Chiesa Cristiana Evangelica ADI Firenze

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13/09/2026

Culto del 13/09/2026

Lunedì, 7 settembre 2026BENEDETTI MOMENTI DIFFICILI"Egli m'invocherà, e io gli risponderò; sarò con lui nei momenti diff...
07/09/2026

Lunedì, 7 settembre 2026

BENEDETTI MOMENTI DIFFICILI
"Egli m'invocherà, e io gli risponderò; sarò con lui nei momenti difficili; lo libererò, e lo glorificherò" (Salmo 91:15)

Il salmo di oggi descrive il credente che abita al riparo dell'Altissimo, alternando dichiarazioni fiduciose del salmista e consolanti promesse divine.
A chi ha fatto di Dio il suo rifugio, il Signore garantisce liberazione dal laccio del cacciatore e dalla peste micidiale, dagli spaventi notturni e dalla freccia che vola di giorno: nessun male lo colpirà, gli angeli lo porteranno in palma di mano, ed egli camminerà, senza inciampare, sul leone e sulla vipera.
Non sono promesse meravigliose? Eppure, nel penultimo versetto, compare un concetto che sembra contraddire quel quadro esaltante: i momenti difficili, la distretta, l'avversità.
E colpisce subito un fatto: non sono introdotti come ipotetici, ma dati per certi; è sicuro che verranno.
Non a caso l'Avversario tentò di sfilare dalla preziosa collana di questo salmo un'unica perla per indurre Gesù in tentazione, ma non vi riuscì (cfr. vv. 11, 12 con Matteo 4:6).
Talvolta è difficile (e doloroso) conciliare le promesse di vittoria con le difficoltà contingenti, il morso della vipera con la promessa di camminarle sopra, dimenticando quanto di straordinario il Signore ci assicura proprio nei momenti difficili: il privilegio di pregare ed essere ascoltati (Egli m'invocherà, e io gli risponderò), la gioia di saperLo al nostro fianco (sarò con lui) e la certezza della gloria (lo libererò, e lo glorificherò).
Considerandone l'esito, ci vien quasi da dire: "Siano benedetti i momenti difficili, visto che in essi la preghiera diventa più efficace, la comunione con Dio più intensa, la gloria più vicina".
Se oggi è uno di questi giorni difficili, non ti scoraggiare perché... la nostra momentanea, leggera afflizione ci produce un sempre più grande, smisurato peso eterno di gloria... poiché le cose che si vedono sono per un tempo, ma quelle che non si vedono sono eterne (2Corinzi 4:16-18).
Aniello & Rosanna Esposito

𝐋𝐮𝐧𝐞𝐝𝐢̀, 𝟑𝟏 𝐚𝐠𝐨𝐬𝐭𝐨 𝟐𝟎𝟐𝟔𝐃𝐈 𝐓𝐑𝐈𝐒𝐓𝐄 𝐍𝐎𝐓𝐈𝐙𝐈𝐀 𝐍𝐎𝐍 𝐀𝐕𝐑𝐀̀ 𝐏𝐀𝐔𝐑𝐀"𝐸𝑔𝑙𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑡𝑒𝑚𝑒𝑟𝑎̀ 𝑐𝑎𝑡𝑡𝑖𝑣𝑒 𝑛𝑜𝑡𝑖𝑧𝑖𝑒; 𝑖𝑙 𝑠𝑢𝑜 𝑐𝑢𝑜𝑟𝑒 𝑒̀ 𝑠𝑎𝑙𝑑𝑜, 𝑓𝑖𝑑𝑢𝑐𝑖...
31/08/2026

