Santuario Santa Angela da Foligno e chiesa di San Francesco

Santuario Santa Angela da Foligno e chiesa di San Francesco La chiesa di San Francesco a Foligno custodisce le spoglie di S. Angela, che dopo aver avuto esperien

Orari Sante Messe

Feriali 9.00
Sabato e prefestivi 9.00 - 18.00
Domenica e festivi 10.00 - 11.30 - 18.00

SeguirLo ci conduce sempre verso un “altrove” rispetto ai luoghi piccoli e quotidiani dove lo vorremmo trattenere.Legger...
15/01/2025

SeguirLo ci conduce sempre verso un “altrove” rispetto ai luoghi piccoli e quotidiani dove lo vorremmo trattenere.
Leggere questa Parola può farci riconciliare con le nostre vite e con le nostre giornate sempre così “piene”, così affollate, fatte di una cosa dopo l’altra senza tregua. Le nostre giornate piene a confronto con “la” giornata piena, affollata, senza tregua di Gesù. Gesù irrompe – così ce lo ha descritto Marco – come “Regno di Dio” che si fa “vicino”, si fa prossimo, presente e operante in tutti i luoghi dell’esistenza, nella vita reale e concreta della gente, nei loro ritmi umani: presso le rive del lago, nella sinagoga, in casa, sulla porta di casa, nella strada, sulla piazza, nel luogo deserto, su di un monte. Viene in tutte le ore del giorno: al mattino, al giorno, poi al tramonto del sole, nella notte. Non si sottrae e non sfugge nessuna situazione, nessuno stato, nessun luogo.
Il suo ve**re in questi “luoghi” incontra la fatica del lavoro dell’uomo, presso il mare; “lo spirito” che si oppone alla vera immagine del volto di Dio, nella sinagoga; l’immobilità dovuta alla fragilità che paralizza il servizio dell’uomo, nella casa. Incontra l’umanità nel suo limite e dignità, libertà, vita in pienezza. È sabato, infatti, e il sabato è lo spazio nel quale l’uomo è ricondotto nella sua verità.
Ed è evidente, anche in questo racconto di Marco, la “fatica” di Gesù, uguale alla nostra, nel trovare in una vita così immersa spazi d'interiorità! Ed è affascinante vedere come Gesù si inventava i momenti del silenzio e dell'interiorità: "S'alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava". Quasi un invito per me, per tutti noi immersi nel quotidiano a inventare i propri luoghi e i propri momenti di silenzio, di ascolto, di preghiera. Momenti necessari per non essere prosciugati nell'immersione, perché "l'essere presi dalle tante cose" del vivere non abbia come esito "l'essere sequestrati". È un pericolo e lo è stato anche per Gesù.
"Tutti ti cercano", gli dicono. Risposta: "Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là". C’è sempre un “altrove” e un “oltre” che Gesù fissa e che indicherà ai suoi. Immersi, ma non prosciugati; immersi, ma non sequestrati. L’“altrove” è la conversione del discepolo, di ieri come di oggi.
Notiamo anche che la giornata di Gesù si spinge oltre il sabato. Infatti, appena termina il sabato, al tramonto del sole, gli spazi più circoscritti, in cui Gesù entra, si dilatano: alla “porta” Gesù incontra “tutti i malati e gli indemoniati”, “tutta la città”, “molti che erano affetti da varie malattie”.
Il sabato in cui Gesù inaugura una nuova possibilità di vita per qualcuno diventa subito possibilità di vita per tutti. Marco, nella sua finezza narrativa, sottolinea questo notando che “tutti i malati” (come la suocera di Pietro nella casa) e “tutti gli indemoniati” (come l’uomo posseduto dallo spirito impuro nella sinagoga) sono portati a Gesù alla “porta”, spazio di confine fra il dentro e il fuori.
Infine, dopo aver incontrato l’umanità ferita, la giornata di Gesù approda nella ricerca del volto del Padre, nella preghiera: “alzatosi a notte fonda, il mattino presto, Gesù uscì presto e se ne andò in un luogo deserto a pregare”. Nella notte Gesù “fugge” per essere solo con il Padre e confrontarsi lungamente con Lui, per rileggere il giorno trascorso e per riconoscere la sua missione futura: tutto matura e riceve luce da questo “grembo” notturno. (Mc1,29-39)

