Chiesa Valdese di Forano

Chiesa Valdese di Forano Annuncio del Vangelo, celebrazione dei sacramenti, istruzione religiosa, cura spirituale secondo la parola di Gesù Cristo.

Domenica 6 settembre 2026. Culto domenicale con Cena del Signore. 💒Letture bibliche• Genesi 28, 10-22: “Giacobbe partì d...
06/09/2026

Domenica 6 settembre 2026. Culto domenicale con Cena del Signore. 💒

Letture bibliche

• Genesi 28, 10-22: “Giacobbe partì da Beer-Sceba e andò verso Caran. Giunse ad un certo luogo e vi passò la notte, perché il sole era già tramontato. Prese una delle pietre del luogo, se la mise per capezzale e lì si coricò. Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima toccava il cielo; e gli angeli di Dio salivano e scendevano per la scala. Il SIGNORE stava al di sopra di essa e gli disse: «Io sono il SIGNORE, il Dio di Abraamo tuo padre e il Dio d’Isacco. La terra sulla quale tu stai coricato, io la darò a te e alla tua discendenza. La tua discendenza sarà come la polvere della terra e tu ti estenderai a occidente e a oriente, a settentrione e a meridione, e tutte le famiglie della terra saranno benedette in te e nella tua discendenza. Io sono con te, e ti proteggerò dovunque tu andrai e ti ricondurrò in questo paese, perché io non ti abbandonerò prima di aver fatto quello che ti ho detto». Quando Giacobbe si svegliò dal sonno, disse: «Certo, il SIGNORE è in questo luogo e io non lo sapevo!» Ebbe paura e disse: «Com’è tremendo questo luogo! Questa non è altro che la casa di Dio, e questa è la porta del cielo!» Giacobbe si alzò la mattina di buon’ora, prese la pietra che aveva messa come capezzale, la pose come pietra commemorativa e vi versò sopra dell’olio. E chiamò quel luogo Betel; mentre prima di allora il nome della città era Luz. Giacobbe fece un voto, dicendo: «Se Dio è con me, se mi protegge durante questo viaggio che sto facendo, se mi dà pane da mangiare e vesti da coprirmi, e se ritorno sano e salvo alla casa di mio padre, il SIGNORE sarà il mio Dio e questa pietra, che ho eretta come monumento, sarà la casa di Dio; di tutto quello che tu mi darai, io certamente ti darò la decima».”

• Romani 8, 14-17: “Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito di servitù per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione, mediante il quale gridiamo: «Abbà! Padre!» Lo Spirito stesso attesta insieme con il nostro spirito che siamo figli di Dio. Se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio e coeredi di Cristo, se veramente soffriamo con lui, per essere anche glorificati con lui.”

Testo per la predicazione

• Luca 19, 1-10: “Gesù, entrato in Gerico, attraversava la città. Un uomo, di nome Zaccheo, il quale era capo dei pubblicani ed era ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non poteva a motivo della folla, perché era piccolo di statura. Allora, per vederlo, corse avanti e salì sopra un sicomoro, perché egli doveva passare per quella via. Quando Gesù giunse in quel luogo, alzati gli occhi, gli disse: «Zaccheo, scendi, presto, perché oggi debbo fermarmi a casa tua». Egli si affrettò a scendere e lo accolse con gioia. Veduto questo, tutti mormoravano, dicendo: «È andato ad alloggiare in casa di un peccatore!» Ma Zaccheo si fece avanti e disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; se ho frodato qualcuno di qualcosa gli rendo il quadruplo». Gesù gli disse: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, poiché anche questo è figlio di Abraamo; perché il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto».”

Domenica 6 settembre 2026, Luca 19,1-10, pastore Emanuele FiumeLuca 19, 1-10Gesù, entrato in Gerico, attraversava la cit...
06/09/2026

Domenica 6 settembre 2026, Luca 19,1-10, pastore Emanuele Fiume
Luca 19, 1-10
Gesù, entrato in Gerico, attraversava la città. Un uomo, di nome Zaccheo, il quale era capo dei pubblicani ed era ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non poteva a motivo della folla, perché era piccolo di statura. Allora per vederlo, corse avanti, e salì sopra un sicomoro, perché egli doveva passare per quella via. Quando Gesù giunse in quel luogo, alzati gli occhi, gli disse: «Zaccheo, scendi, presto, perché oggi debbo fermarmi a casa tua». Egli si affrettò a scendere e lo accolse con gioia. Veduto questo, tutti mormoravano, dicendo: «E' andato ad alloggiare in casa di un peccatore!» Ma Zaccheo si fece avanti e disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; se ho frodato qualcuno di qualcosa gli rendo il quadruplo». Gesù gli disse: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, poiché anche questo è figlio d’Abraamo; perché il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto».

