Pastorale Familiare Cosenza Bisignano

Pastorale Familiare Cosenza Bisignano "La famiglia è l'ambito privilegiato dove ogni persona impara a dare e ricevere amore" Benedetto XVI

Il Centro di Pastorale Familiare della Diocesi di Cosenza Bisignano è aperto il martedì e venerdì 9.30-12.00.

08/06/2026

𝗠𝗮𝗴𝗻𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮 𝗛𝘂𝗺𝗮𝗻𝗶𝘁𝗮𝘀: 𝗹’𝗶𝗻𝘁𝗲𝗹𝗹𝗶𝗴𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗮𝗿𝘁𝗶𝗳𝗶𝗰𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗲 𝗹𝗮 𝗳𝗲𝗿𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝘂𝗺𝗮𝗻𝗼

La prima enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, non è soltanto un documento sulla tecnologia. Naturalmente parla di IA, potere digitale, lavoro, verità, libertà, democrazia, guerra, dipendenze e comunicazione. Ma il suo nucleo più profondo mi sembra un altro: è una meditazione sull’uomo nel tempo in cui l’uomo rischia di perdere sé stesso.

L’immagine iniziale è molto forte. Leone XIV pone l’umanità davanti a una scelta: “innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme”. Non è una contrapposizione ingenua tra passato e futuro, né tra fede e progresso. È una distinzione più sottile: da una parte la tecnica quando diventa potenza senza limite, progetto di autosufficienza, volontà di dominio; dall’altra la costruzione paziente di una città umana, fondata sulla relazione, sulla responsabilità condivisa, sulla cura dei legami. Il Papa parla del rischio di “smarrire il proprio volto”. È forse questa, più di ogni altra, la frase che apre la lettura psicologica del testo.

Da psicologo del profondo, leggo questa enciclica come un grande richiamo alla custodia dell’umano. Non alla difesa nostalgica di un mondo che non c’è più, ma alla custodia di ciò che rende l’uomo veramente uomo: il corpo, il limite, la parola, il desiderio, la responsabilità, l’incontro con l’altro. La tecnica, in sé, non è il nemico. Leone XIV lo dice con grande equilibrio: “in astratto, essa non è di per sé una soluzione ai problemi dell’umanità, come non è di per sé un male; ma, concretamente, non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa”. La questione non è allora se dire sì o no alla tecnologia. La questione è quale immagine dell’uomo stia crescendo dentro il nostro uso della tecnologia.

Qui la Psicologia del Profondo ha molto da dire. Perché l’uomo non si ammala soltanto quando è fragile. Si ammala anche quando non riconosce più la propria fragilità. Si ammala quando scambia la potenza per libertà, l’efficienza per maturità, la prestazione per valore, il controllo per salvezza. In questo senso, l’intelligenza artificiale non è pericolosa perché “pensa” troppo; diventa pericolosa quando suggerisce all’uomo di concepirsi come una macchina. Quando, cioè, la vita psichica viene ridotta a funzionamento, quando l’errore diventa solo un’anomalia, quando il limite viene trattato solo come difetto, quando la relazione viene confusa con una risposta efficiente ed efficace, allora non siamo più davanti a un semplice avanzamento tecnico. Siamo davanti a una trasformazione antropologica.

Uno dei passaggi più importanti dell’enciclica è quello in cui il Papa distingue l’intelligenza artificiale dall’intelligenza umana. Le cosiddette intelligenze artificiali, scrive, “non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità”. È una frase decisiva, perché rimette al centro ciò che la cultura tecnocratica tende continuamente a dimenticare: l’intelligenza umana non è soltanto calcolo. È esperienza incarnata: memoria, tempo vissuto, capacità di essere attraversati e trasformati da ciò che accade.

Una macchina può elaborare una risposta, anche molto sofisticata. Può simulare empatia, produrre parole ben ordinate, intercettare bisogni, imitare il linguaggio della cura. Ma non ha un corpo che trema, non ha una storia che ritorna, non ha un’infanzia che continua a parlare nell’adulto, non conosce colpa, vergogna, gratitudine, perdita, perdono, amore, passione. Non attraversa l’esperienza, la processa. E questa differenza, dal punto di vista psicologico, è enorme.

Per la Psicologia del Profondo, infatti, l’uomo non è mai solo ciò che dice di essere, né solo ciò che sa di sé. È attraversato da un “resto”, da un’eccedenza, da una parte non pienamente trasparente alla sua stessa coscienza. Sigmund Freud la esprime in modo radicale – “L’Io non è padrone in casa propria” – e la chiama inconscio, ma possiamo anche descriverla come quella zona della vita psichica in cui la persona non coincide mai del tutto con le proprie funzioni, con le proprie intenzioni, con le proprie prestazioni. L’umano è sempre più ampio del calcolo che prova a descriverlo. È sempre più ampio del dato, del profilo, della diagnosi, dell’algoritmo. Ogni volta che una cultura dimentica questo “resto”, comincia a produrre forme eleganti di disumanizzazione.

È qui che l’enciclica incontra una questione clinica molto attuale: la simulazione della relazione. Leone XIV osserva che l’imitazione artificiale della cura può diventare pericolosa soprattutto quando si inserisce in un contesto già povero di relazioni reali. In quel caso, scrive, “il rischio non è tanto che una persona creda di parlare con un’altra persona, ma che perda il desiderio stesso di cercare davvero l’altro”.
Il pericolo più profondo non è soltanto che l’uomo venga ingannato dalla macchina, ma che trovi nella macchina una via per evitare l’incontro con l’Altro. L’altro reale è sempre, in qualche misura, scomodo. Non risponde a comando, non dà sempre conferme, non si lascia programmare, può deludere, può ferire, può dire no, può sottrarsi. Ma proprio per questo educa il desiderio. Jacques Lacan, in questo senso, ha mostrato che il desiderio non nasce mai in una solitudine autosufficiente: “il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro”. L’incontro con l’Altro sottrae il desiderio alla pura soddisfazione immediata e lo costringe ad attraversare l’attesa, la frustrazione, la differenza, persino la negazione. Senza questa prova, il desiderio si impoverisce e scivola verso una forma più comoda ma sterile: il bisogno e quindi il consumo di risposte.

