Monaci Basiliani - Abbazia di San Nilo

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Monaci Basiliani - Abbazia di San Nilo I Monaci Basiliani sono monaci cattolici di rito bizantino, rappresentanti della chiesa italo-greca.

21/10/2026

21/10/26 Purgatorio - Canto I - Quel che Catone non sa - Angelo Maria Mangini
Ore 18:00

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07/10/2026

07/10/26 - Purgatorio - Dove l'umano spirito si purga, e di salire al cielo diventa degno - Padre Francesco de Feo
Ore 18:00

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24/09/2026

Seconda omelia (24 settembre 2026).

In questi giorni del nostro triduo, come sapete quelli che eravate ieri nella nostra preghiera vespertina, vi propongo di rileggere qualche aspetto della Regola Benedettina che è, come regola monastica ben radicata nella tradizione delle Chiese cristiane.

E dall’inizio vi citavo i testi di Basilio e di Nilo:
Per grazia di Dio ci siamo riuniti insieme, nel nome del Signore, noi che ci siamo proposti un unico e medesimo fine: la vita vissuta nella pietà. San Basilio il Grande

Il monaco è un angelo e la sua opera è misericordia, pace e sacrificio di lode. San Nilo da Rossano, il fondatore

Vi parlavo ieri di san Nilo nella sua affermazione: Il monaco è un angelo e la sua opera è misericordia, pace e sacrificio di lode. Vedevamo cosa vuol dire che il monaco è un angelo. Una volta qualcuno ha detto a un monaco: “Veramente voi monaci siete degli angeli”. E il monaco interrogato ha risposto al suo interlocutore: “Veramente! E lo saremo finché continueremo ad alzarci all’alba, malgrado delle volte sia molto difficile; finché continueremo a lodare il Signore ogni giorno, snodando, sgranando il Salterio; finché la gioia e il dolore dei Salmi ci porteranno accanto ai fratelli, per ridere con loro, per piangere con loro, per sostenere loro nelle sofferenze e nelle speranze”.

E prosegue san Nilo: “…e la sua opera (del monaco) è misericordia, pace e sacrificio di lode”. I Padri dicevano che il monaco “siede nella cella e tace”. E sicuramente non in un senso letterale -o non soltanto, benché delle volte fa molto bene sedere in cella e tacere, e il tacere riferito a quello che si dice e a quello che si ascolta…-. Il monaco è capace di essere sé stesso e in sé stesso e tacere, cioè non coinvolto in un vortice di parole, di commenti… E questo essere sé stesso e tacere, è valido anche per tutti i cristiani, a tutti noi vescovo, monaci, laici e laiche ci viene chiesto un saper stare con noi stessi e tacere.

Vi accennavo ieri come per san Benedetto tra tutte le forme di vita monastica "la migliore" è "quella dei cenobiti", di coloro che abitano in comunità. Per noi, monaci basiliani, questo abitare in comunità non è un luogo vago ed impreciso ma ha un volto concreto che è appunto Grottaferrata. In questa comunità noi siamo stati chiamati a vivere, chiamati dal Signore. La nostra è una vocazione nel senso più forte del termine, perché ci rimanda a Lui, a Cristo stesso che si è fatto uomo, che si è fatto uno di noi. Ricordate tanti esempi veterotestamentari di personaggi chiamati dal Signore: Adamo, Mosè, Samuele, Davide… fino a Giovanni Battista.

Chiamati a che cosa? A fare che cosa? “…e la sua opera è misericordia, pace e sacrificio di lode”. Chiamati, in comunità, ad agire nella misericordia, nello sguardo su noi stessi, sulla nostra comunità e sul nostro mondo con misericordia, con amore, amando e quindi impegnandoci in quello che abbiamo, nel dove siamo, ed anche nella storia in cui abbiamo vissuto e viviamo. La frase di san Nilo: “… e la sua opera è misericordia…”, suppone per noi un impegno di fedeltà quotidiana alla preghiera, alla vita fraterna, all’accoglienza delle persone che vengono al monastero per pregare, per ricevere i sacramenti, per trovare una persona fraterna ed amica che magari li ascolti o semplicemente asciughi le loro lacrime.

E per questo è importante anche il come riceviamo le persone, i fratelli che accorrono al monastero per trovare un volto, un sorriso, un orecchio aperto ed amico. Per questo è importante, per noi stessi e per Grottaferrata il cui volto le persone vedono in noi e attraverso di noi, il come ci presentiamo, dall’atteggiamento esterno e da quello interno di cui il primo è riflesso evidente e palese.