Stamattina cominciamo dalla fine, dalla parola del Signore che dice: «Il Figlio dell’uomo - cioè il Messia - è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto». Ciò che era perduto è ciò che non si poteva salvare, ciò che non era più. Ciò che aveva rotto per sempre il rapporto con Dio e con il prossimo. Chi era perduto non andava a pregare, non era accettato da nessuno, reagiva a questo isolamento moltiplicando la sua brama di ricchezza come capo degli agenti delle tasse, l’estorsore al servizio degli occupanti Romani. Una specie di sceriffo di Nottingham ricco, solo e perduto. Lontano dal suo Dio e lontano dal suo popolo. Farsi vedere con Zaccheo significa aver perso ciò che si ha in testa o stare per perdere ciò che si ha in tasca. Perduto per gli altri e quindi perduto per Dio. Perché Dio non ti salva da solo, così, come un asparago. Dio ti salva con gli altri, con i fratelli e con le sorelle, Dio si presenta a te con la faccia e la parola umane… Se sei solo, sei perduto! Solo in te stesso e male accompagnato, da te stesso!
Ma… il Signore Gesù Cristo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto. La salvezza entra nella casa e nella vita di Zaccheo, dall’uomo più lontano da Gesù che stava passando. La parola di Gesù che taglia, taglia la distanza, taglia lo stigma sociale, taglia perfino l’indifferenza di chi non vuole mettersi in discussione, e se non vuoi metterti in discussione non ve**re qui, ma è Gesù, la parola di Gesù che si invita presso il curioso e lontano Zaccheo.
Zaccheo era lontano perché era il capo degli esattori delle tasse. Incarico sgradevole in democrazia, figuriamoci sotto un’occupazione militare straniera. Ricco e odiato come un usuraio. E quando Gesù passa per Gerico, una folla di curiosi riempie le strade per vedere questo maestro che passava di lì. Zaccheo è basso, non riesce a farsi largo; presumibilmente nessuno lo fa passare avanti. Al piccolo estorsore non resta altro che salire su un albero per vedere meglio. Riesce a vedere Gesù, ma da lontano. Da più lontano che il resto della folla. L’evangelista non ci dice perché Zaccheo compie questo sforzo di arrampicarsi come un gatto sul sicomoro, non ci dice se era mosso da curiosità o da pentimento. Questo non è importante. Gesù lo vede e lo chiama, invitandosi a casa sua. Tra i tanti ai bordi della strada Gesù scorge quel piccoletto acquattato sull’albero, e lo chiama per nome. Non è Zaccheo a chiamare Gesù, ma è Gesù che chiama Zaccheo e che lo invita a fare amicizia con lui. Risolutiva è la sola parola di Cristo. Tra i tanti presenti, questa parola è stata rivolta certamente al peggiore di loro. Zaccheo viene raggiunto da questo sguardo e da questa parola. Nel momento in cui Gesù vuole entrare in casa da lui, la sua vita è cambiata.
Zaccheo dà ospitalità a Gesù con grande gioia. Con quella gioia che viene dalla scoperta di un amore gratuito e non meritato. Allora tutti gli altri cominciano a protestare. Com’è che questo maestro di Nazareth si ferma proprio in casa dell’uomo più odiato del paese? Proprio un peccatore deve avere l’onore di ospitare Gesù. E questo Gesù alloggia in una casa che è accuratamente evitata dalle persone perbene. Questi erano i pensieri di tutti gli altri, di tutti quelli che erano santi esteriormente e che pensavano che Gesù fosse un santo esteriore come loro. Questi erano quelli che obbedivano ai comandamenti di Dio, ma che avevano coperto il centro dei comandamenti, perché il centro non è l’essere considerati brave persone, ma la misericordia. Chi dimentica la misericordia diventa un credente esteriore, attento alla forma e non al contenuto. Per il credente esteriore la fede è fare alcune cose e non farne altre. Invece la fede interiore è quella creata dalla parola del perdono, e questa fede non giudica il suo prossimo, ma lo ama. Quelli che criticano gli altri perché sanno di essere esteriormente migliori di loro interroghino il proprio cuore e rispondano onestamente a sé stessi se si ricordano di usare misericordia e di invocarla su coloro che sono accanto a loro e che ne hanno bisogno.
Poi Zaccheo dichiara di voler rinunciare alla metà delle sue ricchezze e si dice disposto a rendere il quadruplo alle persone che ha taglieggiato. È la sua penitenza? No, perché Gesù non glielo aveva chiesto. Non è una penitenza, ma una conseguenza. È la conseguenza della sua liberazione. Se prima di incontrare Gesù Zaccheo aveva soltanto il denaro – cioè la schiavitù -, ora ha comunione con Gesù – cioè la liberazione -. Zaccheo è finalmente libero dal suo antico padrone – il denaro – che lo illudeva facendogli credere di averne disponibilità, mentre in realtà era il denaro che disponeva di lui e che lo costringeva ad essere crudele e disonesto. Gesù approva questa rinuncia all’idolo del profitto e dichiara che la salvezza è entrata in casa di Zaccheo. Il pubblicano non ha più bisogno di oro, perché Gesù gli ha donato quel tesoro grandissimo che non si può comprare, ma solo avere in dono. L’atto di Zaccheo dimostra anche la serietà con cui ha preso la presenza di Gesù. L’amore di Dio non si paga, ma non è un amore a buon mercato. Non costa nulla a noi, ma a Dio è costato la morte di suo figlio sulla croce. È gratis e vale tantissimo, ed è giusto riceverlo e apprezzarlo in tutto il suo valore. L’atto di Zaccheo dimostra che la presenza di Gesù nella sua casa è veramente l’avvenimento su cui riformare e ricostruire una vita.
Io credo che un racconto così articolato sulla conversione, cioè sull’opera di Cristo che salva un perduto, significa che la manifestazione della conversione sia rara. È rara, ma c’è. E se Gesù quel giorno non fosse passato di lì? O, per dirla nella situazione di oggi, quante persone vogliono vedere Gesù, vogliono conoscerlo, sono curiose, e trovano davanti a loro il muro umano di quelli che sono santi esteriormente, di quelli che trattano i peccatori senza entrare nelle loro case, nelle loro vite, senza comprenderli, senza amarli, senza salvarli? Io credo che rischiamo tutti, anche qui, di essere una barriera, di essere ingombranti per altri che sono più lontani e che sono interessati, curiosi oppure…semplicemente verso quelli che il Signore Gesù Cristo conosce, conosce prima di incontrarli, conosce il loro nome e chiama per none. Il dato più sorprendente di questo racconto biblico è questo: il Signore Gesù sapeva già chi era veramente Zaccheo e che cosa sarebbe successo con lui. Addirittura conosce il suo nome, lo chiama. E conoscere il nome non significa essere un mago o averlo orecchiato. Nella Bibbia conoscere un nome significa conoscere la persona, conoscere i suoi pensieri, i suoi problemi, i suoi affetti, conoscere l’anima, conoscere quello che nessun altro conosce, conoscere la persona com’è e come può diventare. Il Signore Gesù Cristo conosce già Zaccheo perché Zaccheo non è diverso dagli altri. È un uomo perduto come tutti gli altri. Ma più di tutti gli altri a Gerico, sente il bisogno che Gesù e la salvezza entrino nella sua casa, entrino nella sua vita. Zaccheo si è arrampicato sul sicomoro, che è un albero basso. Io credo che nessuna folla, nessun apparato, nessuna manifestazione per i valori avrebbero impedito questo incontro. Ostacolato sì, ma non impedito. Tra Gesù e Zaccheo, tra il Salvatore e il perduto c’è la folla di gente per la quale la religione coincide con difesa dei valori e non con la misericordia, e dicono di Zaccheo: «È un peccatore!». Ma non sanno che il Messia è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto, e in quel giorno la salvezza, la giustizia e la misericordia di Dio entrano nella casa, nella vita di Zaccheo per mezzo del Signore Gesù Cristo.
La parola di Gesù che chiama Zaccheo è una parola potente ed efficace; la protesta della folla perbene è impotente e sterile. Tra la parola di salvezza di Gesù e la parola di condanna della folla, vince la parola di Gesù.
Il Signore Gesù Cristo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto. Chi ha compreso questa frase ha compreso tutto. E chi si riconosce come perduto e sentirà la voce di Gesù, accoglierà lui e la salvezza nella sua casa, nel suo cuore, nella sua vita.

