Io amo il Vangelo

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22/05/2023

Vangelo e commento di oggi 22 maggio:

➡ Vangelo (Gv 16, 29-33)

Gli dicono i suoi discepoli: «Ecco, ora parli apertamente e non più in modo velato. Ora sappiamo che tu sai tutto e non hai bisogno che alcuno t'interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio». Rispose loro Gesù: «Adesso credete? Ecco, viene l'ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me. Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!».

➡ Commento

Siamo all’ultima cena e gli apostoli prestano attenzione a ciascuna delle parole che il Signore pronuncia, anche se fanno un grande sforzo a capirne tutto il significato. Magari, questa mezza comprensione può spiegare la soddisfazione che manifestano quando finalmente credono di capire quello che Gesù sta dicendo: «Ecco, ora parli apertamente e non più in modo velato» (v.29).

Le parole chiare che sentono infondono fiducia e fanno credere che Gesù è venuto da Dio. Ma il Signore vuole assicurarli da una fede superficiale e ricorda loro che ancora non hanno superato tutte le tentazioni: «Adesso credete? Ecco, viene l'ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo» (v. 32). E subito dopo aggiunge che nel mondo li attendono lotte e sofferenze (cfr. v. 33).

Le parole di Gesù sottolineano una verità che anche noi sperimentiamo quasi sempre. Per conservare pura e forte la nostra fede dobbiamo lottare contro le nostre cattive inclinazioni, contro le circostanze che spesso ci offrono valori diversi da quelli di Dio, contro le tentazione del demonio, ecc.

Tuttavia, assieme al problema, il vangelo di oggi ci offre la soluzione: Gesù ci ricorda che, nella lotta, la cosa importante è sapersi sempre alla presenza di Dio Padre nostro. Spesso la cosa più difficile non è tanto quello che dobbiamo soffrire, quanto piuttosto il doverlo fare da soli o con le nostre proprie forze.

La presenza di Dio nel nostro cuore non risolverà tutte le nostre difficoltà, ma sicuramente cambia il nostro modo di reagire. Il Signore vuole essere presente nelle nostre vite per darci quella pace che soltanto Dio sa dare. Per questo nei momenti nei quali più forte sentiamo il peso della tentazione, ci saranno utili le parole pronunciate da Gesù stesso: «Non sono solo, perché il Padre è con me» (v. 32).

Martín Luque

22/05/2023

Vangelo e commento di oggi 21 maggio:

➡ Vangelo (Mt 28, 16-20)

Gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro:

– A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.

➡ Commento

Per chiudere in bellezza il suo Vangelo san Matteo inserisce il “mandato missionario” con il quale Gesù invia tutti i discepoli a evangelizzare e battezzare tutte le genti, perché tutti possano beneficiare dei frutti della redenzione. Poi, nella sua ultima apparizione, il Signore “fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo” (At 1, 9), così narra la prima lettura nella liturgia della solennità di oggi.

Il mandato missionario del Risorto non è rivolto soltanto ai primi discepoli, ma è un compito e una missione per tutti. San Josemaría ricordava: «Tocca a noi cristiani del nostro tempo annunciare oggi, a questo mondo al quale apparteniamo e nel quale viviamo, il messaggio antico e nuovo del Vangelo»[1].

E diceva anche che la maggioranza di noi cristiani deve «portare Cristo in tutti gli ambienti in cui gli uomini agiscono: nelle fabbriche, nei laboratori, nei campi, nelle botteghe degli artigiani, nelle strade delle grandi città e nei sentieri di montagna»[2]. San Josemaría invitava perciò ad accogliere il mandato missionario in prima persona: «“Andate, predicate il Vangelo... Io sono con voi...”. Lo ha detto Gesù... e lo ha detto a te»[3].

La festa dell’Ascensione è una buona occasione per rinnovare il nostro zelo apostolico e il desiderio di portare anime in cielo, dove Gesù glorioso ci aspetta; cosa che apprendiamo dai primi discepoli. Essi dovevano affrontare il difficile compito di cristianizzare il mondo intero, popolato da uomini che ancora non conoscevano il Vangelo e frapponevano ideologie e ostacoli di ogni tipo. Ma lungi dallo scoraggiarsi, gli apostoli erano pieni di fiducia in Gesù risorto e vittorioso, che aveva detto loro chiaramente: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra» (v. 18), «ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (v. 20).