I monaci viviamo in comunità, e viviamo anche una dimensione di separazione “dal mondo” -si usa spesso questa espressione-, ma non estranei al mondo. San Benedetto nella sua Regola, san Nilo da quanto apprendiamo nella sua biografia, non pretende di fare del monaco un “isolato”, bensì un uomo di comunione. San Benedetto, concludendo l sua Regola, afferma: “Come c'è un cattivo zelo, pieno di amarezza, che separa da Dio e porta all'inferno, così ce n'è uno buono, che allontana dal peccato e conduce a Dio e alla vita eterna… cioè: si prevengano l'un l'altro nel rendersi onore; sopportino con grandissima pazienza le rispettive miserie fisiche e morali; nessuno cerchi il proprio vantaggio, ma piuttosto ciò che giudica utile per gli altri... non antepongano assolutamente nulla a Cristo, che ci conduca tutti insieme alla vita eterna”.

La separazione esteriore del monaco, il suo distacco dal mondo rispetto agli affari mondani, è quindi un simbolo tangibile di quella separazione dal mondo dal male e dalle sue seduzioni che ogni cristiano già compie al momento del proprio battesimo. Per questo motivo, il battesimo, la nascita del nuovo uomo, nato dallo Spirito, è la base sacramentale di ogni forma di vita monastica. Il monachesimo è, come dicono i Padri, un rinnovato "secondo battesimo". Così separandosi dal "principe di questo mondo", il monaco, come ogni cristiano, si dona completamente al vero Signore della creazione.

E di qua ne nasce un altro aspetto: quello comunitario, quello ecclesiale. Ogni vera partecipazione alla vita di amore divino avviene quindi nel cuore di quella comunità divino umana che è la Chiesa, che è la comunità monastica. Nel cuore della comunità sacramentale della Chiesa, l'uomo scopre il cammino che Dio, nel suo amore, ha usato per ve**re da noi, e attraverso la fede ripercorre questo cammino verso Dio.

Questa dimensione ecclesiale ci porta a una comunione piena con l’umanità. "Felice è il monaco che considera tutti gli uomini come 'dio' dopo Dio", afferma Evagrio Pontico. Questa antropologia veramente teologica o cristocentrica, la troviamo radicata nella Regola Benedettina in modo molto forte ed evidente. E san Benedetto lo fa vedere attraverso il ruolo centrale che lui dà alla preghiera con i Salmi. Letti e pregati, questi testi non sempre facili ma sempre belli e toccanti, in chiave cristologica ed antropologica, diventano la palestra -mi si permetta l’espressione- della preghiera del monaco, di qualsiasi cristiano.

Sulla preghiera, Evagrio Pontico, questo monaco della fine del IV secolo, afferma: "Se volete pregare, avete bisogno di Dio "che dà preghiera a chi prega". Perciò dovete invocare Lui dicendo: "Sia santificato il Tuo Nome, venga il Tuo Regno". Cioè, lo Spirito Santo e il Tuo Unigenito Figlio. Questo è ciò che Lui (il Signore) insegnò quando disse "adorare il Padre nello Spirito e nella Verità". La preghiera è un incontro con l'indissolubile mistero della Santissima Trinità: con il Padre attraverso il Figlio nello Spirito Santo.

La preghiera è il mistero di Dio rivelato nella sua creatura, che creò proprio per questo incontro immediato e amorevole "senza alcun intermediario". "Tu ci hai creati per Te, Signore, e i nostri cuori sono inquieti finché non riposano in Te", afferma sant’Agostino di Ippona. “Fatto per Te", poiché l'uomo è stato creato a "immagine di Dio", "irrequieto", poiché quell'immagine non è davvero se stessa finché non trova il suo archetipo divino, cioè Cristo stesso. L'uomo è stato creato per essere "faccia a faccia" con il suo Creatore e non trova riposo finché non raggiunge quell'obiettivo.

In questo secondo giorno di preparazione per la festa di san Nilo, vi lascio questa riflessione: “La nostra vita di preghiera quotidiana, come monaci, come laici e laiche cristiani, il nostro essere degli angeli, cioè degli annunciatori agli uomini dell’amore misericordioso di Dio, sgranando lentamente, amorevolmente il Salterio, il Cristo stesso di cui questo libro di preghiere cristiane è veramente sacramento, siamo portati ad essere “prossimo” di tanti uomini e donne che ci guardano, che sperano di noi uno sguardo, un atteggiamento veramente fraterno?”.

Che san Nilo, san Bartolomeo e san Benedetto, santi della stessa tradizione -latina? bizantina?-, semplicemente della stessa tradizione monastica cristiana, siano i nostri protettori ed intercessori per tutti noi, monaci laici, per Grottaferrata in questo momento benedetto della sua storia.

