Chiesa Valdese di Forano

Chiesa Valdese di Forano Annuncio del Vangelo, celebrazione dei sacramenti, istruzione religiosa, cura spirituale secondo la parola di Gesù Cristo.

Domenica 31 maggio 2026. Culto domenicale. 💒Letture bibliche• Giovanni 3, 1-8: “C’era tra i farisei un uomo chiamato Nic...
02/06/2026

Domenica 31 maggio 2026. Culto domenicale. 💒

Letture bibliche

• Giovanni 3, 1-8: “C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Egli venne di notte da lui e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi segni miracolosi che tu fai, se Dio non è con lui». Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio». Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?» Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non ti meravigliare se ti ho detto: “Bisogna che nasciate di nuovo”. Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito».”

• Romani 11, 33-36: “Oh, profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto inscrutabili sono i suoi giudizi e ininvestigabili le sue vie! Infatti «chi ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi è stato suo consigliere?» «O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì da riceverne il contraccambio?» Perché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui sia la gloria in eterno. Amen.”

Predicazione

• Numeri 6, 22-27: “«Parla ad Aaronne e ai suoi figli e di’ loro: “Voi benedirete così i figli d’Israele; direte loro: ‘Il Signore ti benedica e ti protegga! Il Signore faccia risplendere il suo volto su di te e ti sia propizio! Il Signore rivolga verso di te il suo volto e ti dia la pace!’”. Così metteranno il mio nome sui figli d’Israele e io li benedirò».”

Membri della ChiesaSpesso con il nome di chiesa è indicata la moltitudine degli uomini che, sparsa in diverse parti del ...
02/06/2026

Membri della Chiesa
Spesso con il nome di chiesa è indicata la moltitudine degli uomini che, sparsa in diverse parti del mondo, fa professione comune di amare Dio e Gesù Cristo, ha il battesimo come attestazione di fede e nella partecipazione alla Cena dichiara di avere unità nella dottrina e nell’amore, dà il suo assenso alla parola di Dio e ne vuole mantenere la predicazione secondo il comandamento di Gesù Cristo. In questa chiesa parecchi sono gli ipocriti frammisti ai buoni, che non hanno nulla a che fare con Gesù Cristo fuorché il nome e l’apparenza, ambiziosi, avari, maldicenti, dissoluti, tollerati per un certo tempo sia perché non si possono convertire per mezzo di azioni legali, sia perché la disciplina non è sempre esercitata con la fermezza che sarebbe richiesta. Ma, come è necessario credere quella chiesa, a noi invisibile e nota solo a Dio, così ci è chiesto di onorare questa chiesa visibile e di mantenerci in comunione con essa. (…)
Perciò secondo la segreta e nascosta predestinazione di Dio, come dice sant’Agostino, si trovano molte pecore fuori dalla chiesa e molti lupi dentro. (…)
Ma poiché il Signore sapeva che ci è utile conoscere quali debbano essere considerati suoi figli, si è adattato, su questo punto, alla nostra capacità di intendimento. E per il fatto che non si richiedeva per questo una certezza di fede, ha stabilito un giudizio di amore, in base al quale dobbiamo riconoscere quali membri di chiesa tutti coloro che per confessione di fede, vita esemplare, partecipazione ai sacramenti, confessano con noi lo stesso Dio e lo stesso Cristo. Siccome per noi è necessario riconoscere il corpo della chiesa per unirci ad esso, egli lo ha indicato con segni per noi evidenti.
Ecco il dati in base ai quali riconosciamo l’esistenza della chiesa visibile: ovunque riscontriamo la parola di Dio essere predicata con purezza, ed ascoltata, e i sacramenti essere amministrati secondo l’istituzione di Cristo, non deve sussistere alcun dubbio che quivi sia la chiesa; non può infatti venir meno la promessa che Cristo ci ha fatto: “Dovunque due o tre sono radunati nel nome mio, io sono in mezzo a loro (Matteo 18,20).
(…) Quando una chiesa locale possieda il ministero della Parola e lo onori, e mantenga l’amministrazione dei sacramenti, deve essere riconosciuta in quanto è un fatto certo che la Parola e i sacramenti non possono sussistere senza frutti. In tal modo noi manterremo quell’unità della Chiesa universale che spiriti diabolici hanno sempre tentato di spezzare, e non annulleremo l’autorità spettante alle assemblee della chiesa, stabilite in ogni luogo per il bene degli uomini.
(Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana, IV, 1, 7-9).

