10/10/2023
Domenica 8 ottobre 2023 – XXVII Domenica del tempo ordinario (a)
OMELIA Dell'Abate di San Miniato Bernardo Francesco Gianni
Dal libro del profeta Isaìa
Voglio cantare per il mio diletto
il mio cantico d’amore per la sua vigna.
Il mio diletto possedeva una vigna
sopra un fertile colle.
Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi
e vi aveva piantato viti pregiate;
in mezzo vi aveva costruito una torre
e scavato anche un tino.
Egli aspettò che producesse uva;
essa produsse, invece, acini acerbi.
E ora, abitanti di Gerusalemme
e uomini di Giuda,
siate voi giudici fra me e la mia vigna.
Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna
che io non abbia fatto?
Perché, mentre attendevo che producesse uva,
essa ha prodotto acini acerbi?
Ora voglio farvi conoscere
ciò che sto per fare alla mia vigna:
toglierò la sua siepe
e si trasformerà in pascolo;
demolirò il suo muro di cinta
e verrà calpestata.
La renderò un deserto,
non sarà potata né vangata
e vi cresceranno rovi e pruni;
alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia.
Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti
è la casa d’Israele;
gli abitanti di Giuda
sono la sua piantagione preferita.
Egli si aspettava giustizia
ed ecco spargimento di sangue,
attendeva rettitudine
ed ecco grida di oppressi.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési
Fratelli, non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù. In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri. Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. E il Dio della pace sarà con voi!
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartatoè diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».
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Omelia
Cari fratelli e sorelle forse mai come oggi possiamo intuire che il Regno di Dio è questo spessore dinamico, invisibile ma reale che si situa raccordando la nostra consapevolezza ecclesiale alla nostra consapevolezza esistenziale.
Credo che questo sia l’estremo lascito che queste pagine, peraltro molto esigenti, del Vangelo di Matteo consegnano all’intelligenza della nostra fede, in questo estremo scorcio di anno liturgico, nell’approssimarsi ormai imminente della stagione dell’Avvento, anche se il calore di questa stagione parrebbe smentire che in fondo ci prepariamo davvero al capodanno della liturgia della Chiesa.
Ma a noi interessa oggi questo interstizio dinamico e costitutivo di una consapevolezza diversa del nostro vivere, del nostro esserci, nella misura in cui cessiamo di scindere una dimensione possibilmente, direi inevitabilmente, pensosa della nostra coscienza esistenziale, messa peraltro così duramente alla prova dall’affastellarsi di notizie che dallo scacchiere della realtà internazionale fino alle ripercussioni più intime e dolorose del nostro cuore, sembrano sottolineare e rimarcare la plausibilità, lo dicevamo all’inizio, di questa tentazione con cui pensare la nostra esistenza esito contingente di una casualità che sembra essere l’unica chiave di lettura possibile della nostra vicenda umana, storica, temporale, una coscienza dunque esistenziale che sarebbe portata a credere la vita fondamentalmente una passione inutile e d’altro canto, sempre in forza di questa scissione, di questa divaricazione, l’altro versante, quello della nostra coscienza ecclesiale che si limita di fatto ad una sorta di pratica molto limitata nel tempo e nello spazio, generalmente, se va bene, alla nostra vita liturgica della domenica, confinata a qualche momento piuttosto contingente di devozione intima e personale, finestre tutte queste importanti o addirittura fondamentali, come lo è l’Eucaristia domenicale ma, incapaci di fornirci quasi un panorama interpretativo della nostra vita, colta nella sua interezza, nel suo originarsi, adempiersi, compiersi, inscritta la nostra vita personale in un orizzonte storico inevitabilmente ben più vasto del mio tratto biografico.
Ecco, a fronte di questa ambizione quella cioè di poter interpretare tutta la vita e tutta la storia con gli strumenti messi a disposizione dalla nostra vita ecclesiale, resta invece questa sorta di analfabetismo spirituale che ci rende impacciati, balbuzienti, nel non avere la parola che misuri l’incommensurabile della nostra vita e della nostra storia, scissi come siamo da un’analisi quasi disperata delle cronache di tutti i giorni e di quello che la nostra vita psicologica è quasi costretta a registrare nell’agenda sofferta del nostro cuore, con l’inchiostro delle nostre lacrime, talvolta anche del nostro sangue, dall’altra parte questa nostra vita spirituale confinata a pochi momenti, quasi dei massi erratici indisponibili a diventare il selciato di un percorso e di un sentiero che si offra, anche in salita, ma percorribile a questo nostro desiderio di libertà, di verità, di dignità, di amore, di speranza, di ricerca oltre il crinale del visibile.
