Casa di San Giacomo Apostolo Diano Marina

Casa di San Giacomo Apostolo Diano Marina Militia Christi

FONDAZIONE

1209

STORIA

La MJC nasce nel 1209 nell’orbita di san Domenico e dei frati domenicani. (Art. 3 delle Costituzioni)

Incoraggiata nel corso dei secoli da numerosi pontefici, si sviluppa come istituzione cavalleresca i cui membri, laici coraggiosi e fedeli, si pongono al servizio della Chiesa per la difesa della fede. Nel 1870 l’Ordine cavalleresco della Militia Christi si riorganizza a Roma attorno a una cerchia di ufficiali pontifici che, assistiti dal Maestro generale dei domenicani e incoraggiati da Pio IX, r

ilanciano lo spirito dell’antica istituzione orientando i suoi membri verso la costruzione del regno di Dio nella società. Il periodo di riforma vissuto tra il 1959 e il 1973 vede l’Ordine trasformarsi in associazione di fedeli e adattare le proprie finalità alle esigenze dell’apostolato dei laici nella prospettiva del Concilio Vaticano II. Il 21 novembre 1981 il Pontificio Consiglio per i Laici decreta il riconoscimento della Milice de Jésus- Christ come associazione internazionale di fedeli di diritto pontificio. IDENTITÀ

La MJC riunisce laici – uomini e donne – di tutte le condizioni, desiderosi di impegnarsi singolarmente e in quanto associazione per far progredire lo spirito di fede e i valori cristiani nel mondo. I suoi membri si prefiggono di vivere i consigli evangelici secondo il proprio stato di vita e in un rinnovato spirito di cavalleria, praticando opere di formazione dottrinale ed ecumenica, di pietà mariana e di giustizia sociale. Al fine di sostenere questi tre campi di azione, la MJC ne affida la responsabilità a tre dipartimenti, ciascuno dei quali è guidato da un Direttore: il dipartimento della Verità, che assicura la formazione dei membri – basata sulla filosofia e sulla teologia tomista – sia mediante l’insegnamento sia mediante l’orientamento verso fonti sicure; il dipartimento del Rosario, che corrisponde alla vocazione mariana dell’associazione ed ha lo scopo di alimentare la vita interiore e la pietà dei singoli membri, grazie a ritiri spirituali, veglie di preghiera, momenti di meditazione; il dipartimento dell’Ospitalità, che ha il compito non solo di assicurare l’aiuto reciproco tra i membri e di organizzare l’accoglienza in occasione di incontri e capitoli, ma anche e ancor più di sostenere e promuovere opere di solidarietà e di ca**tà inseparabili dalla evangelizzazione. STRUTTURA

La MJC è diretta da un Maestro generale eletto per nove anni e rieleggibile che, coadiuvato da un Assistente generale, ha la responsabilità di prendere le decisioni relative alla vita dell’associazione. L’Assistente generale si avvale della collaborazione del Consiglio magistrale costituito dal Segretario generale, dai Responsabili provinciali, dai Direttori di dipartimento e da membri designati pro tempore. Ordinario ecclesiastico è l’Arcivescovo di Sens (Francia). Alla MJC si può aderire come membri affiliati, membri impegnati, membri consacrati. I membri affiliati sono persone che vivono la spiritualità dell’associazione senza esservi vincolati; i membri impegnati si legano per tappe successive allo spirito di servizio e di militanza propri della vocazione cavalleresca e alla spiritualità domenicana; i membri consacrati si votano in modo speciale a vivere i consigli evangelici di povertà e di castità secondo il loro stato proprio o le esigenze di obbedienza speciale al Papa e di difesa della Vergine Maria, pronunciando uno o più voti prima provvisori e poi definitivi. I membri sono raggruppati in case, dirette da Delegati locali. Le case presenti nello stesso Paese costituiscono una Provincia, affidata al Delegato provinciale. LA NASCITA DELLA MILIZIA ANTICA


La fondazione del nucleo originario della Milizia di Gesù Cristo può essere attribuita a Simone IV di Montfort (1170 -1218), comandante nel 1209 della crociata contro gli Albigesi. La crociata, bandita dal papa Innocenzo III nel 1208 nei territori della Linguadoca, mirava ad estinguere l'eresia catara e albigene nei territori della Francia e dell'Europa centrale. A rispondere alla chiamata del papa furono molti signori e baroni dell'Ile de France, dell'Orleanese e della Piccardia. L' INCONTRO CON DOMENICO DI GUZMAN