Domenica 31 mggio 2026, Numeri 6,22-27, pastore Emanuele FiumeNumeri 6,22-27Il Signore disse ancora a Mosè: «Parla ad Aa...
01/06/2026

Domenica 31 mggio 2026, Numeri 6,22-27, pastore Emanuele Fiume
Numeri 6,22-27
Il Signore disse ancora a Mosè: «Parla ad Aaronne e ai suoi figli e di’ loro: “Voi benedirete così i figli d’Israele; direte loro: «Il Signore ti benedica e ti protegga! Il Signore faccia risplendere il suo volto su di te e ti sia propizio! Il Signore rivolga verso di te il suo volto e ti dia la pace!» Così metteranno il mio nome sui figli d’Israele e io lo benedirò”.

Ogni domenica, alla fine del culto, queste parole di benedizione vengono invocate sui credenti convocati all’ascolto della parola di Dio. Si tratta del testo biblico più antico che sia stato rinvenuto, ritrovato in due rotoli in una tomba del 600 a. C. Il frammento più antico dei testi biblici ci riporta queste parole. Da allora ad oggi, per ventisei secoli, questa antica, antichissima parola ha creato un futuro per i credenti nel Dio vivente e lo ha invocato davanti a noi e sopra di noi.
Nella benedizione la presenza di Dio è giudizio e protezione, e soprattutto guarda avanti e non indietro. Accompagna. La parola della benedizione viene data ai figli di Aronne per affidare il popolo, e dico il popolo, alla presenza e alla vigilanza di Dio.
Innanzi tutto vediamo che questa formula di benedizione è comandata da Dio. Non si tratta di uno spunto o di parole da cambiare liberamente per sfoggiare un po’ di fantasia liturgica, come quella antica benedizione irlandese che parlava del vento che accarezza i capelli… e se uno è calvo? ma si tratta dell’ordine di Dio “Voi benedirete così i figli d’Israele”, perché tutta la liturgia, parola che significa… servizio, è il servizio che rendiamo a Dio con la preghiera e con l’ascolto e il servizio che Dio rende a noi mediante la sua rivelazione. Quindi, se si chiama “liturgia”, deve piacere a Dio… altrimenti la chiami “aperitivo”. Ora, vediamo qui che il Signore vuole e ordina che i figli del suo popolo siano benedetti. Si dice che una benedizione non si nega a nessuno, ma il Dio della Bibbia non è un juke-box di benedizioni, non è lì semplicemente a benedire tutti quelli che passano. Il patriarca Giacobbe dovette lottare una notte intera con Dio per strappargli la sua benedizione, e prima aveva estorto al padre Isacco la benedizione di primogenito che poteva essere data una volta sola. La benedizione implica un rapporto privilegiato di chi la riceve con chi la dà. Dio vuole che i suoi figli, tutti i suoi figli abbiano questo privilegio e ordina che ricevano la sua benedizione. Non occorre comprarla, non occorre guadagnarsela. Dio vuole che noi siamo benedetti da lui, vuole che la sua parola di protezione e di pace sia detta a noi e per noi. Mentre tutti i re della terra (e anche molti presidenti) richiedono adulazione, richiedono ai propri sudditi di dire cose belle su di loro, il re del cielo ci dà la sua parola di benedizione, la parola di bene che lui vuole dire a noi tutti.
La benedizione ha anche l’aspetto particolare di una parola che impegna la presenza di Dio e la rivela non come presenza distruttiva, ma come presenza protettiva. Nella Bibbia Dio non è Babbo Natale. Dio scotta, Dio brucia. Quando Dio si rivela, l’essere umano trema e si deve nascondere. Non può vedere Dio e vivere, tanto che l’espressione “vedere Dio” significava “morire”, un po’ come la nostra espressione “andare al Creatore”. Comunque, nella Storia della fede Dio non lo vedi come vedi la vetrina del negozio. Non si può vedere Dio e vivere. Non lo può vedere Mosè, che nasconde la sua faccia, lo può appena scorgere Isaia, che pensa di dover morire per aver visto Dio. Isaia