07/06/2026
OMELIA CORPUS DOMINI 2026
Quando nel 1264, Urbano IV, con la bolla Transiturus de Hoc Mundo, (spinto dalle visioni mistiche di Santa Giuliana) indice la solennità del Corpus Domini mette al centro di tutto, non un semplice atto devozionale ma una vera e proprio dichiarazione
di amore, verso la Santa Eucaristia che per noi Cattolici (è bene ricordarcelo) è presenza reale del Corpo di nostro Signore Gesù; abbiamo ripetuto nella sequenza mangi carne, bevi sangue ma rimane Cristo intero, per riaffermare che questa non è un’abitudine ma un atto di fede, di amore verso il nostro Signore Gesù.
Ci accostiamo all’Eucaristia spesso, almeno una volta alla settimana, la Domenica, tanti di voi quasi ogni giorno e il rischio, come in tutte le storie di amore, è quello di abituarsi a gesti e parole che conosciamo a memoria ma che, forse, non abbiamo mai meditato. È importante fermarsi, comprere il significato intrinseco e la straordinaria novità che può attuare nelle nostre vite e nelle nostre comunità questo Pane degli Angeli, se come abbiamo ascoltato nel Vangelo, nutrendoci di Cristo viviamo per Lui inaugurando quella Civitas Dei, tanto cara a Sant’Agostino, che non si fonda su algoritmi prodotti dalle intelligenze artificiali ma sul Vangelo che è Parola di Dio incarnata nella persona di Gesù di Nazareth.
Quando partecipiamo alla Santa Messa (non veniamo, partecipiamo) al momento solenne della Consacrazione il presbitero che presiede, pronuncia le parole che Gesù stesso disse istituendo il dono dell’Eucaristia, questo solenne memoriale e sorretto da due verbi: SPEZZARE E DARE, alla fine il Maestro, ci chiede di fare ciò in Sua memoria, per renderlo presente e vivo ogni qualvolta che un Sacerdote perpetua questo memoriale. Questa è la dimensione mistica e sacramentale del memoriale
eucaristico!
C’è anche una dimensione comunitaria (che non è secondaria), che caratterizza quel sacerdozio comune datoci dal battesimo e che ci fa cogliere in maniera emblematica quanto abbiamo ascoltato nella prima lettura, ovvero, che noi siamo eredi e partecipi
di quella libertà sigillata dal Sangue di Cristo, pane spezzato e donato, e a noi spetta oggi, nelle nostre comunità, di farci pane spezzato e donato; ma prima di donare è necessario spezzare.
È una parola forte, un gesto irrimediabile, ciò che si spezza non si ricompone; è un’azione che necessita coraggio e determinazione, che possiamo trarre solo e solamente se viviamo di Lui e per Lui.
Dobbiamo avere il coraggio di spezzare legami e abitudini che ci allontanano dall’essere popolo di Dio, popolo Eucaristico.
Questa sera siamo tantissimi in questa Chiesa Madre, tra poco saremo altrettanti per le strade della nostra Favara, oggi Gesù ci chiede di spezzare quelle funi che non ci permettono di conformarci a Lui.
Se vogliamo essere una comunità fondata sull’Eucaristia dobbiamo, una volta e per tutte, spezzare quelle abitudini che forse ci fanno sentire forti ma che, in verità, ci rendono vulnerabili e sottomessi.
Saremo popolo Eucaristico, quando spezzeremo per sempre quei lacci che ci ancorano alla logica della prepotenza facendo una scelta vera di legalità.
Serve a poco riempire le nostre bacheche social di belle frasi, negli anniversari delle stragi, quando alle celebrazioni della giornata della legalità siamo pochissimi e guardiamo da lontano.
Un popolo che si riconosce nell’Eucaristia, guarda al mondo come casa comune, dono di Dio e ne sente la responsabilità della custodia; ma fino a quando riempiremo la nostra bellissima città di sporcizia e di sacchetti di spazzatura sparsi ai bordi delle
strade, saremo custodi solamente del nostro modo malsano di vivere.