In questa prospettiva, l’intelligenza artificiale può diventare uno specchio narcisistico molto evoluto. Non perché lo sia necessariamente, ma perché può essere usata così: come un altro senza alterità, un interlocutore senza enigma, una presenza senza corpo, una voce senza desiderio proprio. Ma un altro che non porta con sé il rischio dell’alterità non è davvero un altro. È appunto uno specchio. Può orientare, aiutare in molti passaggi pratici, ma non può sostituire ciò che accade quando una persona incontra un’altra persona nella sua irriducibile libertà.

Questo vale particolarmente per la cura psicologica. Ogni bravo clinico sa, o dovrebbe sapere, che la cura non è una semplice produzione di risposte corrette. Non è solo interpretazione, non è solo tecnica, non è solo applicazione di un protocollo. È un campo vivo in cui due soggettività si incontrano, una delle quali si assume la responsabilità professionale di accogliere, contenere e dare forma a ciò che l’altra porta. In una seduta non conta soltanto ciò che viene detto, ma come viene detto, quando viene detto, dentro quale silenzio nasce, quale emozione lo accompagna, quale storia si svela in quella parola. La cura non è una sequenza di soluzioni, ma è un’esperienza trasformativa che richiede presenza, tempo, limite, responsabilità.
Un altro asse fondamentale della Magnifica Humanitas è proprio il limite. La cultura contemporanea tende a interpretarlo come un difetto da correggere. Il corpo che invecchia, la malattia, la sofferenza, la dipendenza, la vulnerabilità, l’errore, il fallimento, persino la morte: tutto viene sempre più spesso inscritto dentro l’immaginario del superamento, dell’ottimizzazione, del potenziamento. È il sogno di un uomo liberato dalla fragilità e, dunque, apparentemente più libero. Ma è proprio qui che l’enciclica mostra la sua profondità antropologica: “la vera realizzazione non nasce dalla rimozione delle fragilità, ma da una crescita armoniosa”.

La Psicologia del Profondo afferma qualcosa di molto simile: l’uomo non diventa sé stesso eliminando ogni mancanza, ma imparando a darle forma e senso. Il bambino cresce proprio perché incontra il limite, non perché viene autorizzato in un’onnipotenza senza ostacoli. L’adulto matura quando smette di confondere la libertà con la possibilità di fare tutto. Il desiderio nasce proprio perché qualcosa manca, perché l’altro non è possedibile, perché il mondo non coincide con la nostra volontà. Una vita senza limite non sarebbe una vita realmente piena; sarebbe una vita senza desiderio, senza creatività, senza profondità.

Questo naturalmente non significa idealizzare la sofferenza. Sarebbe un grave errore clinico e umano. La sofferenza può distruggere, isolare, umiliare, spezzare. Ma quando trova uno spazio in cui può essere pensata, quando non resta muta, quando viene raccolta dentro una relazione capace di contenerla, può diventare anche trasformazione. In analisi, spesso, il sintomo non viene trattato semplicemente come un guasto da eliminare, ma come una parola che non ha ancora trovato la propria forma. È qualcosa che disturba, certo, ma che al tempo stesso parla. Incrina una normalità di facciata. Rende visibile ciò che era stato escluso dal discorso cosciente.
Per questo è molto significativa un’altra frase dell’enciclica: “Per un algoritmo, l’errore è qualcosa da correggere; per una persona, può essere l’inizio di un cambiamento profondo”. Qui la differenza tra macchina e uomo viene colta con precisione. La macchina corregge l’errore per ristabilire il funzionamento. L’uomo, invece, può incontrare una verità nell’errore. Può scoprire, proprio attraverso il fallimento, che stava vivendo secondo una forma non più vera. Donald Winnicott ha descritto il “falso Sé” come quella forma di adattamento in cui la persona sopravvive rispondendo alle attese dell’ambiente, ma perde contatto con la propria spontaneità più profonda. In questo senso, il rischio di questa cultura tecnocratica è di produrre persone più adattate e meno vive.

È questo che la tecnica, quando diventa paradigma assoluto, non riesce a comprendere. Ci sono momenti della vita in cui non abbiamo bisogno di funzionare meglio. Abbiamo bisogno di capire perché stavamo funzionando contro noi stessi. Ci sono sintomi, infatti, che non chiedono di essere zittiti, ma ascoltati; fragilità che non vanno romanticizzate, ma neppure cancellate come semplici imperfezioni del sistema. Wilfred Bion ci ha insegnato che la cura comincia quando ciò che era solo sofferenza può diventare pensiero. L’umano è anche questo: la possibilità che ciò che si presenta come un inciampo diventi una soglia.

Da qui si comprende anche la critica dell’enciclica alle narrazioni transumaniste e postumaniste. Il punto non è opporsi alla ricerca scientifica o al progresso biomedico. Il punto è chiedersi quale immagine dell’uomo venga alimentata dal sogno di un potenziamento illimitato. Se il futuro viene immaginato come liberazione definitiva dal limite, dal corpo, dalla vecchiaia, dalla dipendenza, allora non siamo più solo davanti a un progetto tecnico. Siamo davanti a una fantasia antropologica: il sogno di un uomo senza mancanza, senza opacità, senza debito verso l’altro. Un uomo senza inconscio.

