20/03/2026
𝐈𝐓𝐄 𝐀𝐃 𝐉𝐎𝐒𝐄𝐏𝐇
Considerazioni del
Una comunità a volte si riunisce.
Altre volte, si riconosce.
Ieri è stato uno di quei giorni.
Ci siamo radunati attorno all’Eucaristia, come sempre, ma con una domanda nel cuore: 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐩𝐚𝐝𝐫𝐢? Non solo nel senso biologico, ma in quello più profondo, evangelico. Abbiamo reso grazie al Signore per i padri, per la loro presenza spesso discreta, e abbiamo affidato a Dio anche i papà defunti, con gratitudine e tenerezza, custodendo la memoria di ciò che hanno seminato nella nostra vita.
Abbiamo chiesto luce su quella paternità che è chiamata a diventare stile: 𝑢𝑛𝑎 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑜𝑠𝑡𝑖𝑒𝑛𝑒 𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑠𝑐ℎ𝑖𝑎𝑐𝑐𝑖𝑎𝑟𝑒, 𝑐ℎ𝑒 𝑜𝑟𝑖𝑒𝑛𝑡𝑎 𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑖𝑚𝑝𝑜𝑟𝑟𝑒, 𝑐ℎ𝑒 𝑟𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑛𝑜𝑛 ℎ𝑎 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑒 𝑙𝑒 𝑟𝑖𝑠𝑝𝑜𝑠𝑡𝑒. 𝑈𝑛𝑎 𝑝𝑎𝑡𝑒𝑟𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑜𝑐𝑐𝑢𝑝𝑎, 𝑚𝑎 𝑔𝑒𝑛𝑒𝑟𝑎; 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑡𝑟𝑎𝑡𝑡𝑖𝑒𝑛𝑒, 𝑚𝑎 𝑎𝑐𝑐𝑜𝑚𝑝𝑎𝑔𝑛𝑎.
Abbiamo guardato a San Giuseppe. Al suo silenzio eloquente. Alla sua capacità di custodire senza possedere, di proteggere senza trattenere, di esserci con fedeltà anche quando non comprendeva tutto. E in quel silenzio abbiamo provato anche noi a lasciarci dire qualcosa: che prendersi cura non significa avere tutto sotto controllo, ma restare, vegliare, non sottrarsi quando la vita diventa esigente.
È emerso con forza il volto della 𝐜𝐮𝐬𝐭𝐨𝐝𝐢𝐚: custodire una famiglia, una relazione, una comunità. Perché 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐭𝐚̀ 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐥𝐮𝐨𝐠𝐨 𝐝𝐢 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨, 𝐝𝐨𝐯𝐞 𝐬𝐢 𝐞𝐧𝐭𝐫𝐚 𝐞 𝐬𝐢 𝐞𝐬𝐜𝐞 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐥𝐞𝐠𝐚𝐦𝐢; 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐚𝐬𝐚, 𝐝𝐨𝐯𝐞 𝐜𝐢 𝐬𝐢 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐞, 𝐜𝐢 𝐬𝐢 𝐚𝐭𝐭𝐞𝐧𝐝𝐞, 𝐜𝐢 𝐬𝐢 𝐬𝐨𝐬𝐭𝐢𝐞𝐧𝐞. 𝐄 𝐚𝐥𝐥𝐨𝐫𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐬𝐢 𝐜𝐮𝐫𝐚 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐜𝐨𝐢𝐧𝐯𝐨𝐥𝐠𝐞𝐫𝐬𝐢, 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐚 𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐚𝐫𝐞, 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐚 𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐢, 𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐧𝐬𝐢𝐞𝐦𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐢𝐨̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐞𝐬𝐚.
E poi, come segno concreto di tutto questo, la 𝐭𝐚𝐯𝐨𝐥𝐚𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐬𝐚𝐧 𝐆𝐢𝐮𝐬𝐞𝐩𝐩𝐞. Un segno capace di raccontare tanto. Una tavola che non esibisce ma offre. Che non accumula, ma condivide. Nel cibo allestito e offerto c’era il volto di una comunità che sceglie di farsi dono, che traduce il Vangelo in gesti semplici e concreti.
Grazie a chi ha preparato, a chi ha cucinato, a chi ha servito, a chi ha dato una mano in tanti modi diversi, spesso senza essere visto. 𝐿𝑖̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑝𝑟𝑒𝑛𝑑𝑒 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎: 𝑛𝑜𝑛 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑒, 𝑚𝑎 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑚𝑎𝑛𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑖 𝑚𝑢𝑜𝑣𝑜𝑛𝑜 𝑖𝑛𝑠𝑖𝑒𝑚𝑒.
Una fede che prende corpo.
Una fede che ha il profumo del dono condiviso.
Una fede che, se ti avvicina a Dio, ti avvicina necessariamente anche agli altri, a ogni altro, ai suoi bisogni concreti, alla sua vita, alla sua fame di pane e di Vangelo.
𝐒𝐢̀, 𝐚𝐛𝐛𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐜𝐞𝐥𝐞𝐛𝐫𝐚𝐭𝐨 𝐮𝐧𝐚 𝐟𝐞𝐬𝐭𝐚!
𝐌𝐚, 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐢𝐧 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐨𝐧𝐝𝐢𝐭𝐚̀, 𝐚𝐛𝐛𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐞𝐬𝐩𝐞𝐫𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐞̀ 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞 𝐯𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐢̀: 𝐠𝐫𝐚𝐭𝐮𝐢𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞, 𝐝𝐨𝐧𝐚𝐧𝐝𝐨𝐬𝐢, 𝐟𝐚𝐜𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐢 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐞 𝐬𝐨𝐥𝐭𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞̀ 𝐞̀ 𝐠𝐢𝐮𝐬𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐬𝐢̀.
𝐂𝐨𝐦𝐞 𝐢𝐥 𝐕𝐚𝐧𝐠𝐞𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐞.