28/08/2026
Diario di un’anima inquieta.
Pennellate di memoria e gratitudine per don Agostino Iovene
Francesco Ferrandino
Con la perdita di don Agostino Iovene, la nostra diocesi sembra aver salutato
definitivamente una generazione di sacerdoti: quelli “intramontabili” che
hanno segnato la vita ecclesiale e sociale della nostra isola per l’ultimo secolo.
Don Vincenzo, don Camillo, ora don Agostino. Figure che hanno cadenzato il passo della nostra Chiesa e che, senza volerlo, sono diventate parte dell’identità collettiva e comunitaria “oltre l’altare”. Don Agostino, poi, per incarichi ricoperti e per carattere, è stato ed è per tanti molto più che un “prete”.
L’attestazione, infatti, di affetto e riconoscenza giunta non solo dal mondo ecclesiale ma anche da quello laico (politico, culturale, scolastico, sportivo etc.) dice della sua poliedricità, della sua capacità in vita di parlare linguaggi differenti pur di far incontrare e di incontrare ancora il Mistero di Cristo incarnato.
Il ricordo, però, nel caso di un uomo che ha solcato l’onda della storia locale in un modo così trasversale, rischia di fermarsi alle opere (tante, numerosissime) che in qualche modo possono essere a lui ricondotte, dimenticando però che alla radice di gesti, parole, incontri o perfino scontri della vita di quest’uomo consacrato al Signore, c’è tutta l’intensitàdrammatica di un vissuto di fede fatto di continui interrogativi; una vita passata in ricerca senza la paura di vivere nuove e rinnovate crisi, consapevole dei passaggi pasquali che la vita nello
Spirito riserva a chi si incammina per questi sentieri interiori.
Parlare, infatti, del don Agostino “costruttore” (per la Parrocchia di Gesù Buon Pastore, per le opere realizzate a San Pietro) o del politico (l’impegno e la vicinanza al mondo della politica locale e regionale con l’allora “Democrazia Cristiana) o, ancora, del professore al liceo, dell’ideatore di manifestazioni o del parroco “di tutti, specie dei turisti”, o dell’uomo di curia (nei diversi incarichi), rischia di restituire da una parte tratti eroici di una vita zeppa di “ottimi risultati”, dall’altra di svuotare don Agostino dall’unica realtà che ha cercato con
tutto se stesso: il mistero della Trinità.
Andiamo a ritroso: negli ultimi momenti di vita, chiedendo di essere
accompagnato nella preghiera, si è accorto che tra le preghiere dette insieme alla sorella Emilia mancava proprio il Gloria al Padre.
L’ha proclamato, a mo’ di passaggio pasquale, sintesi della sua ricerca, come ultima preghiera. A questo dato dai tratti “agiografici” corrisponde lo sguardo retrospettivo che vorrei proporre: una vita intera esposto ai venti interiori pur di ascoltare ancora la voce del Mistero della Trinità. Una ricerca fatta di notti oscure la cui unica certezza restava nei tre pilastri riconducibili proprio agli amori bianchi di San Giovanni Bosco. Nelle tempeste, l’attaccamento verace a: Tabernacolo (l’Eucarestia), Rosario (la devozione mariana) e Pastorale (l’obbedienza al Vescovo). In questa cornice di significati, le pennellate di alcune notti, le più significative.
Sono le notti, le crisi, infatti, ad aver reso generativo quest’uomo. La prima, più profonda, quasi all’indomani della “nascita al presbiterato”. Erano gli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II. La formazione ricevuta nel seminario di Salerno rispondeva ancora ai canoni precedenti. La vita
presbiterale gli sembrava spaccata fra una vita di preghiera “del tempio” e una tutta “sociale”, che non trovavano vie di conciliazione. Davanti a questo primo
aut-aut, il bivio: o la vita eremitica per salvare il sacerdozio o la vita sociale per vivere da cristiano nel mondo. Sembrava non esserci nessuna sutura fra le due cose. Così la ricerca amatoriale, così la “bulimia” di testi per capire il Concilio.
Non bastava lo studio, il cuore davvero sembrava non reggere questo
cambiamento d’epoca. Quel ritiro, sotto consiglio di chi allora lo guidava, a Collevalenza, gli permise di entrare in contatto con un mondo nuovo: l’allora
teologo J. Ratzinger predicava alla fraternità di Comunione e Liberazione. Don Giussani e il suo carisma entrano nella notte di questo giovane prete e ne salvano il ministero. Cominciano così le “rivoluzioni” per quel Cristianesimo
Culturale che tanto l’ha ispirato e che tanto ha “portato frutti” nella vita
parrocchiale del Macello e, poi, con la Scuola per Operatori Pastorali, durante l’Episcopato di Mons. Strofaldi, per tutta la chiesa diocesana. Ancora, la cornice di “Settembre sul Sagrato” che ha lanciato il mondo della fede verso quello culturale sposando a pieno l’esigenza del mondo turistico: una vera e propria vetrina ecclesiale.