02/01/2025
In quel “come” è il nostro tutto: “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso”. In quel “come” è tutta ...
12/09/2024

In quel “come” è il nostro tutto: “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso”.
In quel “come” è tutta la nostra dignità, tutta la nostra grandezza, tutta la nostra possibilità, tutta la nostra libertà di… figli.
In quel “come” mi viene detto che io posso essere “Come” Dio. Posso amare “come” ama Dio. Posso essere misericordioso “come” è misericordioso Dio.
“Come”. Cioè, “nel modo che anche” Dio ama, posso amare io. “In quel modo” (come, appunto) che Dio è, posso essere anche io. Nella stessa maniera. Nella stessa misura.
Un “come” che introduce una comparazione. Tanto quanto. Né più né meno. E non è esagerazione! Ma non può essere altrimenti, sempre che io lo voglia.
In fondo, se è vero che a sua “immagine” l’essere umano è stato formato, allora la misericordia è possibile, deve essere possibile agli uomini quanto è possibile a Dio. Per il Dio di Gesù, infatti, nulla è solo di Dio. Ciò che è suo e gli appartiene è anche dell’uomo e gli appartiene. Se Dio è Santo, anche l’uomo è santo. Se Dio è perfetto, anche l’uomo è perfetto. Se Dio è misericordioso, anche l’uomo è misericordioso. Dio non ha paura di spartire ciò che è e per questo chiede di essere come lui.
Ecco la sola differenza, mentre Dio lo è, l’uomo è chiamato a “diventarlo”: “Siate misericordiosi, come il padre vostro è misericordioso”. “Diventare”, “essere” come Dio, allora, è possibile. Giorno dopo giorno.
È l’imperativo fondamentale per chi vuole essere discepolo. Infondo niente altro che diventare ciò che già siamo. Abbiamo inscritto nella nostra carne il DNA di Dio. E se l’”essenza” di Dio è la misericordia, misericordia è anche l’”essenza” dell’uomo. In lui ogni limite diventa luogo di accoglienza, ogni miseria diventa luogo di misericordia. Ogni male diventa luogo di perdono. Ogni abisso di cattiveria assorbito e riempito da un abisso di amore infinito. Non ci viene domandato di essere “giusti” che, tra l’altro, in noi si tradurrebbe in “giustizieri”. Ci viene chiesto di diventare “come” Dio: misericordiosi, capaci di giustificazione. Smetterla, cioè, di giudicare, di condannare, di non perdonare, di trattenere.
Questa è davvero una parola che sana, guarisce, dà sollievo alla nostra ferita più profonda. Quella di esserci convinti, attraverso la consolidata esperienza delle nostre fragilità, di non essere in grado di assomigliare al Padre, la cui immagine pure sentiamo essere il segreto e l’essenza più profonda della nostra identità.
Gesù ci sprona a credere che siamo capaci di essere “come” Dio. Ma non nella logica della tentazione diabolica che ci fa desiderare e immaginare chissà quali privilegi e chissà quali potenze. Ma nella logica di un amore capace di dono “unilaterale” e “assoluto”, come il Suo.
“Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio”. È l’invito all’amore concreto pratico, non aleatorio. È un invito all’amore non come una “operazione virtuosa e volontaristica”, ma come un recuperare la propria “possibilità divina”. In questo modo Dio ci riempirà di un Amore debordante, un amore che nell’attraversarci, nell’andare da Dio a noi fino all’altro, colmerà il nostro “vuoto” e ci farà… capaci di Amore.
Un’esortazione a sognare in grande su noi stessi come capaci di andare oltre gli stretti e asfissianti confini di noi stessi. (Lc 6,7-38)

“Lasciarono tutto e lo seguirono”. Senza neppure sapere dove sarebbero andati, dove li avrebbe condotti! Lasciano un pic...
05/09/2024