𝐋𝐮𝐧𝐞𝐝𝐢̀, 𝟑𝟏 𝐚𝐠𝐨𝐬𝐭𝐨 𝟐𝟎𝟐𝟔

𝐃𝐈 𝐓𝐑𝐈𝐒𝐓𝐄 𝐍𝐎𝐓𝐈𝐙𝐈𝐀 𝐍𝐎𝐍 𝐀𝐕𝐑𝐀̀ 𝐏𝐀𝐔𝐑𝐀
"𝐸𝑔𝑙𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑡𝑒𝑚𝑒𝑟𝑎̀ 𝑐𝑎𝑡𝑡𝑖𝑣𝑒 𝑛𝑜𝑡𝑖𝑧𝑖𝑒; 𝑖𝑙 𝑠𝑢𝑜 𝑐𝑢𝑜𝑟𝑒 𝑒̀ 𝑠𝑎𝑙𝑑𝑜, 𝑓𝑖𝑑𝑢𝑐𝑖𝑜𝑠𝑜 𝑛𝑒𝑙 𝑆𝑖𝑔𝑛𝑜𝑟𝑒" (Salmi 112:7)

Le notizie ci raggiungono, e non siamo noi a sceglierle, e possono essere diverse: un referto che non aspettavamo, una telefonata che rovescia una giornata, le difficoltà di un figlio o di una persona cara.

La storia biblica riporta la vicenda di due re che ricevono una notizia dello stesso tenore, quella di un nemico che avanza, mettendo Gerusalemme e il suo popolo nella condizione di "assediati".

La paura, al primo impatto, non risparmia nessuno dei due "figli di Davide": il cuore di Acaz e del popolo 𝑓𝑢𝑟𝑜𝑛𝑜 𝑎𝑔𝑖𝑡𝑎𝑡𝑖, 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑙𝑏𝑒𝑟𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑓𝑜𝑟𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑎𝑔𝑖𝑡𝑎𝑡𝑖 𝑑𝑎𝑙 𝑣𝑒𝑛𝑡𝑜, e Giosafat 𝑒𝑏𝑏𝑒 𝑝𝑎𝑢𝑟𝑎, e a una lettura superficiale i due sembrano accomunati da questo sentimento.

Ciò che li divide si palesa nel "dopo", ma dipende dal "prima". Giosafat, pur scosso, si volge anzitutto al Signore, raduna il popolo e confessa, 𝑛𝑜𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑎𝑝𝑝𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑓𝑎𝑟𝑒, 𝑚𝑎 𝑔𝑙𝑖 𝑜𝑐𝑐ℎ𝑖 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑠𝑢 𝑑𝑖 𝑡𝑒. Acaz invece calcola, ispeziona le riserve d'acqua, poi cerca alleanze che pagherà care.

La crisi non crea necessariamente la fede o l'incredulità, ma ne rivela la natura e l'estensione, perché la "tenuta" della nostra casa non dipende da quando comincia il maltempo, ma da come abbiamo posto le fondamenta.

Il Signore manda a entrambi la Sua parola. A Giosafat come promessa che lo sostiene: 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑏𝑎𝑡𝑡𝑎𝑔𝑙𝑖𝑎 𝑣𝑜𝑠𝑡𝑟𝑎, 𝑚𝑎 𝑑𝑖 𝐷𝑖𝑜. Ad Acaz la promessa è accompagnata da un avvertimento: 𝑆𝑒 𝑣𝑜𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑎𝑣𝑒𝑡𝑒 𝑓𝑒𝑑𝑒, 𝑐𝑒𝑟𝑡𝑜, 𝑛𝑜𝑛 𝑝𝑜𝑡𝑟𝑒𝑡𝑒 𝑠𝑢𝑠𝑠𝑖𝑠𝑡𝑒𝑟𝑒.

Le due vicende hanno esiti totalmente opposti: per la sua incredulità Acaz esce dalla prova impoverito e umiliato, e da re si ritrova vassallo, mentre per la sua fede Giosafat ne esce più forte, più ricco e più sicuro.

Dove possiamo trovare una tale saldezza?