non muore, ma sarà mandato ad annunciare distruzione e morte. In questo modo vediamo che la presenza di Dio è tremenda che non può essere sopportata dai nostri occhi. La piccolezza della creatura non può sopportare la vista diretta del Creatore. Nella benedizione questa presenza tremenda di Dio si fa parola, si fa preghiera, si fa promessa per noi, per il nostro bene. La presenza bruciante del Creatore non ci consuma, ma ci rende più forti. L’essere stesso di Dio si impegna in questa parola di bontà, di protezione e di pace detta in nostro favore. La presenza di Dio atterrisce, ma se questa presenza è mediata dalla parola di benedizione, allora diventa una presenza che protegge e che consola. A chi riceve questa parola di benedizione, Dio si rivela come benevolo, protettore e soccorritore. Chi non sta sotto la benedizione invece è atterrito davanti alla sua tremenda potenza.
La benedizione parte dal nome stesso di Dio, che garantisce l’adempimento della promessa. Il nome di Dio è un nome santissimo, che gli Ebrei non pronunciavano per rispetto e che anche gli angeli lo onorano coprendosi il volto per rispetto. Il nome indica la persona e l’essenza. Conoscere un nome e pronunciarlo voleva dire poter esercitare un potere. Quanti maghi e santoni usano i nomi di divinità per i loro imbrogli? Eppure questo impressiona la gente e dà loro potere. Il nome di Dio non è dato per poterne fare ciò che vogliamo, ma è la prova che l’essenza stessa di Dio è impegnata nella benedizione. Non è come ricevere un dono di uno sconosciuto, ma sapere da chi arriva il dono prima di aprire il pacco, e sapere che da quella persona non potrà che ve**re un dono bello e gradito. Ora, gli effetti della benedizione sono pratici. I patriarchi erano benedetti e ottenevano vita lunga e molti figli. In questo sono incluse anche la salute, la prosperità economica, la libertà e la gratitudine che dobbiamo a Dio. Anche la comunione in Cristo tra di noi è un affetto della benedizione. Il nome di Dio garantisce la verità di queste parole, e ciascuno di noi, nella propria personale esperienza, sa che Dio stesso le ha portate a compimento.
Oggi la benedizione è molto richiesta, talvolta è pretesa da persone in difficoltà personale o sociale, ma non è sempre molto compresa. Abbiamo visto che nella Scrittura la benedizione guarda al futuro: la benedizione è la promessa che il nostro giudice e il nostro salvatore fa di essere davanti a noi e di donarci una vita di pace. Questo è il problema: la benedizione riguarda il nostro passato oppure sta davanti a noi? Questo tocca il problema della benedizione delle coppie dello stesso sesso, che abbiamo affrontato diversi anni fa e che ora si affaccia nella chiesa cattolica. E prima di prendere posizione, dobbiamo comprendere che cos’è la benedizione secondo la Bibbia. Allora, per alcuni la benedizione è una specie di sigillo di approvazione di Dio sul proprio passato e presente. È l’OK di Dio sulla situazione. E questo diventa una pretesa umana che ribalta la situazione, diventa una benedizione per cui deve essere Dio a scrivere “Approvato”, a dire “Amen” a me, a quello che faccio, a come vivo. È la confusione tra benedizione e giudizio (noi siamo così, Dio ci approva e ce lo fa sapere). Ma la benedizione non è solo giudizio, è anche promessa. E il giudizio della benedizione non riguarda il passato. La benedizione è un futuro proclamato nel presente. Un futuro proclamato nel presente! La vera benedizione di Dio guarda al futuro ed è una benedizione impegnativa: Dio sarà con noi come giudice e come protettore, per darci pace, prosperità, stabilità e futuro… parole dette da Dio mentre noi siamo in mezzo al deserto! Nel libro dei Numeri il popolo di Dio è