Ma un uomo senza mancanza sarebbe ancora capace di desiderare? Un uomo senza fragilità sarebbe ancora capace di legame? Un uomo senza corpo sarebbe ancora capace di amore? La fede cristiana, su questo punto, introduce un rovesciamento radicale: Dio non salva l’uomo abolendo la carne, ma entrando nella carne. Il Verbo non si fa algoritmo. Non si fa pura potenza, non si fa intelligenza disincarnata. Si fa carne. E la carne significa tempo, limite, ferita, relazione, dolore, amore. Nella conclusione, l’enciclica richiama “la carne del Figlio, povera e vulnerabile” e la collega alla carne di chi è spogliato della dignità e ridotto al silenzio.

Questa prospettiva ha una forza psicologica enorme. Perché ci ricorda che la vulnerabilità non è un residuo da eliminare, ma una delle condizioni attraverso cui l’uomo può restare aperto all’altro. Il corpo non è soltanto ciò che ci limita: è ciò che ci rende incontrabili. È attraverso il corpo che siamo esposti, toccati, graffiati, feriti, riconosciuti. È attraverso il corpo che l’altro smette di essere un’idea e diventa una presenza. Ogni progetto di disincarnazione dell’umano rischia perciò di produrre non un uomo più grande, ma un uomo più povero: più potente, forse, ma meno capace di abitare la propria vita.

L’enciclica non si ferma però al piano individuale. È anche un testo politico, nel senso più alto del termine, perché mostra che la disumanizzazione non riguarda soltanto la vita interiore del singolo, ma anche le istituzioni, il lavoro, la comunicazione, la democrazia, la pace. Quando i processi decisionali vengono affidati a sistemi opachi, quando la selezione, l’accesso, la visibilità, l’inclusione o l’esclusione delle persone vengono filtrati da algoritmi inaccessibili, il rischio non è soltanto tecnico, ma è morale e politico. Il Papa lo formula con grande chiarezza: affidare a un algoritmo il potere di decidere “chi merita e chi no” significa permettere che lo scarto dei deboli venga “ammantato di neutralità e oggettività”.

Questa è una delle forme più insidiose del potere contemporaneo: non presentarsi più come potere, bensì nascondersi dietro la procedura, il sistema, il dato, la valutazione automatizzata. Ma ogni sistema è pensato da qualcuno, finanziato da qualcuno, orientato da qualcuno. E ogni algoritmo contiene una visione del mondo, anche quando si presenta come neutrale. La neutralità, in certi casi, può diventare il modo più elegante per non assumersi la responsabilità dell’esclusione.

Lo stesso vale per la verità. In un tempo in cui la comunicazione digitale plasma l’immaginario collettivo e orienta desideri, paure, appartenenze, la verità non può essere ridotta a una questione tecnica. Leone XIV scrive che “la verità è un bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità”. Anche questa frase ha una risonanza psicologica profonda. Perché la verità non è solo correttezza dell’informazione, ma è rapporto con il reale, capacità di tollerare ciò che non coincide con il nostro bisogno di conferma, disponibilità a lasciarsi interrogare da ciò che resiste alla nostra narrazione.

Nella persona, quando il rapporto con la verità si spezza, il sintomo tende a prendere il posto della parola. Ciò che non può essere pensato ritorna come ripetizione, angoscia, agito, scissione, proiezione. Qualcosa di simile può accadere anche nel legame sociale. Quando una società smette di avere un rapporto serio con la verità dei fatti, non diventa più libera; diventa più manipolabile. Quando tutto è opinione, reazione, visibilità, emozione immediata, il pensiero si impoverisce e il legame sociale si indebolisce. Per questo la verità è anche un bene clinico, oltre che politico: senza verità non c’è soggettivazione, non c’è responsabilità, non c’è libertà.

In questo quadro, la civiltà dell’amore di cui parla l’enciclica non va intesa come una formula sentimentale. Sarebbe riduttivo. L’amore, qui, non è emozione privata né consolazione retorica; è una forma esigente del legame. Significa riconoscere che l’altro non è un mezzo, non è un dato, non è un profilo, non è un consumatore, non è una funzione del mio bisogno. L’altro è un volto, e il volto dell’altro interrompe sempre la nostra onnipotenza. Ci costringe a uscire dalla chiusura narcisistica, a rispondere, a fare spazio, a limitare il nostro godimento perché possa esistere una convivenza.

Forse è proprio questo il punto più profondo di Magnifica Humanitas. Il testo non difende l’uomo perché lo considera perfetto, autosufficiente o moralmente superiore alla macchina. Lo difende perché lo riconosce fragile, corporeo, desiderante, capace di parola e di errore, esposto alla ferita ma anche alla trasformazione. L’uomo è grande non perché può tutto, ma perché può rispondere. Non perché è senza limite, ma perché può dare senso al proprio limite. Non perché è senza mancanza, ma perché proprio nella mancanza può aprirsi all’altro, alla cura, alla responsabilità, a Dio.
Per questo l’enciclica di Leone XIV non va letta come un rifiuto del progresso. Va letta come una domanda rivolta al progresso: ciò che stiamo costruendo rende davvero la vita più umana? Aumenta la dignità delle persone o le rende più controllabili? Allarga la libertà o produce nuove dipendenze? Genera legami o produce solitudini più sofisticate?

Il rischio del nostro tempo non è che le macchine diventino umane. È che l’uomo, sedotto dalla propria potenza, smetta di desiderare umanamente, e cerchi nell’intelligenza artificiale la guarigione dalla sua ferita più preziosa: la mancanza. Perché è proprio lì, nella mancanza, che l’uomo resta aperto alla parola, all’altro, alla cura, alla speranza e, per chi crede, a Dio.

