Chiesa Valdese di Chivasso

Chiesa Valdese di Chivasso Siamo una chiesa cristiana riformata, cioè protestante, derivata dalla Riforma calvinista del '500

La Chiesa Valdese di Chivasso è una delle comunità che fanno parte della Chiesa Evangelica Valdese - Unione delle chiese metodiste e valdesi (www.chiesavaldese.org), una chiesa riformata che deriva dal movimento valdese sorto alla fine del dodicesimo secolo, che nel 1532 ha aderito alla Riforma Protestante. Insieme alla chiesa evangelica battista pubblichiamo il settimanale "Riforma" (www.riforma.

it) e insieme alla chiese evangeliche battista e luterana abbiamo la casa editrice "Claudiana" (www.claudiana.it). Facciamo parte della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (www.fedevangelica.it). Per contattare la chiesa valdese di Chivasso scrivere al pastore Marco Gisola: [email protected]

Anniversario dei templi.
01/03/2026

Anniversario dei templi.

12/02/2026
24/01/2026

Sermone su Geremia 14,1- 9
1 La parola del SIGNORE che fu rivolta a Geremia in occasione della siccità. 2 «Giuda è in lutto, le porte delle sue città languiscono, giacciono per terra a lutto; il grido di Gerusalemme sale al cielo. 3 I nobili fra di loro mandano i piccoli a cercare acqua; questi vanno alle cisterne, non trovano acqua e tornano con i loro vasi vuoti. Sono pieni di vergogna, di confusione e si coprono il capo. 4 Il suolo è costernato perché non c'è stata pioggia nel paese; i lavoratori sono pieni di confusione e si coprono il capo. 5 Persino la cerva che figlia nella campagna abbandona il suo parto, perché non c'è erba. 6 Gli onagri si fermano sulle alture, soffiano aria come gli sciacalli; i loro occhi sono spenti, perché non c'è verdura». 7 SIGNORE, se le nostre iniquità testimoniano contro di noi, opera per amore del tuo nome; poiché le nostre infedeltà sono molte; noi abbiamo peccato contro di te. 8 Speranza d'Israele, suo salvatore in tempo di angoscia, perché saresti nel paese come un forestiero, come un viandante che si ferma per passarvi la notte? 9 Perché saresti come un uomo sopraffatto, come un prode che non può salvare? Eppure, SIGNORE, tu sei in mezzo a noi e il tuo nome è invocato su di noi; non abbandonarci!
Care sorelle e cari fratelli, la Parola del Signore che oggi abbiamo ascoltato nasce da una situazione molto concreta e drammatica: la siccità. Non è un’immagine poetica, non è una metafora spirituale. È una realtà che tocca la terra, i corpi, la vita quotidiana. Manca l’acqua. Manca la pioggia. La terra è arida. E quando l’acqua viene meno, la vita è minacciata. Il capitolo 14 di Geremia porta un titolo eloquente: “Niente pioggia sulla terra”. È il grido di una creazione che soffre, di una terra che non riesce più a dare frutto.

Il profeta ci presenta un lamento che coinvolge tutti. Le città languiscono, Gerusalemme grida, le cisterne sono vuote. Non soffrono solo i più poveri. Anche i potenti, anche i nobili, sperimentano la stessa fragilità. La siccità non fa distinzioni: uomini e donne, ricchi e poveri, animali selvatici e bestiame. Persino la cerva abbandona il suo piccolo, gli onagri restano senza forza.
La Bibbia ci mostra così una verità profonda: quando la creazione soffre, nessuno resta davvero al riparo. La crisi ambientale non è mai solo “degli altri”. È sempre una crisi che riguarda tutta la comunità umana.

Israele non legge questa tragedia come un semplice fenomeno naturale. Nella sua fede, la siccità diventa una domanda rivolta a Dio e, insieme, una domanda rivolta a se stessi. Per questo, dal lamento nasce la preghiera: “SIGNORE, se le nostre iniquità testimoniano contro di noi, opera per amore del tuo nome.”
Il popolo riconosce che il rapporto con Dio, con la terra e con la vita è stato ferito.
Pregare, qui, significa non restare indifferenti, non chiudere gli occhi. Anche per noi, oggi, la crisi ecologica non è solo un problema tecnico o scientifico. È anche una questione spirituale. Ci chiede: come abitiamo la terra? come usiamo le risorse che ci sono affidate? che rapporto abbiamo con il creato?

