Cetraro soka Soka Gakkai

Cetraro soka   Soka Gakkai CETRARO SOKA VUOLE ESSERE UN PUNTO DI INFORMAZIONE ,DI RIFERIMENTO PER COLORO I QUALI PRATICANO IL B

QUESTA PAGINA OFFRE UN RIFERIMENTO PER QUEL CHE CONCERNE IL BUDDISMO DI NICHIREN DAISCHONIN, E DI CONSEGUENZA LA SGI E' POSSIBILE IMBATTERSI IN LINK CARICATI DA ALTRI SITI O PAGINE MA SEMPRE IN PERFETTO ACCORDO CON GLI INSEGNAMENTI DEL BUDDA ORIGINALE, TRAMANDATI ; ED OGGI SPIEGATI DAL NOSTRO MAESTRO IKEDA...!

E' tutto dentro di noi, tutto dipende da noi: una visione buddista della vitaDalla rabbia alla pace: un viaggio interior...
13/05/2026

E' tutto dentro di noi, tutto dipende da noi: una visione buddista della vita

Dalla rabbia alla pace: un viaggio interiore
Il mare, il cielo, gli alberi, i prati fioriti, il sole, la luna e le miriadi di stelle sono tutti dentro di noi, così come i problemi ambientali e i problemi di ogni essere vivente. Il bene e il male, il bello e il brutto, il fuoco e l'acqua, il femminile e il maschile, la rabbia e la pace, la felicità e la disperazione, la voglia di vivere e la voglia di morire... tutto, nei suoi opposti e nelle sue mille sfaccettature, è sempre dentro di noi. Nell'antica filosofia cinese, il concetto di yin e yang esprime l'idea che ogni cosa ha il seme del suo opposto e che con esso è interdipendente. L'esistenza e la non esistenza di un qualunque fenomeno della vita fanno parte del nostro Essere, nulla esiste a prescindere da noi: tutto e tutti facciamo parte di un'immensa rete, nulla è isolato, nulla esiste di per sé. Siamo connessi, interrelati, interdipendenti.
L'interdipendenza, o "origine dipendente", è un concetto buddista secondo cui tutta la vita è in costante relazione reciproca: niente è isolato e indipendente dalle altre forme di vita. «[...] Nessun essere o fenomeno esiste di per sé, ma solo in relazione ad altri esseri o fenomeni: ogni cosa nel mondo viene alla luce in risposta a determinate cause e condizioni. Non esiste nulla che sia assolutamente indipendente da tutto il resto o che compaia per sua volontà. [...] Andando più nello specifico, il Buddismo insegna che le nostre esistenze sono in un costante e dinamico sviluppo basato su una sinergia tra cause interne alla nostra stessa vita (la personalità, le esperienze, la visione del mondo e così via) e le situazioni esterne a noi. Inoltre, ogni singola vita contribuisce a creare l'ambiente che sostiene tutte le altre. Dunque, in virtù di questa natura relazionale, ogni fenomeno forma insieme a tutti gli altri quell'unica entità vivente che chiamiamo universo.
Nel momento in cui diventiamo consapevoli degli indissolubili legami che ci connettono a tutte le altre esistenze, comprendiamo anche che la nostra vita ha significato solo in relazione a esse. E che solo all'interno di tale relazione si sviluppa, si forma e si esalta la nostra identità. Comprendiamo allora che è impossibile costruire la nostra felicità sull'infelicità degli altri e che ogni nostra azione influisce sul mondo intorno a noi. [...]
Se riusciamo prima di tutto a percepire e quindi a comprendere il concetto che "questo esiste a causa di quello" o, in altri termini, che "grazie a quella persona io posso svilupparmi", allora riusciremo a evitare di sperimentare inutili conflitti nei rapporti umani. Ogni singola esistenza "è" in relazione con tutte le altre: chi riesce a comprendere questo principio può trasformare ogni cosa, positiva o negativa, in uno stimolo per una ulteriore crescita personale. [...]»
(tratto da "Interdipendenza: tutto è collegato", Il Nuovo Rinascimento 576, 1 marzo 2016, editore "Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai)
Se c'è un problema, qualunque esso sia, anche di una persona sconosciuta che vive da un'altra parte del mondo, quel problema è connesso a noi, ne facciamo parte; questo è ancor più vero e più facile da cogliere per ciò che ci riguarda da vicino, per ciò che tocca il nostro microcosmo e il nostro mondo interiore.
Non possiamo prescindere dall'altro o dall'altra. Non possiamo separarci né da noi stessi, rifiutando una parte di noi, né dagli altri, rifiutando una parte di loro. Separazioni e divisioni provocano rabbia, malessere, incomprensioni, sofferenza, odio, guerra, deumanizzazione dei presunti nemici. Sentirci uniti a tutto, anche alle cose più brutte di questo mondo, sentire veramente che è già tutto dentro di noi, dà pace interiore e possibilità di azione, perché se tutto fa parte di noi, allora agendo su di noi possiamo agire su tutto. Anche quando le cose non sono come vorremmo, con questa comprensione della vita non c'è più niente da rinnegare o qualcuno da colpevolizzare, i giudizi disprezzevoli e altezzosi se ne vanno e non rimane altro che la voglia di togliere sofferenza e di dare felicità: questo desiderio si chiama Compassione, nel senso più ugualitario e buddista del termine, completamente scevro da ogni sfumatura di pietismo o di velata superiorità. Noi siamo come gli altri, gli altri come noi. Chi fa del male agli altri, lo sta facendo innanzitutto a se stesso; ugualmente per il bene. Questa visione della vita è carica di speranza e di possibilità di influire positivamente sulle sorti di tutti. Da questa prospettiva, rabbia e arroganza perdono il loro potere di avvelenare la vita: tutti i demoni interiori, pian piano, escono dal buio e si incamminano verso la luce, mettendosi al servizio della felicità e indirizzando positivamente le relazioni umane. Tutto il bene e tutto il male di questo mondo coesistono dentro di noi: così come siamo, con le nostre caratteristiche che ci rendono unici, speciali, non ripetibili, possiamo scegliere cosa tirar fuori dalla nostra vita.
Aver meditato su tutto ciò, e averlo sentito nel quotidiano, mi ha spinto a scrivere questa poesia:
Puntare il dito
Puntare il dito
è il veleno della rabbia,
fa ammalare,
ci mette in gabbia.
Guarda bene...
Sei parte del problema,
nessuno puoi additare;
contribuisci alla soluzione,
questo puoi fare!
Torti e ragioni
non servono alla Pace:
se ascolti Compassione,
il resto tace.
Nell'interdipendenza,
da te nulla prescinde,
non c'è problema
da cui il Sé si scinde...
Stai ascoltando...
Voci del mondo
stai ascoltando...
Voci di sofferenza
stai accogliendo...
Ora offri preghiere,
e regali bontà,
tu sei la Pace
che ovunque andrà.
Nam-myoho-renge-kyo! (*)
Grazie!
(*) cfr. "Il Buddismo di Nichiren Daishonin", http://www.sgi-