nel deserto! Benedetto non quello che sei stato, ma quello che stai per diventare! Tu sei benedetto non per chi sei stato, ma per chi stai per diventare! Abramo benedetto cambia nome: “Abraamo”! Giacobbe benedetto cambia nome: “Israele”! La benedizione non approva o disapprova la situazione presente, ma ne dona una nuova. Così Dio benedice noi, cioè “dice bene” di noi, dice a noi delle cose che nessun altro può dire, dice che la sua protezione e il suo favore continueranno a stendersi sopra di noi. E qui la Scrittura non resta chiusa in sé stessa. Questa parola ha davvero bisogno della comunità, ha bisogno di voi per essere trasmessa oltre ventisei secoli, ha bisogno di tutti voi per proclamare al mondo chi è il Padre del Signore Gesù Cristo, e che cosa dice a noi. “Parla ad Aronne e ai suoi figli e di’ loro…” E l’efficacia e l’effetto è la parte non scritta di questa parola, o meglio quella parte che non è scritta nelle pagine della Bibbia, ma è scolpita nei vostri cuori. La benedizione di Dio non resta chiusa in un libro. Agisce per voi, per la chiesa riunita per il culto. Per la nostra piccola chiesa evangelica, per ognuno di noi. E ognuno di voi vive la storia di come queste parole si sono dimostrate concrete e vere. Ognuno di voi conosce i modi in cui questa parola di benedizione ha preso corpo. Non c’è un modo solo. Per alcuni la benedizione è stata una vita felice; per altri è stata forza ricevuta nei momenti difficili, per altri ancora è stata una presenza buona che guida. Qui ognuno può farsi da sé il suo sermone perché ognuno conosce i momenti della propria vita in cui la protezione e la presenza di Dio sono stati evidenti. Ma è chiaro a tutti che Dio mantiene aperti gli effetti di questa sua parola che egli stesso continua a riempire di significati sempre nuovi. La parola di benedizione ci viene affidata per il bene del popolo. Dio sa riempirla del contenuto di cui ciascuno di noi ha bisogno, per il nostro bene. Dio saprà fare questo, saprà essere il futuro creativo di tutti noi. Dovremo insegnare ai nostri figli tutto questo, così come gli uni hanno insegnato ad altri da tanti secoli, fino a noi. Solo questa parola antica ci apre il futuro con Dio. Dobbiamo conoscerla e viverla. In questo modo la promessa di benedizione resta sempre aperta davanti a noi, e ci accompagna nelle nostre case, si fa concreta nel nostro futuro. Dobbiamo conoscerla e viverla insieme, in relazione, perché il Padre, il Figlio e lo Spirito sono in relazione… e tu che oggi sei rimasto a casa, potendo ve**re, hai la presunzione e l’illusione di piacere a Dio da solitario che ha capito tutto mentre Dio stesso si rivela nella relazione trinitaria, offre una relazione con lui e ci benedice quale suo popolo, cioè come credenti in relazione gli uni con gli altri e insieme ci dà l’unico futuro che vale la pena di vivere? “Io cerco Dio da solo…” non è la ricerca del credente biblico, al massimo è la battuta di in bocca al genietto incompreso che sente il resto del mondo non alla sua altezza in un film per adolescenti. Mentre a noi popolo, piccolo popolo, ma popolo, ma uno in Cristo, queste parole, antichissime parole del migliore futuro, sono donate. In ogni oggi Dio ci incontra e ci dona la sua parola migliore anche per domani, e ci fa andare avanti con fatica e con tenacia, perché ci dona un “avanti”.
Quando queste parole saranno pronunciate alla fine di questo culto vi porterete a casa questa promessa di presenza aperta che guida al futuro di bene. Vi porterete a casa la certezza del nome di Dio sopra di voi. Solo in quel nome abbiamo giudizio, salvezza, grazia, misericordia, consolazione e protezione. Restate sotto questa benedizione e andate avanti con serenità e coraggio.

