Parrocchia di Cordovado PN

Parrocchia di Cordovado PN Pagina facebook della Parrocchia Sant'Andrea Apostolo di Cordovao (PN) S. messe festive (orario invernale)
ore 8.30 Santuario B.V.

delle Grazie
ore 10.30 duomo nuovo
ore 18.30 duomo nuovo

S. messe feriali
ore 18.30 duomo nuovo

Questo sito vuole essere un portale di servizio della Parrocchia di Cordovado, ha la pretesa di essere, o divenire, un punto di riferimento per tutto quello che riguarda le attività e le conosciende di questa volonterosa comunità cristiana, affinchè quello che si dona possa avere un seguito e possa crescere nel tempo.

05/06/2026

In quel tempo, insegnando nel tempio, Gesù diceva: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide? Disse infatti Davide stesso, mosso dallo Spirito Santo:
“Disse il Signore al mio Signore:
Siedi alla mia destra,
finché io ponga i tuoi nemici
sotto i tuoi piedi”.
Davide stesso lo chiama Signore: da dove risulta che è suo figlio?».
E la folla numerosa lo ascoltava volentieri.
Mc 12,35-37

Gesù insegna nel tempio dimostrando molte cose. Anzitutto di leggere, studiare, meditare e conoscere profondamente la Scrittura. E non per ispirazione divina ma con la frequentazione quotidiana nella preghiera. A partire dalla Bibbia argomenta con convinzione: tutti aspettano come Messia il re Davide, un Messia politico, combattente, un vero soldato. Ma, dice Gesù, come è possibile tale identificazione visto che in un salmo Davide stesso riconosce il Messia come suo re? Non possono essere la stessa persona! Così facendo Gesù sposta l’attenzione della folla da un messianismo politico ad uno spirituale, più profondo e universale. Ci vorrà ancora del tempo affinché l’uditorio capisca, infine, che Gesù parla proprio di se stesso, ma l’ennesimo sassolino nello stagno è gettato. Gesù insegna a noi a frequentare e meditare la Parola, a non lasciarla agli esperti o ai teologi ma a farla diventare il centro della ricerca della nostra fede. Aiutati da chi, prima di noi, ha creduto e studiato, in un cammino di Chiesa che dura da millenni, possiamo nutrire la nostra fede e la nostra intelligenza proprio a partire dalla Parola di Dio.
P. Curtaz

04/06/2026

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio».
E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.
Mc 12,28-34

Gesù ha appena zittito coloro che lo accusano di essere un indemoniato e uno scriba, oggi diremmo un teologo, uno studioso della Bibbia, si avvicina per porgli una delle domande che tormentavano i rabbini: che ordine dare agli oltre seicento precetti che il pio israelita era tenuto quotidianamente ad osservare? Gesù risponde come i maestri riconosciuti del suo tempo, citando la preghiera dello shema Israel, lasciati amare da Dio e amalo al meglio delle tue possibilità, e il precetto dell’amore nei confronti del prossimo. Lo scriba è soddisfatto: anche se Gesù, spesso, viene accusato di non appartenere ad una delle scuole rabbiniche del tempo, si dimostra preparato. Gesù rilancia e sprona lo studioso ad avvicinarsi ancora di più al Regno. Non nella sterile contrapposizione, non nella disputa fine a se stessa ma nello studio della Parola e nella condivisione dei percorsi ci si avvicina alla verità di Dio. Comprensibile che nessuno osi più porre domande faziose e inutili…
P. Curtaz

03/06/2026

In quel tempo, vennero da Gesù alcuni sadducei – i quali dicono che non c’è risurrezione – e lo interrogavano dicendo: «Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che, se muore il fratello di qualcuno e lascia la moglie senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. C’erano sette fratelli: il primo prese moglie, morì e non lasciò discendenza. Allora la prese il secondo e morì senza lasciare discendenza; e il terzo egualmente, e nessuno dei sette lasciò discendenza. Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna. Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Rispose loro Gesù: «Non è forse per questo che siete in errore, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio? Quando risorgeranno dai morti, infatti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. Riguardo al fatto che i morti risorgono, non avete letto nel libro di Mosè, nel racconto del roveto, come Dio gli parlò dicendo: “Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe”? Non è Dio dei morti, ma dei viventi! Voi siete in grave errore».
Mc 12,18-27