Non certo in noi stessi, che nel giorno dell'angoscia ci scopriamo senza forza. La Bibbia, però, ci indica un fondamento straordinario: 𝑢𝑛𝑎 𝑝𝑖𝑒𝑡𝑟𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑣𝑎𝑡𝑎, 𝑢𝑛𝑎 𝑝𝑖𝑒𝑡𝑟𝑎 𝑎𝑛𝑔𝑜𝑙𝑎𝑟𝑒 𝑝𝑟𝑒𝑧𝑖𝑜𝑠𝑎, 𝑢𝑛 𝑓𝑜𝑛𝑑𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑠𝑜𝑙𝑖𝑑𝑜... 𝑐ℎ𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑓𝑖𝑑𝑒𝑟𝑎̀ 𝑖𝑛 𝑒𝑠𝑠𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑎𝑣𝑟𝑎̀ 𝑓𝑟𝑒𝑡𝑡𝑎 𝑑𝑖 𝑓𝑢𝑔𝑔𝑖𝑟𝑒 (Isaia 28:16).

Quella pietra, per noi, ha un nome preciso, è Cristo Gesù, il fondamento che non cede nemmeno davanti alla peggiore notizia. La notizia può scuoterci, ma non avrà l'ultima parola sulla nostra vita, perché Cristo, che fu morto, ora vive!

Ora, è chiaro che nessuno di noi può sottrarsi alle cattive notizie, ma la differenza è tutta in come reagiamo. Il nostro cuore trema come gli alberi nel vento, o sta saldo perché confida nel Signore?
𝐀𝐧𝐢𝐞𝐥𝐥𝐨 & 𝐑𝐨𝐬𝐚𝐧𝐧𝐚 𝐄𝐬𝐩𝐨𝐬𝐢𝐭𝐨

Lunedì, 24 agosto 2026PAROLA... NON PAROLE"Il Signore, DIO, mi ha dato una lingua pronta, perché io sappia aiutare con l...
24/08/2026

Lunedì, 24 agosto 2026

PAROLA... NON PAROLE

"Il Signore, DIO, mi ha dato una lingua pronta, perché io sappia aiutare con la parola chi è stanco. Egli risveglia, ogni mattina, risveglia il mio orecchio, perché io ascolti come ascoltano i discepoli." (Isaia 50:4)

Non c'è mai stata tanta diffusione di parole come oggi, eppure capita sovente che non siano altro che "tanto rumore per nulla": emozionano, motivano, commuovono, ma nulla cambiano, e quasi nulla aggiungono alla vita di chi le ascolta.
Il nostro testo ci dà l'occasione per una riflessione che non vogliamo sprecare: il servo del Signore non è mandato ad aiutare "a parole", ma ad aiutare "con la parola chi è stanco". Una cosa è il rumore, altra è quella parola che tocca il cuore, i sentimenti e i pensieri, e produce vita, come sempre fa la Parola di Dio.
Ma da dove procede il "potere" di questa parola e da dove scaturisce la sua capacità di sollevare e sostenere? Non certo dall'uomo, né dalla ricerca, dall'accademia o dall'oratoria, ma dall'Alto.
Il profeta, infatti, dice: "il Signore mi ha dato una lingua pronta", ma anche "mi ha aperto l'orecchio". Il servo parla bene e in maniera efficace, perché prima ascolta, come il bambino ripete le parole che ha udito.
Chi non riceve nulla, nulla ha da offrire. Chi non è disposto ad ascoltare, anche se parlerà e potrà suonare piacevole, non avrà molto da comunicare, ancor meno da produrre.
La parola che cura, inoltre, non è del tipo che si "accantona" a lungo termine, ma come la manna va prelevata ogni giorno: "Egli risveglia, ogni mattina, risveglia il mio orecchio". Si tratta di un ascolto che si rinnova giorno dopo giorno, non un armamentario di slogan, massime e luoghi comuni, raccolti una volta per tutte e usati alla bisogna.
In estrema sintesi, dobbiamo capire che ascoltare senza parlare ci rende sterili, parlare senza ascoltare ci rende pericolosi, ascoltare ogni mattina per poi parlare ci rende discepoli.
Se limitassimo il testo all'esperienza del profeta Isaia o alla profezia perfettamente compiuta in Cristo, Colui che solo "ha parole di vita eterna", sarebbe un errore drammatico che dobbiamo evitare assolutamente.
Preghiamo che l'Iddio che "dà forza allo stanco" ci risvegli l'orecchio ogni mattina, perché la Sua parola sia sempre nuova al nostro cuore e, per mezzo di noi, raggiunga chi accanto a noi, in casa o al lavoro, sta per mollare.
E, se stamattina lo stanco sei tu, il Signore non solo ti vuole fortificare, ma anche renderti capace di aiutare qualcun altro accanto a te, stanco come te, con la Sua parola!

