Parrocchia Maria SS Annunziata

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L’Eucaristia che fa la Chiesa!In questo giorno sono tre i principali misteri che vogliamo ricordare in questa s. Messa: ...
07/06/2026

L’Eucaristia che fa la Chiesa!
In questo giorno sono tre i principali misteri che vogliamo ricordare in questa s. Messa: l’istituzione dell’Eucaristia, quando Gesù, anticipando la sua morte in croce, ha donato se stesso in cibo, come espressione massima dell’amore. In secondo luogo, oggi facciamo memoria grata dell’istituzione dell’Ordine sacerdotale, quando gli apostoli di Gesù, scelti per grazia e non per i loro meriti, sono stati riempiti di Spirito Santo per poter offrire agli uomini i frutti della Pasqua del Signore. Infine, vogliamo fare nostro il precetto dell’amore fraterno, avendo Gesù comandato ai suoi discepoli di caratterizzarsi nel mondo come persone disposte a diventare come Lui, che ha riversato l’amore di Dio nella vita di tutti gli uomini. Non finiremo mai di stupirci e insieme di ringraziare il Signore Gesù per il dono grande e sublime che Egli ci ha lasciato nell’Eucaristia. Infatti Gesù non si è limitato a donare se stesso, il suo corpo e il suo sangue ai soli Dodici apostoli, presenti il giovedì santo, nel momento della istituzione della Eucaristia. Essi probabilmente non hanno nemmeno compreso a fondo e gustato tutta la profondità e la grandezza di questo sublime gesto, di cui sono stati testimoni. L’ Eucaristia è un dono che Gesù estende e prolunga a tutti i suoi discepoli, fino alla fine del mondo, così che ciascuno di noi possa cibarsi del suo Corpo e bere il suo Sangue per partecipare e vivere pienamente della sua vita, per sentirci innestati nel suo amore. L’Eucaristia ci è permette di entrare in diretto contatto con Gesù, e attraverso l’invocazione dello Spirito santo vivificante, di godere i frutti della sua redenzione, per rigenerare continuamente la comunione d’amore tra Lui e noi e sentirci parte del suo Corpo vivente che è la Chiesa, comunità fondata sull’amore. Grande è il ministero dei sacerdoti, i quali, invocando lo Spirito Santo sui doni del pane e del vivo, assistono nella fede a un’opera che li sorpassa, indispensabile per la vita del mondo e da essa attingono forza per diventare nella comunità cristiana operatori di comunione e tessitori dell’unità. Il ministero pastorale è un umile servizio. Senza Eucaristia, cibo dei viandanti, tutto sarebbe desolato, perché è l’Eucaristia che genera la vita nuova, anticipo del mondo futuro. Senza l’Eucaristia l’aridità spirituale soffocherebbe la terra, trasformata in un deserto, perché dove non c’è amore, umile e solidale, non c’è vita, quindi non c’è futuro. Senza Eucaristia l’amore non produrrebbe i suoi frutti, gli uomini si chiuderebbero nel loro chiuso e freddo egoismo, preoccupati solo di loro stessi. Con l’Eucaristia, invece, la Comunità è creata e continuamente si rigenera, (è l’Eucaristia che fa la Chiesa!). Noi non possiamo fare a meno gli uni degli altri e tutti siamo responsabili gli uni degli altri: è l’Eucaristia che ci lega e ci trasforma in un solo corpo. Con l’Eucaristia la terra deserta diventa un giardino irrigato, con fiori e frutti in ogni stagione (è con la forza della Eucaristia che viene promosso un progetto di vita fondato sul dono di sé a partire dai vari carismi di ciascuno. Si realizza in questo modo la cultura del dono, ossia il progetto di fare di noi stessi uno strumento, una occasione di servizio per gli altri. Senza la forza eucaristica è impossibile per l’uomo realizzare il comando dell’amore fraterno, ossia amare con la stessa intensità con cui Dio ci ama. “Come io ho amato voi, cosi amatevi anche voi gli uni gli altri“. Questo è l’unico comandamento di Gesù. È una richiesta che esige una apertura generosa e gratuita, una disponibilità piena, estesa a tutti, come il gesto di Gesù, che ha lavato i piedi a Giuda, pur sapendo che lo avrebbe tradito, che ha insegnato a Pietro, meravigliato del gesto inconsueto, e a suo dire, inappropriato, del Maestro, insegnando il primato del dono di sé quando ha lavato a lui pure i piedi. Rallegriamoci, dunque, nel Signore. Non manca di sostenerci con la forza del suo cibo. Impariamo ad andare oltre la misura del nostro amore. Non abbiamo ancora raggiunto la misura dell’amore con cui Gesù ci nutre nella sua Eucaristia. Noi cerchiamo almeno di imitarlo.