Domenica 24 maggio 2026, festa di Pentecoste, Atti 2,1-11, pastore Emanuele FiumeAtti 2,1-11Quando il giorno della Pente...
25/05/2026

Domenica 24 maggio 2026, festa di Pentecoste, Atti 2,1-11, pastore Emanuele Fiume
Atti 2,1-11
Quando il giorno della Pentecoste giunse, tutti erano insieme nello stesso luogo. Improvvisamente si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia, e riempì tutta la casa dov'essi erano seduti. Apparvero loro delle lingue come di fuoco che si dividevano e se ne posò una su ciascuno di loro. Tutti furono riempiti di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi.
Or a Gerusalemme soggiornavano dei Giudei, uomini religiosi di ogni nazione che è sotto il cielo. Quando avvenne quel suono, la folla si raccolse e fu confusa, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. E si stupivano e si meravigliavano, dicendo: «Tutti questi che parlano non sono Galilei? Come mai li udiamo parlare ciascuno nella nostra propria lingua natìa? Noi Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfilia, dell'Egitto e delle parti della Libia cirenaica e pellegrini romani, tanto Giudei che proseliti, Cretesi e Arabi, li udiamo parlare delle grandi cose di Dio nelle nostre lingue».

Pentecoste per tutti! Anche per i bambini, perché tra la f***e di quelli che si stupivano e si meravigliavano vi erano anche due bimbi, arrivati a Gerusalemme da pochi giorni. Uno si chiamava Matteo, era nato e viveva ad Alessandria, in Egitto, una città ricca e piena di cultura, popolata per quasi della metà da ebrei. Suo padre era un commerciante di vini e conosceva molto bene la Bibbia. In greco però, non in ebraico. Soltanto il suo vecchio nonno si ricordava un po’ della lingua della terra d’Israele. Ora in casa si parlava in greco, la lingua più bella e più nobile che l’antichità avesse conosciuto. L’altro bimbo si chiamava Filippo. Non era ebreo come Matteo, ma veniva dalla Nubia ed era scuro di carnagione. Da tempo la sua famiglia aveva una grande simpatia per la religione degli ebrei, così coinvolgente in tutti gli aspetti della vita: la lettura della Bibbia, la preghiera, il canto e soprattutto le feste così ricche di passione e di significato. Matteo e Filippo erano grandi amici, erano proprio inseparabili.
“Matteo, andiamo a Gerusalemme per la festa di Pentecoste!” disse un giorno il padre, mentre i due bimbi giocavano assieme nel cortile. Matteo balzò in piedi per la gioia: finalmente avrebbe visto la città santa, la città dove il Signore accetta i sacrifici del suo popolo. Saltò al collo del suo papà e poi si voltò verso Filippo. “Papà, perché non portiamo anche Filippo?” Il papà si fece serio, corrugò la fronte e rimase un attimo in silenzio. Matteo sapeva che quando il papà faceva così, voleva dire che stava cercando nei suoi pensieri un passo della Bibbia. “Nel libro delle Parole, che noi in greco chiamiamo Deuteronomio, è scritto: Ti rallegrerai in presenza del Signore, tuo Dio, tu, tuo figlio, tua figlia, il tuo servo, la tua serva, il Levita che sarà nelle vostre città, lo straniero, l’orfano e la vedova che saranno in mezzo a te, nel luogo che il Signore, il tuo Dio, avrà scelto come dimora del suo nome” (Deuteronomio 16,11). Certo, la Pentecoste è la festa in cui tutti, proprio tutti, sono invitati, allora anche Filippo poteva ve**re con loro a festeggiarla a Gerusalemme.
Dopo un lungo viaggio, la città santa apparve all’orizzonte. Com’era bella! Bianca come la neve, in cima a un monte. Ma appena entrati, notarono che l’aria era molto tesa. La gente, vestita di bianco, brulicava nelle strette viuzze, mentre nei punti più importanti i mantelli rossi dei soldati romani si stagliavano come una traccia di sangue sulla neve. Neppure Alessandria, neppure Roma stessa erano così ben sorvegliate. Trovarono un albergo e il papà di Matteo parlò con l’albergatore e venne a sapere che era stato un tempo di tumulti. Il governatore Ponzio Pilato aveva condannato a morte tre dissidenti meno di due mesi prima: due terroristi e uno, Gesù di Nazareth, che chiamavano il Messia, il re, e che aveva un grande seguito tra il popolo. Ma dopo due giorni il suo corpo era sparito dalla tomba, e alcuni dicevano che Dio l’aveva resuscitato. La guarnigione romana stava in guardia, perché il governatore temeva tumulti in occasione della festa.