Il cuore della preghiera di Israele non è il merito umano, ma la fedeltà di Dio. Non dice: “Salvaci perché siamo giusti”, ma: “Opera per amore del tuo nome”. Dio è fedele: fedele alla sua Parola, fedele alle sue promesse, fedele alla creazione che ha chiamato all’esistenza. La nostra infedeltà — spesso fatta di spreco, di superficialità, di dominio senza responsabilità — nasce dalla nostra fragilità. Ma Dio non rinnega ciò che ha creato. Israele osa persino chiedere: “Perché saresti come un forestiero nel paese?” È una preghiera coraggiosa, che nasce dall’amore per la terra e per la vita. E subito dopo confessa: “Eppure, SIGNORE, tu sei in mezzo a noi… non abbandonarci.”

Viviamo in un mondo in cui, spesso, l’acqua sembra scontata. Apriamo un rubinetto e l’acqua scorre. Eppure sappiamo che in molte parti del mondo l’acqua manca. C’è chi deve camminare a lungo per trovarla. C’è chi la perde a causa della siccità, dell’inquinamento, dello sfruttamento. L’acqua è un bene vitale. È un bene comune. È un dono che va custodito, non sprecato. Il grido della terra e il grido dei poveri sono lo stesso grido. E la fede ci chiama a una conversione ecologica, che unisce preghiera, responsabilità e cambiamento di stile di vita.
Sorelle e fratelli nel Signore quando la terra tace e la pioggia manca, la preghiera può ancora parlare. Non per fuggire dalle responsabilità, ma per ritrovare il nostro posto davanti a Dio, come custodi e non padroni del creato.
In Gesù Cristo, Dio ci dona l’acqua viva, capace di rigenerare il cuore dell’uomo e, attraverso l’uomo, anche la terra. Preghiamo, allora, non solo per chiedere che la pioggia torni, ma perché torni in noi un cuore capace di rispetto, di gratitudine e di cura. Dio resta fedele. Non abbandona la sua creazione. E a noi affida il compito di custodirla, nella speranza. Sia lodato il Signore. Amen.

16/12/2025

Predicazione su: Luca 3,3-14.18
3 Ed egli andò per tutta la regione intorno al Giordano, predicando un battesimo di ravvedimento per il perdono dei peccati, 4 come sta scritto nel libro delle parole del profeta Isaia: «Voce di uno che grida nel deserto: "Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri. 5 Ogni valle sarà colmata e ogni monte e ogni colle sarà spianato; le vie tortuose saranno fatte diritte e quelle accidentate saranno appianate; 6 e ogni creatura vedrà la salvezza di Dio"».
7 Giovanni dunque diceva alle f***e che andavano per essere battezzate da lui: «Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sfuggire l'ira futura? 8 Fate dunque dei frutti degni del ravvedimento, e non cominciate a dire in voi stessi: "Noi abbiamo Abraamo per padre!" Perché vi dico che Dio può da queste pietre far sorgere dei figli ad Abraamo. 9 Ormai la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero dunque che non fa buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco».10 E la folla lo interrogava, dicendo: «Allora, che dobbiamo fare?» 11 Egli rispondeva loro: «Chi ha due tuniche ne faccia parte a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto».
12 Vennero anche dei pubblicani per essere battezzati e gli dissero: «Maestro, che dobbiamo fare?» 13 Ed egli rispose loro: «Non riscuotete nulla di più di quello che vi è ordinato». 14 Lo interrogarono pure dei soldati, dicendo: «E noi, che dobbiamo fare?» Ed egli a loro: «Non fate estorsioni, non opprimete nessuno con false denunce e accontentatevi della vostra paga».18 Così, con molte e varie esortazioni evangelizzava il popolo.

Dio ha preparato la venuta di Gesù sulla terra, e Giovanni il bsttezzatore ne è il testimone nel Nuovo Testamento. Oggi ripartiamo da qui, da questa memoria scritta nella Bibbia: Dio con noi. Il piano di Dio si manifesta nella nascita di Giovanni, figlio del sacerdote Zaccaria e di Elisabetta: una coppia anziana, e per di più segnata dalla sterilità di Elisabetta. La storia sembra impossibile, ma proprio per questo ci rimanda a un’altra storia: quella di Abramo, ormai vecchio, e di Sara, sterile, che pure concepì Isacco, il figlio della promessa. Dio opera così: riapre strade dove l’umano vede chiusure, genera vita dove sembra regnare l’impossibile.
Con Abramo e Sara inizia il cammino del popolo di Dio, la storia di una nuova umanità. Con Zaccaria ed Elisabetta si apre il nuovo capitolo che conduce alla venuta di Gesù. Dio traccia il suo percorso insieme a noi, sia personalmente che come comunità. Giovanni è stato generato con un compito preciso e prezioso dentro la storia di Gesù. Entrambi — Giovanni e Gesù — svolgono ruoli diversi ma profondamente legati nella storia della salvezza. Ciò che agli esseri umani è impossibile, a Dio è possibile. Ed è questa la speranza che accompagna il nostro Avvento.
Care sorelle e cari fratelli nel Signore, si avvicina il Natale, la festa della venuta del Signore Gesù. Ogni anno l’Avvento ci invita a prepararci, ma non soltanto con luci e canti, bensì con il cuore. E la Parola di oggi ci parla proprio di questa preparazione, attraverso la voce forte e scomoda di Giovanni il battizzatore.
Luca ci racconta che Giovanni andava per tutta la regione intorno al Giordano, predicando un battesimo di ravvedimento per il perdono dei peccati. E cita il profeta Isaia: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri». Giovanni è una voce che rompe il silenzio. Non parla in un palazzo, ma nel deserto: il luogo dell’essenzialità, dove non ci sono distrazioni, dove ogni parola risuona più chiara. E nel deserto Giovanni grida: “Preparate la via del Signore!”
Ma come si prepara una via al Signore? Non costruendo strade di pietra, ma raddrizzando quelle interiori: le strade storte del cuore, le vie accidentate della nostra vita. Là dove abbiamo scavato valli di indifferenza o innalzato montagne di orgoglio, Giovanni ci invita ad appianare tutto davanti a Dio. Solo così, dice il profeta, “ogni creatura vedrà la salvezza di Dio”.
E allora la folla, turbata e toccata nel profondo, chiede a Giovanni: “Che dobbiamo fare?” È forse la domanda più vera di tutto il Vangelo. Non: “Che cosa dobbiamo pensare?”, ma: “Che cosa dobbiamo fare?” Perché il ravvedimento non è un sentimento passeggero: è un cambiamento concreto, che prende forma nella vita quotidiana.
E Giovanni risponde con parole semplici, ma esigenti: “Chi ha due tuniche, ne faccia parte a chi non ne ha; e chi ha da mangiare faccia altrettanto.” Non chiama a compiere miracoli, ma gesti quotidiani di amore e di giustizia. Condividere ciò che si ha, vivere con sobrietà, aprire gli occhi su chi ha meno. È un fare del bene reciproco, un gesto d’amore che dona subito gioia, perché libera dal peso del tenere tutto per sé. “Mi fa bene fare a te questo”, potremmo dire. E il sorriso che nasce sul volto dell’altro, ritorna a noi come un dono. Dare e ricevere: un movimento continuo, circolare. Un segno di eternità. Anche la corona d’Avvento ci parla di questo: una luce che passa da uno all’altro, un cerchio che esprime l’amore di Dio che circola tra noi esseri umani. Vedete, Giovanni non chiede a nessuno di cambiare mestiere, ma di cambiare il cuore. Non dice ai pubblicani di smettere di essere pubblicani, né ai soldati di abbandonare l’esercito. Dice solo: vivete la vostra vita con giustizia, con coscienza, con rispetto per gli altri. Perché la conversione vera non è fuggire dal mondo, ma trasformare il modo in cui lo abitiamo.