Aniello & Rosanna Esposito

𝐋𝐮𝐧𝐞𝐝ì, 𝟏𝟕 𝐚𝐠𝐨𝐬𝐭𝐨 𝟐𝟎𝟐𝟔𝐍𝐎𝐍 𝐀 𝐍𝐎𝐈, 𝐌𝐀 𝐀𝐋 𝐒𝐔𝐎 𝐍𝐎𝐌𝐄"𝐺𝑢𝑎𝑟𝑑𝑎𝑐𝑖!... 𝐷𝑒𝑙𝑙'𝑎𝑟𝑔𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙'𝑜𝑟𝑜 𝑖𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑛𝑒 ℎ𝑜... 𝑃𝑒𝑟𝑐ℎé 𝑓𝑖𝑠𝑠𝑎𝑡𝑒 𝑔𝑙𝑖 ...
17/08/2026

𝐋𝐮𝐧𝐞𝐝ì, 𝟏𝟕 𝐚𝐠𝐨𝐬𝐭𝐨 𝟐𝟎𝟐𝟔

𝐍𝐎𝐍 𝐀 𝐍𝐎𝐈, 𝐌𝐀 𝐀𝐋 𝐒𝐔𝐎 𝐍𝐎𝐌𝐄
"𝐺𝑢𝑎𝑟𝑑𝑎𝑐𝑖!... 𝐷𝑒𝑙𝑙'𝑎𝑟𝑔𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙'𝑜𝑟𝑜 𝑖𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑛𝑒 ℎ𝑜... 𝑃𝑒𝑟𝑐ℎé 𝑓𝑖𝑠𝑠𝑎𝑡𝑒 𝑔𝑙𝑖 𝑜𝑐𝑐ℎ𝑖 𝑠𝑢 𝑑𝑖 𝑛𝑜𝑖...?" (Atti 3:4, 6, 12)