COME ATTIVARE GLI SHOTEN ZENSHINIl Buddha Nichiren Daishonin sorprende insegnando, attraverso il proprio esempio, come a...
12/05/2026

COME ATTIVARE GLI SHOTEN ZENSHIN

Il Buddha Nichiren Daishonin sorprende insegnando, attraverso il proprio esempio, come agire alle funzioni protettive della vita e rivelando chi e cosa sono effettivamente le funzioni protettive dell'universo o Shoten Zenshin.

Il primo passo è sapere chi sono loro. Il termine shoten zenshin non si riferisce solo a entità speciali che esistono in un luogo lontano. Si riferisce alle persone intorno a lui. Gli amici agiscono come shoten zenshin; sono le funzioni protettive che dobbiamo lodare e stimare nelle nostre preghiere e azioni.

Il Daishonin dice: "Gli shoten zenshin si trasformano in uomini e donne per aiutare il praticante del Sutra
"Loto" (FINE, v. I, p.44).

Il buddismo non è astrazione. La vita di un buddista non esiste separata dal quotidiano. In termini di protezione, quando affronti problemi come malattia, incidente o persino morte, al momento giusto compaiono persone che agiscono come entità protettive e si prendono cura di te con coraggio e tenerezza.

PROTEZIONE

Nelle ore difficili, le persone che ti proteggono non nascono a caso, semplicemente perché hai pregato e sei rimasto in attesa della protezione fuori.

Evocare gli shoten zenshin non è una preghiera magica e segreta, rivolta all'esterno. Significa riunire le forze protettive che esistono in voi e loro a loro volta invocano la protezione esterna. Esistono funzioni interne e funzioni esterne. Le funzioni esterne appaiono in risposta alla convocazione delle forze interne.

Nichiren Daishonin afferma: "Le funzioni protettive interne sono una moltitudine di funzioni esistenti nella nostra vita che rispondono alle esigenze della nostra mente. Le funzioni protettive esterne, invece, partono dalla nostra coscienza e viaggiano osservando tutte le questioni del mondo "(Gosho Zenshu, pagina 1.015).