23/09/2026

Triduo per la festa di San Nilo
23, 24 e 25 settembre 2026

PRIMA OMELIA (23 settembre 2026).
Per grazia di Dio ci siamo riuniti insieme, nel nome del Signore, noi che ci siamo proposti un unico e medesimo fine: la vita vissuta nella pietà. San Basilio il Grande

Il monaco è un angelo e la sua opera è misericordia, pace e sacrificio di lode. San Nilo da Rossano, il fondatore

La festa di San Nilo, fondatore e padre del nostro monastero ci raduna in questi tre giorni di preparazione alla sua festa, per pregare, per appunto prepararci a vivere, nella gioia e nel ringraziamento, la memoria di colui che arrivò più di mille anni fa in questo posto e fondò un edificio -uso questa parola più in senso metaforico che reale- che divenne casa di Dio, casa dei fratelli, casa del popolo fedele che pregò e prega in questo luogo santo.

Quest’anno, il mio primo anno come esarca apostolico di Grottaferrata ed egumeno di questa nostra comunità, ho voluto essere io stesso a proporvi le riflessioni, le meditazioni in preparazione a due grandi nostre feste: quella del 22 agosto, la festa della Madre di Dio nella sua e nostra icona venerata da noi a Grottaferrata; e quella di questi giorni, la festa patronale di san Nilo. Del nostro santo fondatore, abbiamo la vita che è per tutti noi, monaci e laici, un esempio di vita monastica e di vita cristiana. E vi invito tutti, monaci e laici, a rileggere o leggere per prima volta, la vita di san Nilo, per scoprire o riscoprire tanti aspetti validi pienamente per tutti noi, cristiani del secolo XXI, come lo furono per quelli dell’undicesimo secolo, del dodicesimo secolo, del diciottesimo secolo appunto fino ai nostri giorni.

In questo triduo di settembre voglio proporvi di riflettere su alcuni aspetti della vita monastica, della vita cristiana -perché il monachesimo è, dovrebbe essere, vita cristiana vissuta fino in fondo-, presi dalla Regola di san Benedetto. Perché, come sapete, le mie origini come monaco sono quelle benedettine, nel monastero di Montserrat, nella Catalogna, in Spagna. Poi il Signore mi ha portato in diversi posti, con ministeri assai diversi. Però lo stampo come monaco rimane sempre, grazie a Dio.

Qualcuno potrebbe avere delle obiezioni dicendo che san Benedetto -e la sua Regola-, appartengono alla tradizione latina, e noi a Grottaferrata apparteniamo, a quella bizantina. Il monachesimo -o se volete il fenomeno “ascetico monastico”- nasce contemporaneamente in diverse Chiese cristiane già alla fine del III secolo e all’inizio del IV: in ambito siriaco, in ambito greco e cappadoce, in ambito egiziano copto, in ambito latino… Il monachesimo dall’inizio -e questo sarà un punto fermo nella mia riflessione di questi giorni- non ha una appartenenza confessionale (dire così è anacronico ma per poterci capire lo dico), neppure una unica appartenenza linguistica, geografica, ecclesiale, bensì è un fenomeno cristiano che cristallizza in diverse Chiese, ma che è veramente di tutti. Se questo è chiaro per tutti, o fosse chiaro per tutti, avremo risolto parecchi dei problemi sorti lungo la storia.

L’unicità del fenomeno monastico dalle origini ci fa vedere che non esiste un monachesimo bizantino, un altro latino, un altro copto e così via…, bensì esiste un monachesimo cristiano che mette radici culturali, liturgiche, ecclesiologiche in un mondo cristiano latino, bizantino greco, copto, siriaco…

Quindi mai e poi mai nessuna opposizione o contrapposizione, bensì una sinergia spirituale, teologica ed ecclesiale che va dal III-IV secolo fino al XXI secolo. Se questo per noi monaci, per voi laici è chiaro, la comunione ecclesiale è assicurata. Altrimenti possiamo cadere in un neo-manicheismo che distrugge la comunione tra le Chiese, tra le persone.

Quando in questi ultimi mesi mi hanno chiesto e mi chiedono: “voi a Grottaferrata che siete…; che tipo di monaci; a che ordine appartenete…”, e altre domande di questo genere, rispondo semplicemente e convinto: “siamo monaci”. La storia, la Chiesa stessa, ci ha dato un nome che ci dà una diciamo ubicazione canonica, nominale, ma siamo monaci, né più né meno. Quindi siamo uomini cristiani, battezzati, per prima cosa. Uomini di comunione, di preghiera e di fraternità.

Abbiamo certamente un punto di riferimento nella figura di san Nilo, e un riferimento che ci identifica e ci fa figli suoi, discepoli suoi. Ma san Nilo si inserisce in quale tradizione? In quella degli inizi del monachesimo: la ricerca di Dio, la fraternità nella comunità, l’accoglienza dell’altro, degli altri. Ricerca di Dio, fraternità, accoglienza, comunione.