“Lasciarono tutto e lo seguirono”. Senza neppure sapere dove sarebbero andati, dove li avrebbe condotti! Lasciano un piccolo lago e trovano il mondo. Tutto è cominciato con una notte buttata, le reti vuote, la fatica infruttuosa. Stanchi con in mano proprio un bel niente. Un fallimento! Rassegnati nel cuore e incurvati nelle spalle nel portare una notte di lavoro inutile. Delusi e indifferenti se ne stanno a “riassettare” gli attrezzi del mestiere incuranti, persino, del chiasso di una folla eccitata che sta andando appresso a Gesù.
Gesù vede le due barche ormeggiate, sale su una delle due, quella di Simone. Così si introduce, con delicatezza, in quell’aria di fallimento, chiedendo a Pietro – spregiudicato, Gesù - di mettere a disposizione la propria barca e la cortesia di “scostarsi un poco da terra”. Magnifico! Viene lì, dove noi esattamente siamo, nelle cose che stiamo facendo, che è la nostra quotidianità, anche se è un momento brutto. Così si introduce nelle nostre vite, con delicatezza, qualsiasi cosa noi facciamo: pescando, andando all’università, stando in ufficio, risistemando casa e ci chiede la cortesia di “scostarci un po’ da terra”. Per uscire dalla malinconica rassegnazione è necessario che qualcuno ci dia fiducia. Ci raggiunge e chiede la nostra disponibilità. Per cosa? Per annunciare la sua Parola al mondo. Chiede la mia “barca” - chiede la mia vita – anche se la mia barca e piccina, malconcia e… vuota.
“Lo pregò di scostarsi”. Finezza dell’evangelista nello scegliere questo verbo. Infatti è delicato il momento che sta vivendo Simone con i suoi compagni. E’ il momento del fallimento, della tristezza. Quale parola dà più energia o speranza? Un comando, una imposizione, un rimprovero? O, piuttosto, qualcuno che ti prega? In quei pescatori intravvedo tutti i mei fallimenti, le mie scelte sbagliate e i miei giorni inutili e infruttuosi… vedo i miei peccati (fallimenti, appunto) ricorrenti. Eppure Gesù si “introduce” sulla mia barca, che è vuota, che ha tirato a secca, è ormeggiata e mi prega di ripartire.
Maestro di umanità mi insegna quali sono le parole che, nel momento difficile, trasmettono speranza ed energia: non l’imposizione o la critica, non il giudizio o l’ironia, neanche la “compassione”. Ma una preghiera che fa appello a quello che hai, per quanto poco sia; a quello che sai fare e ti appartiene, per quanto poco sia! Simone, sei un pescatore, hai una barca, hai delle reti: ripartiamo da questo, prendiamo il largo.
“Prendi il largo e gettate le reti per la pesca”. “Vai in profondità” (letteralmente dal greco). Vai al fondo della realtà. Osa maggior coraggio e fiducia. Per fare questo, però, occorre essere aperti alla possibilità che valga ancora la pena cercare, che vale la pena andare oltre la superficie delle cose che si vedono. Ma… “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla”. Denuncia la sua fatica e stanchezza, Simone, uomo libero, vero capace di dare voce a quello che prova. Possiede la capacità rarissima di dare alle cose il nome che hanno. “Preso nulla”. Dalla mattina alla sera corriamo, laureati, dottori, ingegneri, avvocati, camionisti, insegnanti, segretari, ragionieri… il sistema nervoso in perenne equilibrio precario. Tanta fatica, spesso, per nulla.