Da domenica 6 settembre il culto pubblico comincia alle ore...
05/09/2026

Da domenica 6 settembre il culto pubblico comincia alle ore...

La meditazione della Circolare di settembreLA TUA CONFERMAZIONECon la Confermazione hai confessato pubblicamente la tua ...
04/09/2026

La meditazione della Circolare di settembre
LA TUA CONFERMAZIONE
Con la Confermazione hai confessato pubblicamente la tua fede in Cristo in comunione con la Chiesa valdese. In quel giorno, il pastore ti ha rivolto una parola di incoraggiamento e di presenza della chiesa per aiutarti nel cammino cristiano e allo stesso tempo ti ha ricordato i doveri del patto che hai liberamente contratto quale membro della chiesa: la presenza, la testimonianza, la formazione e il sostegno. In quel giorno, la comunità ha pregato con te, ha fatto festa con te e hai ricevuto qualche regalo, sicuramente una Bibbia o almeno un Nuovo Testamento con una dedica particolare. Come incide il ricordo di quel giorno sulla tua vita oggi? (redazionale).

Tu hai scelto di essere cristiano. Lo hai scelto nella tua libertà. Il desiderio dei tuoi genitori, l’esempio dei tuoi fratelli, amici, compagni più anziani e coetanei, ti hanno aiutato in questa decisione; ma nessuno di questi motivi avrebbe potuto costringerti all’atto che hai compiuto. Tu hai deciso di entrare nella piena comunione della Chiesa di Cristo, perché così hai voluto. Se perseveri nella tua decisione, comprenderai sempre meglio, negli anni che verranno, che hai scelto «la buona parte» (Luca 10,42), e questa non ti sarà tolta.
La tua scelta è molto importante. Al tempo in cui viviamo, non è inevitabile chiamarsi cristiani. In un passato non molto lontano, pochi avrebbero osato dire tranquillamente: «Io non sono cristiano». Oggi è diverso. È permesso pensare e vivere da pagani senza arrossirne (…), si può essere cristiani come non esserlo. Meglio così: coloro che sono cristiani, lo saranno perché conoscono il valore della fede cristiana. Saranno veri cristiani. Non c’è nessun vantaggio, nel nostro tempo, ad essere cristiani di apparenza: o veri cristiani, o francamente pagani! Il vantaggio è tutto della sincerità.
Ma questo significa che, scegliendo di essere cristiano, hai aderito a una causa contestata e combattuta, che ha bisogno delle tue forze, del tuo entusiasmo, della tua fedeltà. Diverse concezioni della vita si contrappongono nel mondo, e il loro contrasto, che ha già una lunga storia, sembra farsi di secolo in secolo più acuto. Scegliendo di essere cristiano, hai detto «no!» alla tentazione di vivere soltanto per te stesso e per i beni materiali, dimenticando il prossimo, l’anima e l’eternità; hai dichiarato che Dio è il tuo Signore e l’Evangelo la tua legge, e che tutti gli uomini, particolarmente coloro che credono in Cristo e lo amano, sono tuoi fratelli; e che l’amore è la suprema forza e la divina legge della tua vita.
Queste convinzioni, tu devi essere pronto a sostenerle col tuo esempio e con la tua parola.
Giovanni Miegge, “Pensieri per la Confermazione” (1941)