Il coraggio di “ripensarsi”, alla luce anche di tradimenti subiti nell’ambito
parrocchiale (proprio sul fronte economico), porteranno don Agostino ad una fortissima revisione di sé e della vita parrocchiale negli anni 2007-2011. Una crisi lunga, e per chi ne era immerso con lui, dai tratti quasi irrespirabili. Quella crisi ha visto tramontare la festa patronale di San Pietro e la stessa manifestazione da lui “battezzata”.
Ha visto,contemporaneamente, l’abbandono della talare (non per i tratti ideologici di cui si fa strumentalizzazione oggi di quest’abito), l’incontro con i missionari di Villaregia (2009) e la revisione della vita comunitaria tutta da orientare alla
carità: nella forma più urgente, materiale, e nel progettare una forma più stabile e duratura di realtà educativa. Comincia il lungo deserto per consegnare la comunità ad una nuova “terra promessa”: il centro pastorale.
Dopo questa revisione di sé e della comunità parrocchiale, la chiamata a un servizio scomodo: il tempo da Vicario Generale. Gli anni turbolenti di stretta collaborazione con il Vescovo Pietro hanno, di fatto, reciso don Agostino dal contesto di fraternità presbiterale (complice il suo carattere) rendendolo sempre più solo. Solo perché mai sceso a compromessi e nella lotta tra le “parti”.
L’attaccamento viscerale al Pastorale s’è fatto missione nel servizio a due
comunità ferite della nostra realtà diocesana. Gli anni 2015-17 intrisi di domande personali, di confronti accesi, di prime pagine sui giornali, finanche di minacce di morte, sono stati gli anni dell’ultima crisi “in campo”. Anni dove don Agostino ha rafforzato pubblicamente la devozione eucaristica e mariana certo, ma insieme alla forza della vita di preghiera ha lasciato che tutti potessero partecipare della profonda commozione e della marcata tristezza che lo abitavano. Frasi spezzate, commozione durante i canti, tratti personali meno “duri”. L’uomo si indebolisce e lascia trasparire il suo Gesù.
Si inaugura il centro pastorale, s’accompagna il vescovo Pietro nella visita pastorale alla diocesi, Paolo (oggi “don”) continua il suo cammino vocazionale fino al sacerdozio.
Superata la pandemia, il crollo nella visione globale di questo prete inquieto avviene il 22 maggio 2021, alla scoperta dolorosa dell’unione della nostra chiesa locale con quella puteolana. Da qui l’ultimo tratto della notte che l’ha accompagnato fino alla Pasqua scorsa del 9 agosto. Una chiamata fatta di profonde lotte interiori alla spoliazione di sé: l’uomo “combattivo”, vive l’ultima lotta, con sé. Lasciare in mano al Dio-Trinità la “sua” diocesi, la “sua” San Pietro,
la “sua” Cattedrale, la “sua” gente, i “suoi” figli è stato l’esodo più doloroso, immerso nel dolore non solo della condizione fisica ma della difficoltà ad “accettare” la realtà. E così la rabbia, e così la tristezza, e così la paura. Ha corso davvero il rischio di lasciare questa terra “tirato giù” nelle trappole che il nemico aveva preparato per lui. La dedizione totale dei familiari, di don Paolo, dei figli più intimi, ha circondato d’affetto l’ultima notte illuminandola. Così don Agostino ha varcato l’Eterno nella Pace. Pace sperimentata nell’abbandono confidente all’affetto e alla stima dei vescovi che ha servito, nella frequentazione costante ai sacramenti. Pace che s’è irradiata non solo sul suo volto (rimasto coerentemente sé stesso, con il suo sguardo simpaticamente
“arricciato”) ma nel cuore di tanti, specie di chi ha riconosciuto in lui un padre, un maestro, un amico.
Ogni crisi ha generato per don Agostino frutti. Correggo il tiro: ogni crisi di don Agostino ha generato per questa nostra Chiesa frutti. Frutti in termini di opere, ma in modo speciale in termini di generatività: uomini e donne rinati alla vita di fede attraverso la Riconciliazione; uomini e donne rinati alla vita vocazionale
perché accompagnati dalle domande di questo ministro di Dio verso scelte
radicali. Chi scrive, infatti, è l’ultimo figlio nel presbiterato. Forse il più
turbolento. Il più “dissimile” dai tratti più esteriori di quest’uomo. Il figlio atteso per oltre un mese a cui è stata data l’ultima notizia di bene. Alla fine di questa lunga notte durata quasi cinque anni dove don Agostino pur nutrendosi di Lui non sentiva più il Capo (così chiamava Dio), lo scorso 5 agosto, ultima volta che ci siamo visti in questa vita, mi ha attestato con lucidità disarmante: è tornato il
Capo, sono contento. È tornato ilCapo!
Grazie don Agostino di non aver mai avuto paura del dolore. Grazie del coraggio della solitudine e dell’incomprensione. Grazie del dono della tua intimità a noi tuoi figli. Grazie della tua generatività per la nostra Chiesa diocesana, certo, ma attraverso opere missionarie e “incontri turistici”, grazie del tuo ministero
volto a tutta la Chiesa di Dio-Trinità. Sant’Agostino, i “tuoi” San Pietro e San Giovan Giuseppe e l’amata Madre Celeste ti accolgono festanti nell’abbraccio
con Gesù Buon Pastore.
Il tuo “ultimo” figlio,
Francesco