Se potete leggetela la .. di un sacerdote ormai scomparso. D Divo- Io la pubblico in occasione del Corpus Domini che for...
06/06/2026

Se potete leggetela la .. di un sacerdote ormai scomparso. D Divo- Io la pubblico in occasione del Corpus Domini che forse neanche noi sacerdoti crediamo che LUI Gesù sia presente in. questo mistero.A vent'anni dalla morte la voce del sacerdote toscano ricorda il primato di Dio a un cattolicesimo sociologizzante. Egli intuiva il rischio di una Chiesa svuotata del Mistero, perché il vero dramma dell’Occidente moderno non è politico o morale ma metafisico: la perdita del senso dell’eterno.
Mentre una parte sempre più ampia del cattolicesimo contemporaneo sembra inseguire il linguaggio delle categorie culturali della modernità, riducendo spesso la fede a discorso sociale, psicologico o umanitario, la figura di don Divo Barsotti torna oggi con una forza quasi "scandalosa". A vent’anni dalla sua morte, il sacerdote toscano appare infatti come una delle voci più radicali e profetiche del Novecento cattolico: un uomo che aveva intuito con impressionante lucidità il rischio mortale di una Chiesa progressivamente svuotata del senso del Mistero, della trascendenza e della centralità assoluta di Dio. Molto prima che la crisi della fede diventasse evidente anche statisticamente — nel crollo delle vocazioni, nella desertificazione liturgica, nella perdita della coscienza sacrale —, Barsotti aveva già individuato il nucleo profondo del problema: il cristianesimo occidentale stava smarrendo Dio mentre continuava a parlare dell’uomo (e solo dell'uomo).
Nel 2026 ricorre il ventesimo anniversario della morte di don Divo (1914–2006), sacerdote, mistico, predicatore e fondatore della Comunità dei Figli di Dio. Figura difficilmente classificabile negli schemi ecclesiastici contemporanei, Barsotti attraversò il Novecento senza appartenere realmente a nessuna scuola teologica o corrente ideologica. Estraneo al progressismo ecclesiale nato nel postconcilio, ma al tempo stesso lontano da ogni sterile "archeologismo", sviluppò una riflessione spirituale centrata interamente sul primato di Dio e sulla necessità di restituire alla vita cristiana il senso dell’eterno. La sua opera — composta da oltre centocinquanta volumi tra diari, meditazioni bibliche, commenti liturgici e saggi spirituali — non costituisce un sistema teologico nel senso accademico del termine, ma una testimonianza continua dell’irruzione del mistero nella vita dell’uomo.
Ordinato sacerdote nel 1937, Barsotti maturò sin da giovane una profonda attrazione per la grande tradizione mistica della Chiesa e per il cristianesimo orientale. In particolare, la spiritualità russa esercitò su di lui una influenza decisiva. Nel libro Cristianesimo russo, pubblicato nel 1948, egli riconobbe nell’Oriente cristiano la custodia di una dimensione contemplativa che l’Occidente moderno sembrava avere progressivamente sacrificato all’attivismo, all’organizzazione e alla razionalizzazione della vita ecclesiale. Barsotti intuiva che una Chiesa troppo assorbita dall’efficienza e dall’azione avrebbe inevitabilmente finito per perdere il senso della trascendenza. La crisi contemporanea, ai suoi occhi, non derivava anzitutto dalla diminuzione della pratica religiosa o dalla secolarizzazione sociale, ma da una crisi molto più profonda: l’incapacità dell’uomo moderno di percepire il mistero stesso. Il problema era dato essenzialmente dalla cultura materialista, infiltratasi nel cattolicesimo.
Dopo il trasferimento a Firenze nel secondo dopoguerra — favorito anche dal rapporto con Giorgio La Pira —, fondò nel 1947 la Comunità dei Figli di Dio, esperienza ecclesiale nata per vivere una radicale consacrazione centrata esclusivamente sulla ricerca di Dio. In un’epoca nella quale il cattolicesimo italiano tendeva sempre più a identificarsi con strutture organizzative, presenza politica e mobilitazione sociale, Barsotti proponeva invece una forma di “monachesimo interiorizzato”: una vita totalmente orientata all’assoluto di Dio, vissuta anche nel mondo ma senza appartenere spiritualmente al mondo.