Ma dice anche la sua speranza ancora non del tutto morta, Simone: “ma sulla tua parola getterò le reti”. Vale ancora la pena provare. E così succede. Pesca una quantità enorme di pesce. Si riempie la sua barca e la barca dei suoi soci. E’ tutto un agitarsi di pesci catturati, il mare sembra non reggere le barche. Dio riempie la sua vita e la vita dei suoi amici. Riempie le reti di ciò che amo e la vita di futuro.
Dio si “introduce” nella nostra vita, ci chiama, magari nei momenti in cui siamo un po’ depressi, come lo si può essere alla fine di una nottata di pesca infruttuosa. Viene quando pensiamo di aver sbagliato, fallito. A me è successo. Viene e chiede, nella nudità e nella verità di ciò che siamo di rimetterci in gioco. E il vero miracolo, allora, è il nostro sguardo capace di vederLo, di accorgersi che Lui si è degnato di salire sulla mia barca. E’ il cuore che stabilisce il miracolo, non l’evento!
Simone è interdetto, preso da timore, stupito. Lui, grande, grosso, grezzo nel suo modo di comportarsi, davanti a questo segno non sa più cosa pensare e dire. Forse, resta più stupito della sua reazione che non di ciò che è successo! Ora ha capito che c’è qualche cosa di più grande che è messo in discussione. Quel Signore che lo ha invitato ad andare al largo, ora gli chiede qualche cosa di più. Si butta in ginocchio e si rende conto di quanto è peccatore: “Allontanati da me, Signore, perché sono un peccatore”. Quando sperimentiamo il nostro limite e conosciamo a fondo la nostra fragilità la prima tentazione è quella di dire: allontanati da me.
Bellissima la risposta di Gesù: “Non temere”, non avere paura, non sentirti indegno, incapace, lontano. “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”. No, Gesù non si allontana. Anzi lo chiama a sé come mai prima. Non temere, vieni, lascia le reti. Vieni, ti farò pescatore di umanità. Sì, perché siamo chiamati a tirar fuori tutta l’umanità che c’è dentro di noi e dentro le persone che incontriamo.
Ma è importante “lasciare le reti”. Lasciare, cioè, tutto ciò che ci tiene ancora imbrigliati, legati alla fatica del vivere, alla fatica del muoversi, alla fatica del credere che il Signore è molto più grande dei nostri peccati.
Sulla riva di quel lago Gesù pronuncia due parole: “Non temere. Tu sarai”. Ed è il futuro che si apre, il futuro che conta più del presente e di tutto il passato. Non fermarti al peccato, al fallimento: il bene possibile domani vale più dell’infruttuosità di ieri. Le reti piene di oggi vale più di tutti i fallimenti passati. Non temere, anche la tua barca va bene! La tua vita va bene per fare qualcosa per gli uomini. Il peccato rimane, ma non può essere un alibi per chiudersi a Dio, alla vita e al futuro. Gesù dà fiducia, conforta la vita, ma poi incalza. Riempie le reti, sì, ma poi te le fa lasciare lì. Ti impedisce di accontentarti di quel “pieno” inaspettato. Sarai pescatore di uomini. Cercherai uomini, li raccoglierai da quel fondo in cui si trovano credendo di vivere ma non vivendo. Mostrerai loro che sono fatti per un altro respiro, un altro cielo, un’altra vita! Il miracolo di Gennèsaret non consiste nelle barche riempite di pesci e neanche nelle barche e reti abbandonate. Il miracolo grande è Gesù che non si lascia impressionare dai miei difetti, dai miei fallimenti, non è deluso di me, ma mi affida il suo Vangelo: Seguimi, anche tu puoi fare qualcosa per gli uomini e per Dio. Così si “riempirà” anche la tua vita. (Lc 5,1-11)