Dott. Marco Piccolo

31/05/2026

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06/05/2026
26/08/2025

𝐒𝐔𝐍𝐁𝐔𝐑𝐍 𝐂𝐇𝐀𝐋𝐋𝐄𝐍𝐆𝐄: 𝐜𝐨𝐫𝐩𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐠𝐫𝐢𝐝𝐚𝐧𝐨 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐨𝐥𝐞
𝐿𝑎 𝑛𝑢𝑜𝑣𝑎 𝑚𝑜𝑑𝑎 𝑝𝑒𝑟𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜𝑠𝑎 𝑑𝑒𝑖 𝑟𝑎𝑔𝑎𝑧𝑧𝑖 𝑣𝑖𝑠𝑡𝑎 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑠𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑝𝑟𝑜𝑓𝑜𝑛𝑑𝑜

𝖫𝖺 𝘚𝘶𝘯𝘣𝘶𝘳𝘯 𝘊𝘩𝘢𝘭𝘭𝘦𝘯𝘨𝘦 𝖾̀ 𝗅𝖺 𝗆𝗈𝖽𝖺 𝖽𝖾𝗅 𝗆𝗈𝗆𝖾𝗇𝗍𝗈 𝖿𝗋𝖺 𝗂 𝗋𝖺𝗀𝖺𝗓𝗓𝗂: 𝗋𝖾𝗌𝗍𝖺𝗋𝖾 𝗌𝗈𝗍𝗍𝗈 𝗂𝗅 𝗌𝗈𝗅𝖾 𝖿𝗂𝗇𝗈 𝖺 𝗉𝗋𝗈𝖼𝗎𝗋𝖺𝗋𝗌𝗂 𝗎𝗇𝖺 𝖻𝗋𝗎𝖼𝗂𝖺𝗍𝗎𝗋𝖺 𝖾𝗏𝗂𝖽𝖾𝗇𝗍𝖾, 𝗉𝖾𝗋 𝗉𝗈𝗂 𝗆𝗈𝗌𝗍𝗋𝖺𝗋𝗅𝖺 𝗌𝗎𝗂 𝗌𝗈𝖼𝗂𝖺𝗅.

𝖫𝖺 𝗆𝗂𝖺 𝖺𝗆𝗂𝖼𝖺 Lucia Daniela Bosa, 𝖼𝗈𝗇 𝗅𝖺 𝗌𝗎𝖺 𝖾𝗌𝗉𝖾𝗋𝗂𝖾𝗇𝗓𝖺 𝖺𝗅 𝖲𝖾𝗋𝗏𝗂𝗓𝗂𝗈 𝗉𝖾𝗋 𝗅𝖾 𝖣𝗂𝗉𝖾𝗇𝖽𝖾𝗇𝗓𝖾 (𝖲𝖾𝗋𝖽) 𝖾 𝖠𝗅𝖼𝗈𝗅𝗈𝗀𝗂𝖺, 𝗅𝗈 𝗁𝖺 𝖺𝖼𝗎𝗍𝖺𝗆𝖾𝗇𝗍𝖾 𝖽𝖾𝖿𝗂𝗇𝗂𝗍𝗈 𝘶𝘯 “𝘶𝘵𝘪𝘭𝘪𝘻𝘻𝘰 𝘥𝘪𝘴𝘴𝘢𝘤𝘳𝘢𝘯𝘵𝘦 𝘥𝘦𝘭 𝘤𝘰𝘳𝘱𝘰”: 𝗎𝗇 𝖺𝗍𝗍𝗈 𝖼𝗁𝖾 𝗎𝗇𝗂𝗌𝖼𝖾 𝗅’𝗮𝘂𝘁𝗼𝗹𝗲𝘀𝗶𝗼𝗻𝗶𝘀𝗺𝗼 𝖺𝗅𝗅𝖺 𝗿𝗶𝗰𝗲𝗿𝗰𝗮 𝗱𝗶 𝘃𝗶𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀, 𝖼𝗈𝗇 𝗎𝗇𝖺 𝖼𝗈𝗆𝗉𝗈𝗇𝖾𝗇𝗍𝖾 𝖽𝗂 𝖽𝗂𝗉𝖾𝗇𝖽𝖾𝗇𝗓𝖺, 𝖾 𝗊𝗎𝗂𝗇𝖽𝗂 𝖽𝗂 𝖼𝗋𝖺𝗏𝗂𝗇𝗀, 𝗇𝖾𝗅 𝖼𝖾𝗋𝖼𝖺𝗋𝖾 𝗀𝖾𝗌𝗍𝗂 𝖼𝗁𝖾 𝖿𝖺𝖼𝖼𝗂𝖺𝗇𝗈 𝗌𝖾𝗇𝗍𝗂𝗋𝖾 𝗌𝖾𝗆𝗉𝗋𝖾 𝗉𝗂𝗎̀ 𝗏𝗂𝗏𝗂 𝖾 𝗋𝗂𝖼𝗈𝗇𝗈𝗌𝖼𝗂𝖻𝗂𝗅𝗂.

