Chiesa Cristiana Evangelica ADI Firenze

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Lunedì 8 giugno 2026IL VALORE AGGIUNTO DELLA COMUNIONE "Paolo disse a Barnaba: 'Ritorniamo ora a visitare i fratelli in ...
08/06/2026

Lunedì 8 giugno 2026

IL VALORE AGGIUNTO DELLA COMUNIONE
"Paolo disse a Barnaba: 'Ritorniamo ora a visitare i fratelli in ogni città dove abbiamo annunziato la parola del Signore, per vedere come stanno'" (Atti 15:36)

Il primo viaggio missionario era ormai alle spalle: Paolo e Barnaba avevano annunciato il Vangelo in molte città e vi avevano lasciato comunità appena nate. Risolta a Gerusalemme la controversia che aveva turbato le chiese, Paolo rivolse di nuovo il pensiero a quei fratelli. Non gli bastava averli raggiunti una volta, voleva tornare a visitarli per vedere come stavano.
Se guardiamo indietro, lungo il libro degli Atti, troviamo un legame invisibile tra le chiese, un legame che, diventando "rete", arricchiva le comunità con l'arrivo dei "fratelli".
A Samaria la Parola predicata per mezzo di Filippo aveva portato frutto, ma lo Spirito Santo non era ancora disceso, finché non giunsero, da Gerusalemme, Pietro e Giovanni.
Ad Antiochia la grazia aveva prodotto una comunità "mista", evidente nei suoi frutti, ma la venuta di Barnaba, che andò a cercare Saulo, aggiunse un insegnamento profondo e sistematico, fino a consolidarla e a farne la chiesa missionaria.
A Efeso Paolo trovò alcuni discepoli "fermi" al battesimo di Giovanni e, consapevole che "qualcosa mancava", li istruì intorno a Cristo ed essi ricevettero il battesimo e il dono dello Spirito Santo.
Tre visite, e ogni volta qualcosa si aggiunse: a chi possedeva già la Parola si aggiunse il battesimo nello Spirito Santo; a chi era giovane nella fede, l'insegnamento consolidò l'esperienza; a chi conosceva solo in parte, fu data una conoscenza più piena, e con essa, il rivestimento di potenza.
La lezione è semplice: nessuno cresce da solo. C'è sempre un fratello che può comunicarci ciò che ci manca, e anche noi, a nostra volta, siamo chiamati a benedire gli altri.
Questo "valore aggiunto", però, non nasce da noi e non è impegno organizzativo, ma si sviluppa sotto la guida dello Spirito Santo. La comunione, infatti, non è anzitutto un legame tra noi, ma il frutto del nostro essere uniti a Lui, tralci dell'unica vite.
Domandiamoci: "Sto permettendo ai fratelli di arricchirmi, oppure penso di bastare a me stesso?"; e ancora: "Quando mi protendo verso l'altro, gli porto qualcosa di Cristo, o soltanto me stesso?".
Il valore aggiunto della comunione è questo: trasmettere, sotto la guida dello Spirito, ciò che abbiamo ricevuto.
Aniello & Rosanna Esposito

07/06/2026

Culto del 07/06/2026

Lunedì 1° giugno 2026𝗡𝗢𝗡 𝗧𝗨𝗧𝗧𝗢 𝗘̀ 𝗤𝗨𝗜, 𝗡𝗢𝗡 𝗧𝗨𝗧𝗧𝗢 𝗘̀ 𝗢𝗥𝗔!“Il Signore disse ad Abramo: ‘Va’ via dal tuo paese, dai tuoi pa...
01/06/2026

Lunedì 1° giugno 2026

𝗡𝗢𝗡 𝗧𝗨𝗧𝗧𝗢 𝗘̀ 𝗤𝗨𝗜, 𝗡𝗢𝗡 𝗧𝗨𝗧𝗧𝗢 𝗘̀ 𝗢𝗥𝗔!
“Il Signore disse ad Abramo: ‘Va’ via dal tuo paese, dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre, e va’ nel paese che io ti mostrerò’” (Genesi 12:1)