Arrivati nell’ampio cortile del tempio, trovarono una grande folla che premeva per entrare e portare ai sacerdoti gli animali da offrire in sacrificio. Il papà di Matteo andò prima di tutto a cambiare le sue monete, perché le monete correnti, che coniate con l’immagine dell’imperatore, non erano accettate come elemosina nel tempio e bisognava cambiarle in monete ebraiche, senza immagini vietate dalla Bibbia. Il papà di Matteo disse ai duo bimbi: “Restate in quest’angolo del cortile, tenetevi per mano e non muovetevi fino al mio ritorno”. Andando al banco, il papà di Mattero era tormentato da un pensiero. Filippo non è ebreo, non gli è permesso entrare nel tempio e lui non sa come dirglielo.
Il papà di Matteo cambiò il denaro e tornò dai bambini, che si tenevano per mano. “Filippo – disse – io so che tu e la tua famiglia credete nel Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, che conoscete le Scritture e frequentate la comunità, che fate il bene ed evitate il male… ma tu qui non puoi entrare. Solo i veri ebrei possono entrare”. Lentamente e tristemente, la mano bianca di Matteo di stava staccando da quella nera di Filippo. Ma in quel momento si udirono delle grida più alte del vociare della folla. Un uomo vestito dimessamente di avvicinò loro di corsa. Sembrava un pescatore. Umile, senza istruzione, ma aveva come un fuoco sulla testa… un fuoco buono, che illuminava, riscaldava, ma non consumava. Gridava: “Dio ha fatto cose grandi per tutti i popoli della terra! Gesù, il Nazareno, è risorto, è vivente, e ha pienamente pagato il prezzo dei peccati per tutti i popoli della terra!” e disse questo in perfetto greco.
Filippo, Matteo, il suo papà e la sua mamma rimasero in silenzio, pieni di stupore. Accanto a loro altri ebrei, provenienti da altre parti del mondo, che erano rimasti in silenzio. Dai loro volti si vedeva che avevano ascoltato le stesse parole, ma nella loro lingua. “Hai sentito” – disse Filippo – “quell’uomo ha detto per tutti i popoli della terra, allora anche per me! Allora Dio ha fatto cose grandi anche per me!”
Le mani dei due bimbi non si erano staccate. Il papà di Matteo abbracciò tutti e due e li allontanò dal cortile del tempio. I soldi del sacrificio li diede a una vedova che abitava nella stessa strada dove avevano l’albergo. Alla sera, dopo la preghiera, Matteo domandò al suo papà: “Perché non siamo entrati nel tempio?” Il papà rispose: “Vedete, il tempio è il luogo dove si fanno i sacrifici a Dio per il perdono dei peccati. Ora, questo Gesù che è risorto, ha pagato il prezzo per tutti i peccati, e con lo Spirito santo ogni cuore è diventato il tempio del Signore; tutti i popoli della terra sono davanti al Signore, e il Signore li ha benedetti tutti, come aveva promesso ad Abramo quando lo chiamò fuori dal suo paese”. Matteo domandò: “Ma allora Gerusalemme non è più importante?” Il papà rispose: “Gerusalemme è importante perché è solo qui che si possono fare i sacrifici, infatti è qui che Gesù è stato sacrificato”. Nel libro dei Salmi è scritto che il Signore è misericordioso verso tutti quelli che lo invocano… verso tutti, proprio tutti”. Il papà di Matteo proseguì: “Oggi voi avete toccato con mano, con le vostre mani unite come di fratelli, che Dio è fedele e mantiene sempre le sue promesse. Oggi tutti i popoli della terra sono stati benedetti e voi due siete uguali davanti a lui, siete tutti e due figli di Dio, e Dio vi ama allo stesso modo”.
Il papà di Matteo tornò a farsi pensoso. Pensava a una parola della Scrittura. Disse ancora: “Nel libro del Levitico, parlando della Pentecoste, Dio dice: Quando mieterete la raccolta della vostra terra, non mieterai fino ai margini il tuo campo e non raccoglierai ciò che resta da spigolare della tua raccolta, lo lascerai per il povero e per lo straniero. Io sono il Signore vostro Dio… e oggi Dio ha dato il nutrimento della sua parola e del suo Spirito santo s tutti i poveri e a tutti gli stranieri. Oggi Dio ha parlato a tutti i popoli e ha detto che se prima erano divisi, ora li ha riconciliati a sé per il sacrificio di Gesù. Dio, che ha salvato il suo popolo nel Mar rosso, ora ha salvato tutti i popoli in Gesù. Ecco la Pentecoste per tutti!

