Casa di San Giacomo Apostolo Diano Marina

Casa di San Giacomo Apostolo Diano Marina Militia Christi

FONDAZIONE

1209

STORIA

La MJC nasce nel 1209 nell’orbita di san Domenico e dei frati domenicani. (Art. 3 delle Costituzioni)

Incoraggiata nel corso dei secoli da numerosi pontefici, si sviluppa come istituzione cavalleresca i cui membri, laici coraggiosi e fedeli, si pongono al servizio della Chiesa per la difesa della fede. Nel 1870 l’Ordine cavalleresco della Militia Christi si riorganizza a Roma attorno a una cerchia di ufficiali pontifici che, assistiti dal Maestro generale dei domenicani e incoraggiati da Pio IX, rilanciano lo spirito dell’antica istituzione orientando i suoi membri verso la costruzione del regno di Dio nella società. Il periodo di riforma vissuto tra il 1959 e il 1973 vede l’Ordine trasformarsi in associazione di fedeli e adattare le proprie finalità alle esigenze dell’apostolato dei laici nella prospettiva del Concilio Vaticano II. Il 21 novembre 1981 il Pontificio Consiglio per i Laici decreta il riconoscimento della Milice de Jésus- Christ come associazione internazionale di fedeli di diritto pontificio. IDENTITÀ

La MJC riunisce laici – uomini e donne – di tutte le condizioni, desiderosi di impegnarsi singolarmente e in quanto associazione per far progredire lo spirito di fede e i valori cristiani nel mondo. I suoi membri si prefiggono di vivere i consigli evangelici secondo il proprio stato di vita e in un rinnovato spirito di cavalleria, praticando opere di formazione dottrinale ed ecumenica, di pietà mariana e di giustizia sociale. Al fine di sostenere questi tre campi di azione, la MJC ne affida la responsabilità a tre dipartimenti, ciascuno dei quali è guidato da un Direttore: il dipartimento della Verità, che assicura la formazione dei membri – basata sulla filosofia e sulla teologia tomista – sia mediante l’insegnamento sia mediante l’orientamento verso fonti sicure; il dipartimento del Rosario, che corrisponde alla vocazione mariana dell’associazione ed ha lo scopo di alimentare la vita interiore e la pietà dei singoli membri, grazie a ritiri spirituali, veglie di preghiera, momenti di meditazione; il dipartimento dell’Ospitalità, che ha il compito non solo di assicurare l’aiuto reciproco tra i membri e di organizzare l’accoglienza in occasione di incontri e capitoli, ma anche e ancor più di sostenere e promuovere opere di solidarietà e di carità inseparabili dalla evangelizzazione. STRUTTURA

La MJC è diretta da un Maestro generale eletto per nove anni e rieleggibile che, coadiuvato da un Assistente generale, ha la responsabilità di prendere le decisioni relative alla vita dell’associazione. L’Assistente generale si avvale della collaborazione del Consiglio magistrale costituito dal Segretario generale, dai Responsabili provinciali, dai Direttori di dipartimento e da membri designati pro tempore. Ordinario ecclesiastico è l’Arcivescovo di Sens (Francia). Alla MJC si può aderire come membri affiliati, membri impegnati, membri consacrati. I membri affiliati sono persone che vivono la spiritualità dell’associazione senza esservi vincolati; i membri impegnati si legano per tappe successive allo spirito di servizio e di militanza propri della vocazione cavalleresca e alla spiritualità domenicana; i membri consacrati si votano in modo speciale a vivere i consigli evangelici di povertà e di castità secondo il loro stato proprio o le esigenze di obbedienza speciale al Papa e di difesa della Vergine Maria, pronunciando uno o più voti prima provvisori e poi definitivi. I membri sono raggruppati in case, dirette da Delegati locali. Le case presenti nello stesso Paese costituiscono una Provincia, affidata al Delegato provinciale. LA NASCITA DELLA MILIZIA ANTICA


La fondazione del nucleo originario della Milizia di Gesù Cristo può essere attribuita a Simone IV di Montfort (1170 -1218), comandante nel 1209 della crociata contro gli Albigesi. La crociata, bandita dal papa Innocenzo III nel 1208 nei territori della Linguadoca, mirava ad estinguere l'eresia catara e albigene nei territori della Francia e dell'Europa centrale. A rispondere alla chiamata del papa furono molti signori e baroni dell'Ile de France, dell'Orleanese e della Piccardia. L' INCONTRO CON DOMENICO DI GUZMAN