Questo primato dell’esperienza spirituale costituisce la chiave di tutta la sua opera. Barsotti non elaborò mai una teologia sistematica secondo i modelli della manualistica moderna. La sua riflessione nasceva dalla preghiera, dalla liturgia e da una esperienza intensissima della presenza divina. In lui la teologia non è mai semplice costruzione concettuale: è partecipazione al mistero. Per questo la sua scrittura si colloca molto più vicino alla tradizione dei grandi mistici cristiani — Giovanni della Croce su tutti — che alla teologia accademica contemporanea, sempre più spostata su canali dialettici e speculativi estranei alla autentica spiritualità cristiana.
Uno dei nuclei centrali del suo pensiero riguarda l’attualità ontologica dell’evento cristiano. Cristo non è, per Barsotti, una figura del passato o il fondatore remoto di una religione storica. Egli è presenza reale, viva e operante nel tempo della Chiesa. In opere come Il mistero cristiano e la Parola di Dio o La fuga immobile, Barsotti insiste sul fatto che il cristianesimo vive della contemporaneità del mistero: l’eterno entra realmente nel tempo e continua a rendersi presente nella liturgia e nei sacramenti. L’Eucaristia occupa qui una posizione decisiva. La Messa non è commemorazione simbolica della Passione ma attualizzazione reale del sacrificio di Cristo. Nei suoi Diari, Barsotti parla frequentemente della liturgia come ingresso nell’“Atto eterno del Cristo”, nella sua obbedienza filiale al Padre.
È precisamente alla luce di questa concezione sacrale della fede che va compresa la sua crescente inquietudine verso gli sviluppi ecclesiali del postconcilio. Barsotti non contestò il Concilio Vaticano II in sé ma vide con straordinaria lucidità le degenerazioni interpretative che seguirono alla sua ricezione. Quello che più lo colpiva era la progressiva antropocentrizzazione del cattolicesimo contemporaneo: Dio sembrava arretrare dal centro della vita ecclesiale per lasciare spazio all’uomo, alla sociologia, alla politica, alla psicologia e all’efficienza pastorale.
Particolarmente dura fu la sua critica alla desacralizzazione liturgica. Barsotti percepiva che molte riforme e molte prassi nate nel clima postconciliare rischiavano di dissolvere il senso dell’adorazione e del mistero. La banalizzazione simbolica, l’abbandono del silenzio, la perdita della verticalità del culto e la riduzione dell’Eucaristia a semplice momento assembleare rappresentavano, ai suoi occhi, il segno di una crisi teologica ben più profonda. Quando il culto resta solo espressione della comunità per sé, invece che adorazione reale di Dio, il cristianesimo perde inevitabilmente il proprio centro soprannaturale.
La sua critica si estendeva anche alla progressiva mondanizzazione della Chiesa. Nel tentativo di dialogare con la modernità, larga parte del cattolicesimo occidentale sembrava secondo Barsotti aver finito per assorbirne inconsapevolmente le categorie fondamentali: il primato dell’uomo, il funzionalismo, l’orizzontalismo, la riduzione del reale a ciò che è empiricamente verificabile. In questo processo, il cristianesimo rischiava di trasformarsi in una forma di umanesimo religioso privo di trascendenza.
Per Barsotti il vero dramma dell’Occidente moderno non era politico o morale ma metafisico: l’uomo contemporaneo aveva smarrito il senso dell’eterno. In opere come Dio e l’uomo emerge con chiarezza questa diagnosi spirituale della modernità. La secolarizzazione non consiste soltanto nell’abbandono della religione ma nella perdita stessa della capacità di percepire il mistero. Per questo Barsotti insiste continuamente sulla necessità della contemplazione, dell’adorazione e del silenzio. Solo una Chiesa che torna a inginocchiarsi davanti a Dio può ritrovare la propria identità.
A vent’anni dalla sua morte, don Divo Barsotti appare dunque come una figura profetica di impressionante attualità. In un tempo segnato dalla crisi della fede, dalla dissoluzione del sacro e dalla trasformazione del cristianesimo in fenomeno culturale o sociale, la sua voce continua a richiamare la Chiesa all’essenziale: Dio o nulla. È probabilmente questa radicalità a rendere ancora oggi la sua opera così scomoda e così necessaria. Perché Barsotti ricorda incessantemente una verità che il cattolicesimo contemporaneo sembra spesso temere di pronunciare: la Chiesa vive soltanto se rimane totalmente orientata all’eterno e muore spiritualmente ogni volta che cerca di diventare semplicemente una istituzione del mondo. Buona riscoperta del Mistero