Le funzioni protettive (shoten zenshin) interne sono i nobili sentimenti che nutriamo per le persone che sono le nostre funzioni protettive esterne.

I sentimenti di gratitudine e benevolenza sono le principali funzioni protettive della vita.

Ciò che senti si sveglia nel cuore dell'altro, e la stessa sensazione è condivisa tra i due.

In altre parole, gli shoten zenshin nella nostra vita [gentilezza] vengono attivati e queste funzioni protettive richiamano i loro amici [altre forme di gentilezza].

Nella prima frase del Gongyo, fatta tutte le volte che eseguiamo il nostro gongyo, lei invoca tutta la sua forza interiore. In realtà, questa preghiera silenziosa è il giuramento che lei stesso diventerà uno shoten zenjin degli altri.

Lei recita Daimoku per riunire le funzioni protettive del suo cuore, che sono gli stessi sentimenti che esistono nel cuore di un Buddha. Come esseri umani, la nostra missione è proteggerci l'un l'altro. In questo modo sviluppiamo e aumentiamo la forza dello stato di Buddha nel nostro ambiente.

Quando questo accade, costruiamo un "campo magnetico di felicità" che "attrae" e risveglia nelle persone il desiderio di illuminazione. Questa è l'unione armoniosa tanto necessaria per realizzare il Kosen-rufu.

La gentilezza interiore attira altre forme di gentilezza.

Fonte : Brasile Seikyo, numero 2220 - Pubblicato il 29 / marzo / 2014 - Pagina D4, BSGI

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Traduzione Adrian M. Riancho

Professore vice presso il Dipartimento di Studio del Buddismo della BSGI (DEB)

12/05/2026

È COLPA MIA, È IL MIO KARMA O È LA MIA MISSIONE?

Nei momenti più bui, è molto facile pensare che l'unica spiegazione possibile per le nostre profonde sofferenze sia una qualche orribile causa posta in un'esistenza passata. Ma il karma pesante non espiato di cui si parla nel Sutra del Nirvana non è altro che l'oscurità fondamentale che alberga nei nostri cuori e che ci impedisce di credere nell'esistenza della natura di Budda.
Il Buddismo è una filosofia fondamentalmente pacifista e qualcuno potrà trovare un po' fuori luogo, in un contesto buddista, l'uso di parole come lotta, battaglia, vittoria. Ma la lotta che si intraprende davanti al Gohonzon è per sostituire al dubbio e alla sfiducia la nostra natura illuminata e la vittoria non è sugli altri ma sulle nostre tendenze e sui modelli comportamentali che ci hanno portato a essere infelici e insoddisfatti. Il presidente Ikeda spiega: «Trasformare il karma non significa altro che cambiare quelle tendenze vitali interiori che ci tengono intrappolati nella negatività e nell'infelicità, dirigendo stabilmente la nostra vita verso un sentiero positivo. [...] La cosa importante è come noi cambiamo il nostro atteggiamento o determinazione interiore in questo istante. Il motivo di ciò è che noi possiamo creare liberamente il nostro futuro attraverso la determinazione che manifestiamo e le azioni che compiamo esattamente in questo istante» (BS, 131, 20). Talvolta ci viene detto che il vero problema non è il problema in sé, quanto piuttosto lo stato vitale con cui lo affrontiamo. Nel Gosho leggiamo spesso che è proprio attraverso le difficoltà che possiamo rafforzarci, e che quindi dovremmo considerarle un'opportunità, ma anche se lo sappiamo bene, di fronte a una difficoltà reale tendiamo a dubitare del Gohonzon e della nostra fede e ci viene da chiederci: «Perché proprio a me?», «Perché questo problema continua a manifestarsi?». Sentirsi scoraggiati di fronte a certi problemi è una reazione del tutto comprensibile e umana, ma sfidarli con la pratica buddista ci porta spesso a scoprire che proprio grazie a quella situazione possiamo cambiare atteggiamenti radicati o modelli comportamentali che possono risalire, per esempio, alla nostra famiglia. Quando nelle difficoltà riusciamo a percepire davvero l'opportunità, siamo sulla strada della trasformazione del karma, ma basta vedere una volta l'opportunità per essere sulla via della trasformazione? Può accadere che riusciamo a intravedere per un attimo questa occasione per poi scivolare di nuovo nella tendenza di vittimismo («Perché proprio a me?»), o in una reazione emotiva («Perché dovrei essere io a cambiare quando è così chiaro che il problema si risolverebbe se fosse l'altro a cambiare per primo?»), o anche nel pessimismo («Per quanto possa avanzare nella mia rivoluzione umana, questa situazione non cambierà mai»). Soltanto grazie a una pratica energica e coraggiosa possiamo vincere il vittimismo, l'emotività o il pessimismo e cogliere veramente questa opportunità per creare un futuro meraviglioso: un comune mortale si preoccupa del futuro, un Budda agisce per crearlo. Trasformando così la nostra vita, ogni vittoria non servirà solo per essere sempre più felici, ma anche per mostrare agli altri la prova concreta della grandezza del Buddismo di Nichiren e del potenziale della Buddità di tutte le persone che si basano sulla Legge mistica. Questo ci porta diritti al voto del Budda: vivere in modo da essere esempio e fonte di ispirazione per le persone, aiutandole a comprendere che nella loro vita è insito lo stesso potenziale.