Tra i cavalieri dediti alla crociata, vi erano molti uomini timorati di Dio, desiderosi di combattere non solo per i diritti della Chiesa, ma sopratutto contro il peccato. Guidati dal vescovo di Tolosa, il cistercense Folco (1155 - 1231) si avvicinano alla predicazione di Domenico di Guzman (1170 - 1221). Già il beato Raimondo da Capua (1330 - 1399) ce ne dà testimonianza nella "Legenda Maior" di Santa Caterina da Siena. Scrive il beato Raimondo: "vi erano alcuni laici timorati di Dio e che Domenico ben conosceva, tanto da enumerarli fra i suoi, e del suo proposito di accordarsi con loro al fine di creare una milizia santa" e lanciarli nell'apostolato, una volta che fossero stati ben formati spiritualmente. Essi dovevano restare laici tra laici, senza il vincolo del triplice voto religioso e della vita comune, per agire nella società dall'interno delle famiglie e delle strutture da bonificare. Portavano però come segno distintivo un vestito speciale sul quale era visibile "una croce di colore bianco e nero". Raimondo fa anche notare che la motivazione della "Milizia" non era solo la difesa della fede dall'eresia e la pratica di una vita più cristiana nella famiglia e nella società, ma anche la liberazione della Chiesa e delle popolazioni dalle conseguenze temporali delle divisioni e delle lotte religiose, poiché "l'errore aveva talmente corrotto le anime (...) che in molti luoghi, i laici si erano impadroniti dei beni della Chiesa, trasmettendoli in eredità quali patrimoni privati; al punto che i vescovi, ridotti a mendicare, non avevano modo né di resistere all'errore né di assicurare il debito sostentamento ai loro chierici". Era una risposta alle necessità dei tempi, nei quali la Chiesa, e i cattolici rimasti fedeli alla sua dottrina e alla sua disciplina, si trovavano in condizione di guerra. Occorreva, quindi, che una milizia composta di "uomini timorati" si impegnasse a "riprendere e tutelare i diritti di santa Chiesa e resistere con tutta fermezza all'eresia", anche a costo del "sacrificio della loro persona e dei loro averi", come scrive Raimondo da Capua. Continua il beato Raimondo:
" Fatto questo, volle rafforzare con giuramento le promesse di quanti ebbe a trovare a ciò disposti, facendoli dichiarare che vi si sarebbero attenuti anche col sacrificio della loro persona e dei loro averi; e perché le loro consorti non avessero in verun modo a opporsi a opera tanto degna, indusse anch'esse a giurare che, lungi dal distogliere i loro mariti, li avrebbero invece coadiuvati secondo la loro possibilità; agli uni e alle altre promettendo il premio dell'eterna vita. Li chiamò poscia Fratelli della Milizia di Gesù Cristo: e, perché un segno li avesse a distinguere dagli altri laici, e potessero alle loro consuete opere di pietà aggiungere un'opera surrogatoria, diede loro il colore del proprio abito; dispose cioè che tanto gli uomini quanto le donne, qualunque fosse la foggia del loro vestire, portassero i colori bianco e nero in significazione di innocenza e di umiltà, pubblicamente; e, assegnando loro un numero fisso di Pater noster e di Ave Maria, volle che ogni giorno li recitassero a tempo fissato per le ore canoniche, in luogo appunto dell'officio divino."​

UN CARISMA CAVALLERESCO


Storicamente, la Milizia di Gesù Cristo fu fondata agli inizi del XIII secolo come ordine cavalleresco militare. Oggi, rinnovata dopo il Concilio Vaticano II° e divenuta un'Associazione di diritto Pontificio, la Chiesa le riconosce “lo spirito cavalleresco rinnovato”. Attribuisce, cioè, alla cavalleria cristiana la dimensione di "attivismo spirituale” che la rende realmente al servizio della cristianità. La cavalleria cristiana è innanzitutto spirituale: non si tratta, cioè, di un desueto ricordo di secoli lontani, ma di una testimonianza cristiana viva e militante per Cristo e la Chiesa attraverso modalità di impegno che la rendono vicina agli uomini di oggi. La Milizia di Gesù Cristo si è vista riconoscere espressamente questo carattere nel 1981 dal Pontificio Consiglio per i Laici, il quale, mentre la erigeva e la elevava ad Associazione di Diritto Pontificio, ricordava l'impegno dei membi attivi :"in un rinnovato spirito di cavalleria in tempi moderni". Oggi, come in passato, l'etica cavalleresca ha le proprie esigenze, con modalità concrete che variano in funzione dei tempi e dei luoghi. Tra queste esigenze possiamo citare:

- la forza e il coraggio di proclamare la Verità al mondo, pur andando controcorrente, supportando incomprensione e sarcasmo, amando con lo stesso amore sia chi ci è favorevole sia chi ci contrasta. Il coraggio è un qualità dei "miles", Tale coraggio si nutre di esempi: quello di Cristo prima di tutto, di fronte a Satana edi fronte i suoi "giudici" e carnefici, ma anche quello di tutti coloro che hanno preso la loro croce seguendo i passi del Signore.