Abramo aveva settantacinque anni quando Dio gli chiese di partire verso “il paese che io ti mostrerò”, senza dirgli dove. Per quanto il comando fosse chiaro, la destinazione restava sospesa, quasi vaga.
Qui riconosciamo il modo in cui Dio opera. Con una metafora geografica diciamo che Dio non dà al patriarca una mappa, ma gli indica una direzione. Abramo non riceve dati certi e riscontrabili, tranne la Sua Parola: una visione di fede che si estende nello spazio e nel tempo.
Il Signore non gli nasconde la meta per durezza, ma sceglie di rivelargli il percorso per tappe, affinché la sua fede maturi e acquisti certezze progressivamente, mentre procede verso la destinazione stabilita da Lui.
Allo stesso modo, durante l’ultima cena, Gesù disse a Pietro, perplesso sull’agire del Maestro: “Tu non sai ora quello che io faccio, ma lo capirai dopo”
perché non sempre l’ubbidienza è preceduta dalla comprensione.
Per noi che viviamo in un tempo in cui la fede è spesso ridotta a un accesso immediato, prega e ricevi, credi e ottieni, questo messaggio può risultare scomodo. Ma non possiamo misurare la fedeltà di Dio sulla velocità delle Sue risposte.
Dio, infatti, spesso indica direzioni e rivela promesse senza dimostrazioni immediate, lasciandoci una sola certezza: la fede, che è... “certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono” (Ebrei 11:1)
Cari amici e fratelli, stiamo aspettando di vedere tutto chiaro prima di muovere il primo passo di ubbidienza? Pretendiamo la mappa completa invece di fidarci della Sua guida?
C’è un “esci” rimasto inascoltato perché manca ancora il “dove”, come se volessimo porre a Dio la condizione di non muoverci senza garanzie.
La storia di Abramo insegna che, mentre Dio riserva a Sé i tempi e i modi del Suo piano, noi siamo chiamati a ubbidire “qui e ora”, ricordando il Suo monito: “oggi, se udite la sua voce…”
Perciò, qualunque cosa lo Spirito Santo ci stia chiedendo, ubbidiamo a ciò che Dio dice ora, fiduciosi di ciò che rivelerà dopo. Perché non tutto è qui, non tutto è ora, ma Colui che ci chiama è con noi e cammina già davanti a noi.
𝗔𝗻𝗶𝗲𝗹𝗹𝗼 & 𝗥𝗼𝘀𝗮𝗻𝗻𝗮 𝗘𝘀𝗽𝗼𝘀𝗶𝘁𝗼

Lunedì, 25 maggio 2026SE LO FA PER I RIBELLI..."Tendo le mani verso di te …" (Salmo 143:6)"Tendi le tue mani dall'alto ....
25/05/2026

Lunedì, 25 maggio 2026

SE LO FA PER I RIBELLI...
"Tendo le mani verso di te …" (Salmo 143:6)
"Tendi le tue mani dall'alto ..." (Salmo 144:7)
"Ho steso tutto il giorno le mani verso un popolo ribelle ..." (Isaia 65:2)

Davide prega dal fondo del pericolo, e in questi due salmi troviamo due gesti speculari, quasi un "dialogo di mani": prima lui le tende verso Dio, poi chiede a Dio di tendere le Sue verso di lui. Le mani tese di Davide sono il segno visibile di un'anima che riconosce la propria sete e sa bene chi è l’Unico che può saziarla. È una preghiera che, nella sua semplicità, rivela la "paura di non farcela": "Signore, mentre io Ti cerco, vieni a cercare me".
A quelle mani tese, per quanto alzate incapaci di sfiorare il cielo, fanno eco le parole del profeta Isaia, che rivelano qualcosa che va molto più in là: "Ho steso tutto il giorno le mani..."
Verso chi? Non verso chi Lo cerca, non verso chi tende le proprie verso di Lui, ma verso un popolo "ribelle", che cammina "per una via non buona", seguendo "i propri pensieri" e lo fa "tutto il giorno".
La grazia non ha aspettato noi, ma ci cerca fin dal mattino e tutto il giorno. Paolo cita esattamente queste parole in Romani 10:21 e le applica a Cristo: sono le braccia del Figlio di Dio, aperte non solo verso chi prega ma verso chi si volta dall'altra parte. La croce non è la risposta alla nostra ricerca: è l'iniziativa di Dio che ci cerca e raggiunge nella nostra empietà, per liberarci dal fardello, dalla schiavitù, dall'iniquità e dal giudizio del peccato.
Cari amici e fratelli, anche per noi vale questa rivelazione sconvolgente: non siamo stati trovati perché Lo cercavamo, ma siamo stati trovati perché Lui non ha smesso di tendere le mani, anche quando le nostre erano abbassate, chiuse, occupate a fare e cercare altro.
Quanto cambia la nostra preghiera, sapendo che non ci stiamo sporgendo verso un Dio lontano ma rispondendo a un Dio che ci aveva già cercati?
Le mani che tendiamo verso di Lui sono preziose, sono il segno di un'anima assetata, di una fiducia ben riposta, però vengono “dopo”. Vengono in risposta a mani già aperte, “prima ancora” che noi le alzassimo. Se Dio ha teso le Sue verso chi non Lo cercava, con quanta più certezza le tenderà verso chi Lo cerca?
Se lo fa per i ribelli, non lo farebbe per te?
Aniello & Rosanna Esposito