Era l'ora nona, le tre del pomeriggio, e Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera quando un uomo zoppo fin dalla nascita, deposto ogni giorno presso la porta detta "Bella", chiese loro l'elemosina. La prima parola di Pietro sembra chiamare gli sguardi su di sé: "𝐺𝑢𝑎𝑟𝑑𝑎𝑐𝑖!".
Quell'invito, però, non ha nessuno scopo esibizionista, nessuna strategia comunicativa. Ciò che Pietro mette davanti agli occhi di quell'uomo è la propria povertà: "𝐷𝑒𝑙𝑙'𝑎𝑟𝑔𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙'𝑜𝑟𝑜 𝑖𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑛𝑒 ℎ𝑜". "Guardaci", dunque, per vedere ciò che non abbiamo, ciò che non siamo, ciò che non possiamo.
L'apostolo attira lo sguardo soltanto per scoraggiare ogni attesa di risposta da lui, giacché l'unica cosa che "possiede" è il nome di Gesù Cristo il Nazareno, quel Nome per mezzo del Quale quello zoppo si alzerà e camminerà.
Quando poi la folla accorre stupita e fissa i due che apparivano evidentemente i "protagonisti" del miracolo, Pietro rovescia il ragionamento: "𝑃𝑒𝑟𝑐ℎé 𝑓𝑖𝑠𝑠𝑎𝑡𝑒 𝑔𝑙𝑖 𝑜𝑐𝑐ℎ𝑖 𝑠𝑢 𝑑𝑖 𝑛𝑜𝑖?".
La domanda non nasconde falsa modestia, e neanche un artificio retorico psicologico, ma espone una profonda verità: il miracolo non certifica gli uomini, glorifica il Signore: "𝑃𝑒𝑟 𝑙𝑎 𝑓𝑒𝑑𝑒 𝑛𝑒𝑙 𝑠𝑢𝑜 𝑛𝑜𝑚𝑒, 𝑖𝑙 𝑠𝑢𝑜 𝑛𝑜𝑚𝑒 ℎ𝑎 𝑓𝑜𝑟𝑡𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑡𝑜 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡'𝑢𝑜𝑚𝑜".
Viviamo in un tempo che sui "social" spinge ciascuno a farsi guardare, ad accumulare consensi e a esporre la propria immagine, e la stessa chiesa rischia di continuo il "a me gli occhi".
Dio ci aiuti a fare come Pietro, a scegliere di essere "antisocial", e come lui a far sì che l'attenzione sia puntata su ciò che conta: "𝑛𝑜𝑛 𝑎 𝑛𝑜𝑖, 𝑚𝑎 𝑎 𝐿𝑢𝑖".
Davanti alle necessità di un mondo che "giace sotto il potere del maligno" non abbiamo nulla di nostro che possa davvero aiutare, ed è proprio questa povertà la nostra ricchezza: quando nulla in noi attira gli occhi, ogni sguardo può correre più libero verso Cristo, perché molti Lo vedano, Lo conoscano, Lo sperimentino, Lo amino e Lo servano.
𝐀𝐧𝐢𝐞𝐥𝐥𝐨 & 𝐑𝐨𝐬𝐚𝐧𝐧𝐚 𝐄𝐬𝐩𝐨𝐬𝐢𝐭𝐨

𝐋𝐮𝐧𝐞𝐝ì, 10 𝐚𝐠𝐨𝐬𝐭𝐨 2026𝐅𝐄𝐃𝐄 𝐅𝐔𝐎𝐑𝐈𝐌𝐎𝐃𝐀𝑃𝑒𝑟 𝑓𝑒𝑑𝑒 𝑁𝑜è, 𝑑𝑖𝑣𝑖𝑛𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑎𝑣𝑣𝑒𝑟𝑡𝑖𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑠𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑖 𝑣𝑒𝑑𝑒𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑎𝑛𝑐𝑜𝑟𝑎…𝑃𝑒𝑟 𝑓𝑒𝑑𝑒 𝐴𝑏𝑟𝑎...
10/08/2026

𝐋𝐮𝐧𝐞𝐝ì, 10 𝐚𝐠𝐨𝐬𝐭𝐨 2026

𝐅𝐄𝐃𝐄 𝐅𝐔𝐎𝐑𝐈𝐌𝐎𝐃𝐀
𝑃𝑒𝑟 𝑓𝑒𝑑𝑒 𝑁𝑜è, 𝑑𝑖𝑣𝑖𝑛𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑎𝑣𝑣𝑒𝑟𝑡𝑖𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑠𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑖 𝑣𝑒𝑑𝑒𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑎𝑛𝑐𝑜𝑟𝑎…
𝑃𝑒𝑟 𝑓𝑒𝑑𝑒 𝐴𝑏𝑟𝑎𝑎𝑚𝑜… 𝑒 𝑝𝑎𝑟𝑡ì 𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑠𝑎𝑝𝑒𝑟𝑒 𝑑𝑜𝑣𝑒 𝑎𝑛𝑑𝑎𝑣𝑎…
𝑇𝑢𝑡𝑡𝑖 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑜𝑟𝑜 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑖 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑓𝑒𝑑𝑒, 𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑟𝑖𝑐𝑒𝑣𝑒𝑟𝑒 𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑒 𝑝𝑟𝑜𝑚𝑒𝑠𝑠𝑒
(Ebrei 11:7, 8, 13)

