25/11/2025
Predicazione su Matteo 25,1-13
1 «Allora il regno dei cieli sarà paragonato a dieci vergini le quali, prese le loro lampade, uscirono a incontrare lo sposo. 2 Cinque di loro erano stolte e cinque avvedute; 3 le stolte, nel prendere le loro lampade, non avevano preso con sé dell'olio, 4 mentre le avvedute, insieme con le loro lampade, avevano preso dell'olio nei vasi. 5 Siccome lo sposo tardava, tutte divennero assonnate e si addormentarono. 6 Verso mezzanotte si levò un grido: "Ecco lo sposo, uscitegli incontro!" 7 Allora tutte quelle vergini si svegliarono e prepararono le loro lampade. 8 E le stolte dissero alle avvedute: "Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono". 9 Ma le avvedute risposero: "No, perché non basterebbe per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene!" 10 Ma, mentre quelle andavano a comprarne, arrivò lo sposo; e quelle che erano pronte entrarono con lui nella sala delle nozze, e la porta fu chiusa. 11 Più tardi vennero anche le altre vergini, dicendo: "Signore, Signore, aprici!" 12 Ma egli rispose: "Io vi dico in verità: Non vi conosco". 13 Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora.
Care sorelle e cari fratelli nel Signore, oggi celebriamo l’ultima domenica dell’anno liturgico: la Domenica dell’Eternità. È una domenica che apre lo sguardo oltre il tempo, oltre il quotidiano, oltre quel ritmo fatto di giorni e stagioni che conosciamo bene. È anche una domenica che ci prepara all’Avvento: un tempo di attesa, di desiderio, un tempo di cammino verso il Signore che viene.
In questa pagina del Vangelo, Gesù ci parla proprio dell’attesa. Di un’attesa lunga, che mette alla prova; un’attesa che, a volte, stanca.
Racconta di dieci ragazze che attendono lo sposo, con le loro lampade accese. Cinque sono chiamate avvedute e cinque stolte. Ma Gesù non crea qui una distinzione morale: non dice che cinque erano buone e cinque cattive. Non erano migliori o peggiori. Erano semplicemente diverse nel modo di prepararsi.
Le stolte hanno preso la lampada, ma non l’olio. Le avvedute hanno preso sia la lampada sia l’olio. Gesù ci ricorda che questi due elementi sono inseparabili: la lampada e l’olio. La lampada senza olio non serve. E l’olio senza lampada non illumina.
A che cosa possiamo paragonare la lampada e l’olio nella vita di fede?
• La lampada è la nostra fede visibile, ciò che tutti possono vedere: le nostre parole, i nostri gesti, il nostro modo di vivere.
• L’olio è ciò che alimenta la fede dall’interno: la relazione viva con Dio, la preghiera, l’ascolto della Parola, la ca**tà concreta, la scelta quotidiana di amare, perdonare, costruire pace.
Una lampada senza olio è una fede senza sostanza: c’è, ma non illumina.
E l’olio senza lampada non si vede: resta solo una buona intenzione.
Questo significa che non basta dire di avere fede: occorre nutrirla.
Non basta accendere una volta la lampada: occorre custodire ciò che la mantiene viva. L’olio, sorelle e fratelli, è la vita interiore. È la fiducia coltivata nel tempo.
È la relazione personale con Dio. È ciò che si costruisce giorno dopo giorno: nella preghiera, nel servizio, nell’attenzione agli altri, nella cura del cuore.
L’olio è la nostra identità cristiana. E questa non si improvvisa, non si compra all’ultimo minuto. Per questo, la domanda che la parabola ci pone non è: “Sono tra le stolte o tra le avvedute?” ma piuttosto: “Sto facendo spazio all’olio nella mia vita?”
E oggi, mentre ci prepariamo ad entrare nell’Avvento, possiamo farci alcune domande semplici:
• A che cosa sto dedicando il mio tempo, la mia energia, il mio cuore?
• Quali sono le cose che alimentano la mia luce interiore?
• C’è qualcosa che, invece, la spegne? E ancora: In quale veste voglio essere trovato nel 2026? Con quale cuore entrerò nel nuovo anno liturgico?
E poi c’è un dettaglio sorprendente: tutte, anche le avvedute, si addormentano. Questo è importante: Gesù non ci chiede di non stancarci, di restare sempre perfettamente vigili. La vita pesa, il tempo è lungo, la fede conosce momenti di forza e momenti di debolezza.
Addormentarsi non è il problema. Il problema è come ci si addormenta.
Il problema è essere o meno preparati.
Pensiamo a un matrimonio. Quando ci si prepara a una festa di nozze, nulla è lasciato al caso: si fa una lista, ci si organizza, si verifica che tutto sia pronto. Non si improvvisa all’ultimo minuto: c’è cura, c’è attenzione, c’è responsabilità.
Così è anche per la nostra fede. Il nostro cammino con Dio è un percorso che si costruisce giorno dopo giorno, fin dalla fondazione del mondo, come dice la Scrittura. E non può essere improvvisato.
Per questo ci sono tre atteggiamenti fondamentali:
1. Avere cura di ciò che è essenziale.
2. Avere attenzione a ciò che è essenziale.
3. Sentirsi responsabili di ciò che siamo chiamati a fare.
Permettetemi un esempio personale.
Mi sto preparando per un viaggio nelle Filippine, programmato per febbraio 2026. È inverno, e ho dovuto rinunciare alla mia vacanza estiva per sistemare tutto con anticipo: scrivere al delegato della Tavola, al presidente del secondo distretto, ai presidenti di circuito e di consiglio delle chiese di Biella e Chivasso. Ho dovuto passare attraverso diversi passaggi, per sentirmi davvero in ordine.