Non è Dio dei morti, ma dei viventi ! Sì, Signore, anche noi siamo in grave errore. Nonostante la tua Parola, nonostante duemila anni di cristianesimo, di annuncio, di Chiesa… Nonostante questo, troppo spesso noi cristiani celebriamo un Dio dei morti, un Dio dei cimiteri, lugubre e cupo, incomprensibile e statico, misterioso e lunatico. Un Dio dei morti che poco ha a che fare con la vita vera, quella fatta di emozioni e di scelte, di sobbalzi e malumori, di terra e sangue. Un Dio da ti**re fuori se c’è da discutere sui massimi sistemi, sui casi di morale, quasi sempre per giustificare le proprie posizioni, le proprie idee. Un Dio che stabilisce le regole, non che le cerca insieme a noi. Un Dio dei morti, appunto. Diverso da quello dei simpatici sadducei solo perché cattolico. Ma non basta dare una mano di colore alla nostra fede superstiziosa e piccina per renderla così come il Signore ce l’ha chiesta. Gesù controbatte contro i sadducei, scettici rispetto alla resurrezione dai morti, che gli pongono la più assurda delle questioni. E ribadisce ciò che troppo spesso dimentichiamo: Dio è l’autore della vita stessa e ha a che fare con i viventi, non con i cadaveri!
P. Curtaz

02/06/2026

In quel tempo, mandarono da Gesù alcuni farisei ed erodiani, per coglierlo in fallo nel discorso.
Vennero e gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?».
Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo». Ed essi glielo portarono.
Allora disse loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio».
E rimasero ammirati di lui.
Mc 12,13-17

L’odio nei confronti di Gesù è riuscito a mettere insieme due partiti inconciliabili: i farisei, che conosciamo per la loro rigidezza nell’applicare le norme religiose, e gli erodiani, che, come il re cui si ispiravano, utilizzava la religione per fini politici. L’obiettivo è uno solo: mettere in difficoltà il profeta del Nord. Gli erodiani erano alleati dell’invasore romano e consideravano giusto pagare la tassa a Roma. Non così i farisei che lo consideravano un sopruso. La trappola tesa a Gesù è ben congegnata: si dimostrerà simpatizzante dei romani? Si dimostrerà un anarchico disobbediente? Ma Gesù non si lascia trarre in inganno: chiede ai farisei, che non dovrebbero tenerla, una delle monete romane con impressa l’effigie dell’imperatore. Un palese atto di idolatria. Il finale è quasi comico: Gesù chiede di pagare le tasse restituendo la moneta al legittimo proprietario di cui riporta appunto il ritratto… E ammonisce: non giochiamo con Dio, non giochiamo con Cesare! Sappiamo distinguere i vari livelli senza confonderli o piegarli arbitrariamente l’uno all’altro. Diamo a Dio ciò che gli è proprio, senza fare di Cesare un dio o di Dio un servo.
P. Curtaz

01/06/2026

In quel tempo, Gesù si mise a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti, agli scribi e agli anziani]:
«Un uomo piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Al momento opportuno mandò un servo dai contadini a riti**re da loro la sua parte del raccolto della vigna. Ma essi lo presero, lo bastonarono e lo mandarono via a mani vuote. Mandò loro di nuovo un altro servo: anche quello lo picchiarono sulla testa e lo insultarono. Ne mandò un altro, e questo lo uccisero; poi molti altri: alcuni li bastonarono, altri li uccisero.
Ne aveva ancora uno, un figlio amato; lo inviò loro per ultimo, dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma quei contadini dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra”. Lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna.
Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e farà morire i contadini e darà la vigna ad altri. Non avete letto questa Scrittura: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”?».
E cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla; avevano capito infatti che aveva detto quella parabola contro di loro. Lo lasciarono e se ne andarono.
Mc 12,1-12