Tra i cavalieri dediti alla crociata, vi erano molti uomini timorati di Dio, desiderosi di combattere non solo per i diritti della Chiesa, ma sopratutto contro il peccato. Guidati dal vescovo di Tolosa, il cistercense Folco (1155 - 1231) si avvicinano alla predicazione di Domenico di Guzman (1170 - 1221). Già il beato Raimondo da Capua (1330 - 1399) ce ne dà testimonianza nella "Legenda Maior" di Santa Caterina da Siena. Scrive il beato Raimondo: "vi erano alcuni laici timorati di Dio e che Domenico ben conosceva, tanto da enumerarli fra i suoi, e del suo proposito di accordarsi con loro al fine di creare una milizia santa" e lanciarli nell'apostolato, una volta che fossero stati ben formati spiritualmente. Essi dovevano restare laici tra laici, senza il vincolo del triplice voto religioso e della vita comune, per agire nella società dall'interno delle famiglie e delle strutture da bonificare. Portavano però come segno distintivo un vestito speciale sul quale era visibile "una croce di colore bianco e nero". Raimondo fa anche notare che la motivazione della "Milizia" non era solo la difesa della fede dall'eresia e la pratica di una vita più cristiana nella famiglia e nella società, ma anche la liberazione della Chiesa e delle popolazioni dalle conseguenze temporali delle divisioni e delle lotte religiose, poiché "l'errore aveva talmente corrotto le anime (...) che in molti luoghi, i laici si erano impadroniti dei beni della Chiesa, trasmettendoli in eredità quali patrimoni privati; al punto che i vescovi, ridotti a mendicare, non avevano modo né di resistere all'errore né di assicurare il debito sostentamento ai loro chierici". Era una risposta alle necessità dei tempi, nei quali la Chiesa, e i cattolici rimasti fedeli alla sua dottrina e alla sua disciplina, si trovavano in condizione di guerra. Occorreva, quindi, che una milizia composta di "uomini timorati" si impegnasse a "riprendere e tutelare i diritti di santa Chiesa e resistere con tutta fermezza all'eresia", anche a costo del "sacrificio della loro persona e dei loro averi", come scrive Raimondo da Capua. Continua il beato Raimondo:
" Fatto questo, volle rafforzare con giuramento le promesse di quanti ebbe a trovare a ciò disposti, facendoli dichiarare che vi si sarebbero attenuti anche col sacrificio della loro persona e dei loro averi; e perché le loro consorti non avessero in verun modo a opporsi a opera tanto degna, indusse anch'esse a giurare che, lungi dal distogliere i loro mariti, li avrebbero invece coadiuvati secondo la loro possibilità; agli uni e alle altre promettendo il premio dell'eterna vita. Li chiamò poscia Fratelli della Milizia di Gesù Cristo: e, perché un segno li avesse a distinguere dagli altri laici, e potessero alle loro consuete opere di pietà aggiungere un'opera surrogatoria, diede loro il colore del proprio abito; dispose cioè che tanto gli uomini quanto le donne, qualunque fosse la foggia del loro vestire, portassero i colori bianco e nero in significazione di innocenza e di umiltà, pubblicamente; e, assegnando loro un numero fisso di Pater noster e di Ave Maria, volle che ogni giorno li recitassero a tempo fissato per le ore canoniche, in luogo appunto dell'officio divino."​

UN CARISMA CAVALLERESCO


Storicamente, la Milizia di Gesù Cristo fu fondata agli inizi del XIII secolo come ordine cavalleresco militare. Oggi, rinnovata dopo il Concilio Vaticano II° e divenuta un'Associazione di diritto Pontificio, la Chiesa le riconosce “lo spirito cavalleresco rinnovato”. Attribuisce, cioè, alla cavalleria cristiana la dimensione di "attivismo spirituale” che la rende realmente al servizio della cristianità. La cavalleria cristiana è innanzitutto spirituale: non si tratta, cioè, di un desueto ricordo di secoli lontani, ma di una testimonianza cristiana viva e militante per Cristo e la Chiesa attraverso modalità di impegno che la rendono vicina agli uomini di oggi. La Milizia di Gesù Cristo si è vista riconoscere espressamente questo carattere nel 1981 dal Pontificio Consiglio per i Laici, il quale, mentre la erigeva e la elevava ad Associazione di Diritto Pontificio, ricordava l'impegno dei membi attivi :"in un rinnovato spirito di cavalleria in tempi moderni". Oggi, come in passato, l'etica cavalleresca ha le proprie esigenze, con modalità concrete che variano in funzione dei tempi e dei luoghi. Tra queste esigenze possiamo citare:

- la forza e il coraggio di proclamare la Verità al mondo, pur andando controcorrente, supportando incomprensione e sarcasmo, amando con lo stesso amore sia chi ci è favorevole sia chi ci contrasta. Il coraggio è un qualità dei "miles", Tale coraggio si nutre di esempi: quello di Cristo prima di tutto, di fronte a Satana edi fronte i suoi "giudici" e carnefici, ma anche quello di tutti coloro che hanno preso la loro croce seguendo i passi del Signore.

- la fedeltà a Cristo e alla Chiesa ma anche fedeltà all'impegno religioso liberamente scelto all'interno dell'Istituzione. La fedeltà implica la costanza nella lotta contro il peccato personale, e un'intensa vita spirituale che diventa intimità con Dio nella preghiera, cercando di far propria la massima evangelica: “Beati coloro i quali il Signore, alla sua venuta, troverà con gli abiti del servizio”

- l'invio nella missione personale nella messe del Signore, tenendo conto dei talenti di ciascuno e delle circostanze e opportunità. La missione apostolica, che appartiene a tutti i cristiani, è di annunciare la Buona Novella, di “rendere conto della nostra speranza”, e di donare agli altri “gratuitamente, così come gratuitamente avete ricevuto”

La Milizia di Gesù Cristo realizza l'obiettivo particolare in uno spirito di rinnovata cavalleria nei tempi moderni, per la crescita personale dei suoi membri nel loro ambiente di vita.

16/09/2026

Vangelo e commento di oggi 16 settembre

Vangelo (Lc 7, 31-35)

– A chi posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così:

“Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!”.

– È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’Uomo , che mangia e beve, e voi dite: “Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori”.

– Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli.

Commento

Nel contemplare la vita dei suoi contemporanei, Gesù la paragona a quella dei bambini seduti in piazza che sono rimasti indifferenti davanti a quelli che hanno cercato di distrarli: “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto”.

Pur avendo visto i suoi miracoli, ascoltato la sua parola, e anche essersi sentiti attratti dalla sua figura, niente li ha smossi. In fondo rimangono nelle loro idee, non sono capaci di riconoscere le chiamate di Dio attraverso le persone e gli avvenimenti. “È venuto Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite che ha un demonio. È venuto il Figlio dell’Uomo , che mangia e beve, e voi dite che è un mangione e un beone”.

Tante volte Gesù potrebbe dire a noi le stesse cose dette a quelli della sua generazione: “vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto”.

Gesù ci chiede di avere un cuore sensibile e grato: “la sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli”. Un cuore che sia capace di rendersi conto di tutti i doni che ci dà nostro Padre Dio. Oggi Gesù ci chiede di mostrare al mondo con la nostra gioia, con la nostra gratitudine, col nostro sorriso, la meraviglia che costituisce credere in un Dio che ci ama alla follia e che tanto ha fatto per noi.

Che cosa possiamo fare per essere grati? Una delle cose che possiamo fare è ricordare. Man mano che passano gli anni ci rendiamo più conto di tutte le persone che ci hanno aiutato nella vita. Prima di tutto i nostri genitori, gli amici, i sacerdoti, i professori e un lungo eccetera.

Inoltre, ci è di aiuto comportarci con Dio nella stessa maniera. Fare memoria, ricordare tutte le cose buone che riceviamo da Lui. C’è un punto di Forgia che riassume molto bene questo atteggiamento:

“Che debito hai, con tuo Padre-Dio! – Ti ha dato l’essere, l’intelligenza, la volontà...; ti ha dato la grazia: lo Spirito Santo; Gesù, nell’Ostia; la filiazione divina; la santissima Vergine, Madre di Dio e Madre nostra; ti ha dato la possibilità di partecipare alla santa Messa e ti concede il perdono dei tuoi peccati, il suo perdono, tante volte!; ti ha dato doni incalcolabili, alcuni straordinari...

– Dimmi, figliolo: come hai corrisposto?, come corrispondi?”[1].

Javier Massa

[1] San Josemaría, Forgia, n. 11.

15/09/2026

Vangelo e commento di oggi 15 settembre

Vangelo (Gv 19, 25-27)

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Cleopa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell'ora il discepolo l'accolse con sé.