Diceva papa Francesco: «L’Ascensione ci ricorda questa assistenza di Gesù e del suo Spirito che dà fiducia, dà sicurezza alla nostra testimonianza cristiana nel mondo. Ci svela perché esiste la Chiesa: la Chiesa esiste per annunciare il Vangelo, solo per quello! E anche, la gioia della Chiesa è annunciare il Vangelo. La Chiesa siamo tutti noi battezzati. Oggi siamo invitati a comprendere meglio che Dio ci ha dato la grande dignità e la responsabilità di annunciarlo al mondo, di renderlo accessibile all’umanità. Questa è la nostra dignità, questo è il più grande onore di ognuno di noi, di tutti i battezzati!»[4].

D’altra parte, il Vangelo ci dice che appena il Risorto si mostrò ai discepoli, «quando lo videro, si prostrarono» (v. 17). Questo atteggiamento reverenziale nei confronti del Signore sarà anche la nostra forza nel compito della evangelizzazione. San Tommaso d’Aquino dice: «Quello che gli uomini ammirano molto, poi lo divulgano, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore (cfr. Mt 12, 34)»[5]. Se sappiamo adorare il Signore con devozione e gratitudine, se rendiamo al Risorto l’onore che merita, la nostra testimonianza davanti agli uomini sarà più autentica ed efficace, perché sgorgherà da un cuore pieno di Dio, come quello dei primi discepoli e delle sante donne.

Pablo M. Edo

[1] San Josemaría, È Gesù che passa, n. 132.

[2]Idem, n. 105.

[3] San Josemaría, Cammino, n. 904.

[4] Papa Francesco, Regina coeli, 28 maggio 2017.

[5] San Tommaso d’Aquino, Catena aurea, Commento a Mc 1, 23-28.

20/05/2023

Vangelo e commento di oggi 20 maggio:

➡ Vangelo (Gv 16,23-28)

Quel giorno non mi domanderete più nulla. In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena. Queste cose ve le ho dette in modo velato, ma viene l'ora in cui non vi parlerò più in modo velato e apertamente vi parlerò del Padre. In quel giorno chiederete nel mio nome e non vi dico che pregherò il Padre per voi: il Padre stesso infatti vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto che io sono uscito da Dio. Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre».

➡ Commento

Gesù, quando predicava per esortare alla preghiera perseverante, ha utilizzato diversi esempi: quello della fede simile al grano di senape, la parabola della vedova e del giudice ingiusto, quella dell’amico molesto… Adesso, senza particolari esempi, rivela che ogni richiesta deve essere rivolta al Padre nel nome di Gesù. I discepoli rimangono sorpresi al sentire quel “nel mio nome”, perché era come sentire dire: «Io sono il nome di Dio». In quel nome c’è il Figlio di Dio in piena comunione con Dio Padre. Così Paolo lo insegnava a Timoteo: «Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù» (1 Tm 2, 5).

I discepoli, soprattutto quando pregavano i Salmi, già si rivolgevano a Dio con piena fiducia, ne innalzavano le lodi e lo ringraziavano, invocando il nome del Signore: «Renderò grazie al Signore per la sua giustizia e canterò il nome di Dio, l'Altissimo» (Sal 7, 18); «Gioirò ed esulterò in te, canterò inni al tuo nome, o Altissimo» (Sal 9, 3); «Ti risponda il Signore nel giorno dell'angoscia, ti protegga il nome del Dio di Giacobbe. (…) Chi fa affidamento sui carri, chi sui cavalli: noi invochiamo il nome del Signore, nostro Dio» (Sal 20, 2-8). In più, avevano imparato dalle labbra di Gesù stesso la maniera migliore di pregare: «Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo Nome». Ora, scoprono che il nome del Signore è proprio “Gesù”, che parla con loro e sul quale possono riporre tutta la loro fiducia.

Tutta la nostra preghiera deve fare questa strada: al Padre, “per Gesù Cristo Signore nostro”, la stessa che già facciamo nella preghiera liturgica. E, quando ci accorgiamo che ci manca la fede, facciamo nostra la richiesta degli Apostoli: «Aumenta la nostra fede» (Lc 17, 5), e la nostra unione con Lui cresce così ogni volta che preghiamo con maggiore convinzione: «Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra».

