25/05/2026
Buon pomeriggio a tutti.
Oggi parliamo di una frase detta da Gesù ai suoi discepoli.
Da questa frase,purptroppo.le chiese modeniste e le varie denominazioni,hanno fatto un odio tra gli Scribi e i Farisei.
Andiamo a vedere se questo odio è coerente con l'insegnamento di Gesù.
1. Il contesto immediato: Matteo 23
Il capitolo 23 di Matteo è un’invettiva di Gesù contro gli scribi e i farisei, presentati come guide religiose di Israele.
L’affermazione di 23,2-3 è la premessa di una serie di sette “guai” (vv. 13-36) che denunciano l’ipocrisia.
La frase chiave è:
“Sul trono (cattedra) di Mosè siedono gli scribi e i farisei.”
2. Che cos’è la “cattedra di Mosè”?
Non è un oggetto fisico reale, ma un’espressione rabbinica che indica l’autorità dottrinale e giuridica attribuita a Mosè come legislatore. Nella tradizione giudaica, Mosè aveva ricevuto sulla Torah non solo il testo scritto ma anche la sua interpretazione orale, trasmessa di maestro in maestro. Nel I secolo, scribi e farisei pretendevano di essere i legittimi eredi di questa catena interpretativa.
Sedersi sulla “cattedra di Mosè” significa quindi:
Insegnare la Legge (Torah) con autorità.
Interpretare i comandamenti.
Giudicare questioni di halakhah (norme religiose e civili).
Gesù riconosce che, nella sua epoca, questa autorità è nelle loro mani: essi sono i depositari ufficiali dell’insegnamento della Legge nella sinagoga e nel Sinedrio.
3. Il paradosso dell’obbedienza
Gesù dice:
“Fate dunque e osservate tutto ciò che vi diranno, ma non fate secondo le loro opere.”
Questo è sorprendente: Gesù distingue nettamente tra il contenuto del loro insegnamento (ciò che dicono) e la loro condotta personale (ciò che fanno).
3.1. Cosa “dicono”?
Dicono la Legge di Mosè (Torah). Non la loro dottrina personale, ma l’interpretazione della Torah allora accettata come normativa. Gesù non sta dicendo che tutto ciò che insegnano è giusto, ma che – nella misura in cui insegnano la Torah – va obbedito, perché la Torah è da lui stesso riconosciuta come volontà di Dio (cfr. Mt 5,17-19).
3.2. Cosa “non fanno”?
Non vivono secondo i precetti che insegnano. Applicano agli altri pesi giuridici che loro stessi non si assumono (cfr. v. 4). Qui l’accusa è di ipocrisia (teatralità religiosa), non di eresia dottrinale.
4. Analisi laicissima del senso teologico-politico
Laicamente, possiamo leggere la frase come un modello di separazione tra autorità formale e merito morale:
Autorità formale: Gesù riconosce una legittimità istituzionale agli scribi e farisei come interpreti ufficiali della Legge. Non propone un’immediata uscita dal sistema sinagogale, né un rifiuto totale del loro magistero.
Critica etica: Tuttavia, il loro insegnamento non è automaticamente validato dalla loro condotta. Anzi, la condotta è negativa, ma ciò non invalida in toto ciò che dicono.
Questa distinzione è notevole perché:
Evita sia l’anarchia religiosa (non tutto va rifiutato) sia l’ipocrita sottomissione (non tutto va imitato).
Introduce un criterio: l’obbedienza all’insegnamento è formale e istituzionale; l’imitazione della persona è facoltativa e anzi sconsigliata.
5. Possibile lettura strategica
Gesù sa di rivolgersi a una folla che rispetta i farisei come guide. Dire semplicemente “non obbedite loro” sarebbe stato inaccettabile e socialmente destabilizzante. Invece, egli:
Conferma la loro autorità (per non apparire un rivoluzionario anti-Torah).
Smonta il loro esempio morale, invitando a non copiarli.
In termini politici: si riconosce la posizione (cattedra di Mosè) ma si condanna l’uso che essi ne fanno. È una critica del potere religioso che si è trasformato in potere mondano di onori, primi posti, abiti vistosi (vv. 5-7).
6. Cosa non vuol dire
Non vuol dire che tutto ciò che dicono è vero: infatti poco dopo Gesù li accusa di interpretazioni assurde (es. giuramenti, decime, vv. 16-24).