Santissima Trinità (Anno A)  Visualizza Gv 3,16-18Spiegare la Trinità è qualcosa di impossibile, come quando vogliamo sp...
30/05/2026

Santissima Trinità (Anno A)
Visualizza Gv 3,16-18

Spiegare la Trinità è qualcosa di impossibile, come quando vogliamo spiegare il motivo per cui uno persona ama qualcun altro. Possiamo spiegare all'infinito che cos'è l'amore, ma lo comprendiamo realmente solo quando facciamo quell'esperienza. Lo stesso vale per Dio. Possiamo sprecare fiumi di parole, per spiegare che cosa sia la Trinità, ma Dio si comprende soltanto quando lo si sperimenta dentro la propria vita. Essendo Dio solo Amore, le cose di Dio si capiscono amando, Nel primo dei capolavori di Kieslowski ispirati ai Dieci Comandamenti, il bambino protagonista mentre sta giocando al computer chiede alla zia: «Com'è Dio?». La zia lo guarda in silenzio, gli si avvicina, lo abbraccia, gli bacia i capelli e tenendolo stretto a sé sussurra: «Come ti senti, ora?». Il bambino alza gli occhi e risponde: «Bene, mi sento bene». E la zia: «Ecco, Dio è così». Dio è un abbraccio, ecco la Trinità. Solo dopo aver ricevuto il dono dello Spirito possiamo immergerci nel mistero di Dio, nel mistero del Dio raccontato da Gesù di Nazareth. Solo Lui poteva dirci in modo profondo e definitivo chi è Dio. Solo Lui poteva raccontarci la novità sorprendente che Dio è Trinità. Da fuori vediamo un solo Dio ma in realtà sono tre persone, Padre, Figlio e Spirito Santo. Il loro amore è talmente profondo che li rende uno! Questa è davvero una bella notizia perché solo Gesù poteva farci entrare nell'intimità di Dio. Oggi è festa di Dio, festa della famiglia di Dio che è relazione. Dio non è un'entità solitaria ma una realtà viva, relazionale. Dio non è un'infinita solitudine ma è un'infinita compagnia. Quando noi diciamo “famiglia” realtà dinamica. Ecco Dio è così! Due persone che si amano a tal punto da generare vita, Amore (lo Spirito Santo). La Trinità non è un problema matematico (1+1+1 non fa' 1!) ma è la massima espressione dell'esperienza che tutti facciamo dell'amore.Nell'amore ciò che conta è essere uniti senza fondersi, senza annullarsi. L'amore vero è trinitario: unito ma non uniforme; separato ma non diviso. La Trinità ci dice che noi siamo creati a immagine della trinità. Ecco perché non riusciamo a sopportare la solitudine. La Trinità dice anche che la Chiesa si forma "Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo" motivo della nostra comunione.La Chiesa, ama la Trinità, fatta da: Persone. Non cifre. Non codici fiscali. Siamo persone, amate in modo unico da Dio senza distinzione. Siamo tutti uguali! E' la Trinità che imprime ad ogni uomo il sigillo dell'uguaglianza con Dio. Persone uguali e distinte. Ogni uomo ha il suo volto e la sua storia, i suoi sogni e le sue fatiche, le sue aspirazioni e le sue paure. Dio ci conosce