San Josemaría pregava sempre e lasciò scritta, con particolare enfasi, questa intensa preghiera: “Sia fatta, si compia, sia lodata ed eternamente esaltata la giustissima e amabilissima Volontà di Dio sopra tutte le cose. —Amen. —Amen”[1].

Josep Boira

[1] San Josemaría, Cammino, n. 691.

19/05/2023

Vangelo e commento di oggi 19 maggio:

➡ Vangelo (Gv 16,20-23)

In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia. La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla.

In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà.

➡ Commento

Gesù rincuora i suoi discepoli in modo che non si scoraggino quando sperimenteranno la tristezza e il disprezzo degli altri, che sono le prove che dovranno affrontare prima di giungere alla gioia finale. Lo stesso Pietro, che si tirò indietro quando venne riconosciuto come discepolo del Maestro e, poi, pianse amaramente il suo peccato (cfr. Lc 22, 54-62), esalterà il comportamento coraggioso dei primi cristiani: «Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po' di tempo, afflitti da varie prove» (1 Pt 1,6).

La donna che sta per partorire accetta la sua sofferenza perché sa che è per una nuova vita. Questa immagine è davvero espressiva e ha la forza evocativa di particolari momenti della storia della salvezza. Già Dio aveva detto alla prima donna, dopo il primo peccato: «Moltiplicherò dolori delle tue gravidanze, con dolore partorirai figli» (Gen 3,16). Ma, in quella tragica occasione, Dio disse anche al tentatore:«Porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe» (Gen 3,15). E, nella pienezza dei tempi, è venuto Gesù, nato da una donna (Gal 4,4). Maria, Vergine e Madre, lo diede alla luce senza dolore. Più tardi, ai piedi della Croce, per Maria giunse “la sua ora”: provò il dolore di essere Madre, facendo suo il dolore del Figlio. Divenne mediatrice della Redenzione. Non c’è mai stato dolore come il suo dolore (cfr. Lam 1,12), perché è stato pieno di un amore capace di cooperare a dare la luce della vita cristiana a milioni e milioni di uomini e donne di ogni razza e di ogni tempo.

Colmi di fede, anche noi ci sappiamo guardati da Cristo risorto e, rinati con il Battesimo, viviamo la vita dei figli di Dio. Possiamo sperimentare le prove del dolore e della afflizione, ma non vogliamo che proprio nulla ci rubi la nostra gioia, come spesso ci ricorda papa Francesco. Calzano perfettamente le parole con le quali inizia la sua prima Esortazione apostolica: «La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù»[1].

Josep Boira

[1] Francesco, Evangelii gaudium, n. 1.

18/05/2023

Vangelo e commento di oggi 18 maggio:

➡ Vangelo (Gv 16, 16-20)

«Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete». Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: «Che cos'è questo che ci dice: «Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete», e: «Io me ne vado al Padre»?». Dicevano perciò: «Che cos'è questo «un poco», di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire». Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «State indagando tra voi perché ho detto: «Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete»? In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.

➡ Commento

Come nelle altre occasioni in cui si parla del mistero pasquale di Gesù, i discepoli faticano a capire le parole del Maestro e hanno timore a chiedergli chiarimenti in modo aperto. Proprio così si comportano all’annuncio esplicito della passione: «Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo» (Mc 9, 32). Ancora di più, quando le stesse parole hanno qualcosa di enigmatico: «Ancora un poco e non mi vedrete». In verità, i discepoli non vogliono separarsi dal Maestro e neppure si sentono pronti a tale assenza; e quindi rimangono inquieti e timorosi. Potrebbero gridare con il salmista: «Ma tu, Signore, non stare lontano, mia forza, vieni presto in mio aiuto» (Salmo 22, 20).

Come sempre Gesù però si fa carico della debolezza dei sui discepoli che si manifesterà nel pianto, nella tristezza profonda e, il che è peggio, nel diventare un bersaglio di disprezzo. Sin dallo stesso giorno della resurrezione, i discepoli, ancora increduli di fronte alla testimonianza delle donne, restano chiusi in casa, terrorizzati dalla paura. Infine, «gioirono al vedere il Signore» (Gv 20, 20). In loro e in modo grandioso, si realizza quello che avevano detto molte volte mentre pregavano con il salmo: «Hai mutato il mio lamento in danza, mi hai tolto l'abito di sacco, mi hai rivestito di gioia» (Sal 30, 12). Una gioia che diverrà piena di coraggio quando riceveranno la forza dello Spirito Santo. Allora, saranno capaci, perfino, di gloriarsi nelle tribolazioni (cfr. Rm 5, 3), di gioire nel soffrire oltraggi a causa del nome di Gesù (cfr. At 5, 41).