Domenica 30 agosto 2026, Atti degli Apostoli 6,1-7, pastore Emanuele FiumeAtti 6,1-7In quei giorni, moltiplicandosi il n...
30/08/2026

Domenica 30 agosto 2026, Atti degli Apostoli 6,1-7, pastore Emanuele Fiume
Atti 6,1-7
In quei giorni, moltiplicandosi il numero dei discepoli, sorse un mormorio da parte degli ellenisti contro gli Ebrei, perché le loro vedove erano trascurate nell'assistenza quotidiana. E i dodici, radunata la moltitudine dei discepoli, dissero: Non è conveniente che noi lasciamo la parola di Dio per servire alle mense. Perciò, fratelli, cercate di trovar fra voi sette uomini, dei quali si abbia buona testimonianza, pieni di Spirito e di sapienza, e che noi incaricheremo di quest'opera. Ma quanto è a noi, continueremo a dedicarci alla preghiera e al ministero della Parola. Questa proposta piacque a tutta la moltitudine; ed elessero: Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmena e Nicola, proselita di Antiochia; e li presentarono agli apostoli, i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani. E la parola di Dio si diffondeva, e il numero dei discepoli si moltiplicava grandemente in Gerusalemme; e anche un gran numero di sacerdoti ubbidiva alla fede.

