26/04/2026
Questa quarta domenica di Pasqua è caratterizzata da quest'immagine, l'immagine del buon pastore, del pastore bello delle pecore. Siamo in qualche modo, dall'Evangelista, catapultati dentro una scena quotidiana che era tipica dei tempi di Gesù. Quelli che ascoltavano il Signore, in qualche modo, sapevano riconoscere dietro queste parole la stessa immagine.
Cosa accadeva? La sera i pastori raccoglievano i greggi in un unico recinto. Più pastori, un unico recinto. E solitamente il recinto non aveva una copertura. Era soltanto per proteggere le pecore da assalti di animali. E c'era un'apertura che permetteva l'ingresso e l'uscita delle pecore dal recinto. Era il guardiano, uno dei pastori che a turno, durante la notte, vegliava, che si metteva lì, sulla porta del recinto, per evitare che entrassero da quella porta gli animali selvatici che potessero, in qualche modo, sbranare le pecore.
La mattina, ogni pastore si alzava e, con un fischio, chiamava le sue pecore. Erano le pecore che riconoscevano il fischio del pastore. E quelle greggi che si erano riunite in un unico recinto, si dividevano poi per ogni pastore.
Ecco, Gesù utilizza questa metafora per dire qualcosa di significativo anche per noi oggi. La pagina è molto lunga, abbiamo ascoltato i primi dieci versetti del capitolo decimo del Vangelo di Giovanni, ma delle tante cose che sono scritte nel testo ne sottolineiamo soltanto tre, lasciando poi la meditazione ulteriore del brano del Vangelo a ciascuno.
L'immagine è semplice, ma porta delle verità profonde. Innanzitutto, dice il testo che il pastore chiama le sue pecore per nome. Non è soltanto un fischio che le porta a riconoscere, ma in modo straordinario ci dice che il pastore riconosce le pecore, una per una. Non in modo generico, non si tratta di grandi numeri o di categorie. Ci chiama per nome perché riconosce la nostra verità, la nostra verità più profonda. Ci chiama non con i nostri titoli, perché davanti a Dio non ci sono titoli. Noi non siamo davanti a Dio il signor o la signora, il don o l'eccellenza, il generale o il soldato. Davanti a Dio noi abbiamo semplicemente il nostro nome, il nostro n**o nome.
Questa cosa è nello stesso tempo consolante e impegnativa. È consolante perché è bello sapere che il Signore ci conosce, che ci ama così come si ama nella nostra verità, senza la necessità di doverci in qualche modo nascondere. Ma è nello stesso tempo anche impegnativa perché non nascondersi dietro le maschere significa accettare anche le nostre debolezze, le nostre fragilità. Significa accettare che la nostra autenticità sia anche sporcata da un peccato che il Signore della misericordia può in qualche modo accogliere e trasformare.
Poi c'è un secondo aspetto che dice il testo. Dice che il pastore guida le pecore fuori. Anzi, la traduzione esatta che in qualche modo è stata messa in luce nel brano che abbiamo ascoltato oggi dice: le costringe ad uscire, le caccia fuori dal recinto.
Quest'immagine ci sorprende, sembra poco appartenere alla nostra relazione con Dio. Siamo abituati infatti nella relazione con Dio a cercare sicurezze, stabilità, protezione. Per noi Dio è quello che in qualche modo ci coccola, un po' come fa una madre o un padre con il bambino piccolo. E siamo poco abituati a quest'altra immagine che invece, ad esempio, appartiene soprattutto agli uccelli che spingono fuori dal nido i loro piccoli quando sono pronti a prendere il volo. Perché il padre e la madre non vogliono che il cucciolo rimanga ancorato al nido, ma vogliono che trovi la sua via, che scopra la sua vocazione. Ecco, è questo che Dio fa con noi: ci chiama ad uscire dai nostri recinti, dalle nostre abitudini, dalle nostre paure, dalle nostre comodità, ma anche dalle nostre chiusure. Vuole che realizziamo la nostra vita. Non si tratta semplicemente, come dire, di sfidare l'esistenza. Si tratta di prendere consapevolezza di quello che dobbiamo fare. Si tratta di prendere consapevolezza che abbiamo un posto nella vita, e fino a quando non lo accettiamo, rimaniamo in qualche modo privati noi stessi e della nostra identità. È un po' come diceva Papa Francesco, che ci ricordava sempre che preferiva una Chiesa ferita e sporca per essere uscita a cercare gli uomini e le donne di questo tempo, piuttosto che una Chiesa coccolata che in qualche modo puzza ormai di stantio perché ha perso la fiducia nel suo pastore. Non vogliamo rimanere nel nostro piccolo mondo.
Non vogliamo nemmeno avere paura di quella steppa che a volte potrebbe stare dall'altra parte del recinto; perché dietro a quella steppa c'è un intreccio di sentieri di cui almeno uno è il nostro sentiero, e che possiamo percorrere. Seguire Cristo significa avere il coraggio di uscire, di fidarsi e di camminare insieme con Lui.
E poi il testo ci dice un'ultima cosa, una terza cosa, oggi. Dice che il pastore sceglie un posto rispetto al gregge. Un pastore può stare dietro al gregge per spingerlo, può stare fuori dal gregge per controllarlo, può stare in mezzo al gregge per prenderne la lana. Gesù preferisce in questo brano dire che è davanti al gregge, davanti alle pecore.
Questo mette in evidenza che il Signore ci apre la strada. Noi non abbiamo un pastore di retroguardia, ma una guida che ci precede, non solo che ci indica la via ma che per primo si muove. È un pastore apripista, uno che entra dentro territori sconosciuti e che li rende abitabili. Noi non siamo soltanto esecutori di un progetto che Dio ha pensato per noi, ma Dio con noi lavora a quel progetto, è accanto a noi dentro quel progetto. Seppur ci dà qualcosa che sfida la nostra vita e che ci spaventa, lui ci è accanto per camminare con noi.
È come se ci dicesse: non aver paura della strada che ti indico, perché l'ho attraversata prima di te, la conosco e ti starò accanto. Seguire Gesù significa accettare anche le sfide più delicate, significa che forse non sappiamo tutto in anticipo, forse non sappiamo come andrà a finire la storia, ma anche quando avremo momenti di difficoltà sappiamo che possiamo in qualche modo affidarci a lui.
Ecco, oggi siamo invitati a riscoprire proprio questo volto del pastore, colui che chiama per nome, che ci spinge alla libertà e che cammina davanti a noi per aprire nuove sentieri e nuove strade.
Ed è per questo che a lui affidiamo il nostro cammino con fiducia e speranza. Lo invochiamo, lodiamo il suo nome e chiediamo che siano tanti, gli uomini e le donne, che rispondano con generosità alla vocazione.
A lui eleviamo la nostra lode: Gloria al Padre, sorgente di ogni vita. Gloria al Figlio, buon pastore che ci guida. Gloria allo Spirito Santo voce che chiama e ci conduce, oggi e sempre, nei secoli dei secoli. Amen