La resurrezione del Signore è una realtà storica che non ha perso la sua novità. Noi, cristiani di oggi, siamo gli eredi di quella prima gioia, di quel primo impulso e siamo messaggeri di quella straordinaria notizia. Nella nostra vita di ogni giorno, nonostante il peso delle difficoltà, nel nostro orizzonte abbiamo sempre la presenza viva del Figlio di Dio, che ci mantiene pieni di gioia nella speranza. Così ci esorta san Josemaría, «L’allegria di un uomo di Dio, di una donna di Dio, deve essere traboccante: serena, contagiosa, attraente...; in poche parole, dev’essere così soprannaturale, così coinvolgente, e così naturale, da trascinare gli altri sui cammini cristiani»[1].

Josep Boira

[1] San Josemaría, Solco, n. 60.

17/05/2023

Vangelo e commento di oggi 17 maggio:

➡ Vangelo (Gv 16, 12 - 15)

Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.

➡ Commento

I quattro versetti del Vangelo di oggi hanno un grande significato teologico. In essi e, specialmente nei versetti 14 - 15, si scoprono alcuni aspetti del mistero della Santissima Trinità, che è uguaglianza delle tre divine persone, come dire che tutto ciò che è del Padre è del Figlio, che tutto ciò che è del Figlio è del Padre, come lo Spirito Santo ha tutto ciò che il Padre e il Figlio hanno in comune, cioè l’essenza divina.

Inoltre, il Signore parla dello Spirito Santo come di colui che li guiderà sino alla verità piena (v. 13).

Se è vero che gli apostoli conoscevano Cristo e che da Lui sono stati inviati per parlare e predicare in suo nome, anche noi cristiani conosciamo Cristo, almeno sino a un certo livello.

Tuttavia, a volte, come spiegava papa Benedetto ai giovani riuniti in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù in Polonia, possiamo avere la tentazione di trasformare la religione in un prodotto di consumo, per scegliere quello che ci piace. Una tale religione del “fai da te” alla fine non ci aiuta. Sarà pure comoda, però, nell’ora della crisi ci abbandona alla nostra sorte[1]. E, di certo, l’affermazione del papa emerito non perde di significato se proviamo a sostituire religione con Verità...

Lo Spirito Santo ci aiuta, propriamente, a conoscere Cristo in profondità. Perciò, «cerchiamo noi stessi di conoscerlo sempre meglio per poter in modo convincente guidare anche gli altri verso di Lui. Per questo è così importante l'amore per la Sacra Scrittura e, di conseguenza, importante conoscere la fede della Chiesa che ci dischiude il senso della Scrittura»[2]

Pablo Erdozáin

[1] Cfr. Benedetto XVI, Omelia, 21-VIII-2005.

[2] Idem

16/05/2023

Vangelo e commento di oggi 16 maggio:

➡ Vangelo (Gv 16, 5 - 11)

Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: «Dove vai?». Anzi, perché vi ho detto questo, la tristezza ha riempito il vostro cuore. Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi. E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. Riguardo al peccato, perché non credono in me; riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato.

➡ Commento

Nell’intimità dell’Ultima Cena, il Signore, pur sapendo che i discepoli lo abbandoneranno al momento della sua passione e morte in Croce, promette loro la venuta dello Spirito Santo, Paraclito e Consolatore.

La fermezza con cui Gesù comunica che è meglio che se ne vada, altrimenti lo Spirito non verrà da loro, ci sorprende un poco (cfr. v. 7). Infatti, non possiamo sapere se gli apostoli intendessero questo “andarsene” del Signore come definitivo, con chiaro riferimento alla sua morte, oppure se avessero presente la successiva Ascensione, ma l’idea di “perdere” per sempre il loro Maestro non poteva certo far loro piacere.

Come gli apostoli, pure noi a volte non comprendiamo come Dio intervenga nella nostra vita, in quella degli altri o, anche, nel mondo e nella storia.

