fondamentale per questa nostra riflessione: erano uomini di Dio, hanno conosciuto una sofferenza interiore profondissima, eppure Dio non li ha mai abbandonati.
Pensiamo proprio a Elia. Dio non gli dice che è ridotto così perché non ha abbastanza fede. Prima gli concede riposo, gli dà da mangiare e da bere e poi, piano piano, con grande pazienza lo rimette in cammino.
Vedete quanta delicatezza c'è in questo comportamento di Dio? E quanto dovrebbe insegnarci quando ci troviamo davanti a una persona ferita.
Anche Gesù nel Getsemani dice che la sua anima è triste fino alla morte. Non stiamo dicendo che Gesù fosse depresso, stiamo dicendo qualcosa di molto più semplice: la sofferenza profonda non è il segno che Dio è assente.
C'è poi l'apostolo Paolo. Un uomo che aveva perseguitato la Chiesa, viene raggiunto da Cristo e la sua vita cambia del tutto.
Diventa uno dei più grandi annunciatori del Vangelo e Dio opera grandi cose attraverso di lui. Eppure Paolo parla di una misteriosa spina nella carne.
Non sappiamo con certezza cosa fosse e non abbiamo bisogno di saperlo, ma sappiamo che pregò tre volte il Signore perché quella spina fosse allontanata.
La risposta fu che gli bastava la grazia di Dio, perché la sua forza si manifesta pienamente proprio nella debolezza.
Dio non tolse quella spina, ma non tolse nemmeno la sua presenza dalla vita di Paolo.
A volte chiediamo al Signore di liberarci da qualcosa e la liberazione arriva subito.
Altre volte continuiamo a portare una prova che non riusciamo a comprendere fino in fondo. Ma il fatto che una sofferenza rimanga non significa che Dio se ne sia andato.
Gesù stesso chiama a sé chiunque sia stanco e oppresso per dare ristoro.
Non dice di andare da Lui soltanto quando saremo forti, sereni e senza problemi.
Chiama proprio chi è affaticato e non promette che nella nostra vita terrena non avremo mai nessun peso, ma ci assicura la sua vicinanza costante e un rifugio sicuro quando da soli non ce la facciamo più.
Ci sono persone che portano dentro ferite ricevute fin da bambini, come abbandoni, violenze, umiliazioni o grandi perdite.
Possiamo crescere, lavorare, costruire una famiglia, sorridere e andare avanti, eppure alcune ferite possono riaffiorare anche dopo molti anni.
A volte una ferita profonda assomiglia a una pallina da ping-pong tenuta sott'acqua con una mano: finché la teniamo giù sembra scomparsa, ma basta allentare un attimo la pressione ed eccola che torna a galla.
Una parola, un'immagine, un luogo o un ricordo possono riportare a galla qualcosa che pensavamo ormai superato.
Questo significa semplicemente che certe esperienze lasciano un segno profondo, e il cristianesimo ci consegna un'immagine straordinaria proprio sulle nostre cicatrici.
Gesù risorto appare ai discepoli con il suo corpo glorioso, ma porta ancora i segni della Passione e invita Tommaso a mettere il dito nel segno dei chiodi.
La Risurrezione non cancella la Passione come se non fosse mai accaduta.
Le ferite rimangono, ma non hanno più l'ultima parola. Forse anche noi dobbiamo smettere di pensare che Dio ci ami soltanto quando cancella ogni traccia del nostro passato.
NLe pagine dolorose rimangono nel libro della nostra vita, ma non sono più loro a decidere come andrà a finire.
La fede allora non significa per forza dire non soffro più, ma significa poter dire che anche se soffro ancora, oggi non porto più questo peso in solitudine.
Conosco molto bene la storia di una persona che ha portato per tanti anni le conseguenze di ferite subite durante l'infanzia.
Da giovane cominciò ad avere terribili incubi notturni e si svegliava urlando diverse volte nella notte.
Quegli incubi continuarono anche dopo il matrimonio, condizionando per anni la sua serenità e quella della famiglia.
Pregava e supplicava il Signore di liberarlo, e passarono moltissimi anni.