Quindi vi propongo in questi tre giorni di meditare, di rileggere qualche aspetto della regola di san Benedetto, perché è un testo venerabile, antico, accolto in Occidente ed i Oriente -san Benedetto viene celebrato nel calendario bizantino, come è celebrato anche il suo biografo san Gregorio Magno, ed altri Padri della Chiesa latina (Ambrogio, Leone Magno..). quindi non opposizione, mai opposizione bensì piena comunione tra i cristiani, tra le Chiese cristiane.

E questo lo dico ai monaci, ed anche ai laici: siate sempre uomini e donne di comunione, di fraternità. Saremo esaminati di amore e di comunione. Evitiamo, noi monaci e voi laici, parole di amarezza, parole che dividono, parole che creano divario e non ponti.

Inoltre, vi propongo la Regola Benedettina perché come ben sappiamo il legame di san Nilo con i benedettini, sia in vita sua specialmente nel suo soggiorno a Montecassino, sia lungo la storia fino ai nostri giorni, è un legame ben stretto che ha dato sempre, allora ed oggi, speriamo nel Signore, ha dato buoni frutti. I monaci di Montecassino, ad esempio, quando accolsero Nilo di Rossano, credevano di vedere in loro Sant'Antonio il Grande o persino il loro stesso legislatore e maestro, San Benedetto!.

Qualche aspetto della vita del monaco, preso dalla Regola Benedettina che vorrei sottolineare oggi e nei prossimi due giorni.

Tra le varie forme di vita monastica dell'epoca, San Benedetto ne riconosce valide solo due: quella dei cenobiti, che abitano in comunità condividendo la preghiera, i pasti, la vita fraterna, e per i quali Benedetto scrive la sua Regola, e poi quella degli eremiti. Costoro, gli eremiti, Benedetto li considera come un tipo di monaci seri, validi, ma come mettendoli in guardia e mettendoci in guardia dice: “…non per il fervore novizio della vita monastica, ma per una lunga prova nel monastero, hanno imparato a combattere contro il diavolo, una volta addestrati con l'aiuto di molti, e, ben addestrati tra i fratelli per il combattimento solitario nel deserto…, sono sufficienti con l'aiuto di Dio a combattere i vizi della carne e dei pensieri".

Quindi, l’importanza nella vita monastica -e nella vita cristiana in genere-, dei fratelli, degli altri che, per Benedetto, non saranno mai un peso bensì sacramento di Colui, Cristo, che ci ha chiamati a seguirlo. San Benedetto nella sua Regola dà un’importanza fondamentale alla comunione fraterna, alla comunione, alla appartenenza alla comunità monastica.

Esorto i monaci e i laici con insistenza in questi giorni in cui ci prepariamo alla festa di San Nilo e in ogni momento della nostra vita monastica e cristiana, ad essere fermenti di fraternità, di comunione. A non rovinare la nostra e la vita degli altri con atteggiamenti, parole, gesti divisori.

In fondo, quando san Nilo dirà: “Il monaco è un angelo e la sua opera è misericordia, pace e sacrificio di lode”, si situa in questa prospettiva direi molto benedettina. E per ché Nilo dirà che il monaco è un angelo? Perché è in contemplazione costante, perenne? Perché il suo sguardo è soltanto in alto? No, carissimi, il monaco è un angelo perché annuncia la presenza, l’incarnazione del Signore nella sua e la nostra vita.

San Benedetto, nel capitolo IV della sua Regola, in cui tratta degli strumenti delle buone opere, cioè quegli strumenti che fanno del monaco – aggiungo di ogni cristiano- qualcuno capace di vivere in comunità ed in comunione, afferma: “Prima di tutto amare il Signore Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze; poi il prossimo come sé stesso”. Quindi un programma veramente cristiano. E prosegue: “…non uccidere, …non rubare…, onorare tutti gli uomini…, soccorrere i poveri, vestire gli ignudi, visitare gli infermi…, alleviare tutte le sofferenze, consolare quelli che sono nell'afflizione…, riporre in Dio la propria speranza…, spezzare subito in Cristo tutti i cattivi pensieri che ci sorgono in cuore e manifestarli al padre spirituale…, guardarsi dai discorsi cattivi o sconvenienti…, nell'eventualità di un contrasto con un fratello, stabilire la pace prima del tramonto del sole…, e non disperare mai della misericordia di Dio”.

Un programma di vita cristiana e monastica che sicuramente san Nilo, nel suo soggiorno a Montecassino, ha conosciuto e ha fatto suo.

Vi lascio quindi con questo pensiero affinché lo meditate anche voi in questi giorni: cosa chiedono da noi oggi san Benedetto, san Nilo, cosa chiede oggi da noi monaci di Grottaferrata la Chiesa che si affida a noi come uomini di preghiera, di accoglienza e di comunione.