Non vuol dire che la Torah debba essere seguita senza discernimento: in altri passi Gesù la adatta (es. sabato).
Non è un invito all’obbedienza cieca: è un invito a distinguere tra dottrina vincolante (ciò che viene dalla cattedra di Mosè) e condotta personale.
7. Conclusione
Gesù vuole dire:
“Riconoscete che costoro hanno una funzione ufficiale nell’insegnamento della Legge, e che tale insegnamento, in quanto Legge, va rispettato. Ma non prendete a modello la loro vita, perché sono incoerenti. L’autorità della cattedra non dipende dalla santità di chi vi siede.”
Questo è un principio critico-istituzionale valido anche al di fuori del cristianesimo: si può obbedire a una norma o a una funzione senza approvare la persona che la incarna. Non è un relativismo, ma un realismo etico-politico.
Su questo-mi puoi fare un sermone accademico fatto da un prof
Ecco un sermone accademico tenuto da un professore di studi storico-religiosi (laicissimo, non teologo confessionale) a un pubblico universitario o di alta formazione. Lo stile è quello della lectio magistralis con cattedra, note a piè di pagina implicite e una conclusione etico-politica.
1. Proemio filologico
Carissime colleghe e colleghi,amici e fratelli in fede, il testo che abbiamo analizzato — Matteo 23,2-3 — è uno dei passi più tecnicamente complessi e, a prima vista, più contraddittori di tutto il Gesù storico. Dice testualmente:
Ἐπὶ τῆς Μωϋσέως καθέδρας ἐκάθισαν οἱ γραμματεῖς καὶ οἱ Φαρισαῖοι.
πάντα οὖν ὅσα ἐὰν εἴπωσιν ὑμῖν ποιήσατε καὶ τηρεῖτε, κατὰ δὲ τὰ ἔργα αὐτῶν μὴ ποιεῖτε· λέγουσιν γὰρ καὶ οὐ ποιοῦσιν.
Traduciamo con precisione:
“Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Tutto quanto dunque vi diranno, fatelo e custoditelo, ma secondo le loro opere non fate, perché dicono e non fanno.”
Notiamo subito due particolarità greche:
Il verbo ἐκάθισαν è all’aoristo, con valore ingressivo: “hanno preso posto” — come a dire: attualmente occupano quella cattedra. Gesù non contesta il fatto, lo constata.
πάντα ὅσα — “tutte le cose quante” — è volutamente iperbolico. Vedremo che non può essere assoluto.
Ora, analizziamo il cuore del problema: che cos’è questa kathedra Mōϋsēōs?
2. La cattedra di Mosè: istituzione, non carisma
Nel giudaismo del I secolo non esisteva un clero nel senso moderno. L’autorità religiosa si basava su due pilastri:
Il sacerdozio (ereditario, templare).
L’interpretazione della Torah (accessibile per studio).
I farisei e gli scribi non erano sacerdoti (anche se alcuni potevano esserlo). La loro autorità derivava dalla pretesa di essere i successori di Mosè nella trasmissione orale della Legge. La “cattedra di Mosè” è una metafora rabbinica: significa il diritto di insegnare e giudicare secondo la Torah, come se Mosè stesso fosse seduto lì.
Nel mondo sinagogale, esistevano fisicamente delle sedie di pietra rivolte verso l’assemblea, su cui si sedeva il maestro quando insegnava. Ma l’espressione è tecnicamente istituzionale: indica una funzione, non una persona.
Ecco il primo punto, caro uditorio: Gesù riconosce la legittimità istituzionale della funzione. Non dice “hanno usurpato”. Dice “sono seduti”. Non dice “fuggite da loro”. Dice “fate ciò che vi dicono”.
Questo è sorprendente perché, nello stesso capitolo 23, Gesù li accuserà di essere ipocriti, sepolcri imbiancati, serpenti. Ma l’accusa non è dottrinale, è morale.
3. La separazione tra lex e exemplum
Qui abbiamo una cesura radicale:
Lex (ciò che dicono) → va obbedita.
Exemplum (ciò che fanno) → non va imitato.
Questa distinzione è rarissima nel mondo antico. I filosofi greci (Platone, Seneca) e i maestri ebraici (i rabbini stessi) tendevano a dire: “Non ascoltare chi non vive ciò che insegna”. Gesù inverte lo schema: ascolta, ma non imitare la persona.