- la fedeltà a Cristo e alla Chiesa ma anche fedeltà all'impegno religioso liberamente scelto all'interno dell'Istituzione. La fedeltà implica la costanza nella lotta contro il peccato personale, e un'intensa vita spirituale che diventa intimità con Dio nella preghiera, cercando di far propria la massima evangelica: “Beati coloro i quali il Signore, alla sua venuta, troverà con gli abiti del servizio”

- l'invio nella missione personale nella messe del Signore, tenendo conto dei talenti di ciascuno e delle circostanze e opportunità. La missione apostolica, che appartiene a tutti i cristiani, è di annunciare la Buona Novella, di “rendere conto della nostra speranza”, e di donare agli altri “gratuitamente, così come gratuitamente avete ricevuto”

La Milizia di Gesù Cristo realizza l'obiettivo particolare in uno spirito di rinnovata cavalleria nei tempi moderni, per la crescita personale dei suoi membri nel loro ambiente di vita.

16/06/2026

Vangelo e commento di oggi 16 giugno

Vangelo (Mt 5, 43-48)

Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

Commento

L’orizzonte morale che il Signore ci propone nel vangelo di oggi è davvero grande. «Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (v. 48). Per capirlo bene, dobbiamo leggerlo alla luce della vita nuova che Gesù ci offre. Si tratta di una vita di grazia, nella quale il Padre ci regala le energie spirituali per aspirare alla perfezione.

Ma la perfezione alla quale Gesù ci chiama non è quella del perfezionista, non vuol dire che tutte le nostre azioni esteriori debbano essere perfette e senza limiti, ma che il nostro agire sia imbevuto dell’amore di Dio, malgrado i nostri difetti. L’importante è impegnarsi a perfezionare la ca**tà, lasciare che il Signore cambi il nostro modo di vedere e di sentire, in modo che il nostro cuore sia sempre più come il suo. E, così, piano piano, questa trasformazione andrà riflettendosi nel nostro agire.

Lo stesso brano del vangelo ci propone una chiara manifestazione della ca**tà Si tratta di saper convivere con tutti, senza dividere il mondo tra amici e nemici. Succede, a volte, che incontriamo persone che sono contro di noi e non riusciamo a capire il motivo. Gesù ci invita a non scoraggiarci e a continuare a trattarli con amabilità. Il Padre continua a considerarli suoi figli, dandogli il sole e la pioggia, si prende cura di loro aspettando che si convertano. E, magari, proprio la nostra pazienza potrebbe essere lo strumento che gli fa cambiare vita. Molti malintesi si risolvono davanti a gesti di amore. Quando qualcuno ha perso la fiducia, magari è perché le spiegazioni non sono state ben capite. È il momento di andare al concreto, di conquistare gli altri con dettagli quotidiani di affetto. San Josemaría diceva che gli altri possono cambiare opinione su di noi « quando si renderanno conto che li ami «sul serio». Dipende da te»[1]. Con l’aiuto di Dio, facciamo in modo di compiere quei gesti che fanno capire agli altri che sono amati.

Rodolfo Valdés

[1] San Josemaría, Solco, n. 734.

15/06/2026

Vangelo e commento di oggi 15 giugno

Vangelo (Mt 5, 38-42)

Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l'altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da' a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.

Commento

Nel vangelo di oggi, il Signore ci insegna che per essere sale della terra e luce del mondo dobbiamo far vivere la giustizia con l’amore. Vivere interamente la legge di Cristo vuol dire saper perdonare, rinunciando, quando fosse necessario, ad esigere di applicare la giustizia “con precisione millimetrica”, quando qualcuno ci ha causato un danno.

Gesù allude alla legge del taglione: occhio per occhio, dente per dente, legge che viene menzionata nel libro dell’Esodo, per regolare il modo di fare giustizia, per evitare che diventasse una vendetta sproporzionata: nessuno, infatti, poteva esagerare, pretendendo il doppio, o sette o dieci volte di più, ma che la pena fosse pari all’offesa. Lo stesso libro elenca una lunga lista di possibili danni (fare torto a qualcuno, colpire uno schiavo, ricevere la cornata di un bue, ecc), e quali dovessero essere gli indennizi.

La soluzione che ci propone Gesù è ben al di là di ogni casistica. La sua è la legge di amore che ci indica la via per guadagnare una giustizia duratura. Questa via è il perdono. Naturalmente, nella misura possibile, il danno si deve riparare, ma, a volte, per quanto uno possa essere pentito, non è nelle condizioni di riparare per intero i suoi errori. Potrebbe succedere che, a voler esigere giustizia senza alcuna clemenza, perdiamo la capacità di ripristinare le relazioni perpetuando il ciclo dell’odio.

Il Signore ci invita a considerare la situazione di ciascuno. Spesso, per ottenere la conversione di qualcuno, sarà meglio coprire col mantello della misericordia i suoi difetti e continuare pazientemente ad accompagnarlo sino a quando non ritrova la strada perduta.

Rodolfo Valdés

14/06/2026

Vangelo e commento di oggi 14 giugno

Vangelo (Mt 9, 36 - 10,8)

Vedendo le f***e, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!». Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.

Commento

Il Vangelo di oggi inizia con la compassione di Gesù. Nel vederli andare senza una meta precisa, vuole il meglio per quegli uomini, offre loro ciò che ha di meglio: Dio stesso. La compassione lo porta ad agire in favore delle persone che gli sono davanti.

