18/05/2026
Domenica 17 maggio 2026, Giovanni 7,37-39, pastore Emanuele Fiume
Giovanni 7,37-39
Nell'ultimo giorno, il giorno più solenne della festa, Gesù stando in piedi esclamò: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d'acqua viva sgorgheranno dal suo seno». Disse questo dello Spirito, che dovevano ricevere quelli che avrebbero creduto in lui; lo Spirito, infatti, non era ancora stato dato, perché Gesù non era ancora glorificato.
A chi beve dalla sua sorgente Gesù promette di essere a sua volta sorgente di acqua viva. Vedremo che cosa questo significhi prima di tutto in riferimento al mondo biblico, poi esamineremo l’insegnamento e infine l’applicazione di questo insegnamento sulla nostra vita.
Gesù pronuncia queste parole nell’ottavo e ultimo giorno della festa delle Capanne. La festa delle Capanne era in origine una festa del raccolto, poi trasformata nella festa non tanto dell’Esodo dall’Egitto (per questo c’era la Pasqua), ma della memoria della permanenza nel deserto. Le famiglie costruiscono delle capanne nel giardino di casa e, se il tempo è bello, vi passano qualche notte della settimana, quasi come in campeggio. Questo per indicare la provvisorietà del passaggio nel deserto del popolo d’Israele e per ricordare che casa e luogo di vita sono doni di Dio, quindi nient’affatto scontati. Nell’ottavo giorno – aggiunto posteriormente, perché l’antica festa ne prevedeva sette – avveniva il rito della libazione dell’acqua: veniva attinta dell’acqua dalla sorgente di Siloe con una brocca d’oro e versata ai piedi dell’altare del tempio, in ricordo del miracolo di Mosè, che percosse la roccia con il suo bastone e ne uscì dell’acqua (Numeri 20,2-13). Lì “il Signore si fece riconoscere come il Santo in mezzo a loro” (Numeri 20,13). Quindi, in conclusione di una festa che ricordava ed esaltava la provvisorietà (le capanne, il deserto) era il ringraziamento a Dio per l’acqua viva, l’acqua pura che era sgorgata dalla roccia percossa da Mosè. Perché? Perché in un territorio desertico per un popolo nomade l’acqua significa sopravvivenza. E sovente è piuttosto putrida e stagnante. L’acqua viva, l’acqua cristallina è una vera rarità. Ancora oggi, nonostante la nostra tecnologia, la gestione dell’acqua in Medio Oriente è un grande problema, tanto che Israele da decenni a questa parte fa molta attenzione ad assicurarsi lo sfruttamento e il controllo delle risorse idriche della regione. La sorgente di acqua limpida evoca in noi immagini di belle montagne, con la fontana alpina che solo a guardarla toglie la sete. Qui non è nulla di questo. L’acqua limpida indica semplicemente la differenza tra la vita e la morte del popolo ebraico in un particolare momento della sua storia, e la differenza tra la vita e la morte di chi abita quelle regioni così aride.
Gesù Cristo evoca a sé il dono dell’acqua, anzi di dare da bere un’acqua che trasforma in grande sorgente chi la riceve. Dicendo queste parole: “Chi ha sete venga a me e beva. Chi crede in me, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno”, Gesù afferma che la sua rivelazione di Dio è quella definitiva. Superiore a quella di Mosè e a quella dei patriarchi (Giovanni 4). L’acqua che Gesù dà, disseta in eterno, mentre l’acqua di Giacobbe o di Mosè calmano la sete, ma non la spengono per sempre. Perciò anche con queste parole Gesù afferma di essere l’ultima rivelazione di Dio. Dopo di lui non ci sarà nessuno da aspettare, se non il ritorno di Gesù stesso. Oltre a questo, vi è nelle sue parole non tanto la promessa del suo Spirito, ma la descrizione della sua efficacia. “Fiumi d’acqua viva” Pensate! Chi li aveva mai visti, questi fiumi d’acqua viva? Il Giordano, a parte le settimane della piena, è un rivolo di acqua sporca. Noi possiamo pensare ai nostri grandi fiumi, al Po o almeno al Tevere, ma per l’ascoltatore di Gesù la promessa era più grande della realtà e doveva essere rincorsa dalla fantasia. Gesù disse questo dello Spirito che dovevano ricevere quelli che avrebbero creduto in lui. Lo Spirito santo, cioè un’abbondanza di vita, una botta di vita che ci si può solo credere e immaginare. Quindi, viene detto qualcosa di più che alla Samaritana, dove si parla sempre di acqua e di sete (Giovanni 4). Alla Samaritana è promessa l’acqua che spegne la sete, ma ora chi beve, diventa origine di fiumi di acqua limpida. Lo Spirito non si limita a dissetarti, ma ti mette in condizione di dissetare tanti altri. L’acqua limpida è la parola di Gesù Cristo e tutto ciò che questa ci assicura: l’amicizia di Gesù per noi, il diventare persone della sua famiglia, la pace, l’unione tra di noi, la conoscenza di Dio, del suo perdono, della sua giustizia. Questo ti disseta. Anzi, è talmente tanto che riesci – perché ne sei obbligato – a viverlo con gli altri. Quindi a diventare a tua volta sorgente