Mi viene da chiedermi: che cosa significa, per ciascuno di noi, il battesimo di ravvedimento per il perdono dei peccati predicato da Giovanni, dentro la nostra esperienza di fede? Noi che abbiamo professato il nostro affidamento al Signore, come accogliamo oggi quel messaggio?
Se proviamo a metterci al posto di coloro che, ai tempi di Giovanni, si facevano battezzare, possiamo immaginare ciò che accadeva nei loro cuori. Sentivano che stavano lasciando alle spalle una vita centrata solo su se stessi — una vita del “penso solo a me” — per cominciare una vita nuova, orientata a Dio e agli altri: una vita del “tu e io”, una vita di relazione, di responsabilità e di amore concreto.
Il battesimo del ravvedimento per il perdono dei peccati non era un gesto simbolico, ma un cambiamento reale. Lo vediamo nei pubblicani come Matteo o come Zaccheo: il loro ravvedimento diventò un atto concreto, una restituzione, una giustizia nuova che superava persino il minimo richiesto. Era la prova che il cuore aveva davvero cambiato direzione.
Giovanni battezzava gli uomini di cuori pentiti per prepararli all’arrivo del Salvatore, del Re di Israele. È stato un profeta del Signore, chiamato a rendere il popolo capace di accogliere colui che sarebbe venuto in modo sorprendente, assumendo il volto fragile di un bambino, il volto dell’umiltà assoluta.
Il ravvedimento, secondo Giovanni, è un ritorno. Un tornare a Dio, come il figlio prodigo che “rientrò in sé” e tornò al padre.L’incontro del figlio con il padre è un dono per noi di amore immenso. Dobbiamo immaginarci al posto di questi soggetti per capire il messaggio del vangelo della venuta di Giovanni, poi di Gesù che sarà il compimento del tempo del giudizio. Quando torniamo a Dio, non perdiamo nulla: ritroviamo tutto. Ritroviamo la nostra dignità, la nostra verità, il nostro volto di figli e figlie amati. E tutto questo non è solo morale o dovere.
Luca conclude: “Con molte e varie esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.”
Evangelizzava! Anche la sua parola severa era, in realtà, una buona notizia.
Perché la conversione non è punizione, ma promessa. È la via che ci apre alla venuta di Gesù, colui che non solo predica la grazia, ma la porta, la incarna, la dona.
Giovanni prepara, Gesù compie. Giovanni annuncia, Gesù realizza.
Giovanni invita a cambiare vita, Gesù la trasforma davvero.
Gli incontri di Gesù con Matteo, Zaccheo è gioia, è festa.
Luca ci racconta che Giovanni percorreva tutta la regione intorno al Giordano, predicando un battesimo di ravvedimento per il perdono dei peccati.
Nel cuore della sua predicazione c’era un invito forte e urgente: ravvedersi, cioè cambiare direzione, tornare verso Dio. Il ravvedimento diventa così il luogo interiore in cui può essere accolto il perdono che Dio offre.
Il perdono non nasce dallo sforzo umano, ma dal dono di Dio. Gesù è il prezzo offerto da Dio per i peccati del mondo, il dono che porta a compimento ciò che Giovanni aveva preparato. Per questo possiamo dire che il battesimo di Giovanni è stato una preparazione, un’opera che apriva la strada e lo spazio necessario all’arrivo del Salvatore, Cristo Gesù. Accogliere la predicazione di Giovanni significa, allora, ritornare a Dio con ciò che siamo, riconsegnargli la nostra vita, perché siamo stati creati a sua immagine e somiglianza. È un richiamo alla nostra immagine originaria: quella immagine sognata, voluta e amata da Dio, che porta in sé un senso, una direzione, uno scopo.
E allora, care sorelle e cari fratelli, prepariamo anche noi i nostri cuori. Siamo ancora in tempo. L’arrivo del Signore — anche nel nostro tempo, nella nostra epoca — chiede di trovare cuori disponibili al ravvedimento, cuori che desiderano essere rinnovati dalla grazia. Solo così il Natale sarà davvero una nascita: non solo quella di Gesù a Betlemme, ma quella di Dio nel nostro cuore. Che la grazia del Signore sia con tutti noi in questa settimana, mentre continuiamo il nostro cammino di fede. Amen