Lunedì 18 maggio 2026NE VALE LA PENA?“Io ringrazio il mio Dio di tutto il ricordo che ho di voi; e sempre, in ogni mia p...
18/05/2026

Lunedì 18 maggio 2026

NE VALE LA PENA?
“Io ringrazio il mio Dio di tutto il ricordo che ho di voi; e sempre, in ogni mia preghiera per tutti voi, prego con gioia a motivo della vostra partecipazione al vangelo, dal primo giorno fino ad ora” (Filippesi 1:3-5)

Paolo scrive da una prigione, una tappa “difficile” della sua vita e del suo ministerio che hanno conosciuto prove di ogni tipo: opposizioni, contrasti e sofferenze. Eppure, le sue parole non fanno trapelare stanchezza, ma traboccano di gratitudine per la testimonianza dei Filippesi “… dal primo giorno fino ad ora”.
La frase contiene una storia che comincia a Troas, dopo una serie di eventi apparentemente confusi, disorientanti. Paolo aveva una direzione in mente, ma lo Spirito Santo gliela aveva chiusa, pezzo dopo pezzo: prima l'Asia, poi la Bitinia. Poi, di notte, una visione: un Macedone gli stava davanti e lo pregava: “Passa in Macedonia e soccorrici” (Atti 16:9).
Non era la rotta che aveva immaginato ma, evidentemente, era quella che Dio aveva preparato per lui e per la sua “squadra”.
Il passaggio dall’apparente disorientamento alla certezza determinata e solerte (“cercammo subito di partire… convinti”) rivela non tanto e non soltanto il carattere di Paolo, ma la sua totale dipendenza dal Signore delle mésse.
L'ubbidienza a quella voce portò i missionari a Filippi, dove dapprima Lidia, poi una ragazza posseduta e la famiglia del carceriere sperimentano la potenza salvifica dell’Evangelo, diventando il primo nucleo di una comunità che Paolo, anni dopo, chiamerà “allegrezza e corona mia” (Filippesi 4:1).
È impossibile contenere in una breve meditazione la portata della relazione di Paolo con Filippi e con i Filippesi, ma quel “…fino ad ora” emana un senso di gratitudine e di “appagamento” commoventi. La loro esistenza era la prova che Dio aveva onorato la resa di un Suo servitore che aveva scartato i propri piani per imboccare la Sua rotta.
Quella rotta era passata per il carcere, quel frutto era arrivato attraverso umiliazioni, lacerazioni e sofferenze, ma ne era valsa la pena!
Cari amici e fratelli, Paolo non ci è presentato come un eroe inarrivabile, ma come un esempio di vero servizio, che ci incoraggia a riconoscere nelle porte chiuse la guida di Dio, a essere pronti a ricevere la Sua visione, anche quando ci conduce dove non avremmo scelto, a fare ciò che non avremmo previsto.
Siamo pronti a rinunciare alla nostra rotta, a fidarci abbastanza da partire verso l’ignoto?
La fatica del servizio reso nell'ubbidienza non è mai vana: Dio comincia un'opera e la conduce a compimento. Ne vale sempre la pena.
Aniello & Rosanna Esposito

Lunedì 11 maggio 2026LA SUA VOLONTÀ"Padre, io voglio che dove sono io siano anche quelli che tu mi hai dato" "… non come...
11/05/2026

Lunedì 11 maggio 2026

LA SUA VOLONTÀ
"Padre, io voglio che dove sono io siano anche quelli che tu mi hai dato"
"… non come io voglio, ma come tu vuoi"
(Giovanni 17:24; Matteo 26:39)