di fiumi d’acqua viva. La teologia di Calvino insiste sull’azione di testimonianza interiore dello Spirito Santo, cioè lo Spirito convince il tuo cuore a credere al Vangelo in modo segreto ed efficace, efficace perché qui condividiamo i frutti dello Spirito, segreto perché siamo entrati qui, tutti, peccatori o almeno non meno peccatori di quelli che non ci sono, e perché nessuno può giudicare la fede degli altri. Dio scruta i cuori, tu no! E la domanda rivolta a chi è marginale e periferico non è se ha meno fede di me, ma se la mia azione, presunzione o ambizione lo ha tenuto lontano da qui. Dunque, credo che possiamo interpretare questa azione efficace e segreta dello Spirito, la nascita della fede, la nuova nascita nostra, in modo dinamico. Cioè lo Spirito santo non ti convince di una nozione (Gesù Cristo è il tuo Salvatore), ma lo Spirito fa sì che nel tuo muro di incredulità si apra la crepa della fede, che tu dica: “Non sono più così sicuro di me stesso. C’è un’altra giustizia e un’altra misericordia che mi interpellano. E se queste fossero più concrete e più vere delle mie sicurezze?” L’unica risposta viene dalla crepa che si è aperta. E da questa il muro di aridità del nostro cuore viene riempito di acqua viva. E l’acqua prosegue, deve proseguire oltre a noi. La testimonianza interiore dello Spirito santo non è statica, non è un macigno sull’anima. È come piantare un’edera: non sai dove sarà tra un anno, tra cinque anni, quanto muro avrà ricoperto. Sai soltanto due cose: che è tenace e che la sua crescita ti sorprenderà. Così è l’azione dello Spirito di Dio nel tuo cuore
L’applicazione di questa parola di Gesù è un fatto, prima di noi, attorno a noi, in noi e dopo di noi. Che oggi in tutto il mondo si legga e si accolga la storia di un rabbino che promette dell’acqua alla festa delle Capanne di quasi duemila anni fa, è la dimostrazione che i fiumi d’acqua viva sono sgorgati e sgorgano. L’applicazione non è per noi un fare, ma un rendersi consapevoli della potenza, della grandezza e dell’efficacia che accompagnano l’azione dinamica dello Spirito di Dio. Che oggi in tutto il mondo si creda in Cristo… è l’applicazione dei fiumi di acqua viva promessi da Gesù e realizzati con l’effusione dello Spirito santo che ha sempre un futuro, un domani che vuole e deve stupirci. La Pentecoste, lo Spirito santo donato che fa donare il Vangelo a tutti i popoli del mondo nella loro lingua, nella loro cultura, nella loro sensibilità. Da due millenni il Vangelo risuona nel mondo in tante, tante lingue, e chi lo riceve, lo trasmette a sua volta, e non è ancora finita, questa catena di trasmissione umana continua e continua a stupire. Ma. Attenzione. Restiamo su un volatile bianco e sull’acqua… non la colomba, non il Giordano, ma l’oca del signor Frignani di Ferrara, che volava sul Po (che a Lagoscuro è largo, dico largo seicento metri), le è venuta sete ed è andata a bere a casa sua. Cioè, per abitudine, superficialità, pigrizia, l’oca non ha visto il fiume d’acqua viva ed è tornata alla sua ciotola. Noi rischiamo di fare quella fine: stiamo morendo di sete ammirando la fontana di Trevi. Le chiese sono diventate il luogo in cui ci si lamenta e di cui ci si lamenta. Ma chi ha quello che abbiamo noi? Conosciamo la parola di Gesù Cristo, vogliamo riceverla, con questa riceviamo giustizia e salvezza, diventiamo figli di Dio, riceviamo una legge per vivere nell’amore e una speranza per il suo regno. Riceviamo sorelle e fratelli che Dio ci dona per il nostro bene, per riceverlo e per farlo. riceviamo il diritto della preghiera, il dono della meditazione, il dovere della testimonianza. Ma chi ha tutto questo che noi abbiamo, anzi, che abbiamo ricevuto? E questa non è la lezione di ottimismo, ma il semplice fatto di guardare a che cosa avete ricevuto, ad apprezzarlo e a condividerlo. Vi do compiti per casa per la prossima settimana. Primo: ornitologia: meditate sulla differenza tra due volatili di colore bianco: l’oca di Frignani e la colomba dello Spirito santo. Cioè se siamo capaci di stupirci per l’opera dello Spirito o se la diamo così per scontata che nemmeno la notiamo più. Secondo: ogni sera dite grazie al Signore per una particolare goccia d’acqua, per un particolare miracolo. Miracolo che non dipende da voi. Miracolo è la fede, miracolo è il servizio che ricevete, miracolo è quel fratello o quella sorella che si interessa a voi e che senza Gesù Cristo le vostre vite non si sarebbero incontrate, miracolo è la parola che ricevete e che vi fa bene, e il miracolo che dobbiamo invocare è lo stupore per tutta quest’acqua viva, abbondante, efficace, stupore che produce ringraziamento e generosità di vita. Il miracolo dei doni già presenti e dell’attesa dei doni che vengono, e che ci stupiranno. Se invece è tutto scontato, allora c’è un problema.