Domenica 17 maggio 2026, Giovanni 7,37-39, pastore Emanuele FiumeGiovanni 7,37-39Nell'ultimo giorno, il giorno più solen...
18/05/2026

Domenica 17 maggio 2026, Giovanni 7,37-39, pastore Emanuele Fiume
Giovanni 7,37-39
Nell'ultimo giorno, il giorno più solenne della festa, Gesù stando in piedi esclamò: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d'acqua viva sgorgheranno dal suo seno». Disse questo dello Spirito, che dovevano ricevere quelli che avrebbero creduto in lui; lo Spirito, infatti, non era ancora stato dato, perché Gesù non era ancora glorificato.

A chi beve dalla sua sorgente Gesù promette di essere a sua volta sorgente di acqua viva. Vedremo che cosa questo significhi prima di tutto in riferimento al mondo biblico, poi esamineremo l’insegnamento e infine l’applicazione di questo insegnamento sulla nostra vita.
Gesù pronuncia queste parole nell’ottavo e ultimo giorno della festa delle Capanne. La festa delle Capanne era in origine una festa del raccolto, poi trasformata nella festa non tanto dell’Esodo dall’Egitto (per questo c’era la Pasqua), ma della memoria della permanenza nel deserto. Le famiglie costruiscono delle capanne nel giardino di casa e, se il tempo è bello, vi passano qualche notte della settimana, quasi come in campeggio. Questo per indicare la provvisorietà del passaggio nel deserto del popolo d’Israele e per ricordare che casa e luogo di vita sono doni di Dio, quindi nient’affatto scontati. Nell’ottavo giorno – aggiunto posteriormente, perché l’antica festa ne prevedeva sette – avveniva il rito della libazione dell’acqua: veniva attinta dell’acqua dalla sorgente di Siloe con una brocca d’oro e versata ai piedi dell’altare del tempio, in ricordo del miracolo di Mosè, che percosse la roccia con il suo bastone e ne uscì dell’acqua (Numeri 20,2-13). Lì “il Signore si fece riconoscere come il Santo in mezzo a loro” (Numeri 20,13). Quindi, in conclusione di una festa che ricordava ed esaltava la provvisorietà (le capanne, il deserto) era il ringraziamento a Dio per l’acqua viva, l’acqua pura che era sgorgata dalla roccia percossa da Mosè. Perché? Perché in un territorio desertico per un popolo nomade l’acqua significa sopravvivenza. E sovente è piuttosto putrida e stagnante. L’acqua viva, l’acqua cristallina è una vera rarità. Ancora oggi, nonostante la nostra tecnologia, la gestione dell’acqua in Medio Oriente è un grande problema, tanto che Israele da decenni a questa parte fa molta attenzione ad assicurarsi lo sfruttamento e il controllo delle risorse idriche della regione. La sorgente di acqua limpida evoca in noi immagini di belle montagne, con la fontana alpina che solo a guardarla toglie la sete. Qui non è nulla di questo. L’acqua limpida indica semplicemente la differenza tra la vita e la morte del popolo ebraico in un particolare momento della sua storia, e la differenza tra la vita e la morte di chi abita quelle regioni così aride.
Gesù Cristo evoca a sé il dono dell’acqua, anzi di dare da bere un’acqua che trasforma in grande sorgente chi la riceve. Dicendo queste parole: “Chi ha sete venga a me e beva. Chi crede in me, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno”, Gesù afferma che la sua rivelazione di Dio è quella definitiva. Superiore a quella di Mosè e a quella dei patriarchi (Giovanni 4). L’acqua che Gesù dà, disseta in eterno, mentre l’acqua di Giacobbe o di Mosè calmano la sete, ma non la spengono per sempre. Perciò anche con queste parole Gesù afferma di essere l’ultima rivelazione di Dio. Dopo di lui non ci sarà nessuno da aspettare, se non il ritorno di Gesù stesso. Oltre a questo, vi è nelle sue parole non tanto la promessa del suo Spirito, ma la descrizione della sua efficacia. “Fiumi d’acqua viva” Pensate! Chi li aveva mai visti, questi fiumi d’acqua viva? Il Giordano, a parte le settimane della piena, è un rivolo di acqua sporca. Noi possiamo pensare ai nostri grandi fiumi, al Po o almeno al Tevere, ma per l’ascoltatore di Gesù la promessa era più grande della realtà e doveva essere rincorsa dalla fantasia. Gesù disse questo dello Spirito che dovevano ricevere quelli che avrebbero creduto in lui. Lo Spirito santo, cioè un’abbondanza di vita, una botta di vita che ci si può solo credere e immaginare. Quindi, viene detto qualcosa di più che alla Samaritana, dove si parla sempre di acqua e di sete (Giovanni 4). Alla Samaritana è promessa l’acqua che spegne la sete, ma ora chi beve, diventa origine di fiumi di acqua limpida. Lo Spirito non si limita a dissetarti, ma ti mette in condizione di dissetare tanti altri. L’acqua limpida è la parola di Gesù Cristo e tutto ciò che questa ci assicura: l’amicizia di Gesù per noi, il diventare persone della sua famiglia, la pace, l’unione tra di noi, la conoscenza di Dio, del suo perdono, della sua giustizia. Questo ti disseta. Anzi, è talmente tanto che riesci – perché ne sei obbligato – a viverlo con gli altri. Quindi