𝖨𝗇 𝖼𝗁𝗂𝖺𝗏𝖾 𝗉𝗌𝗂𝖼𝗈𝖺𝗇𝖺𝗅𝗂𝗍𝗂𝖼𝖺, 𝗊𝗎𝖾𝗌𝗍𝗈 𝗀𝖾𝗌𝗍𝗈 𝗉𝖺𝗋𝗅𝖺 𝖽𝗂 𝗎𝗇 𝘃𝘂𝗼𝘁𝗼. 𝙈𝙖𝙨𝙨𝙞𝙢𝙤 𝙍𝙚𝙘𝙖𝙡𝙘𝙖𝙩𝙞, 𝗇𝖾𝗅𝗅𝖺 𝗌𝗎𝖺 “𝖢𝗅𝗂𝗇𝗂𝖼𝖺 𝖽𝖾𝗅 𝗏𝗎𝗈𝗍𝗈”, 𝗁𝖺 𝗉𝖺𝗋𝗅𝖺𝗍𝗈 𝖺𝗉𝗉𝗎𝗇𝗍𝗈 𝖽𝗂 𝖼𝗈𝗆𝖾 𝘢𝘭𝘤𝘶𝘯𝘪 𝘤𝘰𝘮𝘱𝘰𝘳𝘵𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘯𝘢𝘴𝘤𝘢𝘯𝘰 𝘥𝘢 𝘶𝘯’𝘢𝘯𝘦𝘴𝘵𝘦𝘴𝘪𝘢 𝘥𝘦𝘭 𝘥𝘦𝘴𝘪𝘥𝘦𝘳𝘪𝘰, 𝘥𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘳𝘪𝘤𝘦𝘳𝘤𝘢 𝘥𝘪 𝘶𝘯’𝘪𝘯𝘵𝘦𝘯𝘴𝘪𝘵𝘢̀ 𝘤𝘩𝘦 𝘳𝘪𝘦𝘮𝘱𝘪𝘢 𝘪𝘭 𝘷𝘶𝘰𝘵𝘰 𝘦 𝘭𝘢 𝘴𝘦𝘯𝘴𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘪 𝘯𝘰𝘯 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘤𝘪.
👉 𝖨𝗅 𝖽𝗈𝗅𝗈𝗋𝖾 𝖽𝖾𝗅𝗅𝖺 𝖻𝗋𝗎𝖼𝗂𝖺𝗍𝗎𝗋𝖺 𝗌𝗎𝗅𝗅𝖺 𝗉𝖾𝗅𝗅𝖾, 𝖺𝗅𝗅𝗈𝗋𝖺, 𝗉𝗎𝗈̀ 𝖽𝗂𝗏𝖾𝗇𝗍𝖺𝗋𝖾 𝗎𝗇 “𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝗻𝗶𝘁𝗼𝗿𝗲 𝘀𝗼𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝘁𝗶𝘃𝗼”: 𝗋𝗂𝖼𝗈𝗋𝖽𝖺 𝖼𝗁𝖾 𝖾𝗌𝗂𝗌𝗍𝗂𝖺𝗆𝗈 𝖾 𝖼𝗁𝖾 𝗍𝗎𝗍𝗍𝗂 𝗉𝗈𝗌𝗌𝗈𝗇𝗈 𝗏𝖾𝖽𝖾𝗋𝖼𝗂.

𝖢𝗈𝗆𝖾 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼𝗴𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗽𝗿𝗼𝗳𝗼𝗻𝗱𝗼, 𝗈𝗅𝗍𝗋𝖾 𝖺 𝗊𝗎𝖾𝗌𝗍𝗂 𝖽𝗎𝖾 𝖺𝗌𝗉𝖾𝗍𝗍𝗂, 𝗏𝗈𝗅𝖾𝗏𝗈 𝖾𝗏𝗂𝖽𝖾𝗇𝗓𝗂𝖺𝗋𝖾 𝖺𝗅𝗆𝖾𝗇𝗈 𝖺𝗅𝗍𝗋𝗂 𝗍𝗋𝖾 𝖾𝗅𝖾𝗆𝖾𝗇𝗍𝗂 𝖼𝗁𝖾 𝗌𝗉𝖾𝗌𝗌𝗈 𝗌𝗂 𝗂𝗇𝗍𝗋𝖾𝖼𝖼𝗂𝖺𝗇𝗈.

1. 𝙄𝙡 𝙘𝙤𝙧𝙥𝙤 𝙘𝙤𝙢𝙚 𝙢𝙚𝙨𝙨𝙖𝙜𝙜𝙞𝙤 𝙙𝙞𝙧𝙚𝙩𝙩𝙤 𝙖 𝙪𝙣 𝙗𝙚𝙧𝙨𝙖𝙜𝙡𝙞𝙤 𝙞𝙣𝙘𝙤𝙣𝙨𝙘𝙞𝙤: 𝖽𝗂𝖾𝗍𝗋𝗈 𝗂𝗅 𝗉𝗋𝗈𝖼𝗎𝗋𝖺𝗋𝗌𝗂 𝗎𝗇 𝖲𝗎𝗇𝖻𝗎𝗋𝗇 𝗉𝗈𝗍𝗋𝖾𝖻𝖻𝖾 𝗇𝖺𝗌𝖼𝗈𝗇𝖽𝖾𝗋𝗌𝗂 𝗅𝖺 𝖽𝗂𝖿𝖿𝗂𝖼𝗈𝗅𝗍𝖺̀ 𝖺 𝗉𝖾𝗋𝖼𝖾𝗉𝗂𝗋𝖾 𝗂𝗅 𝖼𝗈𝗋𝗉𝗈 𝖼𝗈𝗆𝖾 𝗉𝖺𝗋𝗍𝖾 𝖽𝖾𝗅 𝗉𝗋𝗈𝗉𝗋𝗂𝗈 𝗌𝖾́, 𝗆𝖺 𝖼𝗈𝗆𝖾 𝗎𝗇 𝗈𝗀𝗀𝖾𝗍𝗍𝗈 𝗌𝖾𝗉𝖺𝗋𝖺𝗍𝗈 𝗌𝗎𝗅 𝗊𝗎𝖺𝗅𝖾 𝖾𝗌𝖾𝗋𝖼𝗂𝗍𝖺𝗋𝖾 𝗉𝗈𝗍𝖾𝗋𝖾. 𝖰𝗎𝖾𝗌𝗍𝗈 𝗉𝗎𝗈̀ 𝗋𝗂𝖿𝗅𝖾𝗍𝗍𝖾𝗋𝖾 𝘶𝘯𝘢 𝘧𝘳𝘢𝘮𝘮𝘦𝘯𝘵𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘰𝘷𝘶𝘵𝘢 𝘢 𝘶𝘯 𝘢𝘵𝘵𝘢𝘤𝘤𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘪𝘤𝘶𝘳𝘰 𝘤𝘰𝘯 𝘪 𝘨𝘦𝘯𝘪𝘵𝘰𝘳𝘪, 𝘧𝘪𝘯𝘰 𝘢 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘦𝘯𝘦𝘳𝘦 𝘶𝘯 𝘢𝘵𝘵𝘢𝘤𝘤𝘰 𝘪𝘯𝘤𝘰𝘯𝘴𝘤𝘪𝘰 𝘢 𝘤𝘩𝘪 𝘩𝘢 𝘥𝘢𝘵𝘰 𝘶𝘯 𝘤𝘰𝘳𝘱𝘰, 𝘮𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘭’𝘢𝘮𝘰𝘳𝘦.