Intensissima la giornata di Cafarnao. L’insegnamento nella Sinagoga, la liberazione dell’uomo impuro, malato nella psich...
04/09/2024

Intensissima la giornata di Cafarnao. L’insegnamento nella Sinagoga, la liberazione dell’uomo impuro, malato nella psiche e nello spirito. Forse cerca un po’ di sollievo, Gesù, andandosene nella casa di Simone. Ma entrando viene a conoscenza che la suocera di Simone è “in preda ad una grande febbre e lo pregarono per lei”. Gli parlano di lei, lo pregano per lei perché lo sanno sensibile all’umano, prodigo verso le ferite, amante dei rattoppi e delle ricostruzioni. Sarà il suo pane quotidiano nel suo “camminare” in mezzo a noi. Lui ascolta, infatti, guarisce, prega e annuncia. I segni prodigiosi, quando gli riusciranno – perché non sempre gli riusciranno -, fungeranno da “promemoria” e da “anticipo” allo stesso tempo. Promemoria della cura spassionata verso l’umano sfibrato. Anticipo di ciò che sarà il mondo nel domani dell’Eterno. Un inizio di come potrebbe essere già oggi il mondo visto e abitato dalla parte di Dio.
Al “calar del sole” di quel sabato, quando ci si può rimettere in movimento e riprendere le attività, “tutti quelli che avevano infermi affetti da varie malattie li condussero da lui”. Siamo appena agli inizi della sua avventura pubblica eppure in tantissimi sono che accorrono a lui: lo tallonano, gli si fanno appresso, se si allontana lo cercano con insistenza. Il mondo “guasto” gli si fa incontro. E non c’è nulla di più soave per l’Uomo di Nazareth che potersi gustare lo spettacolo di un uomo che si rimette in piedi: “imponendo su ciascuno le mani, li guariva”. Non predica “rassegnazione”, non chiede di “offrire” la sofferenza a Dio. Fa gesti di comunione, si piega sui corpi per curarli, lotta contro il male per farlo arretrare.
La nostra povertà, la nostra febbre, la nostra fatica, la nostra incompiutezza è lo spazio possibile in cui far entrare la buona notizia del Regno, in cui far entrare il Signore, è premessa dell’incontro con Lui. E’ la pista d’atterraggio per la sua potenza salvifica. Smettiamola, allora, di fare a botte con la nostra febbre! Pensiamola come una “premessa”, pensiamola come una realtà che ci può aiutare (ma, a volte, anche ostacolare) ad incontrare il Signore. Ogni limite umano è, in realtà, nient’altro che lo spazio dove può entrare Dio. Smettiamola di essere troppo angosciati dalla nostra incompiutezza, troppo disperati dalle nostre amarezze. Quelle amarezze sono il luogo dove Dio può operare e farci gustare la dolcezza della sua Presenza. Dirà Francesco d’Assisi, una volta che ha accolto il suo limite (lebbroso): “Ciò che mi sembrava amaro mi fu mutato in dolcezza”.
Ma c’è ancora un insegnamento importante da cogliere, a mio avviso, nella Parola che oggi ci viene donata. Si dice, ad un certo punto, che Gesù “Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto”. In alcuni momenti della nostra esistenza, in alcuni giorni della nostra vita, l’unica cosa che davvero ci urge più di ogni altra cosa, è decidere come si vuole essere: schiavi o liberi? Questo, Gesù, mostra di saperlo bene. E nonostante la gloria che gli si cuce addosso, nonostante le aspettative proiettate su di lui (con insistenza si dice che “le f***e lo cercavano, lo raggiunsero, lo tenevano stretto perché non se ne andasse via”), l’unica cosa che cerca è quella di avere Se Stesso in suo potere. Non si lascia travolgere dalle f***e che vogliono guarigioni, né si lascia travolgere dalla sua attività di pastore. Lo cercano ma Lui si ritira, nel deserto, nel segreto della relazione con il Padre, per l’ascolto e la comunione. Nel deserto, nella notte, all’alba, egli cerca tenacemente di preservare il tempo essenziale per nutrire la relazione con Dio. Senza temere di deludere nessuno o di perdere i consensi raggiunti, Gesù appare Signore anche per la libertà di saper prendere una scelta assai differente dalle aspettative. E lo fa senza timore alcuno. “E’ necessario che io annunzi la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato”. Gesù resta perfettamente aderente alla sua missione, senza legare le persone a sé, né legarsi ai successi o traguardi raggiunti. In questo modo ci lascia un gesto di eterna guarigione del nostro bisogno – inconsolabile e incolmabile – di essere raggiunti e assistiti a oltranza nelle nostre solitudini e malattie. Ciò che conta nella vita – e dobbiamo ammetterlo prima o poi – non è tanto cambiare qualcosa che non va, o entrare nella categoria delle persone risolte o redente. Ciò che conta, agli occhi di Dio, è che noi impariamo a “crescere”, uscendo da qualsiasi gioco di dipendenza o di eccessivo attaccamento nei confronti di chi ha sputo prendersi cura di noi, del nostro corpo e del nostro spirito. Perché ciò che conta è andare “oltre”. Oltre noi stessi. Per amare qualcuno, per dare gioia, per dare servizio.
Così Gesù ha speso la vita, così ha insegnato a spenderla ai suoi discepoli: una vita che trova forza nel dialogo con Dio e sa farsi carico delle sofferenze del fratello. Forse è così che guarisce la vita! (Lc 4,38-44)

«Erano stupiti del suo insegnamento». Stupiti: l'agguato della meraviglia e dell'imbarazzo, la feritoia della sorpresa e...
03/09/2024