per nome, non per sigla. Dietro alla Trinità, ma anche a tutte le dottrine e i dogmi, c'è l'esperienza di Dio. Cioè: prima vivi l'esperienza di Dio e poi capirai chi è. Inutile impegnarsi per capire cos'è la Trinità, quando non si conosce Dio perché Dio non è un pensiero, una filosofia ma è vita, esperienza. La chiesa primitiva prima visse l'esperienza di Dio e poi capì cosa voleva dire. Fu questa l'esperienza dei primi discepoli: In Gesù di Nazaret sperimentarono che li c'era Dio. In lui sperimentarono un mondo d'amore così grande da non avere fondo e utilizzarono l'immagine che più poteva esprimere questa esperienza: la famiglia, con un padre, un figlio e il loro amore rappresentato dallo Spirito. Fratelli nella fede, ricordatevi che il dogma è la scala, ma la meta è Dio. La definizione è una strada che ti deve condurre alla meta. Gesù se ne va senza aver detto e risolto tutto. E' bello sapere che ha fiducia in noi, non siamo dei semplici esecutori di ordini, ma, con lo Spirito, chiamati a solcare strade nuove, cammini inesplorati perché la verità è più grande delle formule che cercano di descriverla. Amico lettore, la verità tutta intera di cui parla Gesù non consiste in formule, ma in una sapienza del vivere. Come potremmo essere diversi se ci lasciassimo stupire dal mistero della Trinità. Dobbiamo convertirci al Dio amore rivelato da Gesù di Nazareth e liberarci dalle false immagini di Dio che ancora albergano nella nostra mentalità religiosa. La Trinità ci spinge a non accontentarci più di un "cattolicesimo minimo" e ci invita a non andare alla ricerca degli scoop miracolistici. A volte ho l'impressione che il nostro sia un cristianesimo annacquato che ha svuotato la novità di Gesù, che ha barattato il coraggio dell'amore con il quieto vivere. Andiamo alle fondamenta della fede, alla scoperta di quel Dio amore che continua a creare a Sua immagine e scopriremo che siamo amati per amare.
Come disse don Tonino Bello, «siamo chiamati a vivere sulla terra ciò che le tre persone divine vivono nel cielo: la convivialità delle differenze». Celebrare la Trinità significa riscoprire quali sono le priorità che rendono felice la nostra vita. Allora proviamo a chiedercelo: quali sono le priorità su cui sto costruendo la mia vita? Nelle mie scelte famigliari e professionali si vede il mio DNA trinitario? Con quale stile gestisco le relazioni? Quanto tempo regalo alle persone e quanto ne investo per costruire relazioni sane? Domande un po' pungenti, lo so ma è la qualità delle nostre relazioni che ci darà una vita felice e realizzata! La bella notizia di questa domenica? Davanti alla Trinità ci sentiamo piccoli, è vero, ma abbracciati come un bambino dal Mistero. La

30/05/2026
racconto dell'ascensione si pone come una cerniera tra due tempi: da una parte, la ritroviamo al termine dei racconti de...
17/05/2026