2. 𝙇𝙖 𝙙𝙞𝙢𝙚𝙣𝙨𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙚𝙨𝙞𝙗𝙞𝙯𝙞𝙤𝙣𝙞𝙨𝙩𝙞𝙘𝙖 𝙚 𝙙𝙞 𝙥𝙧𝙤𝙩𝙚𝙨𝙩𝙖: 𝗅𝖺 𝖿𝖾𝗋𝗂𝗍𝖺 𝖽𝖾𝗏𝖾 𝖾𝗌𝗌𝖾𝗋𝖾 𝗏𝗂𝗌𝗂𝖻𝗂𝗅𝖾 𝖾 𝗎𝗋𝗅𝖺𝗋𝖾. 𝖤̀ 𝗎𝗇𝖺 𝗌𝖿𝗂𝖽𝖺 𝗇𝗈𝗇 𝗍𝖺𝗇𝗍𝗈 𝖺𝗅 𝖲𝗎𝗉𝖾𝗋-𝗂𝗈 𝗆𝗈𝗋𝖺𝗅𝖾 𝖽𝗂 𝖿𝗋𝖾𝗎𝖽𝗂𝖺𝗇𝖺 𝗆𝖾𝗆𝗈𝗋𝗂𝖺, 𝗆𝖺 𝖺 𝗊𝗎𝖾𝗅𝗅𝗈 𝖼𝗁𝖾 𝗉𝗈𝗍𝗋𝖾𝗆𝗆𝗈 𝖼𝗁𝗂𝖺𝗆𝖺𝗋𝖾 “𝘚𝘶𝘱𝘦𝘳-𝘪𝘰 𝘮𝘦𝘥𝘪𝘤𝘰”. 𝘋𝘰𝘱𝘰 𝘭𝘢 𝘱𝘢𝘯𝘥𝘦𝘮𝘪𝘢 𝘥𝘪 𝘊𝘰𝘷𝘪𝘥, 𝘪𝘭 𝘱𝘳𝘦𝘤𝘦𝘵𝘵𝘰 𝘥𝘰𝘮𝘪𝘯𝘢𝘯𝘵𝘦, 𝘪𝘯𝘧𝘢𝘵𝘵𝘪, 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘱𝘪𝘶̀ “𝘯𝘰𝘯 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘪𝘮𝘮𝘰𝘳𝘢𝘭𝘦” 𝘮𝘢 “𝘱𝘳𝘰𝘵𝘦𝘨𝘨𝘪 𝘭𝘢 𝘵𝘶𝘢 𝘴𝘢𝘭𝘶𝘵𝘦”.

3. 𝙇𝙚 𝙙𝙞𝙣𝙖𝙢𝙞𝙘𝙝𝙚 𝙛𝙚𝙢𝙢𝙞𝙣𝙞𝙡𝙞 𝙩𝙧𝙖𝙣𝙨𝙜𝙚𝙣𝙚𝙧𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙖𝙡𝙞: 𝗈𝗀𝗀𝗂 𝗆𝗈𝗅𝗍𝖾 𝗆𝖺𝖽𝗋𝗂 𝗆𝖺𝗇𝗍𝖾𝗇𝗀𝗈𝗇𝗈 𝗂𝗇 𝖾𝗍𝖺̀ 𝖺𝖽𝗎𝗅𝗍𝖺 𝖺𝗍𝗍𝖾𝗀𝗀𝗂𝖺𝗆𝖾𝗇𝗍𝗂 𝖾 𝖼𝗈𝗆𝗉𝗈𝗋𝗍𝖺𝗆𝖾𝗇𝗍𝗂 𝗍𝗂𝗉𝗂𝖼𝗂 𝖽𝖾𝗅𝗅’𝖺𝖽𝗈𝗅𝖾𝗌𝖼𝖾𝗇𝗓𝖺, 𝖼𝗈𝗆𝖾 𝗅𝖺 𝗋𝗂𝖼𝖾𝗋𝖼𝖺 𝗌𝗉𝖺𝗌𝗆𝗈𝖽𝗂𝖼𝖺 𝖽𝗂 𝖺𝗉𝗉𝗋𝗈𝗏𝖺𝗓𝗂𝗈𝗇𝖾 𝖿𝗂𝗌𝗂𝖼𝖺 𝗈 𝗅𝖺 𝖼𝗈𝗆𝗉𝖾𝗍𝗂𝗓𝗂𝗈𝗇𝖾 𝗂𝗆𝗉𝗅𝗂𝖼𝗂𝗍𝖺 𝖼𝗈𝗇 𝗅𝖾 𝖽𝗈𝗇𝗇𝖾 𝖽𝗂 𝗀𝖾𝗇𝖾𝗋𝖺𝗓𝗂𝗈𝗇𝗂 𝗉𝗋𝖾𝖼𝖾𝖽𝖾𝗇𝗍𝗂 (𝗅𝖾 𝖿𝗂𝗀𝗅𝗂𝖾!). 𝖭𝗈𝗇 𝖾̀ 𝗎𝗇 𝖼𝖺𝗌𝗈 𝖼𝗁𝖾 𝘪𝘭 𝘧𝘦𝘯𝘰𝘮𝘦𝘯𝘰 𝘳𝘪𝘨𝘶𝘢𝘳𝘥𝘪 𝘪𝘯 𝘭𝘢𝘳𝘨𝘢 𝘮𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰𝘳𝘢𝘯𝘻𝘢 𝘭𝘦 𝘳𝘢𝘨𝘢𝘻𝘻𝘦. 𝘐𝘯 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘦𝘴𝘵𝘰, 𝘭𝘢 𝘚𝘶𝘯𝘣𝘶𝘳𝘯 𝘊𝘩𝘢𝘭𝘭𝘦𝘯𝘨𝘦 𝘱𝘶𝘰̀ 𝘥𝘪𝘷𝘦𝘯𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘶𝘯 𝘮𝘰𝘥𝘰 𝘱𝘦𝘳 “𝘨𝘪𝘰𝘤𝘢𝘳𝘦” 𝘴𝘶𝘭𝘭𝘰 𝘴𝘵𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘱𝘪𝘢𝘯𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘮𝘢𝘥𝘳𝘦, 𝘰𝘵𝘵𝘦𝘯𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘢𝘵𝘵𝘦𝘯𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦, 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘯𝘰𝘴𝘤𝘪𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘰𝘱𝘱𝘶𝘳𝘦 𝘥𝘪𝘧𝘧𝘦𝘳𝘦𝘯𝘻𝘪𝘢𝘯𝘥𝘰𝘴𝘪 𝘥𝘢 𝘭𝘦𝘪.