Commento

Spesso avremo commentato, in un quadro o con la nostra immaginazione, la scena del Vangelo di oggi: Gesù sulla croce e, ai suoi piedi, sua Madre, le pie donne e il discepolo che amava. Rimane spazio anche per noi, che siamo ugualmente discepoli amati, fedeli al Maestro nella sua ora. Gesù chiama «Donna» sua Madre, come aveva fatto anche alle nozze di Cana. Ella è la Nuova Eva. Anche la prima Eva fu chiamata «donna», ma ingannata dal serpente, disobbedì al comando divino. Nonostante ciò, Dio promise che la donna si sarebbe opposta al serpente e che un suo discendente, Gesù, gli avrebbe schiacciato la testa. Iniziò allora la lotta della quale parla il libro dell’Apocalisse: «Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a fare guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che custodiscono i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù» (Ap 12, 17), cioè i discepoli. Non c’è potere in grado di vincere i discepoli che rimangono in piedi, accanto alla Madre di Gesù.

San Giovanni Paolo II ricordava Maria, silenziosa pellegrina nella «notte della fede»[1]. Come non applicare a Lei le parole della Scrittura? «Considerate e osservate se c'è un dolore simile al mio dolore» (Lam 1, 12)? Sul Golgota, Maria sente la spada che attraversa l’anima, annunciata dal vecchio Simeone. E, in unione all’opera redentrice del Figlio, diventa la Madre che dà la luce a ogni cristiano, a ogni discepolo di Gesù. Oggi possiamo rivolgere a nostra Madre le parole che la liturgia le applica, e che sono tratte dalla Scrittura, quando il popolo esaltò Giuditta che aveva salvato Israele dal potere del nemico babilonese: «Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu magnifico vanto d'Israele, tu splendido onore della nostra gente» (Gdt 15, 9). L’amore per la Madre ci ottiene la grazie abbondante per essere fedeli ai mandati di Cristo e ci libera dalle minacce del maligno [2].

[1] San Giovanni Paolo II, Redemptoris Mater, n. 17.

[2] cfr. San Josemaría, Cammino, n. 493.

14/09/2026

Vangelo e commento di oggi 13 settembre

Vangelo (Mt 18, 21-35)

Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse:

– Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?

E Gesù gli rispose:

– Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno il proprio fratello.

Commento

La domanda di Pietro si riferisce a un tema difficile, che riguarda tutti noi: la necessità di perdonare. È una questione che si pone spesso, dovuta agli inevitabili attriti della vita quotidiana nella convivenza familiare, con gli amici e nelle relazioni professionali. Non è raro che proviamo dispiacere pensando che qualcuno ci ha offeso, disprezzato o danneggiato, e non una sola volta ma ripetutamente. Perdonare costa. Perciò la domanda di Pietro ci sembra ragionevole: Devo perdonare sempre?

Benedetto XVI invita a riflettere intorno a ciò che comporta il perdono: “La colpa – dice – è una realtà, una forza oggettiva; essa ha causato una distruzione che deve essere superata. Perciò perdonare deve essere più di un ignorare, di un semplice voler dimenticare. La colpa deve essere smaltita, sanata e così superata. Il perdono ha il suo prezzo – innanzitutto per colui che perdona: egli deve superare in sé il male subito, deve come bruciarlo dentro di sé e con ciò rinnovare se stesso, così da coinvolgere poi in questo processo di trasformazione, di purificazioni interiori, anche l’altro, il colpevole, e ambedue, soffrendo fino in fondo il male e superandolo, diventare nuovi. A questo punto ci imbattiamo nel mistero della croce di Cristo”[1].

In realtà, le difficoltà che incontriamo nel perdonare non sono tanto grandi se paragonate con quello che ha fatto Gesù Cristo per ciascuno di noi. In questa parabola è mostrato molto bene il contrasto fra l’atteggiamento meschino degli uomini nel perdonare col calcolo e la misericordia infinita di Dio. Un talento equivaleva a seimila denari e un denaro era la paga giornaliera di un operaio. Diecimila talenti era una somma esorbitante che ci dà l’idea del valore immenso che ha il perdono che riceviamo da Dio.

San Josemaría ci fa rendere conto che “la parabola del servo debitore di diecimila talenti riflette bene la nostra situazione nei confronti di Dio: neppure noi abbiamo di che pagare l’immenso debito che abbiamo contratto per le tante manifestazioni della bontà divina, e che abbiamo accresciuto con i nostri peccati personali. Per quanto coraggiosamente possiamo lottare, non riusciremo a restituire con equità il molto che il Signore ci ha perdonato. Ma la misericordia divina supplisce abbondantemente all’impotenza della giustizia umana. Lui sì, può considerarsi soddisfatto, e rimetterci il debito, semplicemente perché è buono, perché eterna è la sua misericordia”[2].