25/11/2025

Predicazione su Matteo 25,1-13
1 «Allora il regno dei cieli sarà paragonato a dieci vergini le quali, prese le loro lampade, uscirono a incontrare lo sposo. 2 Cinque di loro erano stolte e cinque avvedute; 3 le stolte, nel prendere le loro lampade, non avevano preso con sé dell'olio, 4 mentre le avvedute, insieme con le loro lampade, avevano preso dell'olio nei vasi. 5 Siccome lo sposo tardava, tutte divennero assonnate e si addormentarono. 6 Verso mezzanotte si levò un grido: "Ecco lo sposo, uscitegli incontro!" 7 Allora tutte quelle vergini si svegliarono e prepararono le loro lampade. 8 E le stolte dissero alle avvedute: "Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono". 9 Ma le avvedute risposero: "No, perché non basterebbe per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene!" 10 Ma, mentre quelle andavano a comprarne, arrivò lo sposo; e quelle che erano pronte entrarono con lui nella sala delle nozze, e la porta fu chiusa. 11 Più tardi vennero anche le altre vergini, dicendo: "Signore, Signore, aprici!" 12 Ma egli rispose: "Io vi dico in verità: Non vi conosco". 13 Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora.
Care sorelle e cari fratelli nel Signore, oggi celebriamo l’ultima domenica dell’anno liturgico: la Domenica dell’Eternità. È una domenica che apre lo sguardo oltre il tempo, oltre il quotidiano, oltre quel ritmo fatto di giorni e stagioni che conosciamo bene. È anche una domenica che ci prepara all’Avvento: un tempo di attesa, di desiderio, un tempo di cammino verso il Signore che viene.
In questa pagina del Vangelo, Gesù ci parla proprio dell’attesa. Di un’attesa lunga, che mette alla prova; un’attesa che, a volte, stanca.
Racconta di dieci ragazze che attendono lo sposo, con le loro lampade accese. Cinque sono chiamate avvedute e cinque stolte. Ma Gesù non crea qui una distinzione morale: non dice che cinque erano buone e cinque cattive. Non erano migliori o peggiori. Erano semplicemente diverse nel modo di prepararsi.
Le stolte hanno preso la lampada, ma non l’olio. Le avvedute hanno preso sia la lampada sia l’olio. Gesù ci ricorda che questi due elementi sono inseparabili: la lampada e l’olio. La lampada senza olio non serve. E l’olio senza lampada non illumina.
A che cosa possiamo paragonare la lampada e l’olio nella vita di fede?
• La lampada è la nostra fede visibile, ciò che tutti possono vedere: le nostre parole, i nostri gesti, il nostro modo di vivere.
• L’olio è ciò che alimenta la fede dall’interno: la relazione viva con Dio, la preghiera, l’ascolto della Parola, la ca**tà concreta, la scelta quotidiana di amare, perdonare, costruire pace.
Una lampada senza olio è una fede senza sostanza: c’è, ma non illumina.
E l’olio senza lampada non si vede: resta solo una buona intenzione.
Questo significa che non basta dire di avere fede: occorre nutrirla.
Non basta accendere una volta la lampada: occorre custodire ciò che la mantiene viva. L’olio, sorelle e fratelli, è la vita interiore. È la fiducia coltivata nel tempo.
È la relazione personale con Dio. È ciò che si costruisce giorno dopo giorno: nella preghiera, nel servizio, nell’attenzione agli altri, nella cura del cuore.
L’olio è la nostra identità cristiana. E questa non si improvvisa, non si compra all’ultimo minuto. Per questo, la domanda che la parabola ci pone non è: “Sono tra le stolte o tra le avvedute?” ma piuttosto: “Sto facendo spazio all’olio nella mia vita?”
E oggi, mentre ci prepariamo ad entrare nell’Avvento, possiamo farci alcune domande semplici:
• A che cosa sto dedicando il mio tempo, la mia energia, il mio cuore?
• Quali sono le cose che alimentano la mia luce interiore?
• C’è qualcosa che, invece, la spegne? E ancora: In quale veste voglio essere trovato nel 2026? Con quale cuore entrerò nel nuovo anno liturgico?
E poi c’è un dettaglio sorprendente: tutte, anche le avvedute, si addormentano. Questo è importante: Gesù non ci chiede di non stancarci, di restare sempre perfettamente vigili. La vita pesa, il tempo è lungo, la fede conosce momenti di forza e momenti di debolezza.
Addormentarsi non è il problema. Il problema è come ci si addormenta.
Il problema è essere o meno preparati.
Pensiamo a un matrimonio. Quando ci si prepara a una festa di nozze, nulla è lasciato al caso: si fa una lista, ci si organizza, si verifica che tutto sia pronto. Non si improvvisa all’ultimo minuto: c’è cura, c’è attenzione, c’è responsabilità.
Così è anche per la nostra fede. Il nostro cammino con Dio è un percorso che si costruisce giorno dopo giorno, fin dalla fondazione del mondo, come dice la Scrittura. E non può essere improvvisato.
Per questo ci sono tre atteggiamenti fondamentali:
1. Avere cura di ciò che è essenziale.
2. Avere attenzione a ciò che è essenziale.
3. Sentirsi responsabili di ciò che siamo chiamati a fare.
Permettetemi un esempio personale.
Mi sto preparando per un viaggio nelle Filippine, programmato per febbraio 2026. È inverno, e ho dovuto rinunciare alla mia vacanza estiva per sistemare tutto con anticipo: scrivere al delegato della Tavola, al presidente del secondo distretto, ai presidenti di circuito e di consiglio delle chiese di Biella e Chivasso. Ho dovuto passare attraverso diversi passaggi, per sentirmi davvero in ordine.