Gesù prende l’iniziativa e sceglie gli apostoli per portare Dio al mondo intero. Chiede di pregare Dio affinché invii operai per la sua messe. Questo insegnamento di Gesù, ci dice chiaramente che l’autore della salvezza è Lui non noi; che i mezzi più importanti per portare la fede nei cuori non sono quelli umani, ma quelli soprannaturali. La cosa più importante non è dare inizio ad iniziative apostoliche, parlare, scrivere, muoversi da un lato all’altro del mondo. La cosa principale è pregare. San Josemaría, facendo tesoro di questo insegnamento di Gesù, scriveva: «In primo luogo, orazione; poi, espiazione; in terzo luogo, molto “in terzo luogo”, azione»[1]. L’apostolato è efficace soltanto se ha le sue fondamenta nella preghiera, nell’unione d’amore con Dio. E chi sono gli operai che hanno tale compito? Tutti i cristiani, laici, sacerdoti, religiosi … Tutti siamo chiamati da Dio a portare nel mondo intero la buona notizia della salvezza.

Gesù rende partecipe della sua missione gli apostoli. Quando li sceglie li chiama «apostoli» che significa inviati, dato che li invia a realizzare ciò che Lui stesso ha fatto sin dall’inizio della sua vita pubblica: curare i malati, risuscitare i morti, sanare i lebbrosi, cacciare i demoni. Sono compiti che superano di molto le umane capacità di quei dodici uomini. Gran parte di loro sono pescatori, senza una speciale preparazione.

E qual è il contenuto del messaggio che Gesù affida ai discepoli? Il Regno di Dio. Dio conta così tanto sull’instaurazione del Regno dei cieli e sulla redenzione dei cuori umani, che, per così dire, si azzarda a puntare sugli apostoli per realizzarlo. Come gli apostoli, anche tu e io siamo coinvolti in questa missione. Dio aspetta la nostra libera risposta e cooperazione per realizzare il Regno.

Gesù conta anche su di noi, oggi, adesso, senza aspettare un momento più opportuno, nel quale ci sentiamo più preparati e meglio disposti, che non arriverà mai, perché non saremo mai degni ambasciatori del suo messaggio di salvezza. Dobbiamo dire di sì proprio ora, mentre Egli passa e ce lo chiede: è proprio sulla nostra generosità che Dio forma apostoli efficaci e fedeli.

Tomás Trigo

[1] San Josemaría, Cammino, n. 82.

13/06/2026

Vangelo e commento di oggi 13 giugno

Vangelo (Lc 2, 41-51)

I suoi genitori si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: "Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo". Ed egli rispose loro: "Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?". Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. Scese dunque con loro e venne a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore.

Commento

Oggi celebriamo nella Chiesa la festa del Sacro Cuore di Maria. I Cuori di Gesù e di Maria sono meravigliosamente uniti dal momento dell'Incarnazione. La Chiesa ci insegna che la via più sicura per arrivare a Gesù è quella di Maria. Papa Pio XII ha istituito la festa per tutta la Chiesa il 4 maggio 1944. Per intercessione di Maria possiamo ottenere la pace tra le nazioni, la libertà della Chiesa, la conversione dei peccatori, l'amore per la purezza e la pratica delle virtù.

Nel Vangelo di oggi, la Sacra Famiglia si reca al Tempio di Gerusalemme. Lo fanno per devozione. La Legge di Mosè obbligava i maschi israeliti a presentarsi al Signore tre volte all'anno: a Pasqua, a Pentecoste e alla festa dei Tabernacoli. Questo dovere non si applicava alle donne o ai bambini di età inferiore ai 13 anni. Inoltre, all'epoca di Gesù, era consuetudine che solo coloro che vivevano nel raggio di un giorno di viaggio compissero questo pellegrinaggio, che, inoltre, era solitamente limitato alla festa di Pasqua. Poiché Nazaret distava diversi giorni di viaggio da Gerusalemme, anche Giuseppe non era strettamente legato a questo precetto. Tuttavia, sia lui che Maria si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua (Lc 2, 41).

Nel viaggio di ritorno, uomini e donne viaggiavano separatamente. I bambini potevano scegliere di andare con uno dei due gruppi. Maria e Giuseppe si resero conto che Gesù non c'era e, angosciati, lo cercarono tra i loro parenti e conoscenti (Lc 2, 44). In fretta e furia, forse quella stessa notte, tornarono a Gerusalemme per cercarlo. Il terzo giorno di ricerca lo trovarono nel Tempio. Lo trovarono seduto in mezzo ai dottori, li ascoltava e faceva loro domande. E tutti quelli che lo ascoltavano si stupivano della sua saggezza e delle sue risposte (Lc 2, 46-47).

Quando la Madonna e il suo Sposo lo videro, rimasero stupiti (Lc 2, 48). Il loro stupore non era dovuto alla saggezza delle risposte, bensì al fatto che era la prima volta che accadeva una cosa del genere: Gesù, il figlio più obbediente che si possa avere, era rimasto a Gerusalemme senza dir loro nulla.

Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: "Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo". Ed egli rispose loro: "Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?". Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. (Lc 2, 48-50).

Non capirono la risposta che diede loro (Lc 2, 50). Maria e Giuseppe non capiscono. Gesù vuole rivelare gli aspetti misteriosi della sua intimità con il Padre, aspetti che Maria intuisce, ma senza sapere come metterli in relazione con la prova che stava vivendo. La risposta di Maria è ammirevole. Nel profondo della sua anima custodiva con cura ogni cosa nel suo cuore (Lc 2, 51).

Quando Maria e Giuseppe ricevettero questa risposta, pur senza comprenderla, accettarono i piani di Dio con totale umiltà e docilità. È una lezione per tutti i cristiani, che ci invita ad accettare con amore le manifestazioni della Provvidenza divina, anche se a volte non le comprendiamo. Il cuore di Maria è totalmente unito al cuore di Gesù. Non capisce, ma si fida perché sa che i piani di Dio sono più grandi di quelli degli uomini. Chiediamo a Maria di avere un cuore come il suo, sempre pronto ad accogliere la volontà di Dio.

Cuore Immacolato di Maria, prega per noi!

12/06/2026

Vangelo e commento di oggi 12 giugno

Vangelo (Mt 11,25-30)

In quel tempo Gesù disse:

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Commento

Oggi celebriamo nella Chiesa la festa del Sacro Cuore di Gesù. Una festa in onore di nostro Signore. Il Sacro Cuore di Gesù è un simbolo di amore divino. Il cuore di Gesù come espressione della sua donazione e del suo amore totale agli uomini.

Nel 1675, Gesù disse a santa Margarita Maria Alacoque che desiderava che la festa del Sacro Cuore si celebrasse il venerdì dopo l’ottava del Corpus Domini. Nel 1856 la festa del Sacro Cuore si trasformò in festa universale. San Giovanni Paolo II, grande devoto del Sacro Cuore, diceva: “Questa festa richiama il mistero dell’Amore che Dio nutre per gli uomini di ogni tempo”.

La solennità del Sacro Cuore di Gesù ha un significato molto profondo per i cristiani. Quando ci riferiamo al cuore di una persona pensiamo ai suoi affetti, ai suoi sentimenti, al suo modo di amare. Ma, come ricorda san Josemaría, “Quando la Sacra Scrittura parla del cuore, non intende un sentimento passeggero che porta all'emozione o alle lacrime. Parla del cuore — come testimonia lo stesso Gesù — per riferirsi alla persona che si rivolge tutta, anima e corpo, a ciò che considera il suo bene: Perché là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore (Mt 6, 21)” (San Josemaría, È Gesù che passa, n. 164).

Per capire com'è il cuore di Gesù, la Chiesa ci presenta oggi una preghiera di lode di Gesù al Padre. Le sue parole ci mostrano com'è il suo cuore. Ci mostra che ciò che desidera di più è lodare il Padre e che rivolge il suo messaggio ai più piccoli. Al contrario di coloro che non credono in Lui, Gesù è pieno di gioia per coloro che lo accolgono, le persone umili che non confidano nella propria saggezza, che non si stimano esperti e prudenti. Questo passo è stato definito il gioiello dei Vangeli sinottici, perché coglie la preghiera di Gesù, che chiama Dio Padre, perché si presenta a noi come colui che conosce Dio e ha ricevuto tutto da lui, e perché è colui che ce lo rivela, se lo accogliamo in umiltà.

Il suo commovente "Sì, Padre!" esprime la profondità del suo cuore, la sua adesione alla volontà del Padre, che era un'eco del Fiat di sua Madre al momento del concepimento, e che prelude a ciò che Gesù dirà nell'agonia del Calvario, un'accettazione assoluta dei piani del Padre.

Gesù scioglie il nostro giogo. Il giogo era una parola usata per indicare la legge di Mosè, che nel tempo si è sovraccaricata di pratiche che sono diventate insopportabili. Ma Gesù ristabilisce una Nuova Alleanza, alla quale si attinge attraverso i legami dell'amore. Il suo giogo è ora leggero, perché lo porta con noi.

"Imparate da me, perché io sono mite e umile di cuore", che è usato anche nelle Beatitudini e che nell'Antico Testamento è usato per colui che rinuncia all'ira e si affida a Dio. "Grazie, Gesù mio, e dacci un cuore grande come il tuo!" (San Josemaría, Solco, n. 813).

Oggi è un giorno adatto per avvicinarsi al Sacro Cuore di Gesù, per credere che il suo Amore è il bisogno più profondo del nostro cuore. Ricorriamo all'intercessione della Madonna per non smettere mai di stupirci di questo mistero: che siamo il tesoro del Cuore di Dio.

11/06/2026

Vangelo e commento di oggi 11 giugno

Vangelo (Mt 10, 7-13)

Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento. In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti. Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi.