Davanti a tanta generosità da parte di Dio nei nostri confronti, come non perdoneremo gli altri? “Non lasciamoci influenzare, quindi – continua a precisare san Josemaría -, dal ricordo delle offese che possiamo aver ricevuto, delle umiliazioni che abbiamo sofferto – per quanto ingiuste, incivili e aspre possano essere state –, perché non è da figlio di Dio tenere preparato un registro con l’elenco dei danni. Non possiamo dimenticare l’esempio di Cristo”[3]. È con lo sguardo posto in Gesù che possiamo rinunciare a ogni rancore e mantenere il nostro cuore sano ed esente da ogni inimicizia.

Se ci dovesse ve**re la tentazione di non perdonare, ricordiamo le parole del padrone misericordioso rivolte a quel servo spietato: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?” (vv. 32-33). Nel provare la gioia, la serenità e la tranquillità interiore che si sente quando si è perdonati, possiamo con l’aiuto di Dio disporci alla possibilità di perdonare.

[1] Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, I, Rizzoli – Bur saggi, Milano 2011, pp. 190-191.

[2] San Josemaría, Amici di Dio, n. 168.

[3] Ibid., n. 309.

12/09/2026

Vangelo e commento di oggi 12 settembre:

Vangelo (Lc 1, 39-47)

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce:

– Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto.

Allora Maria disse:

– L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore.

Commento

Maria parte in fretta. L’amore è diligente, vince la pigrizia, i timori e la fatica. Affronta una lunga strada fino alle montagne della Giudea: più di 100 km. Sicuramente sarà passata da Gerusalemme, perché Ain Karim è a poca distanza dalla città di Davide, e si sarà recata ad adorare Dio nel suo Tempio, portando in seno Gesù. Cammina felice, perché porta il Salvatore del mondo e va a condividere le meraviglie di Dio con Elisabetta, che ama tanto. Nell’Annunciazione l’angelo non ha detto a Maria di andare a vedere Elisabetta; è lei che prende l’iniziativa. Com’è importante che tu e io prendiamo iniziative sante, che diano gloria a Dio e aiutino gli altri! Tu e io siamo portatori di Cristo e dobbiamo mostrarlo al mondo con iniziative che assecondino l’azione dello Spirito Santo per diffondere l’amore di Dio attorno a noi.

Entrando nella casa Maria saluta: ‘la pace di Dio sia con te’, e la sua voce verginale riempie la stanza. La casa di Elisabetta si illumina di una gioia nuova. Due madri si abbracciano. Ognuna di esse porta nel suo seno il frutto dell’amore misericordioso di Dio. E osserva bene: il Signore rimane in silenzio, ma il suo silenzio è pieno di Grazia. Fa prorompere nella lode Elisabetta, che chiama Maria col suo nuovo nome: Madre del Signore, mentre il figlio che Elisabetta aspetta sussulta di gioia. Dio vuole mostrarsi al mondo mediante l’affetto, mediante l’amicizia.

San Luca non ci dice che san Giuseppe era presente, ma possiamo pensare che in quel lungo viaggio abbia accompagnato la sua sposa Immacolata. Anch’egli rimane in silenzio, meravigliato dalle parole di Elisabetta, vedendo che lo Spirito Santo le aveva fatto conoscere il mistero della pienezza dei tempi: che il Figlio unigenito di Dio si era incarnato nel seno purissimo di Maria. San Giuseppe ricordava spesso quel momento e lo contemplava ancora una volta, come se fosse presente e ascoltasse nuovamente il saluto gioioso della Vergine e le parole di Elisabetta.

Miguel Ángel Torres-Dulce

11/09/2026

Vangelo e commento di oggi 11 settembre

Vangelo (Lc 6, 39-42)

Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:

– Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il maestro.

– Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.

Commento

Seguire Cristo – diceva san Josemaría –: questo è il segreto. Accompagnarlo così da vicino, da vivere con Lui, come i primi dodici; così da vicino, da poterci identificare con Lui[1].

Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il maestro. Il discepolo di Cristo aspira, come ideale che ingloba tutti gli aneliti della sua vita, a essere come il Maestro. Questo hanno vissuto e insegnato i santi e questa è anche la nostra esperienza quotidiana: quando nell’orazione lo Spirito Santo ci fa intravedere un aspetto della vita di Gesù o un suo modo di fare che possiamo imitare nella nostra lotta quotidiana, ci colmiamo di gioia e del desiderio di identificarci con Lui. Proprio per questo è tanto importante che il discepolo si lasci istruire dal maestro, per arrivare ad essere come Lui. Perciò è necessario che il cristiano si prenda cura della sua formazione, abbia un vero desiderio di conoscere profondamente la dottrina: la Parola del Signore e della sua Chiesa. Il tempo impiegato nella propria formazione è tempo che porta frutti di amore di Dio e del prossimo.

Conoscere gli insegnamenti di Cristo per contemplarli con gioia e per viverli. Gesù continua a istruirci su come trattare il prossimo: ogni cristiano è chiamato a essere guida e maestro, nella misura in cui si identifica con Cristo. Il primo passo lo facciamo assistiti dalla luce dello Spirito Santo: conoscerci, purificare il nostro sguardo, tenere pulita l’anima con la contrizione e con la grazia del Signore. L’umiltà che deriva dal vedere noi stessi con lo sguardo amorevole del Signore ci autorizza a percorrere la via dell’imitazione di Cristo. Solo sulla base della verità su se stessi è possibile correggere veramente.

Gesù detesta gli ipocriti, quelli che giudicano senza amore e senza comprensione, quelli che cercano di essere ben considerati dagli altri, senza preoccuparsi realmente di affrontare i propri difetti. Questa è la trave, enorme, nell’occhio dell’ipocrita. Dio ci liberi da questo tremendo rimprovero.

Antonio Martí

[1] San Josemaría, Amici di Dio, n. 299.

10/09/2026

Vangelo e commento di oggi 10 settembre
Vangelo (Lc 6, 27-38)

– A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro. E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.

– Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio.

Commento

È stato detto che il discorso delle Beatitudini è come un autoritratto di Gesù. E in modo particolare permette di conoscere il suo cuore – il cuore del Figlio che ha ricevuto tutto dal Padre – quando insegna quale dev’essere il modo di vivere di coloro che lo seguono.

Se vogliamo arrivare a essere figli dell’Altissimo, abbiamo il modello ben chiaro: la misericordia, il perdono, la mansuetudine e l’amore anche verso i nemici. In Gesù, specialmente nella sua Passione, questo atteggiamento risplende in modo sublime: la donazione silenziosa e orante della sua vita mostra con i fatti la sua dottrina. Anche ora, seduto alla destra del Padre, riversa una infinita misericordia a favore dei peccatori ed è sempre disposto a perdonare. È il Figlio dell’Altissimo.

Comunque, la meta è molto alta. Sembra un ideale irraggiungibile.

Gesù è la Via, così si definisce per noi. E la sua Parola non solo esorta, consola o trasmette un messaggio, ma soprattutto è Grazia. Questa eroica condotta richiesta ai discepoli non è impossibile. Deve essere accolta con fede, meditata nella fede, fatta propria con la convinzione che tutte le cose sono possibili per colui che crede. Allora saremo capaci di seguirlo, di imitarlo, di considerarlo un riferimento diretto per la nostra condotta quotidiana, quando coltiviamo una relazione con il prossimo, nella vita familiare, nel lavoro, nella vita pubblica. E trasformeremo veramente questo mondo, così pieno di indifferenza e di scontri.

Antonio Martí

09/09/2026

Vangelo e commento di oggi 9 settembre

Vangelo (Lc 6, 20-26)

In quel tempo Gesù, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, dice:

Beati voi, poveri, perché vostro è il Regno di Dio.

Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati.

Beati voi, che ora piangete, perché riderete.

Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’Uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.

Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione.

Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame.

Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete.

Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti.

Commento

Il noto passo delle beatitudini che ci narra san Luca comincia dicendoci che Gesù “alzati gli occhi verso i suoi discepoli, dice”. Il Signore, che ci guarda e ci parla e ci mostra che esiste una felicità superiore a quella alla quale forse avevamo pensato, ci insegna che siamo chiamati a una felicità assai più alta e profonda e grande; una felicità che non potrà essere minacciata dal dolore, dalla contrarietà e dalla sofferenza.

Non c’è dubbio che queste parole del Signore possono essere sconcertanti, ma, a loro volta, gettano una gran luce su ciò che significa essere discepolo di Cristo. Il Papa Francesco ci dice che le beatitudini sono “la carta d’identità del cristiano”[1].