Perché? Perché alcune cose non sono delegabili. La preparazione personale è indispensabile. Così è anche nel Vangelo: lampada e olio non si possono prestare all’ultimo momento. Sono il frutto di una responsabilità personale, di una fede che ciascuno deve coltivare.
Quando, nel cuore della notte, risuona il grido: “Ecco lo sposo, uscitegli incontro!”, arriva il momento decisivo. È l’ora della verità. Le stolte si accorgono che non possono accendere la lampada. E allora chiedono: “Dateci del vostro olio!” Ma l’olio non si può prendere in prestito. Non si può improvvisare. Non si può delegare.
Il ritardo dello sposo ci riguarda molto da vicino.
Anche noi viviamo in un tempo in cui sembra che il Signore tardi. E quando qualcosa tarda, lo sappiamo bene, si rischia di abituarsi, di lasciarsi andare, di mettere da parte ciò che conta davvero.
Ma la parabola ci dice: Non perdere l’olio. Non lasciare che la lampada si spenga. Non smettere di preparare il cuore. Perché il Signore viene. Non sappiamo il giorno né l’ora. Ma viene. Sempre. Viene nella nostra vita concreta, nelle nostre relazioni, nei nostri limiti. Viene nei giorni luminosi e in quelli faticosi. Viene quando lo aspettiamo e quando non lo aspettiamo più. Quante volte abbiamo attraversato difficoltà, prove, vere e proprie tempeste… eppure le abbiamo superate, perché il Signore — che cammina con noi — non ci ha mai fatto mancare il suo intervento, il suo soccorso. Per questo continuiamo a camminare. Andiamo avanti. Guardiamo con fiducia al nuovo cielo e alla nuova terra, come abbiamo ascoltato nelle parole del profeta Isaia e nel libro dell’Apocalisse. Il Signore verrà. E quando verrà — fosse anche nel cuore della notte — sarà festa: una festa di nozze, una gioia che non finisce.
La parabola delle dieci vergini (Matteo 25,1-13) ci richiama alla nostra responsabilità di donne e uomini credenti. Essa ci ricorda che credere non è solo proclamare la fede con le parole, ma è soprattutto ascoltare la voce di Dio e lasciarci guidare da Lui nella vita quotidiana. Credere significa vivere contando sul suo aiuto e sulla sua presenza, giorno dopo giorno. La nostra vita di fede richiede una disposizione interiore di attesa vigilante, una preparazione continua. Non si tratta semplicemente di “fare qualcosa”, ma di maturare uno sguardo capace di riconoscere ciò che è essenziale, ciò che conta davvero, ciò che Dio ci affida perché lo viviamo nel tempo che ci è dato.
Prepararsi significa avere cura, attenzione, responsabilità. Credere nel Signore significa accogliere questi atteggiamenti, perché Lui è fedele e mantiene le promesse.
Parlando dei giovani, dobbiamo aiutarli a sviluppare il senso della responsabilità. Perché un giorno saranno anche loro responsabili di coloro che Dio, creatore e custode della vita, affida alle nostre cure. E ancora una volta — sì, per l’ennesima volta — ci troviamo a toccare il tema del cambiamento climatico. Un tema che ritorna perché le sue conseguenze sono ormai evidenti, e sono il risultato della noncuranza e delle omissioni che abbiamo accumulato nel tempo. La vera conversione, oggi, passa attraverso un cambiamento della nostra mentalità e del nostro stile di vita. Non basta riconoscere il problema: siamo chiamati a invertire la rotta, a compiere scelte concrete, quotidiane, che custodiscano la creazione e preparino un futuro vivibile per chi verrà dopo di noi. Il Signore ci dona ancora tempo. Noi attendiamo il suo ritorno e le sue promesse; ma anche lui attende, con pazienza, la nostra conversione. Attende che, attraverso la nostra testimonianza e le nostre scelte, altri possano scoprire la bellezza del suo Regno.
Che cosa è la porta chiusa nella parabola?
Arriva lo sposo, e la porta si chiude. A che cosa possiamo paragonare questa porta?
La porta chiusa ci parla del compimento del tempo. Quando il momento arriva, non è più tempo di preparazione: è tempo di gioia, di incontro, di festa. La promessa di un nuovo cielo e una nuova terra diventa realtà.
L’immagine della porta chiusa, nella parabola, è un avvertimento forte: ci sono momenti nella vita in cui non è più possibile rimandare. Se trascuriamo ciò che è importante, se viviamo come se ci fosse sempre tempo, rischiamo di accorgerci troppo tardi che l’occasione è passata.
Questo richiamo è per ora, per il presente. Ci invita a non rimandare l’essenziale, a non perdere di vista ciò che nutre la nostra vita interiore, la nostra responsabilità verso gli altri, la nostra fedeltà al Vangelo.
Prendiamo sul serio la nostra vita e il tempo che ci è donato. Impegniamoci nelle cose che costruiscono la vita comune, che danno senso, che fanno crescere la speranza. Perché verrà il momento in cui gusteremo ciò che il Signore ha preparato per noi: la gioia della sua fedeltà, la pienezza del suo amore, la promessa del nuovo cielo e della nuova terra.
Imparare a dare senso al tempo
Impariamo allora a non trascorrere il tempo semplicemente contando i giorni o le stagioni, ma dando a esso un senso. Impegnamoci a fare la volontà di Dio. Usiamo il tempo come un dono, come una possibilità. La parabola successiva – quella dei talenti – ci ricorda che abbiamo ricevuto tutto: il tempo, i doni, e Dio stesso. La nostra vita come credenti è una vita piena, una vita benedetta per benedire gli altri. Vegliate, dunque. Non nel senso di non dormire mai, ma nel senso di vivere preparati, vigilanti, presenti a ciò che davvero conta. Amen

