11/10/2026
Domenica 11 ottobre 2026, Esodo 34,4-10, pastore Emanuele Fiume
ESODO 34,4-10
Mosè, dunque, tagliò due tavole di pietra come le prime; si alzò la mattina di buon'ora, salì sul monte Sinai come il SIGNORE gli aveva comandato, e prese in mano le due tavole di pietra. Il SIGNORE discese nella nuvola, si fermò con lui e proclamò il nome del SIGNORE. Il SIGNORE passò davanti a lui, e gridò: «Il SIGNORE! il SIGNORE! il Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira, ricco in bontà e fedeltà, che conserva la sua bontà fino alla millesima generazione, che perdona l'iniquità, la trasgressione e il peccato ma non terrà il colpevole per innocente; che punisce l'iniquità dei padri sopra i figli e sopra i figli dei figli, fino alla terza e alla quarta generazione!» Mosè subito s'inchinò fino a terra e adorò. Poi disse: «Ti prego, Signore, se ho trovato grazia agli occhi tuoi, venga il Signore in mezzo a noi, perché questo è un popolo dal collo duro; perdona la nostra iniquità, il nostro peccato e prendici come tuo possesso». Il SIGNORE rispose: «Ecco, io faccio un patto: farò davanti a tutto il tuo popolo meraviglie, quali non sono mai state fatte su tutta la terra né in alcuna nazione; tutto il popolo in mezzo al quale ti trovi vedrà l'opera del SIGNORE, perché tremendo è quello che io sto per fare per mezzo di te.
«Tremendo è quello che sto per fare per mezzo di te». La vita di Mosè viene toccata, incrociata con la presenza di Dio. Mosè qui è un uomo solo. Non ha adorato il vitello d’oro, il dio creato dagli uomini, ma davanti a Dio deve rappresentare il popolo peccatore. Ma grazie a questa rappresentanza, grazie a questa ambasciata, Dio farà meraviglie davanti a tutto il popolo.
Grazie all’intercessione di Mosè, grazie al giusto che garantisce per i peccatori, Dio crea un patto. E creando un patto, crea il suo popolo.
Dio scende sul monte dove è Mosè, ma scende dentro una nuvola. E poi passa, senza fermarsi. Mosè non può fissarlo. Ma può ascoltarlo. Dio gli parla, Dio proclama la sua presenza. Non si fa vedere. Il vitello si vedeva, lì, sulla portantina, a disposizione della preghiera e dell’adorazione del popolo. Dio non è una statua fredda, sempre a disposizione. Dio scende sulla nuvola, Dio passa nella tua vita. Tu lo ascolti, come lo ha ascoltato Mosè. «Il Signore! Il Signore! Il Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco in bontà e fedeltà...». L’autopresentazione di Dio. Dopo l’esodo dall’Egitto e dopo il tradimento del popolo, queste sono le parole che Dio dice di sé. Questa non è parola umana. Qualsiasi essere umano direbbe al popolo “Mi hai deluso. Non ti voglio più vedere!” o al massimo “Devi dimostrarmi di essere pentito”. No, Dio non dice questo. Dice “il Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco in bontà e fedeltà”. Solo Dio può dire parole così. E Dio le dice di sé stesso. E senza questa parola, se Dio non parla così, del perdono di Dio non potremmo sapere nulla. La misericordia, la pietà, la bontà e la fedeltà sono le caratteristiche, sono il carattere di Dio. E Dio si presenta a Mosè e a tutti noi con questi attributi. Non è l’idea di bontà, non è la teoria del perdono. È di fronte ad un uomo che ama, ma che porta il peso di una rottura e di un tradimento. E in questa crisi tra Dio e il suo popolo, Dio non bara, Dio parla e proclama chi è. Queste parole solo Dio può dirle, e possono essere dette soltanto riguardo a Dio. Non è una percezione di Dio, non è una visione. È una parola forte e chiara, di una limpidezza sorprendente.