racconto dell'ascensione si pone come una cerniera tra due tempi: da una parte, la ritroviamo al termine dei racconti dei vangeli, come chiusura del tempo terreno di Gesù con l'entrata definitiva della sua umanità alla destra del Padre e, contemporaneamente la ritroviamo all'inizio del libro degli atti degli apostoli (I lettura di oggi), che apre e inaugura il tempo della Chiesa sospinta dallo Spirito Santo.
E' curioso perché spesso diciamo, per certi versi anche giustamente, che il tempo della Chiesa inizia dalla Pentecoste, ma per comprendere meglio quello che succede nella Pentecoste, per comprendere meglio la missione della Chiesa, abbiamo bisogno di iniziare dall'ascensione.
Nei racconti dell'ascensione infatti è come se venissero consegnate alcune caratteristiche della Chiesa nascente, che saranno poi sostenute dall'azione dello Spirito Santo donato a Pentecoste.
Cosa ci dicono allora i racconti dell'ascensione sulla missione della chiesa? Mi piace riprendere la definizione di un autore che dice che, nell'ascensione, la chiesa nasce per sottrazione, potremmo dire per “difetto” infatti, apparentemente, l'ascensione ci racconta la sottrazione di Gesù agli occhi dei discepoli, e ci parla della sottrazione dello stesso gruppo dei discepoli che, quando Gesù ascende al cielo, rimane in undici: manca Giuda.
Eppure in questa apparente sottrazione, diminuzione, possiamo trovare, in filigrana, alcune caratteristiche fondamentali per la missione della Chiesa:
1. Nell'ascensione il Cristo umiliato, che ha assunto la condizione di servo, viene esaltato e glorificato dal Padre. Come dice San Paolo nella lettera agli Efesini (2,7-9): “Cristo spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome”. L'ascensione quindi illumina la missione della chiesa, corpo di Cristo, della consapevolezza che l'unica gloria, che la Chiesa cerca e manifesta nella sua missione, è quella del suo Maestro, che si rivela nella logica dell'abbassamento e del servizio.
La forma dell'amore e del servizio di Cristo capo, è la forma dell'amore e del servizio della Chiesa suo corpo. La chiesa quindi manifesta una gloria, un innalzamento, non secondo la gloria, l'innalzamento del mondo (ancora oggi, da qualche parte si parla, in maniera distorta, di Chiesa trionfante...) ma secondo la logica di Cristo, che non a caso un giorno ai suoi discepoli ha detto: “Ricordate (cioè fissate nel cuore, cioè attenzione che è la prima cosa che rischiate di scordarvi) chi si esalta sarà abbassato; chi invece si abbassa sarà innalzato!». (Lc 14,11)
2. Nell'ascensione, la missione della chiesa, ha a che fare con l'attesa e l'incompiutezza. L'apparente sottrazione e assenza di Cristo, assume la forma dell'attesa, perché nell'ascensione ci viene rivelata la meta, il compimento della nostra umanità che, in Cristo, è quella di vivere “in cielo” cioè nella piena comunione con Dio e con il suo amore. Questa è la speranza che l'ascensione dona alla chiesa nascente, la quale, vivendo dentro le vicende della storia, le vive riconoscendo in esse la logica dell'incompiutezza, che è la logica di chi sa che in tutto, anche nelle vicende più drammatiche della storia e nei cuori più induriti degli uomini, il Signore continua ad operare perché, tutto e tutti, siano indirizzati al vero compimento dell'umanità, “perché Dio sia tutto in tutti” (1 cor 15,28). In questo senso la chiesa non si ferma e non si rassegna di fronte il male presente nel mondo e nel cuore degli uomini, ma guarda tutto questo con pazienza e speranza, collaborando concretamente al compimento verso cui lo Spirito Santo spinge l'umanità.
3. Nell'ascensione la missione della Chiesa nasce dal riconoscersi imperfetta. Come già dicevamo, nel vangelo di questa domenica, Gesù risorto consegna il mandato, la missione, ai suoi discepoli rimasti in undici. Consegna il suo mandato ad un gruppo dei discepoli segnato e ferito dal tradimento, un gruppo che è chiamato a riconoscersi imperfetto. La chiesa dall'ascensione riceve allora il mandato, non di essere una chiesa perfetta, ma il mandato di raccontare come il Signore ci ama, ci salva e ci perdona dentro le nostre storie imperfette, fragili, fatte anche di fallimenti, di peccati. La chiesa dell'ascensione allora è una chiesa che fonda la sua missione sulla consapevolezza di essere fatta di uomini e donne non perfette ma tutti peccatori perdonati e salvati dall'incontro con Cristo!
4. Nell'ascensione la missione della chiesa nasce nel sentirsi sempre incompleta, perché manca sempre un fratello. Alla chiesa che nasce dall'ascensione manca uno, manca Giuda. Il gruppo dei discepoli vive un'incompletezza che diventa missione: cercare il fratello e la sorella che manca, che si è perso. La chiesa ha sempre la porta aperta perché sa che manca sempre un fratello, una sorella da raggiungere e accogliere, la Chiesa sarà sempre incompleta! Nell'antico testamento il patriarca Giuseppe è mandato dal padre Giacobbe a cercare i fratelli e a chi gli chiedeva sulla via cosa “cosa cerchi?” lui rispondeva “cerco i miei fratelli” che ritroverà pienamente nell'esperienza del perdono. E così la chiesa che, dall'ascensione in poi, cerca sempre i suoi fratelli, in particolare quelli che si sono persi e si sono allontanati dall'amore del Padre.
Certamente a vedere tutte queste caratteristiche della chiesa, che nasce dall'ascensione, uno può pensare: ma come riusciamo a vivere questo? ecco allora la festa vicina di Pentecoste che ci ricorda il dono dello Spirito Santo che accompagna la missione della chiesa compiendo la promessa del @

