13/05/2026
E' tutto dentro di noi, tutto dipende da noi: una visione buddista della vita
Dalla rabbia alla pace: un viaggio interiore
Il mare, il cielo, gli alberi, i prati fioriti, il sole, la luna e le miriadi di stelle sono tutti dentro di noi, così come i problemi ambientali e i problemi di ogni essere vivente. Il bene e il male, il bello e il brutto, il fuoco e l'acqua, il femminile e il maschile, la rabbia e la pace, la felicità e la disperazione, la voglia di vivere e la voglia di morire... tutto, nei suoi opposti e nelle sue mille sfaccettature, è sempre dentro di noi. Nell'antica filosofia cinese, il concetto di yin e yang esprime l'idea che ogni cosa ha il seme del suo opposto e che con esso è interdipendente. L'esistenza e la non esistenza di un qualunque fenomeno della vita fanno parte del nostro Essere, nulla esiste a prescindere da noi: tutto e tutti facciamo parte di un'immensa rete, nulla è isolato, nulla esiste di per sé. Siamo connessi, interrelati, interdipendenti.
L'interdipendenza, o "origine dipendente", è un concetto buddista secondo cui tutta la vita è in costante relazione reciproca: niente è isolato e indipendente dalle altre forme di vita. «[...] Nessun essere o fenomeno esiste di per sé, ma solo in relazione ad altri esseri o fenomeni: ogni cosa nel mondo viene alla luce in risposta a determinate cause e condizioni. Non esiste nulla che sia assolutamente indipendente da tutto il resto o che compaia per sua volontà. [...] Andando più nello specifico, il Buddismo insegna che le nostre esistenze sono in un costante e dinamico sviluppo basato su una sinergia tra cause interne alla nostra stessa vita (la personalità, le esperienze, la visione del mondo e così via) e le situazioni esterne a noi. Inoltre, ogni singola vita contribuisce a creare l'ambiente che sostiene tutte le altre. Dunque, in virtù di questa natura relazionale, ogni fenomeno forma insieme a tutti gli altri quell'unica entità vivente che chiamiamo universo.
Nel momento in cui diventiamo consapevoli degli indissolubili legami che ci connettono a tutte le altre esistenze, comprendiamo anche che la nostra vita ha significato solo in relazione a esse. E che solo all'interno di tale relazione si sviluppa, si forma e si esalta la nostra identità. Comprendiamo allora che è impossibile costruire la nostra felicità sull'infelicità degli altri e che ogni nostra azione influisce sul mondo intorno a noi. [...]
Se riusciamo prima di tutto a percepire e quindi a comprendere il concetto che "questo esiste a causa di quello" o, in altri termini, che "grazie a quella persona io posso svilupparmi", allora riusciremo a evitare di sperimentare inutili conflitti nei rapporti umani. Ogni singola esistenza "è" in relazione con tutte le altre: chi riesce a comprendere questo principio può trasformare ogni cosa, positiva o negativa, in uno stimolo per una ulteriore crescita personale. [...]»
(tratto da "Interdipendenza: tutto è collegato", Il Nuovo Rinascimento 576, 1 marzo 2016, editore "Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai)
Se c'è un problema, qualunque esso sia, anche di una persona sconosciuta che vive da un'altra parte del mondo, quel problema è connesso a noi, ne facciamo parte; questo è ancor più vero e più facile da cogliere per ciò che ci riguarda da vicino, per ciò che tocca il nostro microcosmo e il nostro mondo interiore.
Non possiamo prescindere dall'altro o dall'altra. Non possiamo separarci né da noi stessi, rifiutando una parte di noi, né dagli altri, rifiutando una parte di loro. Separazioni e divisioni provocano rabbia, malessere, incomprensioni, sofferenza, odio, guerra, deumanizzazione dei presunti nemici. Sentirci uniti a tutto, anche alle cose più brutte di questo mondo, sentire veramente che è già tutto dentro di noi, dà pace interiore e possibilità di azione, perché se tutto fa parte di noi, allora agendo su di noi possiamo agire su tutto. Anche quando le cose non sono come vorremmo, con questa comprensione della vita non c'è più niente da rinnegare o qualcuno da colpevolizzare, i giudizi disprezzevoli e altezzosi se ne vanno e non rimane altro che la voglia di togliere sofferenza e di dare felicità: questo desiderio si chiama Compassione, nel senso più ugualitario e buddista del termine, completamente scevro da ogni sfumatura di pietismo o di velata superiorità. Noi siamo come gli altri, gli altri come noi. Chi fa del male agli altri, lo sta facendo innanzitutto a se stesso; ugualmente per il bene. Questa visione della vita è carica di speranza e di possibilità di influire positivamente sulle sorti di tutti. Da questa prospettiva, rabbia e arroganza perdono il loro potere di avvelenare la vita: tutti i demoni interiori, pian piano, escono dal buio e si incamminano verso la luce, mettendosi al servizio della felicità e indirizzando positivamente le relazioni umane. Tutto il bene e tutto il male di questo mondo coesistono dentro di noi: così come siamo, con le nostre caratteristiche che ci rendono unici, speciali, non ripetibili, possiamo scegliere cosa tirar fuori dalla nostra vita.
Aver meditato su tutto ciò, e averlo sentito nel quotidiano, mi ha spinto a scrivere questa poesia:
Puntare il dito
Puntare il dito
è il veleno della rabbia,
fa ammalare,
ci mette in gabbia.
Guarda bene...
Sei parte del problema,
nessuno puoi additare;
contribuisci alla soluzione,
questo puoi fare!
Torti e ragioni
non servono alla Pace:
se ascolti Compassione,
il resto tace.
Nell'interdipendenza,
da te nulla prescinde,
non c'è problema
da cui il Sé si scinde...
Stai ascoltando...
Voci del mondo
stai ascoltando...
Voci di sofferenza
stai accogliendo...
Ora offri preghiere,
e regali bontà,
tu sei la Pace
che ovunque andrà.
Nam-myoho-renge-kyo! (*)
Grazie!
(*) cfr. "Il Buddismo di Nichiren Daishonin", http://www.sgi-