14/09/2026

ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE NELLA TRADIZIONE BIZANTINA
Oggi l’argilla della nostra umanità è innalzata nei cieli.
+P. Manuel Nin Esarca Apostolico Grottaferrata

La festa dell’Esaltazione della Santa Croce il 14 di settembre, è la seconda grande festa dell’anno liturgico bizantino, dopo quella della Natività della Madre di Dio il giorno 8 dello stesso mese. La liturgia bizantina celebra la croce di Cristo come luogo della sua vittoria sul peccato e sulla morte, luogo di salvezza, luogo dove il Signore innalzato in essa ci porta tutti, assieme a Lui, al suo Regno. Nei tropari della festa dell’Esaltazione della Santa Croce troviamo tanti riferimenti veterotestamentari visti, cantati e celebrati come prefigurazione della redenzione portata a termine dal Signore nella sua croce. “Tendendo le mani in alto e mettendo in rotta Amalek, il tiranno, Mosè ha prefigurato te, o croce preziosa, vanto dei credenti, sostegno dei martiri lottatori, decoro degli apostoli…, per questo, vedendoti innalzata, la creazione gioisce e fa festa, glorificando il Cristo… Tracciando una croce, Mosè, col bastone verticale, divise il Mar Rosso…, poi lo riunì su se stesso con frastuono… disegnando, orizzontalmente, l’arma invincibile… Mosè pose su una colonna il rimedio che salvava dal morso velenoso e distruttore… e con questo trionfò del flagello”.

La liturgia bizantina, inoltre, si trattiene a sottolineare il parallelo e la continuità tra l’albero del paradiso e l’albero della croce. Nel luogo dove avvenne la caduta del primo Adamo, avviene l’innalzamento del nuovo Adamo e la nostra redenzione: “Dopo la tremenda caduta nel paradiso per l’amaro consiglio dell’omicida sul Calvario tu mi hai rialzato o Cristo, riparando con l’albero la maledizione dell’albero… Venite, genti tutte, adoriamo il legno benedetto… poiché colui che con l’albero ha ingannato il progenitore Adamo, viene adescato dalla croce… poiché con un albero bisognava risanare l’albero, e con la passione dell’impassibile distruggere nell’albero le passioni del condannato”.

Nella festa odierna la croce viene innalzata, esposta e venerata durante la celebrazione liturgica, ed esposta in mezzo alla chiesa, che diventa nuovo paradiso, non luogo di condanna ma di salvezza: “In mezzo all’Eden, un albero fece fiorire la morte; in mezzo alla terra, un albero fece germogliare la vita; per aver gustato del primo, da incorruttibili, siamo divenuti corruttibili, ma, giunti in possesso del secondo, abbiamo goduto dell’incorruttibilità: con la croce, infatti, Cristo ha salvato il genere umano”. Il parallelo, il contrasto e allo stesso tempo l’avvicendamento tra l’immagine dei due alberi, mette in luce anche i due frutti che da essi germogliano: quello della condanna nel primo, e Colui che è la vera vite e la vera vita nel secondo: “O straordinario prodigio! La croce che ha portato l’Altissimo, quale grappolo pieno di vita, si mostra oggi elevata da terra: per essa siamo stati tutti attratti a Dio, e la morte è stata del tutto inghiottita. O albero immacolato, per il quale gustiamo il cibo immortale dell’Eden, dando gloria a Cristo!”.

Con delle bellissime immagini poetiche e allo stesso tempo profondamente teologiche, alcuni dei testi liturgici collegano nella croce tutto il mistero pasquale di Cristo, la sua morte, la sua risurrezione e la sua ascensione ai cieli: “Oggi la pianta della vita sorgendo dai penetrali della terra, conferma la risurrezione del Cristo in essa confitto; e, innalzata da mani consacrate, annuncia la sua ascensione ai cieli, grazie alla quale la nostra argilla, risollevata dalla terra su cui era caduta, ha la cittadinanza nei cieli… Signore, che sulla croce sei stato innalzato, e che per essa ci hai innalzati con te, rendi degni quelli che ti cantano, della gioia del cielo”. La croce come luogo di vittoria, la croce innalzata come professione di fede cristiana: “Vedrete la vostra vita appesa davanti ai vostri occhi. Oggi la croce è innalzata, e il mondo è liberato dall’inganno. Oggi si inaugura la risurrezione di Cristo, ed esultano i confini della terra… Hai operato la salvezza in mezzo alla terra, o Dio, con la croce e la risurrezione…”.

La croce infine è anche il luogo dove il buon pastore carica sulle sue spalle la pecora smarrita e la riconduce all’ovile: “Hai sollevato sulle spalle, o Salvatore, la pecora smarrita, l’hai condotta al Padre tuo con la tua croce venerabile e vivificante, e l’hai annoverata tra gli angeli, nello Spirito divino: perché tu hai contrapposto albero ad albero, o Cristo, e noi ora innalzandolo con fede glorifichiamo te, che su di esso sei stato innalzato e con esso hai innalzato noi”.