Gesù vede la propria missione vacillare, scivolare inesorabilmente verso il fallimento. I suoi gesti eclatanti a Gerusalemme gli hanno attirato l’odio feroce della classe sacerdotale e dei sadducei, e il popolo non è così affidabile come sembrava. Gesù, per la prima volta, intravvede il fallimento della sua missione, e riprende un’immagine già usata dei profeti per tentare di scrollare il suo uditorio. La vigna è Israele, che il Signore Dio ha affidato a dei vignaioli ignavi e violenti, che pensano di usare per sé i frutti della vigna, che si rifiutano di pagare l’affitto, che percuotono i servi inviati a riscuotere il dovuto, che uccidono il figlio pensando di ereditare la vigna (ma che manuale di diritto hanno letto?). Così è l’uomo che scorda di essere solo di passaggio su questa terra, che dimentica il riferimento a Dio. Gesù cerca di scuotere le coscienze: è lui il Figlio della parabola e gli uditori sono i vignaioli malvagi. Non riesce, il tentativo, la tensione sale alle stelle, ora sono davvero furiosi verso questo arrogante falegname del Nord. Ci giudica, la Parola, quando scordiamo di essere dei custodi. Ci scuote, il Signore, se vede che i nostri passi si sono allontanati dal Vangelo. Lasciamolo fare.
P. Curtaz

31/05/2026

SS. TRINITÀ

Gv 3, 16-18
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

Spesso ci si immagina un “Dio” lontano, astratto, ridotto quasi a un sistema di idee contorte o semplicissime, ma inesplicabili.
Soprattutto quando ci si accosta alla dottrina della Trinità, si ha l’impressione di essere di fronte a una sciarada beffarda.
E invece, l’essere concretissimo di Dio è comunione che liberamente si effonde. Anzi, ci chiama a varcare la soglia della sua vita intima e beatificante.
Non riusciamo a capire perché Dio si sia interessato di noi: più di quanto, forse, noi ci interessiamo a noi stessi.
Proprio mentre eravamo peccatori, il Padre ha mandato il suo Figlio per offrirci la vita nuova nello Spirito. Liberamente. Per amore. “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito”.
Cristo non si impone. Non costringe ad accettarlo. Si consegna alla nostra decisione.
È questa la vertigine della vita umana. Possiamo passare accanto al Signore Gesù che muore e risorge, senza degnarlo di uno sguardo nemmeno distratto.
E, tuttavia, non possiamo fare in modo che egli non esista come il Dio fatto uomo che perdona e salva. “Chi non crede è già stato condannato”.
Ma se ci apriamo alla sua dilezione...
Allora Cristo si rivela come colui che ha suscitato in noi tutte le attese più radicali. E colma a dismisura queste attese.
È la redenzione. È la grazia. È lo Spirito che abita in noi e ci conforma al Signore Gesù.
La vita nuova, che ci viene donata, apparirà in tutta la sua gloria oltre il tempo. Inizia qui, ed è la “vita eterna”.
lachiesa.it

Domenica 31 maggio i bambini e i ragazzi del catechismo sono invitati con le loro famiglie alla S Messa delle 10.30 per ...
30/05/2026

Domenica 31 maggio i bambini e i ragazzi del catechismo sono invitati con le loro famiglie alla S Messa delle 10.30 per la chiusura dell'anno catechistico.

30/05/2026

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli andarono di nuovo a Gerusalemme. E, mentre egli camminava nel tempio, vennero da lui i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani e gli dissero: «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farle?».
Ma Gesù disse loro: «Vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi».
Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. Diciamo dunque: “Dagli uomini”?». Ma temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta. Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo».
E Gesù disse loro: «Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose».
Mc 11,27-33

Probabilmente i sacerdoti non hanno assistito alla sfuriata di Gesù nel tempio, che ricorda a tutti le azioni simili compiute nel passato da altri profeti. Avvisati da qualche devoto zelante, subito si preoccupano di intercettare Gesù chiedendogli con quale autorità compie gesti tanto clamorosi. Vogliono sapere se ha il permesso di fare il profeta! Abbiamo sempre bisogno di mettere i bollini, di incasellare i doni e i carismi… Gesù, giustamente, non risponde. Non ha bisogno di alcun permesso così come non l’aveva il grande Giovanni battista. La folla ama il battezzatore e Gesù lo sa. I sacerdoti non possono sminuire l’azione di Giovanni e nemmeno riconoscerne l’autenticità, avendo tardato a riconoscerla. Il primo scontro diretto fra Gesù e la classe sacerdotale finisce in pareggio ma, purtroppo, lo scontro è destinato a incattivirsi. Proprio coloro che dicono di servire Dio e di custodirne le norme sono diventati chiusi e reazionari, incapaci di aprirsi alla novità che Dio continuamente propone. Non commettiamo lo stesso errore, restiamo sempre aperti alle continue sorprese di Dio!
P. Curtaz