Commento

Il vangelo di oggi, festa dell’apostolo Barnaba, ci presenta, in modo sintetico, alcune delle caratteristiche del messaggio che Gesù vuole che i suoi inviati sappiano trasmettere.

Ciò che devono predicare è, essenzialmente, che il regno dei cieli è vicino. Però, subito dopo, Gesù da alcune indicazioni che dicono chiaramente che la missione apostolica non si può ridurre alla semplice trasmissione di informazioni o di una dottrina.

Nella versione di Luca, ci viene offerto una utile indicazione: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l'attenzione, e nessuno dirà: «Eccolo qui», oppure: «Eccolo là». Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!» (Lc 17, 20-21). Il Regno di Dio è lo stesso Gesù.

Quindi, il Signore invia i suoi apostoli con un messaggio che è destinato a trasformarsi in vita. La missione non è una campagna pubblicitaria, è la realizzazione del messaggio del Verbo Incarnato. Per questo, i segni che accompagnano questo messaggio, sono la ca**tà (curare, resuscitare, guarire, scacciare i demòni), la povertà (non portate oro né sandali), il lavoro onesto per guadagnare un salario giusto e l’augurio della pace per le case che si visitano.

In breve, l’apostolo trasmette il messaggio di Gesù, quando vive come il suo Signore.

La vita si san Barnaba è un esempio molto indicativo di come realizzare la chiamata di Cristo. La prima lettura ci informa che era un uomo virtuoso e pieno di Spirito Santo e di fede (At 11, 24). Queste qualità divennero particolarmente evidenti nel gesto che cambiò per sempre la stessa storia della Chiesa: «Venuto (Paolo) a Gerusalemme, cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo. Allora Bàrnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù» (At 9, 26-27).

L’apostolo che oggi festeggiamo è stato quello che ha introdotto Paolo, il futuro Apostolo delle genti, nella vita ecclesiale. E lo ha fatto perchè era pieno di Spirito Santo e di fede. Da lui, quindi, possiamo imparare che la missione apostolica la possiamo realizzare soltanto se siamo colmi della presenza del Paraclito e il suo frutto più evidente sarà sempre la ca**tà con la quale tratteremo ogni anima, così come ha fatto Gesù.

Luis Miguel Bravo Álvarez

10/06/2026

Vangelo e commento di oggi 10 giugno

Vangelo (Mt 5, 17-19)

Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.

Commento

Gesù insegna loro il valore perenne dell'Antico Testamento perché è la parola di Dio e ha un'autorità divina.

Allo stesso tempo proclama una legge superiore, che è la legge dell'Amore, la legge dello Spirito che risuona in ogni cuore umano: non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento”.

Insegna che è venuto a promulgare la legge di Dio in modo definitivo. Fa tutto questo attraverso la sua predicazione e soprattutto attraverso la sua offerta sulla croce.

È così che Gesù insegna a compiere la volontà di Dio. Chi lo fa sarà grande e chi non lo fa sarà il più piccolo. “Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli”.

La legge del Signore è la legge della libertà perché è la legge dell'amore e, nell'amore, anche la più piccola cosa è di enorme importanza. Questo è ciò che san Josemaría insegna in Cammino: “Le anime grandi hanno in gran conto le cose piccole.”[1].

[1] San Josemaría, Cammino, n. 818.

09/06/2026

Vangelo e commento di oggi 9 giugno

Vangelo (Mt 5, 13-16)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

– Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.

– Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra il monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.

Commento

Immediatamente dopo aver spiegato le beatitudini (Mt 5, 1-12), Gesù parla del modo di essere nel mondo e nella società coloro che accolgono la sua parola e vivono secondo il suo messaggio. Ne parla con immagini molto significative: il sale e la luce.

La salatura degli alimenti allo scopo di conservarli aveva una grande importanza quando ancora non si disponeva degli attuali sistemi di refrigerazione, senza contare che conferiva un certo sapore. Il sale evita la decomposizione del cibo e lo rende più gustoso; questo si ottiene facilmente mescolando il sale con gli altri ingredienti. Nell’antico testamento si attribuisce al sale un valore purificatore (cfr. Es 30, 35) ed è simbolo di fedeltà (cfr. Nm 18-19). In questo senso, noi discepoli di Cristo siamo invitati a essere sale in tutti gli ambienti in cui si svolge la nostra vita, purificandoli e rendendoli gradevoli.

In Palestina, ai tempi di Gesù, il sale di uso domestico non era molto raffinato. Si trattava di un materiale salato proveniente dal Mar Morto pieno di molte impurità. Prima di usarlo si scioglieva e così si potevano separare i corpi estranei. Certe volte questo prodotto conteneva molta più polvere che sale, per cui la soluzione era quasi insipida e ad altro non serviva che a essere gettata via. Gesù si serve di questa esperienza della vita quotidiana per invitare a conservare l’integrità nel pensare e nel fare. La lezione è sempre attuale, come ricordava san Josemaría: “Tu sei sale, anima d’apostolo. – ‘Bonum est sal’ – il sale è buono, si legge nel santo Vangelo; ‘si autem sal evanuerit’ – ma se il sale diventa scipito... non serve a nulla, né per la terra, né per il concime; lo si getta via come cosa inutile. Tu sei sale, anima d’apostolo. – Ma se diventi scipito...”[1].