Sono la via per seguire Cristo, per identificarci con Lui attraverso l’amore. Nella nostra sequela del Signore in mezzo al mondo, in mezzo al lavoro ordinario, vivremo questo incontro con il Signore nella povertà e nella fame, nel pianto e nella persecuzione.

La povertà e la fame di non disporre di mezzi materiali né di lavoro; il dolore e il pianto davanti a vicende che spezzano il cuore; o l’incomprensione o anche la persecuzione perché seguiamo il Signore. Sono realtà che sono presenti nella vita corrente di tutti i cristiani.

Dovendole vivere ci può essere utile ricordare, come fa il Signore in questo vangelo, che l’ultima parola è sempre quella divina, non quella umana. I poveri e gli affamati saranno saziati; quelli che piangono saranno consolati, quelli che sono perseguitati avranno una grande ricompensa in cielo.

Sebastián Puyal

[1] Papa Francesco, Messa mattutina nella Ca****la della Domus Sanctae Marthae, 9-VI-2014.

08/09/2026

Vangelo e commento di oggi 8 settembre:

Vangelo (Mt 1, 1-23) ➡

Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram, Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmon, Salmon generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, Iesse generò il re Davide.

Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Uria, Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abia, Abia generò Asaf, Asaf generò Giòsafat, Giòsafat generò Ioram, Ioram generò Ozia, Ozia generò Ioatàm, Ioatàm generò Acaz, Acaz generò Ezechia, Ezechia generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosia, Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia.

Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatièl, Salatièl generò Zorobabele, Zorobabele generò Abiùd, Abiùd generò Eliachìm, Eliachìm generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, Eliùd generò Eleazar, Eleazar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.

In tal modo, tutte le generazioni da Abramo a Davide sono quattordici, da Davide fino alla deportazione in Babilonia quattordici, dalla deportazione in Babilonia a Cristo quattordici.

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati".

Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:

Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio:

a lui sarà dato il nome di Emmanuele,

che significa Dio con noi.

Commento ➡

Molti secoli erano passati da quando Dio, nei primi tempi del Paradiso, aveva promesso ai nostri progenitori l’arrivo del Messia. Centinaia di anni, durante i quali la speranza del popolo di Israele, depositario della promessa divina, era concentrata su una vergine della stirpe di Davide, che concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele ( Is 7, 14), che significa Dio con noi. Generazione dopo generazione, i pii israeliti aspettavano la nascita della Madre del Messia, colei che deve partorire , come spiegava Michea tenendo conto della profezia di Isaia (cfr. Mic 5, 2).

Al ritorno dall’esilio di Babilonia, l’aspettativa messianica si era fatta più intensa in Israele. Un’ondata emotiva attraversava quelle terre negli anni immediatamente precedenti all’era cristiana. Molte antiche profezie sembravano puntare verso questa direzione: uomini e donne aspettavano con ansia l’arrivo del Desiderato dalle nazioni. A uno di essi, l’anziano Simeone, lo Spirito Santo aveva rivelato che non sarebbe morto prima che i suoi occhi avessero veduto la realizzazione della promessa (cfr. Lc 2, 26). Anna, una vedova avanti negli anni, supplicava con digiuni e preghiere la redenzione di Israele. Entrambi godettero dell’immenso privilegio di vedere e di prendere fra le braccia Gesù bambino (cfr. Lc 2, 25-38).

Anche nel mondo pagano – come affermano alcuni racconti dell’antica Roma – non mancavano i segnali che qualcosa di molto grande stava per accadere. La stessa pax romana , la pace universale proclamata dall’imperatore Ottaviano Augusto pochi anni prima della nascita di Nostro Signore, era un presagio che l’autentico Principe della pace stava per ve**re sulla terra. I tempi erano maturi per ricevere il Salvatore.

Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli ( Gal 4, 4-5). Dio mette ogni cura nello scegliere colei che è sua Figlia, Sposa e Madre. E la Vergine Santa, la nobilissima Madonna, la creatura più amata da Dio, concepita senza peccato originale, venne sulla nostra terra. Nacque circondata da un profondo silenzio. Si dice in autunno, quando i campi riposano. Nessuno dei suoi contemporanei si rese conto di quello che stava accadendo. Solo gli angeli del cielo fecero festa.