In tali occasioni, possiamo ricordare l’insegnamento di san Paolo: «Tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno» (Rm 8, 28). E in quel momento per i discepoli la cosa migliore era la venuta del Paraclito.

Ricevendo lo Spirito Santo, diventiamo templi di Dio stesso e possiamo vivere una intima e meravigliosa relazione con Lui, che ordina e dà significato a ogni cosa.

Pablo Erdozáin

15/05/2023

Vangelo e commento di oggi 15 maggio:

➡ Vangelo (Gv 15, 26 - 27; 16, 1-4)

Quando verrà il Paraclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l'ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. Ma vi ho detto queste cose affinché, quando verrà la loro ora, ve ne ricordiate, perché io ve l'ho detto.

➡ Commento

Nel Vangelo che la Chiesa oggi ci propone di considerare, il Signore parla ai suoi discepoli con la concretezza delle difficoltà che dovranno affrontare per il fatto di essere suoi testimoni e di annunciare la sua parola.

Come spiegava san Josemaría, «L'insegnamento cristiano sul dolore non propone un programma di facili consolazioni. È in primo luogo, una dottrina di accettazione della sofferenza, la quale di fatto è inseparabile dalla vita di ogni uomo»[1].

Nel mondo in cui viviamo – che non è, poi, tanto diverso da quello che hanno conosciuto i primi discepoli del Signore – a volte ci può risultare complicato avere una vita coerente con la nostra identità di figli di Dio che cercano di mettere Cristo sulla cima di ogni umana attività.

In qualche caso, possiamo perfino aver paura di fronte alle conseguenze delle nostre decisioni di vivere la nostra fede: «La paura è una forza incontrollata della nostra interiorità (...) Genera tensione e preoccupazione, ci ruba la nostra libertà, ci spinge alla timidezza e alla fuga oppure, al contrario, ci fa mettere sulla difensiva e ci fa reagire con aggressività »[2].

Però il Signore di fronte alla paura che ci attanaglia ci offre ben altro che la supera di molto: il Consolatore, lo Spirito Santo, colui che dà testimonianza di Dio in ogni momento, perchè è lo stesso Dio.

Ricorriamo frequentemente allo Spirito Santo perchè ci aiuti a vincere queste nostre paure, per affrontarle, ogni giorno, con la speranza dei figli di Dio.

«Non vi nascondo — e lo dico con gioia, perché ho sempre predicato, e cercato di vivere, che dove c'è la Croce, c'è Cristo, c'è l'Amore — che il dolore si è affacciato frequentemente nella mia vita, e più di una volta ho avuto voglia di piangere »[3].

Pablo Erdozáin

[1] San Josemaría, È Gesù che passa, n. 168.

[2] Jutta Burgraff, La libertà vissuta con la forza delle fede, cap. VII, 3.2.

[3] San Josemaría, È Gesù che passa, n. 168.

14/05/2023

Vangelo e commento di oggi 14 maggio:

➡ Vangelo (Gv 14, 15-21)

– Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui.

➡ Commento

Queste parole ci introducono nel clima di intimità con il quale Gesù apriva il suo cuore agli Apostoli durante l’ultima cena.

Comincia affermando un concetto chiaro ed esigente: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti” (v, 15). Dio non è velleitario, né i suoi comandamenti sono espedienti arbitrari per imporre la sua autorità. Al contrario, sono espressioni dell’amore con il quale un buon padre insegna ai suoi figli come comportarsi per essere felici. Non c’è dubbio che in certe situazioni adeguarsi a ciò che Dio comanda può costare. In realtà, “nelle discussioni sui nuovi complessi problemi morali, può sembrare che la morale cristiana sia in se stessa troppo difficile, ardua da comprendere e quasi impossibile da praticare. Ciò è falso – rispondeva san Giovanni Paolo II –, perché essa consiste, in termini di semplicità evangelica, nel seguire Gesù Cristo, nell'abbandonarsi a Lui, nel lasciarsi trasformare dalla sua grazia e rinnovare dalla sua misericordia [...]. La sequela di Cristo metterà progressivamente in luce i caratteri dell'autentica moralità cristiana e darà, al tempo stesso, l'energia di vita per la sua realizzazione. [...] Chi ama Cristo osserva i suoi comandamenti”[1]. La giusta corrispondenza all’amore che riceviamo da Dio richiede che ci lasciamo amare, e questo non consiste in altro se non nell’osservare fedelmente tutto ciò che ha comandato. Gesù stesso lo dice confidenzialmente ai suoi discepoli: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama” (v. 21).