In quei giorni dopo la Pentecoste e prima del ritorno di Cristo nella gloria, esattamente come sono i nostri giorni. Dopo la Pentecoste: i capi del tempio fanno pressione contro la chiesa che annuncia Gesù quale Cristo, Messia, e questa vive di una santità che è realtà, ma mai acquisita garanzia (ci sono anche Anania e Saffira…), e alla fine ottiene dal sinedrio, grazie a Gamaliele, una relativa e fragile tolleranza. In quei giorni… poche settimane, al massimo pochi mesi dopo la Pentecoste, dopo la nascita della chiesa dalla Parola e dallo Spirito santo… in quei giorni si confrontano duramente due posizioni e due frazioni: ellenisti ed ebrei di Gerusalemme. Tutti ebrei, tutti credenti in Cristo. Non “fratelli”, gemelli! Gemelli omozigoti! Una sola fede, un solo Salvatore, ma… ma due lingue, greco e aramaico, due sensibilità, due visioni del mondo, due diverse esigenze… e alla fine una rottura, una divisione e due chiese? Due chiese? No! Una sola chiesa! Allora una parte comanda sull’altra o uno comanda su tutti? No! Né separazione, né tirannia. Né apartheid, né dittatura.
La regola della Chiesa degli apostoli per trovare una strada comune è l'ordine fraterno. Non la gerarchia o l'anarchia, ma un ordine fraterno che valorizza i diversi punti di vista, li regola, li situa e li dirige al fine migliore.
La questione si pone su un problema concreto: alcuni membri della chiesa erano socialmente meno garantiti degli altri. La prima regola: la convenienza di tutti, di tutta la chiesa. Nessuno deve perderci. Gli ellenisti, ebrei grecizzati che abitavano nella diaspora da generazioni e che avevano assorbito la cultura e la lingua dell’impero romano – che era il greco – non godevano del welfare state del tempio, riservato agli ebrei della Giudea. Gli ebrei di Giudea pagavano la decima anche per mantenere gli orfani e le vedove della Giudea. La piccola e mobile comunità di ellenisti ne era esclusa. Erano stati raccolti dalla predicazione del Vangelo udita nella loro lingua materna a Pentecoste, ma di fatto erano meno garantiti degli altri. Allora l'ordine fraterno dipende dalla vera convenienza di tutta la Chiesa: gli apostoli, che vuol dire “mandati”, mandati personalmente dal Cristo risorto ad annunciare il Vangelo, avrebbero continuato a predicare a tempo pieno. Per risolvere il problema dell'assistenza alle vedove degli ellenisti, alle pensioni di reversibilità che all’epoca erano gestite dalla comunità religiosa, è necessario trovare altri uomini; anche loro, come gli apostoli, devono essere rispettati e riconosciuti come pieni di Spirito e di sapienza, ma servono altri uomini per un altro lavoro. Anche questo - come la predicazione - è un lavoro che nasce dalla parola di Dio e che tende alla gloria di Dio, tuttavia è un'opera distinta dalla predicazione e ne è conseguenza; perciò non era conveniente che gli apostoli - che già predicavano - dovessero fare tutto. Diciamo così: l'apostolo è colui che semina la parola, il diacono è colui che raccoglie il frutto, e lo raccoglie per donarlo al prossimo che ne ha bisogno. L’apostolo fatica per seminare, il diacono fatica per donare il frutto della semina a chi sta peggio. Perché la chiesa di Gesù Cristo è attenta a chi sta peggio, e non dice: “Ellenista, tornatene al tuo paese!”. Al contrario: hai un problema? Vediamo di risolverlo insieme! Questa è l’attenzione della chiesa di Gesù Cristo: qui ricevi per condividere, non per farti gli affari tuoi.
La seconda regola di questo ordine fraterno è l'accordo tra le parti ottenuto con l'elezione cui partecipa tutta la chiesa. Il confronto tra i due diversi punti di vista non sfocia nella sopraffazione dell'uno sull'altro o nella separazione tra i credenti di Giudea e i credenti ellenisti, ma in un accordo nel quale tutti trovano il loro spazio per servire la parola di Dio. La Chiesa cioè è unita e resta unita, affronta unita il problema e unita lo risolve. Nessuno resta a casa perché non si fa come dice lui; nessuno resta a casa farfugliando accuse generiche contro la comunità, dicendo che la chiesa deve fare questo e quest’altro quando lui per primo non fa niente. Questi sono i peggiori. Certamente, il testo biblico sorvola sulla discussione probabilmente sofferta e serrata che è avvenuta tra gli ebrei e gli ellenisti; il libro degli Atti degli apostoli vede i problemi alla luce della loro soluzione e non nomina i contrasti che possono essere avvenuti, ma quello che è importante è che il problema viene risolto con un accordo di tutta la Chiesa, nella comunione e nella concordia. Gli apostoli, uomini rispettati ed ascoltati, propongono e non impongono una soluzione che viene accettata dall'assemblea: non vi è l'anarchia di tutti che vogliono fare tutto e che alla fine crea la legge del più forte, ma non vi è nemmeno la gerarchia che i cattolici romani considerano elemento costitutivo della Chiesa, tanto che la chiesa romana può essere definita una "comunione gerarchica". Qui invece vi è una soluzione ordinata e fraterna che è sancita da libere elezioni. Il popolo di Dio parla, vota, decide da popolo libero! La Chiesa degli apostoli era una comunità ordinata di fratelli e sorelle liberati e liberi, non una caserma di gerarchie!