Ecco fratelli e sorelle queste due dimensioni, stanno profondamente a cuore all’Evangelista Matteo che ha il compito nella sua comunità, in gran parte fatta di persone che provengono dalla grande tradizione giudaica, ma anche dall’oggettivo fallimento dell’attesa messianica che animava le speranze della comunità giudaica, il Messia è sconfitto sulla croce, e dunque su questo riscontro fallimentare Matteo sente fortissimo il bisogno di una rifondazione di una comunità che, pur sentendosi parte di un’alleanza antica, di una consapevolezza che la sapeva e la rendeva vigna prediletta dell’amore del Signore, può e deve riconoscersi raggiunta da un annuncio nuovo, pasquale, di verità, di liberazione, di guarigione, di speranza che però non passa attraverso le vie umane di quei riscontri, di quelle certezze, di quei risultati, di quelle affermazioni che si sperava con un trionfo tutto storico della vicenda profetica, regale, messianica del Signore Gesù, che invece resta sulla croce a dirci un’altra affermazione, quella a prima vista perdente, sconfitta ma proprio per questa ragione autenticamente affidabile, cioè la forza dell’amore, dell’amore che si dona, che depone la vita, che fa vuoto, che fa spazio, che segnala alla comunità nuova di Matteo che è possibile raccordare il fallimento della nostra esistenzialità, inevitabilmente vulnerabile e fragile, con l’annuncio di un amore che innerva dal di dentro questa comunità ecclesiale, nuova, che non potrà certo inscriversi nell’albo dei trionfi dell’antico Israele liberato dall’Egitto, ma che tuttavia ha dalla sua la consapevolezza di avere a disposizione per la sua crescita, per il suo fermentare, per il suo fruttificare, il fermento buono che è questo corpo spremuto d’amore che è il Signore Gesù, il Figlio dato come erede a quella comunità che, riconoscendolo come l’estremo gesto di amore senza riserve del Padre, non può avere motivo di non sentirsi coinvolta in questo dinamismo di amore, senza risparmio, senza misura, un amore ad oltranza, intercettato il quale fratelli e sorelle, la risposta di quella comunità matteana, alla luce anche dei suoi tormenti esistenziali, non dovrà essere troppo diversa dalla risposta che anche noi possiamo e dobbiamo dare, nonostante il sangue, il fuoco, la distruzione che abbiamo visto ieri proprio nella vigna storica della rivelazione dell’amore di Dio, in Israele, in Palestina, e la nostra risposta dovrà essere fratelli e sorelle, manco a dirlo, il saper essere tramite di questo amore, mediante il grande segno che distingue la consapevolezza credente della nostra pur povera fede e che si riassume in quella affermazione chiarissima nel prologo di Giovanni, che non a caso si legge nella liturgia diurna del giorno del Natale: A coloro che lo hanno accolto, il Figlio, Egli, il Padre, ha dato il potere di diventare figli di Dio.
L’unica accezione positiva della parola potere che si incontra in tutto il Nuovo Testamento fratelli e sorelle, perché questo è il nostro potere vero, il nostro potere autentico, la dimensione si direbbe passiva e ricettiva di un amore consegnatoci attraverso il dono del Figlio, l’erede, a tutti noi perché sentendoci amati da una esperienza di qualificazione della nostra esistenza, un’esperienza di verità della nostra esistenza, si raccordi finalmente dentro di noi la coscienza di una esistenzialità inevitabilmente messa alla prova dalla storia ma nello stesso tempo la consapevolezza di una nostra ecclesialità che pur essa messa pure alla prova dalle vicende sofferte della nostra temporalità, sapendosi amata, custodita, prediletta dall’amore del Padre, saprà e dovrà essere vigna feconda colma di buoni frutti anche nei passaggi più difficili della storia, scoprendosi semmai quella pietra scartata da altri presuntuosi e proprio per questo scelta dall’amore misericordioso e paziente del Padre per diventare il segno paradossale di una novità che è la cifra, il sigillo della riconoscibilità del metodo che Dio ha nella storia che è un metodo in forza del quale Egli va incontro, quasi fosse attratto, da coloro che proprio perché si riconoscono falliti, feriti, mortificati dall’esistenza, hanno ancora l’ardire, il coraggio, l’umiltà, la lucidità di confessare una indigenza nella loro esistenzialità tale da reclamare il loro inserimento, il loro, il nostro inserimento in questo perimetro, in questo muro di cinta, in questa siepe, uso le immagini della parola per farvi intendere, dentro il quale tutti noi, proprio perché feriti, possiamo riconoscerci guariti, proprio perché affamati possiamo riconoscerci saziati, proprio perché assetati possiamo riconoscerci dissetati ed in questa consapevolezza fratelli e sorelle, avere la coscienza che no, non possiamo trascurare quella vigna, perché trascurando la vigna dell’ecclesialità trascureremmo la vigna della nostra esistenzialità.