La risposta di Mosè è adorazione e invocazione. «Venga il Signore in mezzo a noi». Perché Mosè invoca la presenza di Dio? Non si può pensare che Dio sia già dappertutto, e comunque sia vicino? Sì. Anche noi abbiamo invocato la presenza di Dio all’inizio del culto. Perché? Perché altrimenti Dio non c’è? Se non lo chiamiamo, non viene? Allora, quando invochiamo la presenza di Dio, non gli chiediamo semplicemente di esserci, gli chiediamo di rivelarsi, di esserci per parlarci e per ascoltarci. Gli chiediamo di esserci mostrandoci la sua misericordia, la sua pietà, la sua bontà e la sua fedeltà. Non gli chiediamo semplicemente di esserci, ma di esserci per noi, di non essere indifferente, di non essere contro di noi. Di essere per noi secondo la parola che ha rivolto a Mosè. Mosè dice tre cose. La prima: questo è un popolo dal collo duro. Cioè che non ha intelligenza per cavarsela da solo. Senza il Dio misericordioso, sono perduti. E lo siamo anche noi. Secondo: il perdono dei peccati. Terzo, che Dio prenda possesso del popolo. La parola “eredità”, che trovate sulla Bibbia, indicava l’eredità inalienabile, il possesso imperituro. Il popolo diventi popolo di Dio, si regoli con la parola del Signore e abbia fiducia in lui. Dio lo istruisca, lo guidi, lo difenda, lo consoli. Il perdono di Dio e il suo essere Signore vanno assieme, il perdono rende Dio il Signore dei perdonati, rende il popolo dei perdonati sua eredità e suo possesso e mostra il suo Figlio Gesù, l’unica giustizia di noi peccatori, il Mediatore del nuovo patto.
La parola torna a Dio, che fa un patto. Si impegna a fare cose meravigliose per il suo popolo per mezzo di quell’uomo che è alla sua presenza. Che cos’è un patto? Una dichiarazione chiara, conosciuta e sottoscritta dalle parti. Un patto. Dio si rivela con un patto. Non con un destino cieco e misterioso, non con la magia, non con la percezione, non con la natura, non con la cultura, non con la società e nemmeno con l’identità. Con un patto, con una parola chiara, con una carta costituzionale. Dio ha la sovranità, Dio farà meraviglie per il suo popolo, gli darà in dono una terra per vivere in libertà, lo difenderà da tutti i nemici. E chiede ascolto, conoscenza e obbedienza. La chiederà con le parole dei profeti, dirette al suo popolo che l’aveva dimenticato, la affermerà nel suo Figlio Gesù Cristo, che con la sua obbedienza confermerà il patto per tutti i popoli, lo proclamerà con la predicazione degli apostoli a tutti i popoli del mondo. Il patto di Dio è un patto di dono, di benedizione, che ci chiede conoscenza. Molti si immaginano Dio come un’entità astratta, teorizzano che Dio non lo si può conoscere, mescolano in un calderone religione, superstizione, magia, filosofia, scienza e supermercati dei miracoli. Meno conoscono e più cose mettono insieme. Invece la rivelazione è rara, è selettiva, è chiara. Dio lo puoi conoscere solo perché Dio ha parlato. Scriveva Johann Heinrich Alsted, un grande teologo calvinista tedesco del Seicento, autore di libri di religione e latino per ragazzi e di un’enciclopedia 120 anni prima di quella, quella di Diderot), scriveva: la rivelazione nella natura è come guardare il sole di notte. La rivelazione della gloria è come guardarlo a mezzogiorno, la rivelazione biblica è come guardarlo mentre tramonta. Cioè, nella rivelazione della parola di Dio, Dio adatta la parola stessa al nostro comprendonio e ci parla per farsi capire da noi. È il Signore misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco in bontà e fedeltà. Tutta la Bibbia ci parla di questo Dio e in tutta la Bibbia questo Dio parla a noi. Dio si è rivelato, e in un patto le cose essenziali sono chiare. Le cose meravigliose, le cose stupefacenti sono diventate Storia. E non è finita qui, perché è una Storia che continua, perché dove il nome di Dio è proclamato e la sua parola è ascoltata, lì questo patto è rivelato. E questo non fa meravigliare e temere gli altri, ma il suo stesso popolo. È un patto chiaro, una parola che puoi conoscere, ma che non ha mai esaurito il suo tesoro.