Gesù sa bene lo sforzo che comporta osservare i suoi comandamenti, ma ci assicura che potremo avvalerci di un aiuto inestimabile: “io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre” (v. 16). La parola Paraclito viene dal greco parakletós, un termine che indica qualcuno chiamato accanto a sé per aiutare, un consolatore, un avvocato difensore. È uno invitato a camminare accanto a noi, che ci fa compagnia, ci avverte degli ostacoli, ci difende, ma che contemporaneamente ci parla amabilmente, ci conforta, ci suggerisce, ci dà coraggio... Il Paraclito è un inseparabile compagno fedele.

Gesù stesso non smetterà mai di essere il nostro parakletós, come ha promesso ai discepoli: “non vi lascerò orfani: verrò da voi” (v. 18). Ma a parte lui, promette “un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre” (v. 16). Si riferisce allo Spirito Santo. “Il primo Paraclito infatti – sono parole di Benedetto XVI – è il Figlio incarnato, venuto per difendere l’uomo dall’accusatore per antonomasia, che è satana. Nel momento in cui Cristo, compiuta la sua missione, ritorna al Padre, questi invia lo Spirito, come Difensore e Consolatore, perché resti per sempre con i credenti abitando dentro di loro. Così, tra Dio Padre e i discepoli si instaura, grazie alla mediazione del Figlio e dello Spirito Santo, una relazione intima di reciprocità: ‘Io sono nel Padre e voi in me e io in voi’, dice Gesù (v. 20)”[2].

“Meditando queste parole di Gesù – ci dice Papa Francesco –, noi oggi percepiamo di essere il popolo di Dio in comunione col Padre e con Gesù mediante lo Spirito Santo. [...] Il Signore oggi ci chiama a corrispondere generosamente alla chiamata evangelica all’amore, ponendo Dio al centro della nostra vita e dedicandoci al servizio dei fratelli, specialmente i più bisognosi di sostegno e di consolazione”[3].

Francisco Varo

[1] San Giovanni Paolo II, Enc. Veritatis splendor, n. 119.

[2] Benedetto XVI, Omelia, 27 aprile 2008.

[3] Papa Francesco, Regina coeli, 21 maggio 2017.

13/05/2023

Vangelo e commento di oggi 13 maggio:

➡ Vangelo (Lc 11, 27-28)

Mentre diceva questo, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!».

➡ Commento

Oggi, nella Chiesa celebriamo la festa della Madonna di Fatima. La liturgia ha voluto che meditassimo la meravigliosa lode che Gesù ha rivolto a sua Madre.

Il contesto di queste parole è la conclusione di una lunga conversazione di Gesù con la folla. I discepoli avevano chiesto a Gesù di insegnare loro a pregare e Gesù aveva risposto con il Padre Nostro. Continua poi con alcuni esempi che sottolineano la necessità di pregare con fiducia nostro Padre Dio. Nel corso della conversazione si scontra con l’incredulità di alcuni che non vogliono credere in Lui.

Gesù nella folla constata atteggiamenti differenti: alcuni mostrano incredulità e altri entusiasmo. Così la donna che in mezzo alla folla, alza la voce e grida con fervore: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». Quella donna aveva saputo riconoscere nel Signore qualcosa di straordinario e, forse, era gioiosamente sorpresa per ciò che vedeva e ascoltava da Gesù.

Il Signore, rispondendole, ci invita a cercare un motivo più soprannaturale: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!». Questa risposta di Gesù ha il valore di una grande lode a sua Madre.

Gesù sa molto bene che ci sono molti che cominciano con grande entusiasmo ma che non sanno perseverare. Ed è per questo che il Signore invita a edificare su un terreno sicuro, a porre le fondamenta sulla roccia (cfr. Lc 6, 47-49), non solo ascoltandolo e dichiarando con le parole il proprio amore, ma anche vivendo e mettendo in pratica il suo insegnamento.

