08/09/2026
📷 Siamo tutti invitati a visitare la mostra "I BAMBINI, I MIGRANTI E LA GUERRA”:
nessun bambino sceglie dove nascere.
Una bella iniziativa che si svolgerà nella Ca****la Revedin dal 12 settembre al 18 ottobre 2026 con istallazioni di Renato Fr**na
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Questa mostra nasce da una necessità: riportare lo sguardo umano al centro del racconto della guerra.
In un tempo in cui il conflitto è spesso ridotto a numeri, mappe e strategie, I bambini, i migranti e la guerra sceglie di sottrarsi alla narrazione spettacolare della violenza per concentrarsi sulle sue conseguenze più profonde e universali: l’infanzia violata, lo sradicamento forzato, la perdita di dignità.
Il percorso espositivo si sviluppa come una riflessione visiva e morale. Le opere non illustrano la guerra, ma ne restituiscono l’eco: una presenza diffusa, spesso invisibile, che attraversa i corpi, gli spazi e le relazioni.
Al centro della mostra vi sono i bambini. Non come simbolo retorico, ma come misura etica. I loro volti, sospesi tra vulnerabilità e resistenza, incarnano ciò che la guerra distrugge prima ancora della vita stessa: la possibilità del futuro. L’infanzia, qui, non è un tempo protetto, ma un territorio esposto, fragile, interrotto.
Accanto a loro, i migranti. Figure in transito, spesso prive di un’identità definita, rappresentano il movimento obbligato tra una perdita e un’incertezza. Il viaggio non è scelta, ma conseguenza. Le immagini restituiscono una dimensione intima e collettiva al tempo stesso: corpi che si muovono insieme, ma storie che restano irriducibilmente singolari. Oggetti quotidiani — una scarpa, una valigia, una fotografia — diventano tracce di esistenze sospese.
La guerra, pur raramente rappresentata in modo diretto, è ovunque. Si manifesta nei vuoti, nelle architetture spezzate, nelle assenze. È una forza che disgrega, che frammenta, che cancella. In questa sottrazione visiva si costruisce una presenza ancora più incisiva: la guerra come condizione, non solo come evento.
Dal punto di vista formale, il linguaggio pittorico alterna figurazione e sintesi simbolica. Le figure, spesso essenziali o stilizzate, si muovono in spazi rarefatti. Il colore gioca un ruolo cruciale: tonalità spente e materiche vengono attraversate da improvvisi accenti vividi, che richiamano l’infanzia, la vita, la possibilità. Il contrasto non è solo estetico, ma concettuale.
L’intero percorso è attraversato da una tensione costante tra individuo e collettività.
Da lontano, le figure possono apparire come masse indistinte; da vicino, rivelano volti, segni, storie. È in questo scarto percettivo che si attiva uno dei nuclei più profondi della mostra: il passaggio da numero a persona.
I bambini, i migranti e la guerra non chiede allo spettatore una semplice partecipazione emotiva. Non si limita a suscitare empatia o commozione. Propone, piuttosto, un’assunzione di responsabilità.
Guardare queste opere significa riconoscere che ciò che viene rappresentato non è distante, né estraneo. È parte di una realtà condivisa, che interroga direttamente chi osserva.
In questo spazio, l’arte non offre risposte definitive ma da una certezza:
Nessun bambino sceglie dove nascere!!!
La mostra pittorica inizia con : “Homo homini lupus (cit: Plauto/Thomas Hobbes)” una dimensione primordiale, animale dove l’altro non è più visto come persona, ma come nemico / preda e la guerra diventa il punto in cui l’uomo regredisce per sopraffare gli altri o prevalere.
ISTALLAZIONE
“HUMAN CARGO”
Su un pallet di legno, struttura simbolo della logistica globale e del trasporto merci, si innalza una piramide di pacchi. Ogni pacco è segnato da un volto umano realizzato a carboncino: sguardi fragili, identità sospese.
L’installazione mette in discussione la riduzione della persona migrante a “carico”, “flusso”, “spedizione”. La logica del trasporto – consegna, smistamento, respingimento – viene traslata sul corpo umano, evidenziando la perdita di individualità e dignità.
HUMAN CARGO – concetto base
“Human Cargo” non parla dei migranti.
Parla della loro trasformazione in: merce.
Il punto non è la sofferenza , ma il processo di riduzione:
da persona> a corpo> a numero> a pacco.
INSTALLAZIONE
“HUMAN BOX”
Vuole comunicare vite sfruttate, compresse in cassette di frutta e ortaggi, catalogate, trasportate, come la vita dei raccoglitori nei campi assolati.
INSTALLAZIONE
“UNA TENDA AD INCIAMPO”
È il sudario dell’umanità, dove ogni nome rappresenta una vita e ogni vita ha lo stesso peso.
Sul bianco del sudario, nomi palestinesi, siriani ed ebrei convivono senza gerarchie. La mano del visitatore li attraversa tutti, senza distinguere.
Il visitatore è invitato a toccare con la propria mano i nomi dei bambini.
Un gesto semplice, intimo, quasi silenzioso: la mano cerca un nome, lo sfiora, lo riconosce.
Per un istante, quel bambino non è più un numero, una notizia, una vittima lontana.
È una persona.
La mano diventa così un gesto di memoria e di omaggio. Toccare il nome significa dire:
“Ti vedo. Ti ricordo. La tua vita è esistita.”
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