La fede descritta in Ebrei 11 è lontana mille miglia da quella che circola ai nostri giorni. Ci preoccupiamo, e a ragione, per chi non crede, sapendo che chi rifiuta il Vangelo resta sotto l'ira di Dio, e preghiamo che riceva con semplicità la Parola di Cristo, capace di generare la fede nel cuore.
Talvolta, però, non solo la loro attesa ma anche la nostra non riflette la fede che le Scritture rivelano, quella che non pretende "conferme", ma si fida e si affida.
Molti si accostano al Vangelo desiderando "vedere qualcosa", e finiscono per concludere che se non si vede nulla non c'è nulla. Noè, invece, credette a cose 𝒄𝒉𝒆 𝒂𝒏𝒄𝒐𝒓𝒂 𝒏𝒐𝒏 𝒔𝒊 𝒗𝒆𝒅𝒆𝒗𝒂𝒏𝒐, e per anni non ne ebbe altra evidenza che la fatica di costruire l'arca; eppure, con quella fede salvò sé e la sua famiglia.
Altri vogliono "sapere", avere in anticipo l'itinerario. Abraamo, invece, ubbidì e partì 𝒔𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒔𝒂𝒑𝒆𝒓𝒆 𝒅𝒐𝒗𝒆 𝒂𝒏𝒅𝒂𝒗𝒂: arrese la sua vita a Dio e si accontentò di conoscere, passo dopo passo, quel che era necessario.
Altri ancora fanno della fede un mezzo per "ricevere". Ma la lettera parla di credenti morti nella fede, 𝒔𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒂𝒗𝒆𝒓 𝒓𝒊𝒄𝒆𝒗𝒖𝒕𝒐 𝒍𝒆 𝒄𝒐𝒔𝒆 𝒑𝒓𝒐𝒎𝒆𝒔𝒔𝒆. Giuseppe tenne in vita il popolo che avrebbe ereditato il paese, ma in quel paese non entrò mai; lo vide da lontano, e morì affidando ai suoi la promessa che Dio li avrebbe visitati.
Credettero senza vedere, partirono senza sapere, morirono senza ricevere: la loro fede guardava da lontano a Colui che i loro occhi non contemplarono.
Ora, quel che per loro era "lontano", per noi, ha un volto: in Cristo, morto per i nostri peccati e risorto per la nostra giustificazione, la promessa che i padri salutarono si è fatta vicina.
Come è, oggi, la nostra fede? Si misura da ciò che otteniamo, o ci basta fidarci? Crediamo anche quando non vediamo? Ci fidiamo anche quando non capiamo, sapendo che il problema non è in Dio che nasconde, ma in noi che non comprendiamo tutto? A Pietro, che non comprendeva ciò che il Signore stava facendo, Gesù disse: 𝑇𝑢 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑎𝑖 𝑜𝑟𝑎 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑜 𝑓𝑎𝑐𝑐𝑖𝑜, 𝑚𝑎 𝑙𝑜 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑟𝑎𝑖 𝑑𝑜𝑝𝑜. Lo dice ancora a noi.
La fede fuorimoda che il Vangelo promette è semplice: quel che dobbiamo vedere, conoscere e ricevere è la Persona e l'opera di Cristo Gesù. Se il resto verrà, sia benedetto il nome del Signore. E, se non verrà quaggiù, non smetteremo certo di fidarci di Lui.
Verrà il giorno in cui quanti hanno lavato le loro vesti nel sangue dell'Agnello vedranno, capiranno, e saranno con Lui per sempre.
𝐀𝐧𝐢𝐞𝐥𝐥𝐨 & 𝐑𝐨𝐬𝐚𝐧𝐧𝐚 𝐄𝐬𝐩𝐨𝐬𝐢𝐭𝐨

Lunedì, 3 agosto 2026IN ALTO, PER NULLASiano come l'erba dei tetti, che secca prima di crescere! Non se ne riempie la ma...
03/08/2026

Lunedì, 3 agosto 2026

IN ALTO, PER NULLA
Siano come l'erba dei tetti, che secca prima di crescere! Non se ne riempie la mano il mietitore, né le braccia chi lega i covoni… (Salmo 129:6, 7)