11/11/2025

Sermone – Festa della Riforma 2025
Romani 3,21-28 – Matteo 5,1-12 – Deuteronomio 6,4-9
Care sorelle e cari fratelli nel Signore, vorrei condividere con voi cinque appelli che la Parola di Dio oggi rivolge al suo popolo, tratti dai testi biblici proposti per il culto della Riforma che stiamo celebrando.
1️) Ascoltare per credere
2️) Amare con tutto sé stessi
3️) Solo per grazia
4️) Una fede da trasmettere
5️) Le beatitudini: vivere secondo la Parola

1.Ascoltare per credere
L’ascolto è il primo passo della fede: è da lì che nasce la fiducia in Dio.
«Ascolta, Israele!» – così inizia la preghiera che ogni ebreo recita ancora oggi, mattina e sera. È chiamata Shema‘ Israel, dall’imperativo ascolta. Perché la fede comincia non dall’agire, non dal sapere, ma dall’ascolto: ascoltare la voce del Signore che parla, che chiama, che ama. Il popolo d’Israele è chiamato ad ascoltare per poter vivere, e lo stesso vale per noi oggi.
La voce di Dio precede ogni azione. Agire senza aver ascoltato è segno di impulsività, di un agire immaturo. C’è un proverbio che ben si adatta a questa parola: «Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.» È un modo semplice ma profondo per dire che, quando ci chiudiamo nel nostro sapere, quando non vogliamo ascoltare, rischiamo di perdere la verità che ci libera. Non si tratta di sordità fisica, ma spirituale: è il rifiuto di aprire il cuore alla voce di Dio. Ecco perché il Signore comanda: Ascolta! — perché l’ascolto apre il cuore, crea relazione, genera vita.
Dio, dunque, ha una voce. È una voce che si distingue da tante altre, da tutte le voci che ascoltiamo ogni giorno. Per questo dobbiamo esercitare la nostra capacità di ascolto, per non perdere ciò che Egli dice per il nostro bene. Viviamo immersi in un flusso continuo di messaggi: siamo bombardati da parole, suoni, immagini. In mezzo a tutto questo rumore, la voce di Dio rischia di non essere più riconosciuta, né ascoltata. Così accade che tutti noi parliamo, ci ascoltiamo a vicenda, ma non lasciamo più spazio alla Sua parola d’amore. Ascoltare per credere. Come dice Sant’Anselmo di Canterbury: «Io credo per comprendere, ma non comprendo per credere».
2. Amare con tutto sé stessi
Chi ascolta davvero la voce di Dio non può restare indifferente: l’amore è la risposta più autentica a chi ci ha amati per primo. L’amore di cui parla la Scrittura non è un sentimento astratto, ma un atto totale: coinvolge la mente, il corpo, la vita, i beni, il tempo. Come scriveva Giovanni Calvino: «Amerai Dio con tutta l’anima, vale a dire, non risparmierai la tua vita per amore del tuo Dio... amerai Dio con tutta la tua forza, poiché devi amarlo con tutta la tua essenza e tutti i tuoi beni.» È un amore che non si può confinare in un’ora di culto o in un momento di preghiera. È un amore che invade la vita, che trasforma ogni gesto, ogni parola, ogni casa.
La voce di Dio, quando è davvero ascoltata, si riconosce dal suo contenuto:
parla sempre di sé come amore. Israele è chiamato ad amarlo con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze. Ciò che Dio chiede all’essere umano è di amarlo —
per imparare ad amare se stesso e, di conseguenza, anche gli altri.
La voce di Dio parla d’amore: un amore che viene da Lui, che raggiunge l’uomo,
e che è capace di coinvolgere tutti, senza escludere nessuno.
3. Solo per grazia
È la grande scoperta di Lutero: la salvezza non si conquista, si riceve. È dono gratuito di Dio, segno della sua misericordia infinita. È il cuore della Riforma: la giustificazione per fede. Dio non ci salva per le nostre opere, ma per la sua grazia. Non perché siamo giusti, ma perché ci rende giusti in Cristo. In un mondo che misura tutto in meriti, risultati e successi, la grazia è un parola rivoluzionaria: ci libera dall’ansia di dover essere perfetti, e ci invita a vivere nella fiducia e nella gratitudine.