La terza regola di questo ordine fraterno è riconoscere che anche l'altro punto di vista viene dallo Spirito di Dio, che anche la diaconia, il servizio al prossimo in difficoltà, è mossa dallo Spirito di Dio, quello stesso Spirito che ispira la predicazione della parola. Questo è il senso della preghiera e dell'imposizione delle mani: lo Spirito della predicazione è lo Spirito dell’azione, lo stesso Spirito santo che ispira la predicazione degli apostoli ispira anche l'azione dei diaconi; lo stesso Spirito che manda gli apostoli a proclamare la verità manda i diaconi a fare la verità. L'imposizione delle mani non è, come comunemente si pensa, un momento di trasmissione dello Spirito o di riconoscimento dei doni spirituali, ma è un momento di invocazione profonda dello Spirito santo con i suoi doni. Qui gli apostoli - cioè i predicatori - invocano lo Spirito di Dio sui diaconi - cioè i soccorritori del prossimo in difficoltà - e i due diversi punti di vista della Chiesa apostolica si riconoscono l'un l'altro come voluti e stabiliti da Dio per la sua gloria e non come partiti in contrasto. Questo riconoscimento non è una semplice tolleranza delle opinioni altrui così come non è una lottizzazione delle attività della Chiesa; è riconoscere che la predicazione cristiana e l'azione cristiana sono due rami dell'albero della Chiesa che non sono in contrasto o in concorrenza, ma che devono crescere insieme nella concordia e nella relazione stretta che Dio ha voluto tra loro.
Il testo si chiude con l'immagine di una chiesa che oggi definiremmo funzionante: la parola di Dio cresceva e il numero dei discepoli si moltiplicava. Questa chiusa di Luca non è messa qui a caso, ma vuole mostrarci che l'ordine nella chiesa, le decisioni comuni secondo la convenienza di tutti, l'accordo fra tutti e la preghiera con tutti sono condizioni necessarie per il successo e la credibilità della predicazione. È il miracolo incredibile di persone di lingua e cultura diverse, che la pensano diversamente… e vanno d’accordo. Il grande miracolo della vita della chiesa, secondo le regole della convenienza comune, dell’accordo comune e della preghiera comune. Queste regole della chiesa apostolica impediscono che prevalga una mentalità di fazione e che questa provochi divisione nella Chiesa. Una parte non vuole stravincere sull’altra, chi predica non vuole legare le mani a chi fa, e chi fa non si sogna di dichiarare che ha ragione solo chi fa. Un modello di unità della Chiesa che non può lasciarci indifferenti; in questo modello non prevalgono né la tentazione autoritaria, né lo sgretolamento della divisione. Questo permette alla Chiesa di essere credibile nel suo incarico della predicazione della parola di Dio. Non è la potenza, non sono le cerimonie, ma soltanto questa capacità di essere diversi e riconciliati rende la chiesa degli apostoli un luogo vivibile e credibile, una comunione fraterna lontana dalle tentazioni umane del settarismo o della gerarchia, un luogo dove vale veramente la pena spendersi sia per l'annuncio della parola di Dio, sia per l’aiuto a tutti coloro che si trovano in difficoltà.
Anche noi oggi abbiamo bisogno di imparare dalla Bibbia a vivere nell’unione e nell’ordine, perché l’unità esiste, in Cristo, e noi dobbiamo riscoprirla, viverla nella sua efficacia. Anche noi, come i cristiani dei tempi apostolici, abbiamo spesso diversi modi di vedere. Anche noi la pensiamo diversamente tra noi su tante cose, ma se manterremo sempre l'unione e l'ordine della Chiesa degli apostoli, la ricerca della convenienza per tutti e non per una parte, la vita comune e non la separazione, non ciascuno per conto proprio, allora potremo vedere la parola di Dio che si diffonde e il numero dei discepoli di Cristo che si moltiplica grandemente, potremo vivere le nostre differenze riconciliate nell'unità in Cristo. Vi racconto una seduta dell’ultimo sinodo. Seduta su un argomento diciamo “caldo”, bruciante, grave, potenzialmente divisivo… si comincia con qualcuno che afferma che la chiesa su quest’argomento è divisa perché c’è un gruppo che la pensa diversamente. Poi parla un deputato dell’opinione contraria, cuore in mano. Poi altri, con diverse sensibilità e opinioni. Ma… su geniale proposta del presidente del Sinodo avevamo deciso di limitare il tempo degli interventi dai tradizionali cinque minuti a quattro. Che cosa cambia per un minuto? Ma cambia tutto, perché con un solo minuto di meno devi pensare di più per organizzare bene il tuo discorso, e dai un minuto in più all’altro, per ascoltarlo. Alla fine, due ordini del giorno lavorati, smussati, che tenevano conto dei reali problemi e delle reali necessità. Un minuto di meno a sé stessi e un minuto di più agli altri hanno fatto il miracolo: gli uni e gli altri si sono riconosciuti nel buon lavoro del Sinodo e nelle decisioni liberamente prese. Quest’anno il Sinodo valdese ci ha dimostrato che si può e si deve vivere in Cristo uniti e non divisi, che si può e si deve vivere in Cristo discutendo e confrontandosi con opinioni diverse e trovando soluzioni buone e utili per tutti, e infine che noi protestanti siamo chiamati a costituire una chiesa di liberati e liberi in Cristo, una chiesa di credenti in crescita nell’attenzione e nella vocazione verso gli altri, e una chiesa di responsabili di sé stessi, la chiesa in cui lo Spirito santo fa crescere l’unità e la coesione facendoci parlare un minuto di meno e facendoci ascoltare l’altra opinione un minuto di più, abbassando la testa soltanto davanti al Signore Gesù Cristo, e a nessun altro.