«Erano stupiti del suo insegnamento». Stupiti: l'agguato della meraviglia e dell'imbarazzo, la feritoia della sorpresa e dell'inaudito, l'imboscata di ciò che per natura è imprevedibile e inimmaginabile.
“… perché la sua parola aveva autorità”. L'autorità è parola nobile per noi “latini”. Nel suo grembo trattiene la radice del verbo augeo (“accrescere, aumentare, incrementare”). Ha autorità chi permette d'ampliare e d'ampliarti, che riesce a farti fare cose che fino a poc'anzi pensavi impossibili, chi ti prende per mano e t'addita prospettive interessanti. Autorità non è dispotismo e questo il Nazareno lo sa. L’autorità è finalizzata alla vita e al bene delle persone: non accresce chi la pronuncia ed esercita, ma fa crescere l’altro; è autorità di servizio, non di potere. È umile appartenenza, sublime tatto, delicatissimo pertugio attraverso il quale proporre e predisporre all'infinito. Nessuno mai parlò come Lui, forgiatosi in trent'anni e oltre di vita nascosta e di pesanti misteri cuciti addosso.
Dopo il rifiuto dei suoi compaesani decide di partire da Cafarnao: terra di pescatori e di reti da riassettare - di pescatori e non di letterati -, terra di periferia. Da Cafarnao: da ciò che è poco più di nulla, dal dimesso, dall'inaspettato. Luogo di confine e di ambiguità. Luogo dove necessariamente bisogna confrontarsi. Non è un luogo rassicurante: non è il Tempio, la Chiesa, la Parrocchia, il Gruppo di appartenenza. È luogo di limite, di periferia, periferia della storia, periferia esistenziale.
Cafarnao (“villaggio della Consolazione”) per dirmi che lì dove io sono, nel mio limite, nella zona di confine della mia esistenza, lui viene come “consolazione” e mi chiama a sé, mi invita a seguirlo. Viene per ti**re furi da me tutta l’umanità che ho dentro. Rende libero Dio!
Era “sabato”, quel giorno, “e in giorno di sabato insegnava alla gente”. Si mette a “insegnare”. La Parola che dice, profetica e schietta, che scuote e ferisce, che non lascia come trova, diventa “segno” di una pienezza possibile, di quella liberazione promessa. Ecco perché non si esaurisce in sé la Parola, ma diventa gesto e azione autorevoli. Ce ne dà prova l’evangelista Luca.
In quella sinagoga, infatti, c’è un uomo malato, posseduto. Siamo in giorno di sabato, il giorno della benedizione e della vita, e Gesù è venuto per comunicare questa vita piena. È posseduto da un “demonio impuro”, l’uomo. Un uomo “mescolato” (impuro, appunto) con elementi estranei alla sua essenza che ne alterna la qualità, il carattere originario. Un uomo diviso, scisso. Anche dal punto di vista spirituale è diviso e scisso. E lo manifesta nel suo gridare: “Basta! Che vuoi da noi (è un uomo e dice “noi”), Gesù Nazzareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!”. Lo manifesta nel suo conoscere perfettamente Gesù e nel suo confessarlo in modo corretto, ortodosso. Sa chi è e sa che non vuole avere niente a che fare con lui. La diabolicità dell’atteggiamento è lì: confessa rettamente la fede, ma non si coinvolge nella sequela di Cristo. Non dice niente di sbagliato, niente di fuori luogo. Dal punto di vista formale questa è la verità. Va pure a “messa” tutte le domeniche. È lì ad onorare il sabato, ogni sabato, magari. Ma… è demoniaca una fede che resta alle parole. Sant’Agostino, argutamente, commentando questo brano scrive: “Non vantarti di confessare Gesù come Figlio di Dio, ancora non sei diverso dai demoni!”. La sua conoscenza della fede è perfetta. Ma… anche noi corriamo questo rischio: ridurre la fede a conoscenza perfetta senza mai giungere all’”adesione”.
“Sei venuto a rovinarci?”. È demoniaca una fede che vede in Dio un concorrente per una piena riuscita nella vita: se c’è Dio io sono fregato, limitato, non posso seguire i miei desideri. Ma… una fede solo devozionale, un’appartenenza solo esteriore, una fede solo intellettuale, ci impediscono una totalizzante esperienza di discepolato.
Interessante! L’impurità di quest’uomo non viene messa in luce da uno stato di peccato o di trasgressione, ma difronte alla rivelazione di Dio, della sua Parola e della sua potenza che sanno raggiungerci e scuoterci. Posso confessarlo come “santo di Dio” e, allo stesso tempo, temerlo come la più grande delle minacce. Allora anche la mia confessione di Dio può essere animata più dalla paura che dalla fiducia e dalla speranza. Pericolosa ambiguità che abita il mio cuore! Pericolosa perché questa ambiguità è radice di ogni male. E con questa ambiguità non devo dialogare.
Ecco perché Lui non teme questa nostra opposizione, chiusura e rifiuto. L’affronta dicendo: «Taci! Esci da lui!». Ed è Parola che oggi vuole dire su di me, sulla mia vita per estirpare l’ambiguità che mi abita, radice di ogni mio male. Perché Lui è un Dio che s'intromette col male: si sporca le mani, gli sbatte in faccia la sua deficienza, lo mette a soqquadro e lo fa tacere una volta per sempre. Sta a me permetterglielo.
«Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». (Lc 4,31-37)

“Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. Siamo nella Sinagoga di Nazareth, dove Gesù è cresciuto e...
02/09/2024

“Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. Siamo nella Sinagoga di Nazareth, dove Gesù è cresciuto e dove ora – all’inizio della sua predicazione – è tornato. Partecipando alla liturgia sinagogale è invitato a proclamare la Parola di Dio e a commentarla. Una parola – tratta dal profeta Isaia – che annuncia un mondo senza più disperati, poveri, ciechi, oppressi. Una parola che annuncia un anno santo, un anno di grazia, un anno di misericordia. Tutti nella Sinagoga avvertono di aver ascoltato parole nuove, che fanno bene al cuore, parole di grazia, appunto. E Gesù commenta: “Oggi tutto questo si è compiuto. Oggi tutto questo è realizzato”.
“Oggi”. Che vuol dire adesso, ora, qui. Che vuol dire “In questi tempi di fatica”. “Oggi”, che vuol dire anche per noi, ora, qui. Anche noi siamo fatti contemporanei di Gesù perché chi ascolta Gesù e fa la sua Parola si trova a vivere nel Suo stesso “oggi”. Cioè, per noi che ascoltiamo scocca l’oggi di Dio. E questo ci obbliga a prendere una posizione, a deciderci, a convertirci, a fare scelte precise. Per noi è molto più facile coltivare una immagine di Dio astratta e atemporale.
L’”oggi di Dio” è un tempo interiore, implacabile, che giudica i miei giorni, le mie azioni, denuncia le fragilità dei miei progetti, la precarietà dei valori che guidano la mia vita.
La reazione degli ascoltatori è di stupore, meraviglia, orgoglio paesano: “Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”. Gesù ha fatto colpo sull’uditorio, ha destato interesse e meraviglia perché le sue, appunto, erano “parole di grazia”. Un successo! Ma il racconto subisce una svolta improvvisa. Appena Gesù finisce di proclamare la Parola, ecco che nasce lo “scandalo”. Quelli che lo hanno apprezzato e applaudito dicono: Aspetta un attimo. Ma costui non il figlio di Giuseppe? E’ lo scandalo di chi lo conosce e di chi lo accusa – paradossalmente – di essere poco religioso per essere il Messia. Di lui sappiamo tutto.
I Nazareni assolutizzano ciò che Gesù è per loro. Lo guardano, ma non lo vedono. Per loro è solo il figlio di Giuseppe, quel bambino nato in modo imprevisto, che hanno visto crescere, giocare con i propri figli. Quell’uomo che hanno visto lavorare nella bottega di suo padre. Questa è tutta la conoscenza che hanno di Lui. E per loro è questo e non può essere altro. E questa è la loro testimonianza. Contro i fatti non c’è argomento. Tu sei uno di noi. Cosa ti inventi, ora, dicendoci che sei un’altra cosa? Da dove tiri fuori questo fatto che ora saresti il Messia? Da te dovrebbe iniziare l’anno di grazia? Tu sei venuto qui a dirci che sei colui che rimette in piedi lo zoppo, che dà la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, la libertà agli oppressi. Ma chi credi di essere? Odono, ma non riconoscono le sue parole d’altrove. Come pensare che sia lui, il figlio del falegname, il racconto di Dio? E, poi, di quale Dio?
L’hanno chiuso nelle loro categorie e non riescono ad aprirsi alla sorpresa, non sono disposti a ridefinire la propria identità. Fanno fatica ad ammettere di essere loro stessi quei poveri, quei ciechi, quei sordi, quegli zoppi, quei oppressi bisognosi di “grazia” e di liberazione.