C'è una distanza di poche ore tra le due preghiere riportate nei nostri versetti, eppure tra di esse c'è un abisso che solo l'amore di Cristo può spiegare. Dopo la cena e prima di uscire verso il Getsemani, Gesù si rivolge al Padre con una “fermezza” che non smette di sorprendere: "Padre, io voglio…". Il verbo originale esprime una volontà piena, deliberata, assertiva, mostrando che il Figlio di Dio “vuole” la nostra comunione eterna con Lui e lo afferma con la sicurezza di chi ha l'autorità di ottenerla.
Poche ore dopo, nel Getsemani, lo stesso Gesù si prostra a terra e lo stesso verbo compare ancora, ma in direzione opposta: "… non come io voglio, ma come tu vuoi".
Questa volta però il verbo si ripete tre volte, con una profondità di abbandono filiale che non smette di commuovere. Nella Sua passione, mentre Lo aspettavano l’umiliazione, la sofferenza e la croce, Gesù sottomette totalmente la Sua volontà, pronto a bere, fino alla fine, il Suo calice.
Ci rendiamo davvero conto di che cosa significa questo?
Per noi, la volontà di Cristo è assertiva e certissima; per Sé, è pienamente sottomessa. Egli stesso ha detto: "per loro io mi santifico" (Giovanni 17:19). Quella santificazione fu la passione e la croce, un sacrificio “reale”, non un gesto simbolico e indolore, ma una deliberata scelta d'amore, come Egli stesso aveva già dichiarato, quella stessa sera: “Nessuno ha amore più grande di quello di dare la sua vita per i suoi amici” (Giovanni 15:13).
Cari amici e fratelli, questa verità dovrebbe trasformare non solo la nostra preghiera ma la nostra vita, la valutazione delle nostre priorità e l’intensità del nostro servizio.
Da un lato, possiamo appoggiarci con certezza assoluta alla buona volontà di Dio, che non dipende dalla nostra capacità e dai nostri meriti. Dall'altro, siamo chiamati a imitare l’esempio di Gesù nel Getsemani: a presentare le nostre richieste, le nostre paure, i nostri “calici” al Padre, sempre in un'attitudine di sottomissione fiduciosa che è la più alta forma di fede.
Siamo davvero disposti a pregare così?
Che Colui che ha voluto con tanta certezza la nostra salvezza ci insegni la bellezza del "… non come io voglio, ma come tu vuoi".
Aniello & Rosanna Esposito

Lunedì 4 maggio 2026INTERI“O Signore, chi dimorerà nella tua tenda? Chi abiterà sul tuo santo monte?”“Chi salirà al mont...
04/05/2026

Lunedì 4 maggio 2026

INTERI
“O Signore, chi dimorerà nella tua tenda? Chi abiterà sul tuo santo monte?”
“Chi salirà al monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo?”
(Salmo 15:1; 24:3)

Davide pone la stessa domanda due volte, a distanza di qualche capitolo: chi può abitare alla presenza di Dio? Il due salmi rispondono descrivendo le stesse virtù essenziali, ma con un dettaglio che vale la pena rimarcare: l’ordine è invertito. Nel primo, il punto di partenza è l’interiorità, la purezza del cuore, e da lì “si arriva” alla condotta giusta. Nel secondo si comincia dalle mani, cioè dalle azioni concrete, e poi “si scende” al cuore.
Lungi dall'essere in contraddizione, i due testi ci dicono qualcosa di più prezioso: le due realtà si appartengono così profondamente da non avere un ordine privilegiato. Nessuna delle due precede l'altra, perché semplicemente non sono separabili.
Questa è la virtù della completezza: non si può scegliere tra la vita interiore e la vita esteriore, come se fosse possibile essere “puri di cuore” mentre si vive in modo incoerente, oppure esibire una condotta rispettabile mentre dentro di sé si coltiva orgoglio, rancore o falsità. La Scrittura non conosce questa divisione, anzi insegna chiaramente che ciò che riempie il cuore, prima o poi viene fuori. E ciò che il cuore ha davvero ricevuto non può restare nascosto nei comportamenti. Come potrebbe?
Gesù lo ha detto con la semplicità di un’immagine: “Una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta” (Matteo 5:14).
La grazia non è un’esperienza esclusivamente privata. Entra nell’uomo, lo trasforma nel profondo, e poi si fa necessariamente visibile “nelle mani”, nelle relazioni, nelle scelte ordinarie. Non possiamo richiamare la ricchezza della vita interiore per giustificare la povertà della vita pratica, né esibire una condotta ordinata per coprire un cuore lontano da Dio.
L’ipocrisia nasce esattamente lì, nel tentativo di separare ciò che Dio ha tenuto unito: cuore e condotta, fede e opere, grazia ricevuta e grazia vissuta. Davide, che conosceva bene le proprie fragilità, non cerca e non offre scorciatoie. Indica semplicemente la persona intera, non divisa, non a metà. Siamo su questa strada? Lo siamo davvero?
Aniello & Rosanna Esposito