La croce vittoriosa quindi, piantata, esaltata nel bel mezzo della Chiesa come luogo della celebrazione liturgica e come comunità dei redenti, che diventa l’Eden riaperto alla salvezza ed alla vita. Diventa anche luogo di pace e di piena comunione tra i battezzati. Nella tradizione bizantina, ogni giorno, al mattutino, al vespro e nella celebrazione della Divina Liturgia la Chiesa prega “per la pace del mondo intero…”, affinché la preghiera per la pace sia sempre presente nella liturgia della Chiesa, che prega affinchè il Signore semini nel mondo la sua pace. La Croce come luogo di vittoria sul peccato e sulla morte e anche sulla guerra. Una vittoria scaturita dalla riconciliazione e dalla pace, che ha la Croce di Cristo e la nostra come unico stendardo, unico baluardo, senza vincitori e vinti, senza sconfitti e vincenti, fratelli tutti in Cristo Signore che nella e dalla Croce ha perdonato i suoi crocifissori ed in essa e per essa ha vinto.

08/09/2026

L'8 settembre la festa della nascita di Maria. I "titoli" della Madre di Dio nella tradizione bizantina.
Sua Eccellenza Manuel Nin, Esarca Apostolico del Monastero Esarchico di Santa Maria di Grottaferrata.

La tradizione bizantina inizia il ciclo o l’anno liturgico il giorno 1° settembre e la prima delle grandi feste la troviamo il giorno 8 dello stesso mese con la Natività della Madre di Dio. I tropari (brevi canti o preghiere ritmiche della liturgia bizantina che esprimono il mistero della festa o del santo celebrato nel giorno, ndr) della liturgia di questo giorno sono un intreccio di citazioni bibliche veterotestamentarie di cui i teologi poeti che ne sono gli autori fanno una lettura e una esegesi di carattere cristologico e quindi mariologico. Ad una prima lettura colpisce la quantità di titoli dati a Maria in questa festa. Un primo esempio è un tropario del giorno 7 settembre, vigilia della festa, in cui si raccolgono una dozzina di titoli presi da una altrettanto abbondante lista di citazioni del libro dell’Esodo, dei profeti e dei salmi: «Gioisci, ricapitolazione dei mortali; gioisci, tempio del Signore; gioisci, monte santo; gioisci, mensa divina; gioisci, candelabro tutto luminoso; gioisci, vanto dei veri credenti, o venerabile; gioisci, Maria, Madre del Cristo Dio; gioisci, tutta immacolata; gioisci, trono di fuoco; gioisci, dimora; gioisci, roveto incombusto; gioisci, speranza di tutti».
Un altro dei titoli dati a Maria che la liturgia della festa mette in evidenza è quello di “cielo e trono di Dio”: «Oggi Dio, che riposa sui troni spirituali, si è apprestato sulla terra un trono santo; colui che ha consolidati i cieli con sapienza, nel suo amore per gli uomini si è preparato un cielo vivente: perché da sterile radice ha fatto germogliare per noi, come pianta portatrice di vita, la Madre sua... Esulti il cielo, si allieti la terra, perché è stato partorito sulla terra il cielo di Dio: la sposa di Dio, secondo la promessa. La sterile allatta Maria bambina, e Gioacchino gioisce per questo parto, dicendo: Mi è stato partorito il virgulto dal quale il fiore, Cristo, è germogliato dalla radice di Davide. O prodigio veramente straordinario!». Maria è anche presentata come la pianta che porta la vita, da cui germoglia Cristo. Notiamo anche il titolo “sposa di Dio”, che sarà presente in tanti testi della tradizione bizantina.
Un altro dei titoli dati a Maria che troviamo ripetutamente presente nella celebrazione odierna è quello di “porta”, che scopriamo a partire dalla lettura cristologica del testo di Ezechiele 44, 1ss. «Questo è il giorno del Signore, esultate, popoli: poiché ecco, il talamo della luce, il libro del Verbo della vita, è uscito dal grembo; la porta che guarda a oriente è stata generata, e attende l’ingresso del sommo sacerdote, lei che introduce nel mondo, sola, il solo Cristo, per la salvezza delle anime nostre».
Notiamo come l’incarnazione del Verbo di Dio porta anche a dare a Maria il titolo di “Libro del Verbo”, perché in essa è stato “scritto” Colui che è la Parola, ed essa ha partorito nella carne il Verbo, il Creatore dell’universo: «...risplende Maria, che ha partorito nella carne il Dio dell’universo, da grembo senza seme, oltre la natura: unica porta dell’Unigenito Figlio di Dio, che attraversandola l’ha custodita chiusa, e tutto disponendo con sapienza come egli sa, per tutti gli uomini ha operato la salvezza».
La porta attraversata dal Signore e rimasta chiusa, è prefigurazione e tipo della verginità perpetua di Maria: «Il profeta ha chiamato la santa Vergine porta invalicabile, custodita per il solo Dio nostro: per essa è passato il Signore, da essa procede l’Altissimo e la lascia sigillata, liberando la nostra vita dalla corruzione».
Uno dei tropari del mattutino della festa collega quattro citazioni veterotestamentarie che la tradizione dei Padri ha sempre letto in connessione con l’incarnazione, e ne fa un tropario che diventa quasi una professione di fede nell’incarnazione del Verbo di Dio, cantata e celebrata in forma poetica: «Monte, porta celeste e scala spirituale ti ha divinamente profetizzata il sacro coro: poiché da te è stata tagliata la pietra non toccata da strumento umano; e sei chiamata anche porta per la quale è passato il Signore dei prodigi Dio dei padri nostri».
I testi della liturgia odierna fanno accenno ancora alle figure di Gioacchino ed Anna, genitori della Madre di Dio. Due tropari dell’ufficiatura del mattutino, opera di Romano il Melode (+555), che è uno dei più grandi innografi della tradizione bizantina, accostano in modo poetico e teologico allo stesso tempo la figure dei genitori di Maria con Adamo ed Eva da una parte, e dall’altra la preghiera insistente di Gioacchino e la sterilità di Anna offerte al Signore: «Gioacchino e Anna sono stati liberati dall’obbrobrio della sterilità, e Adamo ed Eva dalla corruzione della morte, o immacolata, nella tua santa natività: anche il tuo popolo la festeggia, riscattato dalla pena dovuta alle nostre colpe... La preghiera e il gemito di Gioacchino e Anna per la loro sterilità e mancanza di prole, sono giunti accetti alle orecchie del Signore, ed essi hanno prodotto al mondo un frutto portatore di vita; l’uno compiva sul monte la sua preghiera, e l’altra portava il suo obbrobrio in un giardino: ma con gioia la sterile partorisce la Madre di Dio, la nutrice della nostra vita».