Davvero la “consuetudine” quotidiana può, paradossalmente, portare ad essere ciechi sul mistero delle persone che ci abitano accanto. Muoiono le attese e con esse si spegne la vita. E’ ciò che sperimentiamo nelle nostre vite. E’ ciò che accade nelle nostre fraternità, nelle famiglie, tra gli sposi, tra i genitori, i figli, i fratelli, gli amici. L’abitudine spegne il mistero e la sorpresa e l’altro invece di essere una finestra su Dio, una benedizione che mi cammina accanto, è solo “il figlio di…”, o il falegname, il dottore, l’idraulico, l’insegnante… Dico di conoscerlo, ma che cosa so del mistero di quella persona? Per che cosa batte il suo cuore? Cosa lo fa soffrire? Cosa lo fa felice? Per quali persone spera o trema? E poi, ancora più importante, so lasciarmi sfiorare almeno dal pensiero enorme che quella persona, che dico di conoscere così bene, ha in se un pezzetto di Dio? Una profezia? C’è profezia nel quotidiano. C’è profezia in casa mia, nelle mie relazioni che, come gli abitanti di Nazareth, spesso non riusciamo a vedere e a cogliere.
La Parola di Gesù è portatrice di un giudizio e chiede a me, ascoltatore, di prendere posizione. Non ha come fine quella di compiacere gli uditori ma quella di “scomodare”. E’ Parola che mette in pericolo chi la pronunzia. E’ profetica ed ha la forza della verità, fa emergere ciò che abita il cuore di chi ascolta che è meraviglia e ammirazione finchè viene percepita come innocua e addomesticabile, oppure odio e rigetto non appena mette in discussione le nostre sicurezze acquisite.
E’ intollerabile la Parola di Dio perché costringe l’ascoltatore a fare i conti con ciò che abita nel proprio cuore. Ma pur di evitare questa dolorosa presa di coscienza si rigetta l’intollerabilità su Colui che l’ha pronunciata.
Ecco l’attacco: Non ci bastano le belle parole. Vogliamo altro, vogliamo che tu faccia qui quanto hai fatto a Cafarnao, vogliamo segni, prove che ci convincano. La pretesa. Nulla su può difronte alla pretesa. Nulla si può difronte allo scontato. “Nessun profeta è ben accetto nella sua patria”. Il Signore Gesù quando viene, in qualunque modo viene, viene sempre – in qualche modo – contestando ciò che noi crediamo di sapere per farci vedere che è oltre ciò che vediamo. Ma siccome lui non fa quello che vogliamo o vorremmo noi allora lo buttiamo fuori, lo buttiamo giù, lo eliminiamo. Succede così, sempre, anche a noi. Lui cosa fa? “Passando in mezzo a loro, si mise in cammino”. No, non si sottrae. Prosegue tranquillo altrove, verso altri villaggi. Non fugge né, tantomeno, si nasconde. Passa, sotto i loro occhi e alla luce del sole, in mezzo a loro. Da quel giorno in tanti hanno smesso di cercarlo impauriti e terrorizzati al solo pensiero, un giorno, di poterlo incontrare “diverso” da come se lo sono immaginato e pensato. (Lc 4,16-30)

Indirizzo

Santuario Di Santa Angela Da Foligno E Chiesa Di San Francesco/Piazza San Francesco 9
Foligno
06034

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Mercoledì 07:00 - 12:30
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Giovedì 07:00 - 12:30
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Venerdì 07:00 - 12:30
15:00 - 18:45
Sabato 07:00 - 12:30
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Domenica 07:00 - 12:30
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Telefono

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