Ora, sul Sinai c’è Dio, c’è la sua parola, c’è un uomo solo all’ascolto. E questo basta perché cominci una Storia di meraviglie e di opere tremende. La parola potente di Dio incrocia una vita umana, una, e comincia la Storia di Dio Signore prima di un popolo, poi di tutti i popoli. Prima erano un branco di schiavi fuggiti, il patto di Dio li fa diventare popolo, con una costituzione, con una legge e con un sovrano riconosciuto. Quindi Dio è Dio per natura, ma è il nostro Dio per il patto che stringe. Il patto. Questo, mediato da Mosè. Il patto compiuto, definitivo, aperto a tutti i popoli mediante il Signore Gesù Cristo, che crea un popolo nuovo! Con il patto, con questo Mosè da solo in adorazione e in ascolto, avviene quello straordinario per cui gli ex schiavi diventano popolo testimone delle cose meravigliose e tremende di Dio. L’Onnipotente li rende suoi partner. E questa è una creazione. Dalla fede di un uomo Dio crea un popolo con cui stringe un patto di misericordia e di pietà. Una creazione. La stessa della Genesi. Dio disse: «Sia luce!» E luce fu. (genesi 1,3). La stessa della predicazione apostolica ai pagani. Voi, che prima non eravate un popolo, ma ora siete il popolo di Dio; voi, che non avevate ottenuto misericordia, ma ora avete ottenuto misericordia (I Pietro 2,10). Noi siamo figli di questo patto, di questa creazione. Quando la rivelazione di Dio: «il Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco in bontà e fedeltà», intercetta la tua vita, diventi quello che prima non eri, sei ricreato. Prima c’era paura, imbarazzo, forse una timida ricerca. Ora ci sono conoscenza e fiducia. Prima Dio era un concetto vago, legato al mondo delle idee o al mondo della morale, ora a Dio dai del Tu e anche lui ti dà del Tu. Dopo questo incontro con Dio che mi si rivela, in me, nella mia vita c’è qualcosa che prima non c’era, qualcosa che quella parola ha creato. Gli occhi del tuo cuore si aprono, e ti riconosci dentro questo patto, dentro questa Storia e non fuori. Conosci e riconosci questo Dio, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio di Mosè, il Dio Padre del Signore Gesù Cristo. «Il Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco in bontà e fedeltà». Questa parola eterna ti vuole incontrare, e da questo incontro comincia una Storia grande, una Storia di meraviglie di cui le nostre piccole vite diventano spettatrici, partner e gioiose testimoni.
E allora oggi dove sei, popolo di Dio? Popolo del patto, ti sei ricordato del patto? Che eri colpevole e che sei stato garantito dalla giustizia del Mediatore Gesù Cristo, che sei stato sostituito da lui nel Battesimo (dove è rappresentato quello che imparerai in ogni giorno della tua vita, cioè che il Signore Gesù Cristo è morto per te), Quando hai riconosciuto ufficialmente tutto questo? Di essere nel patto per grazia di Dio? Il giorno della tua Confermazione, che non è il giorno della scelta della fede (io non ho mai “deciso” di credere…), ma il giorno in cui hai dichiarato la tua consapevolezza e hai chiesto l’aiuto agli altri membri del popolo del patto per continuare a coltivarla. E i risultati sono statisticamente disastrosi. Le statistiche danno il 18% di membri di chiesa presenti al culto… le statistiche, con dentro Natale, Pasqua e 17 febbraio! Quindi, scendiamo… diciamo che oggi in tutta Italia circa un membro di chiesa valdese su dieci è presente al culto. Qui siete bravi, perché circa un terzo della comunità c’è sempre. Allora, oggi presumibilmente uno su dieci rispetto al dovere liberamente e personalmente assunto nel giorno della confermazione, cioè di partecipare, di essere, di vivere come corpo del Signore in terra. Sull’altro dovere collegato, quello della contribuzione… ne parliamo un’altra volta. Ora, quale è la parolina magica dimenticata da nove decimi dei valdesi in Italia e da due terzi dei valdesi di Forano? La parola… PATTO. Stai dentro un patto di perdono di Dio e di costituzione del suo popolo con milioni di altri credenti, come ti è stato figurato nel tuo Battesimo (e difatti per vivere il tuo Battesimo hai bisogno del ricordo e dell’annuncio degli altri, quindi hai bisogno degli altri per viverlo) e come sei stato accompagnato, istruito e formato fino alla tua Confermazione, quando davanti a Dio e con la chiesa hai dichiarato di avere consapevolezza di questo patto, dei suoi contenuti e di avere volontà di esserci e di restarci, di goderne i diritti e di assolverne i doveri. Che cosa è successo per ridurci così? Certo, i Consigli di Chiesa e Concistori non esercitano la disciplina interna sulla questione, fondamentale, della consapevolezza della membership o lo fanno troppo timidamente. Ma più, in profondità, abbiamo rinunciato ad essere il popolo del patto, che ragiona sul patto come rapporto con Dio e come rapporti nella chiesa, per salire sul comodo carrozzone della società cristiana, della cristianità, del “Qui tutti sono cristiani (o cattolici, o valdesi) e nessuno va in chiesa, nessuno prega e legge la Bibbia” e continua con “Qui tutti fanno religione a scuola (evidentemente gli stessi che tirano giù bestemmie in via del Passeggio il sabato sera tardi)”, e qui valorizziamo le nostre tradizioni e ci teniamo alla nostra identità… Insomma, la cristianità nella società, nella cultura, nella tradizione, nell’identità, nell’aria… solo che puzza di morto. Non è in crisi il cristianesimo in Europa, è in crisi la cristianità. Non tramonta Cristo, tramonta finalmente Costantino. Si chiama secolarizzazione. E Calvino l’aveva intuito, e aveva fatto giurare i sindaci, il potere, sulla confessione di fede della Chiesa di Ginevra… che non era la chiesa permeante Ginevra, quella c’era appena prima, col vescovo, il capitolo, i preti che dicevano centinaia di messe al giorno e le clarisse che si occupavano di diaconia, no, non era la chiesa della cristianità e dell’identità, era la chiesa RIFORMATA, era la chiesa del patto di Cristo in Ginevra. Non era lo sportello spirituale e sociale emanazione dello Stato, perciò anche i venerabili signori sindaci sono membri come tutti gli altri e la chiesa ha una costituzione, una disciplina propria, diversa dalla legge civile e dal sentire sociale. Calvino vede lontano, mentre Lutero, Zwingli e il papa sono ancora immersi nella “cristianità”. Ora, siccome quarantatré anni dopo “le serment” di Ginevra il teologo ugonotto Philippe Duplessis Mornay spiega ai suoi compatrioti che il patto può avere anche una interessante valenza politica, per esempio sostenendo che il cristianissimo re di Francia non è re per natura divina come i re merovingi, ma perché c’è un patto tra lui, Dio e il popolo, un patto con diritti e doveri. Sessantadue anni dopo i puritani inglesi tagliano la testa a re Carlo I, defensor fidei, in nome dell’integrità del patto, del Covenant violato dal sovrano. Insomma, roba forte, il patto. E noi nasciamo con questa concezione di chiesa che Calvino non si inventa ma, sapete, Calvino era uno che leggeva parecchio la Bibbia… Se non riprendiamo umilmente il patto con diritti e doveri, la cui prima parola a noi è la misericordia immeritata garantita da Cristo mediatore, se non siamo più in un patto vissuto e vivente, diventeremo un erogatore di servizi spirituali di minoranza, un po’ di diaconia e un po’ di cultura… e dai, anche un po’ di identità, di tradizione, di valori… e di altra paccottiglia clericofascista che possiamo identificare in questa cristianità già morta. Avremmo ancora bisogno di una cosa, di imparare da altri come si fa a convincere la gente che la chiesa sia gratis, che non si paga, che non si dà niente, mentre si riesce a beccare un sacco di soldi dello Stato, cioè di tutti. In questo dobbiamo imparare da chi è più bravo di noi…Ma per carità!
Facciamo un passo di lato. Siamo al servizio di questo paese, ma siamo tenuti insieme da un patto in Cristo oppure diventiamo fotocopia, e le fotocopie prima o poi si buttano via. E oggi, 11 ottobre, alla fine di questo sermone, cantare il Giuro di Sibaud potrebbe avere più senso che ingessarlo in ogni sacrosanto 17 febbraio. Amen.