Il nostro testo paragona i nemici di Dio all'erba dei tetti, un'immagine tanto comune quanto impietosa. Sui tetti di terra battuta un seme, portato dal vento o da un uc***lo, germoglia in fretta, perché il terriccio gli dà giusto l'umidità per spuntare, non la profondità per radicarsi.
Capita di vederlo ancora oggi sugli edifici storici, dove la vegetazione spontanea si insinua nelle crepe e arriva a scardinare pietra e cemento.
Quella vita, rapida e vistosa, si secca prima ancora di crescere, prima di produrre qualsiasi frutto. Il mietitore non se ne riempie la mano, chi lega i covoni non trova nulla da raccogliere.
Perché fallisce? Perché non ha profondità. Sta "in vista", esposta sul tetto, e lì muore. Non mette radici vere, dunque non porta vero frutto; dura una mattina e intanto guasta il tetto su cui si aggrappa. È la stessa altezza “ambita” nelle prime tentazioni, quella di Lucifero nel cielo e della donna nell'Eden, l'illusione di salire che finisce in caduta rovinosa.
Il Vangelo capovolge questa logica. Colui che era in alto non si è aggrappato alla Sua altezza: si è fatto carne, abbassandosi fino alla morte di croce, e proprio nella morte ha portato molto frutto, come il granello di frumento che cade in terra e muore.
Nessuno di noi è del tutto immune dalla tentazione di essere visto e ammirato, scambiando la visibilità con l'approvazione di Dio. Ma una vita in alto e senza radici non produce nulla, appassisce prima di crescere, non senza danno per le strutture su cui è spuntata.
Un altro canto delle ascensioni come il nostro, il Salmo 131, indica l'altra strada, quella dell'anima acquietata, e descrive il credente che ha deposto gli occhi alteri e rinunciato alle "cose troppo grandi e troppo alte"; ha “calmato la propria anima, come un bambino in braccio a sua madre”. Non pretende di elevarsi né di mettersi in mostra, ma è appagato e non chiede altro.
Dio ci preservi dallo spirito di protagonismo di questo nostro tempo, quando, anche con i migliori sentimenti, pensiamo che noi stessi, la chiesa, il Vangelo abbiano bisogno di essere messi in vista per essere efficaci, perché non è così.
Lo stesso Isaia, che paragona i superbi all'erbetta dei tetti destinata a seccare, promette a chi resta umile che "metterà ancora radici in basso" e proprio così "porterà frutto in alto" (37:27, 31).
Aniello & Rosanna Esposito

02/08/2026

Culto del 02 agosto 2026

Lunedì, 27 luglio 2026TI BASTA LA SUA PAROLA?Il Signore … mi parlò e mi giurò dicendo: "Io darò alla tua discendenza que...
27/07/2026

Lunedì, 27 luglio 2026

TI BASTA LA SUA PAROLA?
Il Signore … mi parlò e mi giurò dicendo: "Io darò alla tua discendenza questo paese", egli stesso manderà il suo angelo davanti a te e tu prenderai di là una moglie per mio figlio (Genesi 24:7)

