19/01/2026
𝓐𝓵𝓵𝓪 𝓼𝓬𝓸𝓹𝓮𝓻𝓽𝓪 𝓭𝓮𝓲 𝓝𝓸𝓼𝓽𝓻𝓲 𝓣𝓮𝓼𝓸𝓻𝓲
𝐈𝐥 𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐟𝐮𝐨𝐜𝐨 𝐝𝐢 𝐒𝐚𝐧𝐭’𝐀𝐧𝐭𝐨𝐧𝐢𝐨
Il 17 gennaio si svolge il tradizionale “fuocarazzo e Sant’Antuono”: nelle nostre campagne, dove un tempo si allevavano gli animali, sono accesi falò in onore di Sant’Antonio Abate. Com’è ben noto, il nome del santo è anche associato alla dolorosa malattia detta “fuoco di Sant’Antonio”. Ma perché queste associazioni col nome del Santo?
Sant’Antonio Abate nacque intorno al 250 in Egitto; rimasto orfano, vendette tutti i suoi beni e si diede a una vita eremitica, dedicata alla preghiera, alla contemplazione e alla conoscenza della Parola di Dio. Non sembra dunque esserci alcun legame col “fuocarazzo” né con la malattia. L’origine delle associazioni nasce invece intorno al 1095, quando viene fondato in Francia l’ordine religioso di cavalieri detti Antoniani. Essi accoglievano e curavano gli ammalati, tra cui quelli affetti da herpes zoster, il “fuoco di Sant’Antonio” appunto, e in cambio avevano il privilegio di fare pascolare liberamente i loro maiali nel terreno comune.
La devozione per il Santo presso la Chiesa di Santa Sofia era testimoniata da un antico altare a lui intitolato, fatto realizzare prima del 1542 da Carlo Basile e poi di titolarità di Cesare Basile (1607). L’altare, che prevedeva anche una “comoda sepoltura”, era di giuspatronato della famiglia Basile, da cui discese anche il noto sacerdote giuglianese Agostino Basile. Esso fu rimosso nel corso della prima metà del Seicento a seguito della realizzazione delle cappelle laterali della navata.
A memoria dell’antica devozione per il Santo, però, la Chiesa Collegiata di Santa Sofia custodisce un dipinto cinquecentesco di Sant’Antonio Abate, realizzato con la tecnica di olio su tavola. Il quadro (2,5x1,5 m) è posto in controfacciata, nei pressi di dov’era un tempo l’omonimo altare. Nonostante l’usura del tempo, sono chiaramente distinguibili la posa e il volto del santo barbuto, che con la mano destra sorregge un bastone con un campanellino e con la sinistra mantiene un libro.
Proprio la scritta che si legge sulle pagine del libro lancia ai fedeli il messaggio di quale sia il vero “fuoco” che nasce dalla testimonianza del Santo. La scritta recita “No(n) est hic locus quietus in quo possimus salvare animas nostras”, un pensiero del santo eremita che invita i fedeli a guardarsi dai pericoli di una vita mondana: un messaggio ancora molto attuale, se solo troviamo il coraggio di “accendere questo fuoco”!
(Tratto da “La Genesi della Collegiata di Santa Sofia”, L. Ronca, F. Vasca, A. Nardelli, fotografie di G. Vista, disegno di copertina di A. Pianese, Claudio Editore, 2025.)