Delle due genealogie di Cristo che compaiono nei vangeli, quella che riporta san Luca è molto probabilmente la genealogia di Maria. Sappiamo che era di stirpe illustre, discendente di Davide, come aveva indicato il profeta parlando del Messia – un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici ( Is 11, 1) – e come conferma san Paolo quando scrive ai Romani intorno a Gesù, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne ( Rm 1, 3).

Uno scritto apocrifo del II secolo, conosciuto con il nome di Protovangelo di san Giacomo , ci ha trasmesso i nomi dei suoi genitori – Gioacchino e Anna -, che la Chiesa ha iscritto nel calendario liturgico. Diverse tradizioni collocano il luogo della nascita di Maria in Galilea o, con maggiore probabilità, nella città santa di Gerusalemme, dove sono state trovate le rovine di una basilica bizantina del V secolo, edificata sulla cosiddetta casa di Sant’Anna , molto vicina alla piscina probatica. A ragion veduta, la liturgia mette sulle labbra di Maria una frase dell’Antico Testamento: mi sono stabilita in Sion. Nella città amata mi ha fatto abitare; in Gerusalemme è il mio potere ( Sir 24, 15).

Sino alla nascita di Maria la terra era rimasta al buio, avvolta nelle tenebre del peccato. Con la sua nascita è sorta nel mondo l’aurora della salvezza, come un presagio dell’avvicinarsi del giorno. Lo riconosce la Chiesa nella festa della Natività della Beata Vergine Maria: Con la tua nascita, Vergine Madre di Dio, hai annunciato la gioia a tutti: da te è nato il Sole di giustizia, Cristo nostro Dio (Ufficio delle Lodi).

Ma il mondo, allora, non lo seppe. La terra dormiva.

J. A. Loarte

07/09/2026

Vangelo e commento di oggi 7 settembre

Vangelo (Lc 6, 6-11)

Un sabato Gesù entrò nella sinagoga e si mise a insegnare. C’era là un uomo che aveva la mano destra paralizzata. Gli scribi e i farisei lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato, per trovare di che accusarlo. Ma Gesù conosceva i loro pensieri e disse all’uomo che aveva la mano paralizzata:

– Alzati e mettiti qui in mezzo.

Si alzò e si mise in mezzo. Poi Gesù disse loro:

– Domando a voi: in giorno di sabato, è lecito fare del bene o fare del male, salvare una vita o sopprimerla?

E guardandoli tutti intorno, disse all’uomo:

– Tendi la tua mano!

Egli lo fece e la sua mano fu guarita. Ma essi, fuori di sé dalla collera, si misero a discutere tra loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù.

Commento

Questo passo del Vangelo ci mostra, ancora una volta, il contrasto fra il cuore degli uomini e quello di Gesù. Gli scribi e i farisei stanno lì e “osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato, per trovare di che accusarlo”. Sono davanti a Dio fatto uomo, sul punto di assistere a una manifestazione della divinità di Gesù, eppure cercano e osservano per poter avere qualcosa di che accusarlo.

Certe volte l’azione di Dio durante la nostra vita può essere simile al passo che stiamo considerando. Abbiamo una idea, uno schema di come dev’essere il nostro incontro con Dio, di come dovrebbe scorrere la nostra vita e, in alcune circostanze, la vita delle persone che amiamo. Ma il Signore non solo non si adegua ai nostri preconcetti, ai nostri progetti, ma assai spesso li frantuma, li fa saltare. In situazioni come queste può nascere il disorientamento se perdiamo di vista che Dio è un Dio vivo, che supera infinitamente i nostri progetti.

Dobbiamo chiedere al Signore di essere tanto umili da lasciarlo agire nel corso della nostra vita come Egli vuole; da lasciare che frantumi le nostre previsioni e i nostri schemi. In questi momenti ci può essere utile domandarci: che cosa Dio vuole da me con questo? Che cosa cerca il Signore in me in queste circostanze o in queste vicende nelle quali non so come comportarmi o come ricondurle a Dio?

Non deve sorprenderci quando non comprendiamo Dio, non capiamo perché guida la nostra vita in un determinato modo, perché permette che certe cose succedano a me e alle persone che amo. La Madonna non sempre comprese il modo di agire di Gesù, però meditava queste cose nel suo cuore. Chiediamole di insegnarci a imitarla nel desiderio di uniformarci alla volontà di Dio per tutto ciò che avvenga nella nostra vita.

Sebastián Puyal

Indirizzo

Chiesa Di San Giacomo Maggiore Diano Calderina
Diano Marina
18013

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