21/08/2026

Terza omelia (21 agosto 2026).



Ὑπὸ τὴν σὴν εὐσπλαγχνίαν, καταφεύγομεν, Θεοτόκε, τὰς ἡμῶν ἱκεσίας, μὴ παρίδῃς ἐν περιστάσει, ἀλλ' ἐκ κινδύνων λύτρωσαι ἡμᾶς, μόνη Ἁγνή, μόνη εὐλογημένη.



Sub tuum praesidium confugimus, Sancta Dei Genitrix. Nostras deprecationes ne despicias in necessitatibus nostris, sed a periculis cunctis libera nos semper, Virgo gloriosa et benedicta.



Sotto la tua tenera compassione ci rifugiamo, o Madre di Dio: nell'angustia non disprezzare le nostre suppliche, ma liberaci dai pericoli, o sola pura, sola benedetta.



Carissimi padri fratelli e sorelle,

radunati questa sera al tramonto del sole, radunati per ringraziare il Signore perché Lui è sempre per noi quella Luce gioiosa della Santa gloria del Padre, come abbiamo cantato adesso poco fa e come cantiamo ogni sera in questa nostra e vostra chiesa di Grottaferrata, siamo pieni di gioia perché Lui il Signore nella Sua grande misericordia ci concede un'altra volta, un altro anno di celebrare la nostra festa a Grottaferrata.



Questa festa della Madre di Dio che noi veneriamo nella sua bellissima icona, antica ma bellissima, che raccoglie tutte le nostre speranze, le nostre preghiere, le nostre angosce, le nostre tribolazioni e le presenta a Cristo suo Figlio. Questa icona che raccoglie tutta la vostra, la nostra storia, storia che conoscete meglio di nessun altro, perché la storia, la nostra storia siete voi.



Questo è il terzo giorno del triduo ed anche all'inizio solenne della festa, e seguendo il ritmo di questi giorni, vi propongo di continuare e concludere la nostra riflessione a partire dalla preghiera alla Madre di Dio che vi ho proposto in questi giorni.
… ma liberaci dai pericoli, o sola pura, sola benedetta.

Arriviamo oggi al terzo giorno di preghiera, a Grottaferrata, preghiera al Signore per intercessione di santa Maria, la Madre di Dio, che veneriamo in questa nostra bellissima icona a Grottaferrata.



Nei due giorni precedenti ho voluto, con voi, riflettere cosa volesse dire, supporre, per noi questa antica preghiera mariana. Cosa può significare per noi accorrere, porgerci sotto le ali della protezione materna di Maria, la Madre di Dio. E cosa volesse dire ciò per noi a Grottaferrata, oggi, nel nostro momento attuale, nella storia nostra oggi, senza rimpianti di un passato che è passato, e senza farneticazioni su un futuro o un presente che ognuno potrebbe costruirsi da solo, nel proprio immaginario.