𝖨𝗅 𝗌𝖾𝗀𝗇𝗈 𝖽𝖾𝗅𝗅’𝖺𝖻𝖻𝗋𝗈𝗇𝗓𝖺𝗍𝗎𝗋𝖺 𝗋𝗂𝗌𝖼𝗁𝗂𝖺 𝖽𝗂 𝖽𝗂𝗏𝖾𝗇𝗍𝖺𝗋𝖾 𝗂𝗅 𝗌𝖾𝗀𝗇𝗈 𝖽𝗂 𝗏𝗎𝗈𝗍𝗈, 𝗎𝗇𝖺 𝗌𝖼𝗈𝗍𝗍𝖺𝗍𝗎𝗋𝖺 𝖼𝗁𝖾 𝗉𝖾𝗋𝗈̀ 𝗉𝖺𝗌𝗌𝖺 𝗂𝗇 𝗉𝗈𝖼𝗁𝗂 𝗀𝗂𝗈𝗋𝗇𝗂, 𝗅𝖺𝗌𝖼𝗂𝖺𝗇𝖽𝗈 𝗂𝗅 𝗌𝖾𝗇𝗌𝗈 𝖽𝗂 𝗆𝖺𝗇𝖼𝖺𝗇𝗓𝖺 𝖽𝗂 𝗉𝗋𝗂𝗆𝖺.

𝖫𝖺 𝙥𝙨𝙞𝙘𝙤𝙡𝙤𝙜𝙞𝙖 𝙥𝙨𝙞𝙘𝙤𝙙𝙞𝙣𝙖𝙢𝙞𝙘𝙖, 𝖼𝗁𝖾 𝗅𝖺𝗏𝗈𝗋𝖺 𝗇𝖾𝗅 𝗉𝗋𝗈𝖿𝗈𝗇𝖽𝗈, 𝗉𝗎𝗈̀ 𝖺𝗂𝗎𝗍𝖺𝗋𝖾 𝖺 𝖼𝗈𝗆𝗉𝗋𝖾𝗇𝖽𝖾𝗋𝖾 𝖾 𝖺𝗇𝖺𝗅𝗂𝗓𝗓𝖺𝗋𝖾 𝖼𝗈𝗆𝖾 𝗆𝖺𝗂 𝗎𝗇 𝗀𝖾𝗌𝗍𝗈 𝖺𝗉𝗉𝖺𝗋𝖾𝗇𝗍𝖾𝗆𝖾𝗇𝗍𝖾 𝗂𝗇𝗇𝗈𝖼𝖾𝗇𝗍𝖾 𝗉𝗈𝗌𝗌𝖺 𝖾𝗌𝗌𝖾𝗋𝖾 𝗅’𝗎𝗇𝗂𝖼𝗈 𝗆𝗈𝖽𝗈 𝗉𝖾𝗋 𝗌𝖾𝗇𝗍𝗂𝗋𝗌𝗂 𝗏𝗂𝗏𝗂.

👉 𝘓𝘢 𝘥𝘰𝘮𝘢𝘯𝘥𝘢 𝘦̀: 𝘴𝘦 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘦̀ 𝘭’𝘶𝘯𝘪𝘤𝘰 𝘮𝘰𝘥𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘵𝘳𝘰𝘷𝘪 𝘱𝘦𝘳 𝘴𝘦𝘯𝘵𝘪𝘳𝘵𝘪 𝘷𝘪𝘷𝘢, 𝘤𝘰𝘴𝘢 𝘵𝘪 𝘦̀ 𝘴𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘵𝘰𝘭𝘵𝘰, 𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘵𝘪 𝘦̀ 𝘮𝘢𝘪 𝘴𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘥𝘢𝘵𝘰, 𝘤𝘩𝘦 𝘱𝘰𝘴𝘴𝘢 𝘧𝘢𝘳𝘵𝘪 𝘴𝘦𝘯𝘵𝘪𝘳𝘦 𝘷𝘪𝘷𝘢 𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘥𝘰𝘷𝘦𝘳 𝘴𝘰𝘧𝘧𝘳𝘪𝘳𝘦?