a diventare a tua volta sorgente di fiumi d’acqua viva. La teologia di Calvino insiste sull’azione di testimonianza interiore dello Spirito Santo, cioè lo Spirito convince il tuo cuore a credere al Vangelo in modo segreto ed efficace, efficace perché qui condividiamo i frutti dello Spirito, segreto perché siamo entrati qui, tutti, peccatori o almeno non meno peccatori di quelli che non ci sono, e perché nessuno può giudicare la fede degli altri. Dio scruta i cuori, tu no! E la domanda rivolta a chi è marginale e periferico non è se ha meno fede di me, ma se la mia azione, presunzione o ambizione lo ha tenuto lontano da qui. Dunque, credo che possiamo interpretare questa azione efficace e segreta dello Spirito, la nascita della fede, la nuova nascita nostra, in modo dinamico. Cioè lo Spirito santo non ti convince di una nozione (Gesù Cristo è il tuo Salvatore), ma lo Spirito fa sì che nel tuo muro di incredulità si apra la crepa della fede, che tu dica: “Non sono più così sicuro di me stesso. C’è un’altra giustizia e un’altra misericordia che mi interpellano. E se queste fossero più concrete e più vere delle mie sicurezze?” L’unica risposta viene dalla crepa che si è aperta. E da questa il muro di aridità del nostro cuore viene riempito di acqua viva. E l’acqua prosegue, deve proseguire oltre a noi. La testimonianza interiore dello Spirito santo non è statica, non è un macigno sull’anima. È come piantare un’edera: non sai dove sarà tra un anno, tra cinque anni, quanto muro avrà ricoperto. Sai soltanto due cose: che è tenace e che la sua crescita ti sorprenderà. Così è l’azione dello Spirito di Dio nel tuo cuore
L’applicazione di questa parola di Gesù è un fatto, prima di noi, attorno a noi, in noi e dopo di noi. Che oggi in tutto il mondo si legga e si accolga la storia di un rabbino che promette dell’acqua alla festa delle Capanne di quasi duemila anni fa, è la dimostrazione che i fiumi d’acqua viva sono sgorgati e sgorgano. L’applicazione non è per noi un fare, ma un rendersi consapevoli della potenza, della grandezza e dell’efficacia che accompagnano l’azione dinamica dello Spirito di Dio. Che oggi in tutto il mondo si creda in Cristo… è l’applicazione dei fiumi di acqua viva promessi da Gesù e realizzati con l’effusione dello Spirito santo che ha sempre un futuro, un domani che vuole e deve stupirci. La Pentecoste, lo Spirito santo donato che fa donare il Vangelo a tutti i popoli del mondo nella loro lingua, nella loro cultura, nella loro sensibilità. Da due millenni il Vangelo risuona nel mondo in tante, tante lingue, e chi lo riceve, lo trasmette a sua volta, e non è ancora finita, questa catena di trasmissione umana continua e continua a stupire. Ma. Attenzione. Restiamo su un volatile bianco e sull’acqua… non la colomba, non il Giordano, ma l’oca del signor Frignani di Ferrara, che volava sul Po (che a Lagoscuro è largo, dico largo seicento metri), le è venuta sete ed è andata a bere a casa sua. Cioè, per abitudine, superficialità, pigrizia, l’oca non ha visto il fiume d’acqua viva ed è tornata alla sua ciotola. Noi rischiamo di fare quella fine: stiamo morendo di sete ammirando la fontana di Trevi. Le chiese sono diventate il luogo in cui ci si lamenta e di cui ci si lamenta. Ma chi ha quello che abbiamo noi? Conosciamo la parola di Gesù Cristo, vogliamo riceverla, con questa riceviamo giustizia e salvezza, diventiamo figli di Dio, riceviamo una legge per vivere nell’amore e una speranza per il suo regno. Riceviamo sorelle e fratelli che Dio ci dona per il nostro bene, per riceverlo e per farlo. riceviamo il diritto della preghiera, il dono della meditazione, il dovere della testimonianza. Ma chi ha tutto questo che noi abbiamo, anzi, che abbiamo ricevuto? E questa non è la lezione di ottimismo, ma il semplice fatto di guardare a che cosa avete ricevuto, ad apprezzarlo e a condividerlo. Vi do compiti per casa per la prossima settimana. Primo: ornitologia: meditate sulla differenza tra due volatili di colore bianco: l’oca di Frignani e la colomba dello Spirito santo. Cioè se siamo capaci di stupirci per l’opera dello Spirito o se la diamo così per scontata che nemmeno la notiamo più. Secondo: ogni sera dite grazie al Signore per una particolare goccia d’acqua, per un particolare miracolo. Miracolo che non dipende da voi. Miracolo è la fede, miracolo è il servizio che ricevete, miracolo è quel fratello o quella sorella che si interessa a voi e che senza Gesù Cristo le vostre vite non si sarebbero incontrate, miracolo è la parola che ricevete e che vi fa bene, e il miracolo che dobbiamo invocare è lo stupore per tutta quest’acqua viva, abbondante, efficace, stupore che produce ringraziamento e generosità di vita. Il miracolo dei doni già presenti e dell’attesa dei doni che vengono, e che ci stupiranno. Se invece è tutto scontato, allora c’è un problema.

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