Oggi, per noi in questo luogo santo dove monaci e popolo ci sappiamo amati e protetti dalla Madre del Salvatore. Vi proponevo, a voi monaci e a voi fedeli, di vedere Grottaferrata come luogo di accoglienza. Poi, Grottaferrata come luogo dove vi sentite accolti tutti quelli che ogni giorno, ogni domenica, una volta all’anno forse venite a pregare, magari a piangere tante sofferenze e tanti peccati forse, ma dove vi sentite accolti dal Signore -che nella preghiera e nei sacramenti viene al nostro incontro-, dalla Madre di Dio -che dal trono della sua icona ci guarda, ci rasserena, ci mostra Cristo suo Figlio, dalla comunità dei monaci -che sono sacramento dell’incontro, del perdono e della grazia che vengono dal Signore. E questo è impegnativo ed anche bello.



Inoltre, uomini e donne di fede, di speranza e di carità. Che confessiamo Cristo e il suo vangelo. Che viviamo il momento e la storia con speranza, sicuri che il Signore portandoci qua ha voluto e vuole qualcosa da noi, da Grottaferrata oggi. Che sappiamo che è l’amore, ed unicamente l’amore, la carità, il rispetto di noi stessi e dell’altro, che ci fa camminare.



Quella della Madre di Dio e un’icona che unisce tutti, vescovo, monaci, fedeli di Grottaferrata che amate, che venerate, che conoscete questo luogo santo e la sua storia. In questi giorni, e in tutti i giorni dell’anno, l’abbiamo invocata come Madre di Dio, come nostra protezione, come colei che presenta a Cristo Signore, suo Figlio, le nostre necessità.



E oggi concludiamo questo nostro percorso col terzo versetto della preghiera che ci ha accompagnato questi giorni: … ma liberaci dai pericoli, o sola pura, sola benedetta.
Dai pericoli liberaci… Perché Maria viene da noi invocata come colei che ci libera dai pericoli? Il nostro Redentore è Cristo Signore certamente, Lui è il nostro Liberatore. Ma Maria è colei che ci fa presente il volto umano, l’umanità vera del Signore, ci fa presente la dimensione di accoglienza che l’unico Salvatore fa delle nostre preghiere.



Pregare davanti all’icona della Madre di Dio manifesta la nostra consapevolezza, la nostra fede in Colui che dallo Spirito Santo e dalla Vergine Maria si è fatto uomo.



… ma liberaci dai pericoli… o sola pura, sola benedetta. μόνη Ἁγνή, μόνη εὐλογημένη.



Possiamo dire di Maria che è l’unica pura, benedetta, certamente perché lei ha detto il suo “sì”, il suo amin al Signore quando l’ha chiamata. E per questo il Signore stesso l’ha coperta con la sua ombra, l’ha santificata in tutta la Sua pienezza.



Possiamo dire della Chiesa stessa, che è l’unica pura, benedetta, santa, certamente perché anche la Chiesa ha detto il suo “sì”, il suo amen al Signore quando ogni giorno la chiama, la santifica. E per questo il Signore stesso l’ha coperta con la sua ombra, l’ha santificata in tutta la Sua pienezza.



Infine, possiamo dire di ognuno di noi che siamo l’unica pura, benedetta, certamente perché ogni giorno cerchiamo di dire e dare il nostro “sì”, il nostro amen al Signore quando ci chiama. E per questo il Signore stesso ci copre con la sua ombra, ci santifica in tutta la Sua pienezza.



Carissimi, in questi giorni, venendo nella nostra e vostra chiesa a pregare con i monaci, a pregare tutti insieme, vi esortavo –e l’ho fatto convinto tutti i tre giorni-, a vedere Grottaferrata come un luogo santo, un luogo dove siete accolti dal Signore -e accolti vuol dire amati, guardati, ascoltati-, da Maria la Madre di Dio e dai monaci. Accolti, guariti, redenti dal Signore. Che ci chiede, diciamo in contraccambio, soltanto una cosa: “amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati”, cioè siate uomini e donne di Vangelo, di comunione e mai di divisione. San Giovanni della Croce diceva: “Alla fine della vita saremo esaminati di amore”. Non pretendo di essere il santo spagnolo del sedicesimo secolo, ma mi permetto di dirvi e di proporvi: “Alla fine della vita saremo esaminati di comunione”.



Che la celebrazione della traslazione della nostra icona anche quest’anno sia un momento di benedizione per la nostra comunità, per questo nostro monastero, per le nostre famiglie, per ognuno di noi. Chiedendo al Signore, per intercessione della Madre di Dio, che ci faccia uomini e donne di comunione e mai di divisione. Uomini e donne di fede, di speranza e di carità.

Indirizzo

Corso Del Popolo, 128
Grottaferrata
00046

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