𝐷𝑜𝑡𝑡. 𝑀𝑎𝑟𝑐𝑜 𝑃𝑖𝑐𝑐𝑜𝑙𝑜, 𝑝𝑠𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜𝑔𝑜 𝐶𝑜𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎

26/08/2025

𝗙𝗶𝗻𝗮𝗻𝗰𝗶𝗮𝗹 𝗧𝗶𝗺𝗲𝘀: 𝗹’𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮 𝗵𝗮 𝘀𝗼𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝗶𝘁𝗼 𝗶 𝗯𝗮𝗺𝗯𝗶𝗻𝗶 𝗰𝗼𝗻 𝗰𝗮𝗻𝗶 𝗲 𝗴𝗮𝘁𝘁𝗶

“𝘊𝘰𝘯 𝘮𝘦𝘯𝘰 𝘧𝘪𝘨𝘭𝘪 𝘦 𝘯𝘪𝘱𝘰𝘵𝘪 𝘥𝘢 𝘤𝘰𝘤𝘤𝘰𝘭𝘢𝘳𝘦, 𝘨𝘭𝘪 𝘪𝘵𝘢𝘭𝘪𝘢𝘯𝘪 𝘳𝘪𝘷𝘦𝘳𝘴𝘢𝘯𝘰 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦 𝘱𝘪𝘶̀ 𝘦𝘯𝘦𝘳𝘨𝘪𝘢 𝘦𝘮𝘰𝘵𝘪𝘷𝘢 — 𝘦 𝘥𝘦𝘯𝘢𝘳𝘰 — 𝘷𝘦𝘳𝘴𝘰 𝘶𝘯𝘢 𝘤𝘳𝘦𝘴𝘤𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘴𝘤𝘩𝘪𝘦𝘳𝘢 𝘥𝘪 𝘢𝘯𝘪𝘮𝘢𝘭𝘪 𝘷𝘪𝘻𝘪𝘢𝘵𝘪. 𝘕𝘦𝘭 2022, 𝘨𝘭𝘪 𝘪𝘵𝘢𝘭𝘪𝘢𝘯𝘪 𝘩𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘴𝘱𝘦𝘴𝘰 6,8 𝘮𝘪𝘭𝘪𝘢𝘳𝘥𝘪 𝘥𝘪 𝘦𝘶𝘳𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘭𝘢 𝘤𝘶𝘳𝘢 𝘥𝘦𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘯𝘪𝘮𝘢𝘭𝘪. 𝘚𝘦 𝘶𝘯 𝘵𝘦𝘮𝘱𝘰 𝘪 𝘤𝘢𝘯𝘪 𝘷𝘦𝘯𝘪𝘷𝘢𝘯𝘰 𝘯𝘶𝘵𝘳𝘪𝘵𝘪 𝘤𝘰𝘯 𝘢𝘷𝘢𝘯𝘻𝘪 𝘥𝘪 𝘤𝘶𝘤𝘪𝘯𝘢, 𝘰𝘨𝘨𝘪 𝘪 𝘱𝘳𝘰𝘱𝘳𝘪𝘦𝘵𝘢𝘳𝘪 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦 𝘱𝘪𝘶̀ 𝘦𝘴𝘪𝘨𝘦𝘯𝘵𝘪”.

A testimonianza di ciò, il nuovo relais di lusso a Fiumicino pensato non per i viaggiatori umani, ma per i loro amici a quattro zampe. Con una capienza di 40 cani, la struttura offre un’esperienza rilassante e rigenerante: camere con raffreddamento a pavimento, aromaterapia con lavanda e menta, prati privati, massaggi all’arnica e spazi comuni per socializzare.

Che ne pensate?

https://www.huffingtonpost.it/life/2025/08/15/news/financial_times_come_i_cani_hanno_rimpiazzato_i_bambini_in_italia-19853350/

26/08/2025

La verità è che l’Italia non è un Paese serio.
Le leggi ci sono, ma restano sulla carta.

È vietato vendere alcol ai minori.
Così come, ad esempio, è vietato che accedano a pornografia.

Eppure succede ogni giorno.
Perché lo Stato chiude gli occhi e non controlla.

Basterebbe che le forze dell’ordine facessero controlli veri nei bar e nei locali, soprattutto la sera.

Così come basterebbe introdurre sistemi di autenticazione tramite carta d’identità per accedere ai siti pornografici:
in Francia è obbligatorio dal gennaio 2025,
in Regno Unito da luglio 2025,
in Germania già da anni si usano sistemi come AgeID, così in diversi Stati USA (Texas, Louisiana, Utah e altri).

Qui da noi, silenzio.

In questo senso, plaudo a quanto accaduto a Catanzaro, dove un locale è stato sanzionato per aver servito alcolici a minori.
È un segnale importante, anche se resta solo una goccia nell’oceano.

Il paradosso è che in certi momenti l’Italia ha dimostrato di saper essere “seria”.
Durante la pandemia, ad esempio, con controlli capillari e persino militari armati per verificare mascherine sotto il naso e Green Pass per entrare nei bar.

Avevamo paura, e quindi controllavamo.

Forse il punto è proprio questo.
Non ci rendiamo conto dei danni enormi e spesso irreparabili che alcol e pornografia producono nei minorenni.

Tragedie silenziose che arricchiscono produttori ed esercenti e distruggono i corpi e le menti dei nostri figli.

Quanto ancora possiamo far finta di non vedere?

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05/08/2025

https://www.raiplay.it/video/2025/02/Quante-storie---Puntata-del-07022025-11b9ad5f-0c61-4949-aa54-c4429c94bfe5.html?wt_mc%3D2.app.oth.raiplay_vod_Quante+storie_Alla+giusta+distanza+-+07%2F02%2F2025.%26wt

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