Quando leggiamo le storie della Bibbia dimentichiamo facilmente che chi le viveva non sapeva come sarebbero andate a finire. Abraamo aveva creduto a promesse inaudite, percorso in ubbidienza strade inesplorate, sperimentato miracoli mai visti. Eppure, egli non aveva nessun finale annunciato, nessun esempio additato, nessun racconto di credenti che avessero già affrontato le sue stesse prove. Gli bastava la parola di Dio.
Ora che l'erede era finalmente venuto, e Isacco si avvicinava ai quarant'anni ancora senza moglie, su che cosa fondava la certezza che una sposa sarebbe stata trovata, e da dove veniva la fermezza del suo "non riportare là mio figlio"?
Il Signore gli aveva detto: "Io darò alla tua discendenza questo paese", e su quella parola il patriarca poggiava tutto.
Come per Abraamo, così per tutti i credenti di ogni tempo, la Parola di Dio, che nel Figlio si è fatta carne, è il fondamento della fede e della vita. Osservando la storia della Grazia, riconosciamo che molti gesti attribuiti al carattere sono in realtà scelte fondate unicamente sulla Sua parola.
Pietro, che dorme incatenato la notte in cui Erode sta per farlo comparire, è sostenuto dalla parola del Maestro che gli aveva detto che sarebbe invecchiato (Giovanni 21:18). Paolo, che scuote la vipera nel fuoco, lo fa perché Gesù in Persona gli aveva detto che avrebbe testimoniato anche a Roma (Atti 23:11). Non siamo in presenza di eroi per temperamento, ma di credenti che si fondano saldamente sulla "parola" ricevuta.
Dio ci aiuti a vivere così.
Cari amici e fratelli, su che cosa poggia oggi la nostra fermezza? Ci basta ciò che Egli ha detto, o abbiamo bisogno continuamente di contesti forti e di persone che ci incoraggino?
Quelle esperienze e quelle presenze fanno bene quando ci sono, ma Dio ci aiuti a non dipenderne, e a farci bastare la Sua parola, per poter dire con fermezza: "Ho fede in Dio che avverrà come mi è stato detto" (Atti 27:25).
Aniello & Rosanna Esposito

NÉ LA RESA, NÉ L'IMPRESAHo pazientemente aspettato il Signore ed egli si è chinato su di me e ha ascoltato il mio grido....
20/07/2026

NÉ LA RESA, NÉ L'IMPRESA
Ho pazientemente aspettato il Signore ed egli si è chinato su di me e ha ascoltato il mio grido. Mi ha tratto fuori da una fossa di perdizione, dal pantano fangoso… (Salmo 40:1, 2)

Chi finisce in una fossa profonda può incontrare due tentazioni. La prima è lasciarsi andare, smettere di lottare, abituarsi al fango, cedere alla rassegnazione. La seconda, benché opposta, è altrettanto illusoria: convincersi di potersi ti**re fuori da sé, di trasformare la caduta in un'"impresa", come se bastassero forza e buona volontà.
Il nostro testo non indica nessuna di queste due strade. Davide è nella "fossa di perdizione", nel "pantano fangoso", e non vi rimane arreso allo scoramento, né ne esce come autore di un'impresa epica. È molto probabile che le abbia sperimentate entrambe, lasciandosi andare allo scoramento e poi impegnando tutte le forze per venirne fuori, forse più di una volta e non sempre nello stesso ordine.
Quello che sappiamo è che alla fine ha trovato la vera via d'uscita: ha gridato al Signore, che, come egli stesso racconta, "si è chinato su di me e ha ascoltato il mio grido, mi ha tratto fuori". Nel pantano, infatti, non si sopravvive da soli, e da soli non se ne esce: è il Signore che scende, come in Egitto era disceso al grido del Suo popolo. La stessa parola che qui dice "tratto fuori" indica propriamente un far salire, lo stesso con cui il Signore fece salire Israele dall'Egitto.
Prima di ogni nostra risalita c'è una Sua discesa, che non è procurata né meritata da noi, ma è Grazia. Nell'incarnazione il Figlio si è chinato su di noi, è disceso nella fossa più profonda, la morte, ed è stato fatto risalire nella risurrezione, perché anche noi fossimo "tratti in alto" con Lui.
Se anche tu oggi sei in una fossa, ti stai lasciando sprofondare o stai cercando di risalirne con le tue sole forze? Come Davide, non ne uscirai da eroe: come lui, credi, grida e aspetta. La fede non è aggrapparsi con più forza, ma è alzare la voce verso Colui che ascolta. Perciò, prima di ogni cosa, grida al Signore: chi grida a Lui non resta nella fossa.
Aniello & Rosanna Esposito

Indirizzo

Via Di Brozzi 214 Interno A
Florence
50145

Orario di apertura

Martedì 20:00 - 21:30
Giovedì 20:00 - 21:30
Domenica 18:00 - 19:30

Telefono

+39055300031

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