26/08/2026
26/08/2026

Il pastore, 44 anni, è stato eletto al termine del Sinodo delle chiese metodiste e valdesi …

19/08/2026

Sabato 22 agosto comincia il Sinodo delle Chiese valdesi e metodiste.

Domenica 16 agosto 2026, Galati 2,5-21, pastore Emanuele FiumeGalati 2,15-21Noi Giudei di nascita, non stranieri peccato...
16/08/2026

Domenica 16 agosto 2026, Galati 2,5-21, pastore Emanuele Fiume
Galati 2,15-21
Noi Giudei di nascita, non stranieri peccatori, sappiamo che l'uomo non è giustificato per le opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù, e abbiamo anche noi creduto in Cristo Gesù per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; perché dalle opere della legge nessuno sarà giustificato. Ma se nel cercare di essere giustificati in Cristo, siamo anche noi trovati peccatori, vuol dire che Cristo è un servitore del peccato? No di certo! Infatti se riedifico quello che ho demolito, mi dimostro trasgressore. Quanto a me, per mezzo della legge, sono morto alla legge affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato sé stesso per me. Io non annullo la grazia di Dio; perché se la giustizia si ottenesse per mezzo della legge, Cristo sarebbe dunque morto inutilmente.

Baruffe teologiche su incomprensibili dottrine. Da Paolo a Lutero. Solo chi conosce molto bene la teologia del Nuovo Testamento e l’insegnamento della Riforma può capire qualcosa di questo arzigogolo di cui, infatti, possiamo ricordare soltanto il versetto più bello e spirituale «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me!». No, cari. Qui siamo al centro del Vangelo, al centro di tutto, e non lo sappiamo più. Lo sapevano i vostri nonni, e lo hanno dipinto qui, sopra la mia testa. La croce di Cristo, la corona di spine che lo rivela re, alla base il Vangelo su una roccia, inamovibile. Ecco tutto Galati 2. Lo sapevano bene i nostri nonni, ma noi oggi non lo sappiamo più e resti senza parole quando ti vengono fatte le due obiezioni degli avversari dell’Apostolo Paolo. La prima: “Ma se non fai questo e quest’altro, che cristiano sei? Che cristiani siete?” e tu che cosa hai risposto quando qualcuno ti ha chiesto: “Ma che cristiano sei?”? La seconda: “Se Dio è tollerante con te così come sei, allora tollera anche il male.” Cioè che titolo hai, con la tua vita di peccato, di dire che Dio è buono? Ma guarda come va il mondo, e il tuo Dio che cosa fa?”. Ecco, a fronte di queste due contestazioni al Vangelo che ho condensato in due critiche piuttosto attuali – perché i problemi in fondo sono sempre quelli – l’Apostolo dice: Se avete ragione voi, se l’essenziale è che adesso si vede che siete, se tu diventi manifestazione e garanzia della buona notizia di Dio… allora Cristo è morto per niente. Se fai tu, non occorre che abbia fatto lui, e lui quello ha fatto, ha dato la sua vita per te. Se vuoi fare tu, se vuoi compiere tu, se vuoi rendere vero, presentabile, desiderabile tu il Vangelo, perché sei tanto credente e tanto morale, perché grazie a te Dio diventa più presentabile e più difendibile, perché come valdese sei tanto stimato… stai rinnegando il Cristo sulla croce e stai rendendo la sua morte inutile. La giustificazione del peccatore per sola grazia mediante la fede non è un orpello storico dei protestanti, è l’unico Vangelo che l’Apostolo Paolo conosce affinché la morte di Cristo, cioè il centro della sua opera e della nostra fede, non sia inutile, non sia sostituibile, non sia ridotta a un dettaglio.
“Ma che cristiano sei?” vuol dire che il tuo cristianesimo si deve vedere. E come si sarebbe visto meglio che in un galata pagano che diventava cristiano, e che dopo il battesimo grazie a Cristo poteva seguire la legge mosaica come gli altri ebrei che credevano in Cristo. Che cristiano sei? Te lo faccio vedere io: io prima adoravo gli idoli, poi mi hanno detto che il Messia degli Ebrei ha aperto le porte del regno spirituale anche a me, ho creduto, mi hanno battezzato, poi circonciso, ora non vesto abiti con due tessuti, non mangio più certe cose, osservo il sabato, prego con la testa coperta e avvolto in uno scialle. Ecco che si vede! Gli avversari di Paolo sparavano la risposta giusta subito! Ecco che si vede, il nostro galata, quando è vestito e quando è n**o, quando prega e quando mangia… è sempre diverso dagli altri e non è più quello di prima. Come oggi vedi e distingui un prete, un frate e una suora e un bonzo. E questi sono inseriti in una storia secolare, millenaria, che ha fatto e prodotto tanto.
Ma Paolo, che era perfettamente inserito in tutto questo, annuncia che questo non è il Vangelo. Noi, giudei di nascita e non stranieri peccatori, sappiamo, cioè abbiamo imparato e sperimentato, che l’uomo non è giustificato per le opere della legge, ma soltanto per la fede in Cristo Gesù. Ma allora la giustizia della legge di Dio? Allora questi Comandamenti? Con la giustizia della legge Dio ci dimostra proprio che il Vangelo non si compie e non si corona con una nostra prestazione, perché chi può dire di avere sempre completamente obbedito a queste parole? Il giovane ricco dice di avere seguito questa legge sin dalla sua giovinezza, ma poi rivela di avere il cuore occupato dall’idolo della ricchezza e che la sua obbedienza era solo nella forma. Allora, una volta accusati da queste dieci parole, possiamo comprendere che la giustizia di Dio non è solo la giustizia che Dio ci chiede, ma soprattutto la giustizia che Dio ci dà. Il Signore Gesù Cristo, l’unico che ha adempiuto perfettamente tutta la legge, che dà la sua vita quale sacrificio di espiazione, secondo la legge, per i nostri peccati, che ci viene donato per fede. Allora la tua giustizia non è fare, ma ricevere, ricevere dal Signore Gesù Cristo e ricevere il Signore Gesù Cristo mediante la fede. Allora che cristiano sei? Sono cristiano perché il Signore Gesù Cristo è morto per me, è morto per i miei peccati ed è risorto per la mia giustizia. “Cristiano” vuol dire “di Cristo”, e non sei tu che ti fai cristiano o che fai il cristiano, ma Cristo ti ha riscattato, ti ha comprato pagandoti con la sua vita per renderti suo, e prima credevi di essere libero ma eri schiavo del tuo peccato, ora sei suo, sei sua proprietà ma sei libero perché appartieni al Liberatore. Cristo ha fatto, ha adempiuto la legge anche per te, perfettamente anche per te. Questa è la giustizia di Cristo dalla quale non si torna indietro, e se si torna indietro, si rinnega Cristo e la sua morte.