Poi una mattina, mentre faceva un gesto normalissimo della sua giornata, si accorse all'improvviso che da sei mesi non faceva più quei brutti sogni.
Erano trascorsi circa venticinque anni e da allora non sono mai più tornati.
Quella persona riconobbe in questo una grazia immensa, eppure non tutto il passato si cancellò magicamente.
Alcune conseguenze sono rimaste e ci sono ancora momenti di tristezza, ma quella persona continua a cercare Dio, a pregarlo e a servirlo.
Ha scoperto che Dio non gli ha regalato una vita priva di fatiche, ma gli ha fatto capire che non deve più affrontarle da solo.
Proviamo allora a porci una domanda: quando una persona incontra Dio, scompaiono forse in automatico tutte le malattie del corpo?
Scompare il diabete, un problema al cuore o un tumore? Sappiamo bene che moltissimi uomini e donne di grandissima fede hanno attraversato malattie pesanti.
Perché allora dovremmo usare un metro di giudizio diverso quando la sofferenza tocca la mente, le emozioni o le ferite interiori?
Pensiamo anche al dolore di un lutto. Una donna che perde il marito, o due genitori che perdono un figlio, dovrebbero forse smettere di piangere solo perché credono in Dio?
No, perché la fede non cancella l'amore, e proprio perché amiamo certe assenze continuano a bruciare dentro.
Dio entra in quel dolore per sostenerci e darci la forza di continuare a camminare, ma le nostre lacrime non sono mai la prova della sua assenza.
Se misurassimo la vicinanza di Dio dall'assenza di dolore, dovremmo pensare che Lui ami meno chi ha fame, chi non ha una casa o chi vive sotto le bombe di una guerra.
nvece Gesù si identifica proprio con chi soffre quando dice che ogni volta che abbiamo dato da mangiare, da bere o abbiamo visitato un malato, lo abbiamo fatto direttamente a Lui.
Se davanti a chi soffre non riusciamo a vedere Dio, forse dobbiamo educare meglio il nostro sguardo cristiano.
Per questo dobbiamo fare molta attenzione alle parole che usiamo.
Una frase detta con leggerezza può aggiungere un peso insopportabile a chi sta già portando una croce pesante.
Una persona che lotta con la depressione, sentendosi dire che chi ha Dio non soffre, potrebbe pensare che il Signore non la voglia o non la ascolti, finendo per scoraggiarsi del tutto.
Gesù non spezza una canna incrinata e non spegne una fiamma smorta.
Il nostro compito non è spingere chi è già fragile per vedere quanto resiste, ma imparare la stessa delicatezza di Cristo.
Non possiamo giudicare il cuore di un'altra persona né pensare che la sua preghiera sia vuota solo perché sta attraversando il buio.
A volte una delle preghiere più sincere che possiamo pronunciare è fatta solo di due semplici parole: Signore, aiutami.
Nel profondo del dolore la Parola ci assicura che una madre può anche dimenticarsi del proprio bambino, ma il Signore non ci dimenticherà mai.
Gesù ha promesso che sarà con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo: nei momenti pieni di gioia e in quelli carichi di pianto, quando preghiamo con entusiasmo e quando riusciamo soltanto a sussurrare il suo aiuto.
Se oggi stai attraversando un momento di depressione o una tristezza che toglie il respiro, non avere paura di chiedere tutto l'aiuto necessario, compreso quello dei medici. Chiedere aiuto non vuol dire avere meno fede.
La fede vera non si misura dai sorrisi che mostriamo agli altri, ma dal coraggio silenzioso con cui continuiamo a cercare Dio anche quando il buio non ci fa vedere la strada.
Ricordati che la nostra speranza non poggia sulla forza con cui noi stringiamo la mano di Dio, ma sulla certezza incrollabile che Lui non lascerà mai la nostra.
Sentirsi soli e sentirsi abbandonati da Dio non sono la stessa cosa.
Dio rimane accanto a noi anche nella notte più scura, e a volte credere significa solo riuscire a dire a bassa voce: Signore, oggi non riesco a sentirti, ma scelgo di fidarmi che sei qui con me.
Pace e Bene