La voce di Dio parla della grazia.
Ma come possiamo dire questa parola in modo che gli altri comprendano ciò che noi stessi abbiamo capito? La grazia che abbiamo ascoltato nella Parola di Dio attraversa tutta la Sacra Scrittura: è il filo che unisce ogni annuncio, ogni promessa, ogni gesto d’amore. Dio continua a parlarci della sua grazia infinita, come di un dono che Egli manifesta e rinnova nei nostri confronti, soprattutto ogni volta che sbagliamo o pecchiamo. In quei momenti, la sua voce ci ricorda l’annuncio della misericordia, rivelata e compiuta per mezzo di suo Figlio, Gesù Cristo.
4. Una fede da trasmettere
La fede non è un tesoro da custodire solo per sé, ma una buona notizia da condividere con il mondo, con parole e con la vita. La fede, dunque, non è un’idea da custodire in un tempio, ma una parola da portare nel quotidiano. È un compagno di viaggio, un legame che attraversa le generazioni. Il popolo di Dio è chiamato a trasmettere la fede, a raccontarla, a viverla — non solo ai propri figli di sangue, ma a tutti coloro che incontriamo: persone di ogni lingua, cultura e provenienza. Come dice il libro dei Proverbi: «Quando camminerai, ti guideranno; quando dormirai, veglieranno su di te; al tuo risveglio ti parleranno» (Pr 6,22).
È un’immagine bellissima: la Parola come presenza viva, che accompagna, consola e orienta. Quindi, la voce di Dio non parla soltanto d’amore: invita anche a trasmetterlo. È fondamentale condividere quella voce che parla d’amore, perché l’amore, una volta compreso, sperimentato e vissuto, diventa pronto a essere donato ad altri. Ciò che Dio ha rivelato come la sua voce d’amore si riconosce nel popolo eletto, nel credente che vive come vero israelita, cioè come colui che ascolta, accoglie e mette in pratica la Parola. Così, Dio continua a vivere e a farsi presente attraverso la trasmissione di questo amore vissuto.
5. Le beatitudini: vivere secondo la Parola
La fede ascoltata, accolta e trasmessa diventa vita vissuta: uno stile di umiltà, misericordia e giustizia secondo l’insegnamento di Gesù. Nel Vangelo di Matteo 5, Gesù proclama le Beatitudini — la via della gioia, la via del Regno. Sono parole che rovesciano la logica del mondo: «Beati i poveri in spirito… beati i miti… beati quelli che hanno fame e sete di giustizia… beati i misericordiosi… beati gli operatori di pace.»
Gesù non parla a chi si sente forte, ma a chi è in ascolto.
Le Beatitudini sono la voce del Regno(di Dio) che si rivolge a chi sa ascoltare, a chi si lascia plasmare dal Vangelo.
Sono la traduzione concreta del “Ascolta e ama” del Deuteronomio: un amore che diventa giustizia, misericordia, pace.
Il Signore, attraverso Mosè, ha detto al popolo:
«Te le legherai alla mano come un segno, le metterai sulla fronte,
le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle porte della tua città.»
È un’immagine splendida: la Parola come compagna di vita, sempre vicina, sempre presente. Che anche per noi, oggi, sia così: che la Parola non resti chiusa in un libro, ma viva nelle nostre mani, nei nostri occhi, nelle nostre case. Che ci accompagni quando camminiamo e quando ci fermiamo, quando dormiamo e quando ci alziamo.
E allora, ogni giorno, potremo ripetere con fede e gratitudine: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze.»
Solo a Dio la gloria.
Solo la sua Parola è guida e fondamento.
Solo la grazia ci salva, e la fede ci rende liberi.
Amen.

Indirizzo

Via Ivrea, 3
Chivasso
10034

Orario di apertura

10:30 - 12:00

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