Capite finalmente fratelli e sorelle, come queste due dimensioni debbano e possano raccordarsi pena fare della nostra vita in Cristo, della nostra fede, della nostra sapienza spirituale una sorta di accessorio contingente da usarsi in poche, disarticolate situazioni della nostra esistenza e non assumerlo invece come metodo, criterio, possibilità di decifrazione dell’esistenza tutta intera, fratelli e sorelle. Per questo la Bibbia usa sempre queste immagini che parlano fondamentalmente di una vita piena, abbondante, nella libertà sofferta ma autenticamente tale della storia quando se ne assume responsabilmente tutto quello che sta dentro e sui margini, l’immagine per l’appunto di una vigna quindi immagine di lavoro, di responsabilità, di investimento nel tempo, di fruttuosità, ma anche di gioia, di ebbrezza, di godimento fratelli e sorelle, noi siamo discepoli di un Maestro che trasforma l’acqua in vino! Non il contrario!
Eppure quante volte pur avendo motivo di rallegrarsi siamo i testimoni dell’acqua insapore piuttosto che dell’ebbrezza del vino e quante volte quando la storia è difficile anziché essere testimoni di ciò che diventa quel vino ovvero il sangue col quale Dio ci ama donandoci il Cristo, siamo testimoni della necessità di alienarci dalla domanda, ubriacandoci, alterandoci, mistificandoci, con tutte quelle compensazioni, saturazioni, idolatrie che segnalano questa nostra indisponibilità ad essere puntuali all’appuntamento con quella verità di amore che, raccogliendoci così come siamo, intende riversare tutto quello che Paolo esprime in questa dimensione che ancora una volta restituisce alle nostra inquietudini, angosce, che troppe volte trattiamo in modo esclusivamente chimico o psicologico, tutta quella grande forza, ebbrezza, liberazione dello Spirito, fratelli e sorelle. Non angustiatevi per nulla, dice Paolo, ma in ogni circostanza fate presente a Dio le vostre richieste e la sua pace, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù.
Che non sono fratelli e sorelle, indicazioni banali, di una consolazione a cuor leggere che Paolo scrive così, dall’attico del suo appartamento. No, lui scrive queste parole dalla prigionia, da viaggi impossibili, da naufragi scansati per un attimo e ci scrive cose densissime, segnalando appunto che nella misura in cui il dramma della nostra esistenzialità si lascia collocare entro i perimetri dell’ecclesialità, detto in altri termini la nostra appartenenza viva, organica e vitale alla persona risorta del Signore Gesù e al suo respiro che è lo Spirito che noi accogliamo qui, nella liturgia, con la parola e con il nutrimento del suo sangue e della sua carne, ecco che davvero il dono della sua pace scende dentro di noi, attraversando e rendendo fratelli e sorelle tutti noi capaci di sentire come il suo amore sorpassando ogni intelligenza, colloca la nostra vita, nel pensiero, nella vita, nella certezza e nell’amore del Signore Gesù.
Altra geografia non abbiamo fratelli e sorelle, potremo costruirci bunker, potremo ritenerci dispensati per chissà quale fortuita ragione dal male, dalla sofferenza, dalla guerra, dalle crisi ecologiche, sociologiche, ma in realtà quelle nostre autodifese sono solo e soltanto illusioni, mendaci, fallimentari e anche egoistiche, perché facciamo finta di non sapere che il benessere di noi pochi è a prezzo di moltitudini sulla faccia di questa terra, il Signore chiede fratelli e sorelle che ne abbiamo fatto di questo mondo, di questi beni, di queste ricchezze, Lui che ha piantato noi come vigna e noi che siamo soltanto acini insapori e inodori, indisponibili a diventare il vino dell’ebbrezza, della gioia e della comunione.
Fratelli e sorelle qui sta il dinamismo del Regno, la sua vera geografia dinamica, inclusiva, sempre in movimento e proprio per questo sempre capace di rompere, maledire, la nostra stasi tranquilla e inserirci nella forza di comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, dinamismo creativo, di autodonazione, di condivisione e di speranza di un domani che insieme all’amore del Padre possiamo costruire per diventare tutti insieme vigna buona al gusto e al palato di chi ha sete e fame di verità e giustizia.
Amen.