29/05/2026

[Dopo essere stato acclamato dalla folla, Gesù] entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici verso Betània.
La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. Avendo visto da lontano un albero di fichi che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se per caso vi trovasse qualcosa ma, quando vi giunse vicino, non trovò altro che foglie. Non era infatti la stagione dei fichi. Rivolto all’albero, disse: «Nessuno mai più in eterno mangi i tuoi frutti!». E i suoi discepoli l’udirono.
Giunsero a Gerusalemme. Entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e quelli che compravano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si trasportassero cose attraverso il tempio. E insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto:
“La mia casa sarà chiamata
casa di preghiera per tutte le nazioni”?
Voi invece ne avete fatto un covo di ladri».
Lo udirono i capi dei sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutta la folla era stupita del suo insegnamento. Quando venne la sera, uscirono fuori dalla città.
La mattina seguente, passando, videro l’albero di fichi seccato fin dalle radici. Pietro si ricordò e gli disse: «Maestro, guarda: l’albero di fichi che hai maledetto è seccato». Rispose loro Gesù: «Abbiate fede in Dio! In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: “Lèvati e gèttati nel mare”, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà. Per questo vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà. Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe».
Mc 11,11-25

Non porta frutti il fico, e secca, così come l’ottusa classe sacerdotale che, ricostruito il tempio di Gerusalemme, non porta frutti ma depreda il popolo in nome della legge divina. È furibondo, Gesù, l’unica volta in cui veramente perde il controllo di sé. Furioso per l’immagine piccina di Dio che gli uomini di Dio propongono, dove il culto diventa cerimonia e la cerimonia contrattazione, baratto. Gesù non ha mai reagito con tanta veemenza, lo fa perché quel modo di credere e di proporre la fede, una fede piccina, meschina, un mercanteggiare con la divinità, contraddice totalmente la sua esperienza del Padre che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Non porta frutti il fico, e secca, come secca una religiosità ridotta a vuota ritualità. Eppure, incoraggia Gesù, anche un fico secco può tornare a fiorire, come una montagna può essere spostata: con la fede e la preghiera. Nonostante il dolore e la sofferenza che il Signore sperimenta, ancora svela il volto di un Dio paziente che sa far resuscitare i morti, che ridona vita ad una fede smorta. Vegliamo, amici, che la nostra fede porti frutto, che la nostra preghiera non si riduca a mercato.
P. Curtaz

25/05/2026

In quel tempo, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala.
Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.
Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.
Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua.
Gv 19,25-34

Nei secoli ci siamo rivolti a lei per chiedere aiuto, per impetrare delle grazie, per affidarci ad una madre. Teologi e poeti ne hanno cantato le virtù, la devozione popolare l’ha voluta regina, protettrice, ne ha rimarcato il percorso di vita, la sofferenza di una madre che perde un figlio. I marinai in mezzo alle tempeste e i viandanti in pericolo hanno invocato maryam, la stella del mattino. Ma il rischio che si è corso lungo la Storia è quello di allontanarla, di metterla nelle nicchie, di posarle una corona sulla testa, dimenticandoci che, prima di ogni altra cosa, Maria è stata una discepola, beata perché ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore. Così i padri conciliari, quasi condensando e sintetizzando tutto il suo cammino, hanno coniato questo titolo semplice e bellissimo che oggi ricordiamo: Maria è madre della Chiesa, madre di quei discepoli e quelle discepole che, come da lei suggerito, fanno ciò che egli dice.
P. Curtaz

Indirizzo

Piazza Al Tiglio, 1
Cordovado
33075

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