La Bibbia ha risposto alla prima obiezione: Che cristiano sei? Risposta: sono un povero peccatore che Gesù Cristo ha amato e ha dato la sua vita per lui. Punto. Tutto il resto è contorno. Veniamo alla seconda: Se tu dici che Dio ama questo mondo così ingiusto, se Dio ama te che sei ingiusto, come fa Dio ad essere giusto? Perché non risolve lui ingiustizie, guerre, terremoti, incidenti mortali, malattie di bambini e fame nel mondo? Detto con le parole dell’Apostolo: se siamo anche noi trovati peccatori, vuol dire che Cristo è un servitore del peccato? Caro Dio, tu pensi a perdonare quattro bigotti in chiesa che appena escono continuano come prima e peggio di prima, e intanto il mondo va a rotoli? E noi ci diciamo che Dio ci accetta così come siamo, cioè peccatori, pensando che così Dio possa accettare anche il nostro peccato così come accetterebbe il peccato del mondo? Dio accetta noi così come siamo – ingiusti – e accetta il mondo così com’è – ingiusto – senza muovere una foglia? Un dio garante dell’esistente e disponibile su chiamata come un centralino di un numero clienti? E questo è un dio mostruoso. Purtroppo molto creduto, ma è una caricatura, una parodia del Padre che si rivela in Cristo e accoglie i peccatori non perché sono peccatori, ma perché sono rivestiti della giustizia di Cristo. Ecco. “Dio ci accoglie così come siamo”: falso! Dio ci accoglie solo in Cristo, solo sotto il mantello della sua giustizia sotto il quale sei sempre quello di prima, ma per essere accolto da Dio conta Cristo, non conta come sei tu. Secondo, la manifestazione e il compimento della giustizia di Dio qual è? La morte di Cristo. La fine più ingiusta del più giusto, condannato da tutti i poteri del mondo. Assume concretamente la nostra ingiustizia, che lo condanna, e per contro ci assegna la sua giustizia che ci salva. Il contatto tra Dio e la tua ingiustizia e tra Dio e l’ingiustizia del mondo è uno solo: il Signore Gesù Cristo sulla croce. La morte di Alessandro, che ha sconvolto una famiglia e il nostro intero paese… dov’era Dio? Dio Padre ha ascoltato il proprio figlio gridare: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Dio Padre ha visto il proprio figlio morire ingiustamente. Quindi, Dio, il Padre del Figlio crocifisso, era dalla parte dei genitori, completamente dalla parte dei genitori perché Dio, prima di loro, ha visto morire ingiustamente il proprio figlio. Ed è dalla parte dei genitori perché la consapevolezza viva della relazione, come se un genitore dicesse al figlio morto: “Io ti custodisco e non ti perdo del tutto”, in Dio questa relazione viva è diventata dono di vita nuova. La resurrezione. La Pasqua di Cristo. La morte zittita. La salvezza eterna della persona. Possibile solo in Cristo, nel primo dei richiamati alla vita nuova, e noi tutti già siamo in lui e aspettiamo di esserlo completamente. E così vediamo che tutte le ingiustizie che la gente ascrive a Dio vedono una presenza di Dio. Dio è presente nelle tragedie umane, in tutte le tragedie umane, ma è rivelato solo nella croce di Cristo. Lì dove Dio rivela la sua giustizia in mezzo all’ingiustizia del mondo e nostra. Nella croce di Cristo, e se non passi da lì, non vedrai mai quel regno di Dio in cui non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore perché le cose di prima sono passate (Apocalisse 21,4). Dunque, se questo è il Vangelo di Dio, e lo è, Paolo afferma: se questo vi ho annunciato, la distruzione del peccato mediante l’opera di Cristo, posso essere io a ricostruire il peccato mediante uno sdoganamento, o dicendo che non conta, non esiste, è “superato”? Se edifico quello che ho distrutto, mi dimostro trasgressore. Non vi ho predicato la fine della schiavitù del peccato per farvi peccare di più. Il Vangelo non è né indulgente né complice col peccato.
Ecco “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. Tu sei morto. Sei stato ucciso con Cristo, il venerdì santo del 30 dopo Cristo. E ti è stata promessa una vita nuova ed eterna. Questo è il significato del Battesimo: dalla morte e sepoltura alla purificazione e alla vita nuova. Significa che la vita che ti determinerà è la vita di Cristo, la vita eterna di Cristo, e ne sei reso partecipe anche qui ora, mentre “la vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio”. Nella carne/ora/nella fede. L’essere nella carne, l’essere in un corpo, l’essere persone in carne ed ossa non impedisce di vivere nella fede in Cristo. Chiamati a essere sempre più in Cristo, noi sappiamo che la nostra completa purificazione non avverrà in noi stessi e non avverrà nella vita terrena. Avverrà e avviene in Cristo e avviene nel suo regno, cioè in quella dimensione presente, ma non ancora evidente, in cui tutto corrisponde alla sua volontà. Soprattutto, avviene in Cristo. C’è la vita eterna di giustizia di Cristo che modella la tua vita. Ma questo avviene con un’opera segreta, non evidente. Avviene nel mondo e avviene in te. Ma se metti la tua opera, se metti chi sei e quello che fai davanti a questo Vangelo, se a “Che cristiano sei?” rispondi: “Io faccio questo e quest’altro…”, allora annulli la grazia di Dio, allora Cristo sarebbe morto inutilmente, allora per te non ci sarebbe altro che condanna.

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