Per un altro verso, la luce è qualcosa di cui non si può fare a meno per vedere, e un lume si accende perché illumini e non per tenerlo nascosto. Comunque ha un profondo significato teologico. Il Verbo, che esisteva fin dal principio insieme a Dio e che è Dio, è “la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1, 9), e i discepoli di Cristo, partecipando della sua luminosità, sono chiamati a essere “astri nel mondo” (Fil 2, 15). Negli antichi testi liturgici il Battesimo viene chiamato “illuminazione”, sicché il cristiano, “‘dopo essere stato illuminato’ (Eb 10, 32), è divenuto ‘figlio della luce’ (1 Ts 5, 5) e ‘luce’ (Ef 5, 8) egli stesso”[2].

Il cristiano è sale e luce del mondo quando, con il suo esempio e con la sua parola, pratica un’attività apostolica intensa. Il Concilio Vaticano II, in riferimento a questo passo evangelico, così insegna: “Ai laici si presentano moltissime occasioni di esercitare l’apostolato dell’evangelizzazione e della santificazione. La stessa testimonianza della vita cristiana e le opere buone compiute con spirito soprannaturale hanno la forza di attirare gli uomini alla fede e a Dio; dice infatti il Signore: ‘Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, in modo che vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli’ (Mt 5, 16)”[3].

Questa azione apostolica alla quale Gesù chiama i suoi discepoli appare particolarmente urgente in un mondo secolarizzato in cui, come faceva notare il beato Álvaro del Portillo, “moltissimi si allontanano da Lui, in tutti gli ambienti della società. Noi, come tanti altri cristiani che in seno alla Chiesa lavorano per Cristo, dobbiamo costruire – come mi piace ripetere quest’idea! – una specie di diga che trattenga gli uomini nella loro f***e fuga da Dio, per trasformarli poi in apostoli che a loro volta contribuiscano a far sì che le anime ritornino a Dio. E che cosa siamo noi? Un pizzico di sale, un po’ di lievito impastato nella massa dell’umanità (cfr. Mt 5, 13). Ma sale e lievito, con la grazia di Dio e la nostra risposta fedele, restituiranno il sapore divino a quanti erano diventati insipidi, faranno fermentare la farina, fino a trasformarla in buon pane”[4].

Francisco Varo

[1] San Josemaría, Cammino, n. 921.

[2]Catechismo della Chiesa Cattolica, 1216.

[3] Concilio Vaticano II, Decr. Apostolicam actuositatem, n. 6.

[4] Beato Álvaro del Portillo, Omelia 28-XI-1987, in Romana 5 (1987) 234.

08/06/2026

Vangelo e commento di oggi 8 giugno

Vangelo (Mt 5, 1-12)

Vedendo le f***e, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.»

Commento

Quello delle beatitudini è un episodio di grande bellezza che rappresenta una meravigliosa cornice del discorso della montagna.

Gesù, maestro, si siede per insegnare al popolo la Parola divina che porta da parte del Padre. Comincia dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

È bene fermarsi e stupirsi ancora una volta del fatto che la prima parola che ci dice Gesù è beati, cioè felici.

Gesù ci porta la Parola di Dio e ci insegna che ci vuole felici, lieti, con una vita piena. Che la strada che porta a Dio è una via di gioia. E, con la sua Parola, ci descrive la strada che dobbiamo percorrere. Quello che dobbiamo vivere per trovare la vera felicità.

Nel leggere le beatitudini scopriamo che è una via paradossale. Gesù ci fa vedere la via della felicità la dove non sembra possibile trovarla.

Dietro ogni beatitudine c’è un cammino d’amore e di croce. Gesù ci insegna che in questa terra amore e croce si identificano. Oppure, detto in maniera diversa, che se vogliamo amare veramente, dobbiamo identificarci con la Croce.

Gesù chiama beati i poveri in spirito cioè chi vive nella fiducia in Dio: coloro che piangono, cioè chi sa riconoscere e pentirsi dei propri peccati; i miti, cioè chi sa sopportare con pazienza i difetti degli altri; chi ha fame e sete di giustizia, cioè quelli che hanno desiderio di santità; i misericordiosi, cioè quelli che accolgono gli altri con le loro fragilità e senza giudicarli; i puri di cuore, cioè chi si impegna in modo che nulla impedisca la loro capacità d’amare; i pacifici, cioè chi lotta per seminare la pace e la gioia e quelli che soffrono persecuzioni a causa della giustizia, cioè chi vive nella verità e non transige su di essa.

Nelle beatitudini scopriamo il volto di Gesù e dobbiamo scoprirvi il nostro. Nella vita cristiana, aiuta molto confrontare la propria vita con le beatitudini. Chiedersi: sono povero?, piango? ecc.