Un popolo che si dice Cristiano e che va in giro per le strade con il Santissimo Sacramento, mentre ricongiunge le distanze geografiche tra una via e l’altra, deve preoccuparsi di azzerare quelle distanze emotive, spesso drammatiche, che il tempo
ha generato nelle nostre famiglie.
Un popolo che si nutre del Corpo e Sangue di Cristo, come ci dice il Santo Padre nella recente Enciclica Magnifica Humanitas, deve riconoscersi fondato su Cristo Pietra Viva e “e crediamo che ogni autentico sforzo umano di cooperare con Lui per il bene sarà benedetto dal Padre celeste, nel quale riponiamo la nostra speranza”.
Da questa affermazione di Papa Leone XIV passiamo al secondo verbo, che caratterizza il racconto Eucaristico: “diede loro” che nella nostra dimensione comunitaria, coniugando il sacerdozio comune battesimale, potremmo declinare con la sua forma riflessiva DARSI.
Gesù stesso, nel Vangelo di Matteo, nell’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci, preludio dell’Eucaristia stessa, invita i discepoli a dare loro stessi da mangiare; questo è un suggerimento che dà alla Chiesa nascente e che oggi riecheggia nelle nostre orecchie e deve rimbombare prepotentemente nelle nostre coscienze.
Sant’Agostino e ancor prima San Giovanni Crisostomo, leggono in questo invito del Maestro, l’effetto che deve produrre il nutrimento Eucaristico nel Popolo di Dio; in altri termini, occorre inondare le nostre comunità di quel fuoco d’amore che è Cristo
Stesso donatosi nell’Eucaristia, ciò può accadere solo e solamente se siamo pronti a farci pellegrini nella nostra città, sconfiggendo (cito ancora la prima enciclica del nostro Pontefice) quella sindrome di Babele, che sta disumanizzando le nostre comunità.
Disumanizzazione che cogliamo, ogni giorno, nella desolazione che ci circonda e che possiamo toccare nelle tante famiglie falciate dalle dipendenze patologiche (droga, alcool, ludopatia) umiliate dal costo della vita che sta diventando sempre più insostenibile, senza dimenticare i tanti, troppi, ammalati oncologici che oltre a vivere
la precarietà della salute, contrastano con un sistema sanitario dove curarsi diventa sempre più un privilegio per pochi, ostaggio di una classe politica e dirigente che sta impoverendo, assieme all’economia, la reputazione e l’autostima della nostra povera
terra.
Noi non dobbiamo sostituirci alle istituzioni, tantomeno essere personaggi in cerca d’autore (la Chiesa non ha bisogno di influencer ma di pastori) a noi è chiesto di essere ciò che già siamo, popolo di Battezzati che si nutrono del Pane di Vita, portatori della Speranza.
Abbiamo appena concluso un Giubileo che ci ha ricordato questa nostra identità, ecco, allora, il messaggio che ci arriva dalla Prima Lettura, fare memoria di tutte quelle volte che il Signore ci è venuto in soccorso e confidare ancora nella certezza, che non ci abbandonerà.
Questo non vuole dire vivere passivamente e subire gli eventi, ma affrontarli con la nostra identità Battesimale, cioè, spezzando i legami nocivi e donando quella speranza duratura e guaritrice che solo Cristo può dare e che nell’Eucaristia trova la sua presenza reale in questo tempo. Noi Popolo Eucaristico dobbiamo inaugurare
quel tempo nuovo, figlio del mattino di Pasqua, che trae spunto e forza nel Pane e Vino, orientando la nostra città verso quella verità profonda che è Cristo stesso, solo così accetteremo anche le nostre fragilità non considerandole come difetti dai quali fuggire, ma come opportunità di crescita e redenzione.
Tra poco usciremo da questa bellissima Chiesa, andremo per le strade cantando e pregando ma la vera sfida inizia domani, quando saremo chiamati percorrere quelle processioni esistenziali dove il canto e sostituito dal pianto e le belle parole dei nostri
libretti digitali, dai racconti disperati di chi non riesce più ad andare avanti.
Ecco, lì, dobbiamo tirar fuori la nostra veste battesimale, spezzarci, donarci e donare il Pane di Vita e insieme ai fratelli, cantare che in questa stanza buia, solo Tu Signore, sei la cura per me.