10/05/2026

MAMME INSEGNATE AI VOSTRI FIGLI L'INFINITO

Gesù il capofamiglia, se ne va e i dodici si chiedono se da soli ce la faranno.Tutti noi abbiamo bisogno di padri, di ma...
09/05/2026

Gesù il capofamiglia, se ne va e i dodici si chiedono se da soli ce la faranno.

Tutti noi abbiamo bisogno di padri, di maestri, di riferimenti, di leggi, di regole chiare e precise. Ma lo scopo di un maestro è di fare dei suoi discepoli degli altri maestri.Chi ama ti vuole fare adulto, maturo, anche se questo ti portasse lontano da lui. Non si può essere sempre discepoli, ciascuno deve diventare maestro della propria vita.Gesù invita i suoi ad avere un amore forte verso la sua persona: «se mi amate» per evitare di amare un'ideologia, un insieme di leggi, di norme, di precetti. Dio non è un'idea, per quanto sublime, è una persona! È essere capace di relazione. “Il rischio è sempre quello di pensare al rapporto con la divinità come ad un rapporto con la religione, con dei concetti, delle idee. La chiesa non dovrebbe tanto dare un Dio già fatto, solo da credere, già confezionato, ma dovrebbe insegnare a scoprirlo, a cercarlo, a trovarlo, perché chi trova Dio, il vero Dio, non lo lascia più. Il Cristianesimo non ti dà la verità, ma ti insegna a vederla, se lo vuoi. Il Cristianesimo non ti dà Dio, ma ti insegna a cercarlo e per questo delude molti. Il Cristianesimo non ti da le regole di vita, ma ti invita a vivere. Il maestro non è colui che ti guida, bensì colui che ti aiuta a scoprire te stesso, la realtà e a incontrare Dio. Perché Dio c'è già dentro di noi, dobbiamo essere aiutati a scoprirlo. “Fra un poco non mi vedrete più. Ma voi mi vedrete perché io vivo, vivo in voi e voi vivrete”. Gesù, cioè, sentiva che gli apostoli gli volevano bene. Anche se erano uomini pieni di paura, gretti, però gli volevano bene, e questo bastava. Gesù sentiva che la sua vita li affascinava, che erano innamorati, anche se impauriti. Ci sono delle cose che sono con noi per sempre. Chi ci ha amato per davvero, rimarrà per sempre con noi, vivrà in noi. Chi ci ha guarito dalle nostre catene, rimarrà per sempre con noi. Chi ci ha appassionato il cuore, rimarrà per sempre con noi. Queste persone, questi fatti neppure la morte ce li toglierà. La preghiera - in questo contesto - non sarà più un tributo dovuto a Dio per farlo contento, ma la disponibilità concessa a Dio di entrare in relazione con me. Gesù sta dicendo: “Se amandomi, mi permettete di amarvi, allora osserverete i miei comandamenti”. A questo punto nasce una domanda: Gesù ci ha lasciato dei comandamenti? Sì, uno solo, quello dell'amore: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri» Perché si parla di comandamenti (plurale) se in realtà ce ne ha lasciato uno solo? Semplicemente perché nel nostro quotidiano noi dobbiamo declinare questo amore in mille rivoli diversi; noi riceviamo la fonte dell'amore ma poi questo amore va vissuto a seconda delle situazioni in cui ci troviamo, delle persone che incontriamo, delle scelte che facciamo, delle parole che diciamo. Il comandamento dell'amore si traduce in comandamenti dell'amore. La parola comandamento ci