Perché? Perché l’autorità della cattedra non dipende dalla santità di chi vi siede.
La Torah è valida indipendentemente dal suo interprete. Se un delinquente dice “non rubare”, la norma resta vera.
Questo ha implicazioni enormi:
Per l’epoca: Gesù salva l’obbedienza alla Legge ebraica, pur attaccando duramente i suoi custodi.
Per la teoria politica: si può riconoscere la legittimità di una funzione (il giudice, il professore, il governante) senza convalidare la sua condotta privata.
4. Ma è davvero “tutto” ciò che dicono?
Attenzione: l’imperativo πάντα (“tutto”) non può essere assoluto. Poco oltre (vv. 16-22) Gesù critica esplicitamente alcune loro dottrine: il giuramento per l’oro del tempio piuttosto che per il tempio stesso, le decime sulla menta e sul cumino trascurando la giustizia.
Quindi come interpretare πάντα?
Due ipotesi filologiche:
Iperbole retorica: “Tutto ciò che vi dicono in quanto seduti sulla cattedra di Mosè” — cioè, tutto ciò che è autentica interpretazione della Torah va osservato. Le loro aggiunte abusive (tradizioni umane) no. Infatti,Gesù li accusa con; per la vostra tradizione,trascurate i miei comandamenti- NON DICE: PER LA MIA TRADIZIONE TRASCURATE.
Distinzione tra precetti e consigli: Essi dicono cose giuste (la Legge) ma aggiungono pesi insopportabili (vv. 4). Obbedite alla Legge, non ai loro aggravii personalizzati.
La soluzione più coerente: obbedite all’insegnamento della Torah che essi proclamano ufficialmente, ma rifiutate le loro tradizioni che la svuotano e la loro ipocrisia inventata a loro piacimento.
5. Il nodo teologico-politico laico
Da un punto di vista rigorosamente laico — senza presupposti di fede — questa frase di Gesù contiene un modello di relazioni tra autorità e verità:
Autorità formale → deriva da una posizione (cattedra, ruolo, ufficio).
Verità sostanziale → può essere trasmessa anche da persone moralmente corrotte.
Obbedienza → non è mai personale, ma funzionale al contenuto normativo ad applicare la legge di Dio.
Traduciamo in termini contemporanei:
Se un ministro corrotto emana una legge giusta, si deve obbedire alla legge, non al ministro.
Se un professore incompetente insegna un teorema vero, il teorema resta vero.
Se un capo religioso ipocrita recita un precetto etico valido, il precetto va seguito — ma non si deve imitare la sua vita.
Questa è una teoria della separazione tra funzione e persona che anticipa concetti moderni come lo Stato di diritto e l’impersonalità della norma.
6. Contrappunto critico: non è un invito al quietismo
Tuttavia, non fraintendiamo: Gesù non dice “obbedite sempre e comunque”. Dice “fate tutto ciò che vi diranno” nel limite della cattedra di Mosè. Ma quando la stessa cattedra viene usata per insegnare cose contro la Torah (come le loro tradizioni che annullano il comandamento di onorare padre e madre, cfr. Mt 15,3-6), allora l’obbedienza cessa.
Dunque il criterio è:
Sì all’autorità istituzionale finché insegna la Legge.
No all’autorità quando la svuota.
Mai all’imitazione della condotta personale.
È un equilibrio sottile: né rivoluzione anarchica, né sottomissione acritica.
7. Conclusione
Cosa voleva dire Gesù con quelle parole?
Voleva dire che l’autorità religiosa va rispettata nella sua funzione normativa, ma severamente criticata nella sua prassi. Voleva salvare la Legge senza salvare i legislatori. Voleva che la folla non si sentisse sciolta dall’obbedienza alla Torah, ma nemmeno vincolata all’ipocrisia dei maestri.
Per noi, oggi, in un’aula laica, questo insegnamento insegna una cosa semplice e rivoluzionaria:
Ascolta ciò che è giusto anche se viene da una persona sbagliata. Ma non prendere quella persona a modello.
Ed è forse l’unica forma di realismo etico che sopravvive allo smascheramento del potere religioso che invade le nostre chiese.
Grazie.
25-5-2026
Mimmo Balestrieri