Perché? Perché alcune cose non sono delegabili. La preparazione personale è indispensabile. Così è anche nel Vangelo: lampada e olio non si possono prestare all’ultimo momento. Sono il frutto di una responsabilità personale, di una fede che ciascuno deve coltivare.
Quando, nel cuore della notte, risuona il grido: “Ecco lo sposo, uscitegli incontro!”, arriva il momento decisivo. È l’ora della verità. Le stolte si accorgono che non possono accendere la lampada. E allora chiedono: “Dateci del vostro olio!” Ma l’olio non si può prendere in prestito. Non si può improvvisare. Non si può delegare.
Il ritardo dello sposo ci riguarda molto da vicino.
Anche noi viviamo in un tempo in cui sembra che il Signore tardi. E quando qualcosa tarda, lo sappiamo bene, si rischia di abituarsi, di lasciarsi andare, di mettere da parte ciò che conta davvero.
Ma la parabola ci dice: Non perdere l’olio. Non lasciare che la lampada si spenga. Non smettere di preparare il cuore. Perché il Signore viene. Non sappiamo il giorno né l’ora. Ma viene. Sempre. Viene nella nostra vita concreta, nelle nostre relazioni, nei nostri limiti. Viene nei giorni luminosi e in quelli faticosi. Viene quando lo aspettiamo e quando non lo aspettiamo più. Quante volte abbiamo attraversato difficoltà, prove, vere e proprie tempeste… eppure le abbiamo superate, perché il Signore — che cammina con noi — non ci ha mai fatto mancare il suo intervento, il suo soccorso. Per questo continuiamo a camminare. Andiamo avanti. Guardiamo con fiducia al nuovo cielo e alla nuova terra, come abbiamo ascoltato nelle parole del profeta Isaia e nel libro dell’Apocalisse. Il Signore verrà. E quando verrà — fosse anche nel cuore della notte — sarà festa: una festa di nozze, una gioia che non finisce.
La parabola delle dieci vergini (Matteo 25,1-13) ci richiama alla nostra responsabilità di donne e uomini credenti. Essa ci ricorda che credere non è solo proclamare la fede con le parole, ma è soprattutto ascoltare la voce di Dio e lasciarci guidare da Lui nella vita quotidiana. Credere significa vivere contando sul suo aiuto e sulla sua presenza, giorno dopo giorno. La nostra vita di fede richiede una disposizione interiore di attesa vigilante, una preparazione continua. Non si tratta semplicemente di “fare qualcosa”, ma di maturare uno sguardo capace di riconoscere ciò che è essenziale, ciò che conta davvero, ciò che Dio ci affida perché lo viviamo nel tempo che ci è dato.
Prepararsi significa avere cura, attenzione, responsabilità. Credere nel Signore significa accogliere questi atteggiamenti, perché Lui è fedele e mantiene le promesse.
Parlando dei giovani, dobbiamo aiutarli a sviluppare il senso della responsabilità. Perché un giorno saranno anche loro responsabili di coloro che Dio, creatore e custode della vita, affida alle nostre cure. E ancora una volta — sì, per l’ennesima volta — ci troviamo a toccare il tema del cambiamento climatico. Un tema che ritorna perché le sue conseguenze sono ormai evidenti, e sono il risultato della noncuranza e delle omissioni che abbiamo accumulato nel tempo. La vera conversione, oggi, passa attraverso un cambiamento della nostra mentalità e del nostro stile di vita. Non basta riconoscere il problema: siamo chiamati a invertire la rotta, a compiere scelte concrete, quotidiane, che custodiscano la creazione e preparino un futuro vivibile per chi verrà dopo di noi. Il Signore ci dona ancora tempo. Noi attendiamo il suo ritorno e le sue promesse; ma anche lui attende, con pazienza, la nostra conversione. Attende che, attraverso la nostra testimonianza e le nostre scelte, altri possano scoprire la bellezza del suo Regno.
Che cosa è la porta chiusa nella parabola?
Arriva lo sposo, e la porta si chiude. A che cosa possiamo paragonare questa porta?
La porta chiusa ci parla del compimento del tempo. Quando il momento arriva, non è più tempo di preparazione: è tempo di gioia, di incontro, di festa. La promessa di un nuovo cielo e una nuova terra diventa realtà.
L’immagine della porta chiusa, nella parabola, è un avvertimento forte: ci sono momenti nella vita in cui non è più possibile rimandare. Se trascuriamo ciò che è importante, se viviamo come se ci fosse sempre tempo, rischiamo di accorgerci troppo tardi che l’occasione è passata.
Questo richiamo è per ora, per il presente. Ci invita a non rimandare l’essenziale, a non perdere di vista ciò che nutre la nostra vita interiore, la nostra responsabilità verso gli altri, la nostra fedeltà al Vangelo.
Prendiamo sul serio la nostra vita e il tempo che ci è donato. Impegniamoci nelle cose che costruiscono la vita comune, che danno senso, che fanno crescere la speranza. Perché verrà il momento in cui gusteremo ciò che il Signore ha preparato per noi: la gioia della sua fedeltà, la pienezza del suo amore, la promessa del nuovo cielo e della nuova terra.
Imparare a dare senso al tempo
Impariamo allora a non trascorrere il tempo semplicemente contando i giorni o le stagioni, ma dando a esso un senso. Impegnamoci a fare la volontà di Dio. Usiamo il tempo come un dono, come una possibilità. La parabola successiva – quella dei talenti – ci ricorda che abbiamo ricevuto tutto: il tempo, i doni, e Dio stesso. La nostra vita come credenti è una vita piena, una vita benedetta per benedire gli altri. Vegliate, dunque. Non nel senso di non dormire mai, ma nel senso di vivere preparati, vigilanti, presenti a ciò che davvero conta. Amen