07/06/2026

Vangelo e commento di oggi 7 giugno

Vangelo (Gv 6, 51-58)

– Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.

Allora i giudei si misero a discutere aspramente fra loro:

– Come può costui darci la sua carne da mangiare?

Gesù disse loro:

– In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno.

Commento

Il vangelo della solennità del Corpus Domini è un frammento del discorso del pane di vita pronunciato da Gesù nella sinagoga di Cafarnao, dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. San Giovanni racconta che le parole di Gesù intorno al futuro mistero del suo Corpo e del suo Sangue provocarono sorpresa e rifiuto. Però la Chiesa non ha smesso di rinnovare giorno dopo giorno la sua fede riconoscente nella presenza reale di Gesù sotto le specie sacramentali; e per questo lo porta anche in processione per le strade, in modo che tutti possano adorarlo e ricevere le sue benedizioni.

Nel suo discorso Gesù fa riferimento alla famosa manna che Dio fece piovere nel deserto per gli israeliti e che li lasciò tanto stupiti. Il libro dell’Esodo racconta che “gli israeliti la videro e dissero l’un l’altro: - Man-hu: che cos’è? Perché non sapevano che cosa fosse. Mosé disse loro: - È il pane che il Signore vi ha dato in cibo” (Es 16, 15). È comprensibile che anche noi cristiani manifestiamo il nostro stupore davanti a un dono molto più sublime e misterioso qual è l’Eucaristia, che ci dà la vita eterna.

Gesù spiega che la manna del deserto prefigurava il vero pane del cielo che Dio avrebbe dato agli uomini per mezzo di suo Figlio. Anche il miracolo della moltiplicazione dei pani voleva prefigurare in qualche modo l’Eucaristia, e per questo fu il preludio del discorso di Gesù. Però quelli che mangiarono la manna del deserto morirono; così come quelli che cercavano Gesù solo perché avevano saziato il loro corpo. Il Signore invita a desiderare il vero pane del cielo che sazia le anime della fame che hanno di Dio e comunica loro la vita eterna; la vita dello stesso Gesù risuscitato.

Quando Gesù invitò a mangiare e bere il proprio corpo e il proprio sangue, avvenne il drammatico abbandono di molti dei suoi discepoli; ma la fede nella presenza reale del Corpo e del Sangue di Gesù sotto le specie sacramentali è uno degli elementi più caratteristici del credo cristiano. Inoltre , fin dai primi tempi della Chiesa appare chiaro che la fede trova fondamento nei testi del Nuovo Testamento, come questo discorso di Gesù o i racconti dell’istituzione dell’Eucaristia. Per esempio, verso l’anno 90 d. C. sant’Ignazio di Antiochia scriveva: “Si tengono lontani dall’Eucaristia e dall’orazione i doceti, perché non confessano che l’Eucaristia è la carne del nostro Salvatore Gesù Cristo, che soffrì per i nostri peccati e che, nella sua bontà, il Padre ha risuscitato”[1].

Nel commentare il discorso di Gesù, il Papa Francesco invitava a rinnovare questa fede eucaristica multisecolare e a lasciarci trasformare da Cristo nel riceverlo: “il pane è realmente il suo Corpo donato per noi, il vino è realmente il suo Sangue versato per noi. L’Eucaristia è Gesù stesso che si dona interamente a noi. Nutrirci di Lui e dimorare in Lui mediante la Comunione eucaristica, se lo facciamo con fede, trasforma la nostra vita, la trasforma in un dono a Dio e ai fratelli. Nutrirci di quel ‘Pane di vita’ significa entrare in sintonia con il cuore di Cristo, assimilare le sue scelte, i suoi pensieri, i suoi comportamenti. Significa entrare in un dinamismo di amore e diventare persone di pace, persone di perdono, di riconciliazione, di condivisione solidale. Le stesse cose che Gesù ha fatto”[2].

“Il nostro Dio ha deciso di rimanere nel tabernacolo per essere nostro alimento, per darci forza, per divinizzarci, per dare efficacia al nostro lavoro e al nostro sforzo”[3], diceva san Josemaría; e aggiungeva: “Il rinnovamento che si opera in noi, al ricevere il Corpo del Signore, deve essere manifestato nelle opere. Rendiamo dunque sinceri i nostri pensieri: che siano pensieri di pace, di donazione, di servizio. Rendiamo le nostre opere vere, chiare, opportune: che sappiano consolare e aiutare, che sappiano soprattutto portare agli altri la luce di Dio. Rendiamo le nostre azioni coerenti, efficaci, appropriate: abbiano il bonus odor Christi, il profumo di Cristo, che ce ne richiama il comportamento e la vita”[4].

Pablo M. Edo

[1] Sant’Ignazio di Antiochia, Lettera a quelli di Smirne, 7.

[2] Papa Francesco, Angelus, 16 agosto 2015.

[3] San Josemaría, È Gesù che passa, n. 151.

[4] Idem, n. 156.

Indirizzo

Chiesa Di San Giacomo Maggiore Diano Calderina
Diano Marina
18013

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