Il Maestro ci propone l’esempio di Maria. Ella è stata sempre fedele ai piani di Dio, il suo agire è stato sempre una risposta amorosa ai disegni di Dio. Per questo il Signore la ricolmò di grazie e volle lasciarci Maria come Madre. Una madre che intercede per i suoi figli. E la sua intercessione continua sino ai nostri giorni, come vediamo nel messaggio di Fatima.

Il 13 maggio del 1917, tre bambini: Lucia, Francesco e Giacinta, rispettivamente di 10, 9 e 7 anni, conducevano un piccolo gregge nella Cova di Iría. Verso mezzogiorno, dopo che avevano recitato il rosario, apparve loro una «Signora più luminosa del sole» con un bianco rosario nelle mani. E iniziò un appassionante dialogo tra la Vergine Maria e Lucia: «Signora, da dove vieni?». «Vengo dal Cielo», è stata la risposta. Tra il mese di maggio e quello di ottobre si susseguirono sei apparizioni della Madonna. Chiese loro di recitare il Rosario tutti i giorni, e di fare penitenza. Nell’ultima apparizione del 13 ottobre, alla presenza di circa 70.000 persone, oltre a fare il miracolo del movimento del sole, la Vergine disse loro che era la «Signora del Rosario» e che costruissero là una Ca****la in suo onore.

San Josemaría si fece eco del messaggio di Maria e volle trasmetterlo a tutti i suoi figli nell’Opus Dei. Si recò a Fatima molte volte. Ogni volta andava alla cappellina e si inginocchiava ai piedi dell’immagine della Madonna per implorare la sua intercessione.

La Vergine ci ha chiesto di recitare il Rosario per la pace e per il perdono dei peccati. Accorriamo alla chiamata di Maria, preghiamo con fede questa potente preghiera, implorando che ci porti ad ascoltare e custodire nella nostra vita la parola di Dio.

Martín Luque

12/05/2023

Vangelo e commento di oggi 12 maggio:

➡ Vangelo (Gv 15, 12-17)

«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

➡ Commento

Qualche anno fa, Benedetto XVI, nella sua prima enciclica, si chiedeva: “l'amore si può comandare?”[1]. In molti, oggi, lo considerano un sentimento, magari il più nobile, ma in ogni caso, soggetto ai capricci del cuore umano. Però possiamo considerare l’amore di Dio per noi come la cosa più importante: “Nella storia d'amore che la Bibbia ci racconta, Egli ci viene incontro, cerca di conquistarci — fino all'Ultima Cena, fino al Cuore trafitto sulla croce, fino alle apparizioni del Risorto e alle grandi opere mediante le quali Egli, attraverso l'azione degli Apostoli, ha guidato il cammino della Chiesa nascente”[2]. E, veramente Gesù si è manifestato come il nostro migliore amico. Egli incarna l’oracolo del profeta: “Ti ho amato con un amore eterno” (Ger 31, 3).

L’amore di Gesù non è debole o passeggero, è eterno, più forte della morte (cfr. Can 8, 6). L’amicizia che ci ha mostrato, oltre che essere lo stesso Amore increato, è anche umana, un esempio che, con la grazia di Dio, è capace di afferrarci per spingere anche noi a dare la vita per gli altri, in una moltitudine di modi: ascoltare, servire, consigliare, perdonare, accudire, ecc.,“specialmente i fratelli nella fede”(Gal 6, 10), ma anche “tutti” (ibid.), perché, con l’amore di Cristo, tutti possono diventare amici: non solo quelli con i quali abbiamo maggiori consuetudini; anche quelli che la pensano in maniera diversa o agiscono in modo diverso dalle nostre aspettative. Quando Giuda consegnò il Maestro con un bacio, questi gli disse: “«Amico, per questo sei qui!» (Mt 26, 50).

L’Amore è proprio di Dio, potremmo dire che Lui ne ha la “patente”: “Non c’è altro amore che l’Amore!”, scrive san Josemaría[3]. Il discepolo di Cristo, scelto da Dio con una vocazione divina, ha questo dolce incarico: mentre il suo cuore si va trasformando secondo la misura del cuore del Maestro, impara a voler bene agli altri e va dando agli altri frutti saporiti e duraturi dell’Amore di Dio.

Josep Boira

[1] Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 16.

[2]Ibid, n. 17.

[3] San Josemaría, Cammino, n. 417.

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