crea sempre un po' di problemi... Stiamo attenti, Gesù non ha detto: “Vi comando di amarvi”, ma “Vi do un comandamento”, quello dell'amore. Ciò che ci viene comandato di vivere, ci viene prima donato, è un dono! A volte si prova invidia per i discepoli che hanno vissuto con Gesù, l'hanno visto, gli son stati accanto, ma in realtà siamo più fortunati noi. Loro lo avevano a fianco, noi lo abbiamo dentro. Loro hanno vissuto il Dio con noi, noi viviamo grazie allo Spirito, il Dio in noi. Possiamo vedere il Signore, questa è la promessa. Tranquilli, non stiamo parlando di apparizioni, ma della possibilità che ci è data di entrare in quella dimensione che è lo spirito,, la dimensione più profonda e autentica di noi stessi Viviamo tempi difficili, inutile negarlo. Difficili umanamente, difficili cristianamente. Il futuro è denso di nubi scure e il rischio di vedere sempre e solo il negativo rischia di contagiare anche i cristiani più virtuosi. Gesù è chiaro: il mondo non lo vede presente, parla di lui come di un grande personaggio del passato, come di un simpatico profeta finito male ma i discepoli, continuano a vederlo, lo riconoscono, lo annunciano, lo ascoltano, lo pregano. Il primo dono che Gesù promette ai discepoli intimoriti è il Paraclito, cioè il Consolatore. Che mi assicura che metterà nella mia strada delle consolazioni, cioè metterà qualcuno che ha la mia stessa sensibilità, qualcuno che mi aiuterà, qualcuno che mi difenderà, qualcuno che mi proteggerà, qualcuno che entrerà nel mio mondo con rispetto e che lo capirà. Dio ci consola mettendo nel nostro cammino dei suoi angeli, persone che ci aiutano, che condividono la strada, la passione, che ci aiutano. Lui non c'è più, ma ci sono i suoi angeli. Se tu ti fidi di questo, in alcuni giorni ti sentirai solo, ma non sarai mai solo. Consolatore vuol dire proprio: stare con chi è solo. Allora: guardati attorno! Dio non c'è, ma si nasconde sotto altri nomi. Lo riconosci? Lo vedi? Chi sono i tuoi angeli?. Di questo abbiamo bisogno, urgente: di un aiuto che ci aiuti a leggere la grande storia e la nostra storia personale alla luce della fede. Se è davvero così, allora, la difficoltà può diventare straordinaria opportunità, occasione di annuncio, ragione di conversione. Ne sa qualcosa L’apostolo Filippo che, a causa della persecuzione che si è scatenata contro la primitiva comunità, è fuggito e si ritrova in Samaria, la terra abbandonata, la terra eretica. La fuga diventa luogo per l'annuncio e conversione di nuovi discepoli. Se anche noi, nell'attuale complessa situazione storica, la smettessimo di lamentarci, e ricominciassimo semplicemente a fare la Chiesa, cioè ad annunciare nella gioia Gesù Cristo, semplificando il proprio linguaggio, alleggerendo le nostre strutture, forse potremmo fare la stessa esperienza che ha fatto Filippo. Ad una condizione, come ammonisce Gesù: restare fedeli al comandamento dell'amore, ad ogni costo. Solo il comandamento dell'amore, in questi tempi, è in grado di perforare la spessa corazza anticristiana che abita la nostra società fintamente cristiana

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