Lunedì 27 aprile 2026UNA VERITÀ TRASCURATA“Mantieni e metti in pratica la parola uscita dalle tue labbra: opera secondo ...
27/04/2026

Lunedì 27 aprile 2026

UNA VERITÀ TRASCURATA
“Mantieni e metti in pratica la parola uscita dalle tue labbra: opera secondo il voto che avrai fatto volontariamente al Signore tuo Dio e che la tua bocca avrà pronunciato”
(Deuteronomio 23:23)

Mosè parla al popolo nel deserto, prima dell'ingresso nella terra promessa. Tra le prescrizioni emerge una norma sul voto pronunciato davanti al Signore, una parola che ci spinge a riflettere ogni volta che facciamo una promessa a Dio, perché Lui prende sul serio ciò che l'uomo dice, anche quando se ne dimentica.
Quante promesse abbiamo pronunciato in un momento di benedizione o di crisi? Quante volte abbiamo preso impegni di cambiamento in momenti di particolare intensità? E, quante volte, con il passare del tempo, quelle parole cominciano a svanire, mentre la vita riprende il suo corso, le urgenze si moltiplicano e ciò che sembrava chiaro sfuma fino a diventare un ricordo lontano?
C'è qualcosa che non è facile ammettere: chi manca di parola davanti a Dio finirà per mancare di parola anche con gli uomini, esponendo le relazioni più vicine a rischi concreti e danni irreparabili. Il matrimonio dura se la scelta viene rinnovata ogni giorno, anche quando l'entusiasmo è messo alla prova dalla quotidianità e dalle difficoltà. Con i figli non bastano le intenzioni: conta la presenza concreta, giorno dopo giorno. Il servizio spirituale, che inizia nel fervore, deve continuare anche quando l’impegno è gravoso e il riconoscimento tarda.
Cari amici e fratelli, viviamo in una stagione che l'apostolo Paolo aveva già descritto, in cui “gli uomini saranno insensibili, mancatori di parola, traditori”. È il ritratto del mondo lontano da Dio, certo, ma è anche una pressione che tocca famiglie, comunità e cuori.
Per chi è nato di nuovo, però, la fedeltà alla parola data non è uno sforzo umano: è la fedeltà, frutto dello Spirito, che trasforma e preserva il cuore.
Dio ci aiuti, perciò, ad esaminarci per capire dove e in che misura siamo venuti meno a qualche parola data e a rimediare dove è ancora possibile, per onorare Cristo e benedire gli altri con la nostra vita.
Aniello & Rosanna Esposito

Lunedì 20 aprile 2026DAL FANGO ALLA ROCCIA"Ho pazientemente aspettato il Signore ed egli si è chinato su di me e ha asco...
20/04/2026

Lunedì 20 aprile 2026

DAL FANGO ALLA ROCCIA
"Ho pazientemente aspettato il Signore ed egli si è chinato su di me e ha ascoltato il mio grido. Mi ha tratto fuori da una fossa di perdizione, dal pantano fangoso; ha fatto posare i miei piedi sulla roccia, ha reso sicuri i miei passi. Egli ha messo nella mia bocca un nuovo cantico a lode del nostro Dio"
(Salmo 40:1-3)

Il salmista non descrive una difficoltà astratta, ma un'esperienza realmente vissuta. Il pantano fangoso non è solo un'immagine poetica, è la sensazione reale di chi, non trovando appoggio, più si agita e più sprofonda. È l'instabilità che toglie il respiro mentre il terreno sembra mancare sotto i piedi.
Quante volte abbiamo sperimentato quel pantano? Che sia stata una perdita dolorosa, una relazione spezzata, una malattia, un fallimento, un silenzio di Dio che sembra interminabile, non fa differenza: la sensazione di essere “risucchiati” è sempre molto simile.
Il Salmo però non è soltanto un lamento, ma la storia di un credente che ha trovato risposta, descritta in maniera toccante: "...ed egli si è chinato su di me...". Sì, perché quando stiamo sprofondando, non siamo noi a risalire da soli: è Dio che scende, che si abbassa, che mette le mani nel fango per tirarci fuori. E lo ha fatto in modo definitivo in Gesù Cristo, il Figlio di Dio venuto in carne ed entrato nella nostra condizione umana fino alle estreme conseguenze, fino alla croce.
Il cambiamento che Dio opera è radicale e si sviluppa in tre direzioni. La prima è quella della stabilità: i piedi che affondavano trovano ora la roccia, il suolo solido. La seconda è quella dell'orientamento: i passi resi sicuri parlano di una direzione ritrovata, che risolve lo smarrimento. La terza, e forse la più eloquente, è quella della testimonianza: dalla bocca che gridava nel dolore esce ora un cantico nuovo. L'intervento della grazia produce un annuncio potente, perché chi è stato nel fango e ne è uscito non può tacere.
Il cantico nuovo non è per uso privato ma proclamato davanti agli altri, nella famiglia, nella comunità, nel mondo. La vita cambiata è il messaggio più potente che possiamo offrire.
Cari amici e fratelli, se qualcuno sta vivendo una situazione di "impantanamento", non esitiamo a gridare al Signore, ad attendere il Suo intervento perché Lui è fedele e non ci deluderà.
Aniello & Rosanna Esposito

Lunedì 13 aprile 2026BENCHÉ STANCHI“Gedeone arrivò al Giordano, lo passò con i suoi trecento uomini, i quali, benché sta...
13/04/2026

Lunedì 13 aprile 2026

BENCHÉ STANCHI
“Gedeone arrivò al Giordano, lo passò con i suoi trecento uomini, i quali, benché stanchi, continuavano a inseguire il nemico”
(Giudici 8:4)

Due parole riassumono tutto: benché stanchi. Stanchi, eppure in marcia, ancora al fianco del loro comandante, a inseguire un nemico che sembrava lontano ma non era ancora sconfitto.
La storia di Gedeone e dei suoi trecento non è la storia di uomini eccezionali: è la vicenda della fede ordinaria che avanza, nonostante il peso della stanchezza.
In questo racconto non si scorge alcun supereroe, né Gedeone né i suoi lo erano; vediamo uomini esausti che hanno scelto di non cedere.
La fede non ci rende invulnerabili alla fatica. Non ci preserva dall'affanno delle lunghe battaglie, dalla pesantezza dei giorni difficili, dalla concreta impressione che le forze stiano per ve**re meno. La stanchezza fa parte della vita del credente, ne accompagna il cammino, talvolta ne condiziona la lotta.
Non è infatti per caso, né per retorica se Isaia ci parla così dell'Iddio d'Israele: “Egli dà forza allo stanco e accresce il vigore a colui che è spossato. I giovani si affaticano e si stancano; i più forti vacillano e cadono; ma quelli che sperano nel SIGNORE acquistano nuove forze, si alzano a volo come aquile, corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano” (40:29-31).
La promessa, dunque, non è per gli “instancabili”, ma per quelli che, confidando nel Signore, vedranno rinnovato il loro vigore. La grazia non elimina la battaglia, ma la sostiene. E lo fa a partire da un fondamento che precede ogni nostro sforzo, ricordando che la nostra storia con Cristo è cominciata così: “Mentre noi eravamo ancora senza forza, Lui, a suo tempo, è morto per gli empi” (cfr. Romani 5:6).
Non quando eravamo forti, né perché eravamo meritevoli e nemmeno quando eravamo pronti, ma nella nostra impotenza più totale. È alla croce, mediante la sola fede, che abbiamo ricevuto la “capacità” di sconfiggere il peccato, di resistere nella prova servendo il Signore con gioia.
Cari amici e fratelli, la stanchezza naturale non diventi mai per noi motivo di resa o di autocommiserazione, ma tenendo gli occhi puntati su Cristo vogliamo ricordarci delle parole del “prigioniero di Cristo” che privo della libertà, con la salute malconcia, spesso nella solitudine, osava dire: “Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica!”
Il cammino è difficile, la battaglia è dura, ma se confidiamo nel Signore egli ci darà la forza di andare avanti. Benché stanchi.
Aniello & Rosanna Esposito

Indirizzo

Via Di Brozzi 214 Interno A
Florence
50145

Orario di apertura

Martedì 20:00 - 21:30
Giovedì 20:00 - 21:30
Domenica 18:00 - 19:30

Telefono

+39055300031

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