(Suzanne Pritchard, Nuovo Rinascimento n° 464)

LA RABBIA DELL’INFERNOLa parola rabbia deriva dal latino “rabies”, “follia”, con una radice etimologica nel sanscrito “r...
24/12/2025

LA RABBIA DELL’INFERNO
La parola rabbia deriva dal latino “rabies”, “follia”, con una radice etimologica nel sanscrito “rabhas”, “ fare violenza “.
Si tratta di un’emozione primordiale correlata all’istinto di difendersi per sopravvivere nei confronti di una minaccia percepita come tale.
La mente controllata dal karma ci fornisce, infatti, una sua interpretazione di un dato evento o di un dato comportamento, facendoci percepire lo stesso come una minaccia o una conferma di una nostra convinzione.
Da dove nasce la rabbia?
Essenzialmente da un desiderio non soddisfatto che origina sofferenza e frustrazione. La rabbia è alimentata dal senso di fallimento, dal senso di colpa o dalla vergogna. È la risposta ad un’esperienza di perdita, rifiuto e abbandono, al disinteresse degli altri.
La rabbia ci spinge a parole ed azioni dannose per noi stessi e per gli altri, alimentando ulteriormente il nostro karma negativo. Quando indossiamo la maschera della rabbia mostriamo l’ultima difesa per nascondere e proteggere la nostra fragilità. La rabbia ci spinge a chiuderci sempre di più nel nostro guscio, ad isolarci dagli altri verso cui si riesce a provare gli unici sentimenti ancora percepibili, il rancore e l’ostilità.
Nichiren Daishonin dice che “ la rabbia è il mondo di Inferno”, il più basso dei dieci mondi o stati Vitali.
Daisaku Ikeda, nella Saggezza del Sutra del loto” (vol. 3), descrive questo stato vitale come “il gemito della vita che ha esaurito ogni possibile risorsa”.
In preda a questo stato vitale, che può diventare l’anticamera di un vero e proprio stato depressivo, la rabbia è una rabbia impotente che si rivolge anche verso sé stessi. Una rabbia che può, tuttavia, evolversi, per il principio del mutuo possesso dei dieci mondi, nella voracità del mondo di Avidità, nella stupida crudeltà del mondo di Animalità, nell’arroganza del mondo di Collera/Asura, nella paura del mondo di Umanità, nell’illusione di onnipotenza del mondo di Estasi, nel disprezzo ed estraniazione da chi riteniamo diverso o inferiore o dalle stessa nostra umanità dei due mondi di Apprendimento e Realizzazione.
La rabbia può, per lo stesso principio, essere illuminata dalla Budditá, facendoci focalizzare ed agire con forza verso i nostri obiettivi.
In tal senso, possiamo utilizzare la rabbia, per quella che è e così com’é, cioè senza giudicarla, per rilanciare, con rinnovata forza, e rideterminare con maggiore convinzione i nostri obiettivi davanti al Gohonzon.
Nichiren ci spiega che la rabbia può essere sia buona sia cattiva. Possiamo convogliarla addirittura per rimproverare l’oggetto di culto, quindi la nostra vita, quando sinceramente pensiamo di aver fatto tutto ciò che andava fatto, ma non vediamo nessun beneficio.
Allora quella rabbia verso sé stessi, se illuminata, si trasforma in una benefica scossa alla nostra fede, una sveglia che ci dà la spinta necessaria per arrivare a vedere finalmente la luna sopra la capitale.
È come gridare al cielo: Ora basta! Io sono un Budda e merito di essere felice!

(…) nei casi in cui è ragionevole attendersi una risposta alle proprie preghiere e invece non accade, si ha tutto il diritto di rimproverare l’oggetto di culto.
(…) Dovresti notare che si dice: «Allora Nyagrodha [brahmano padre di Mahakashyapa] andò su tutte le furie». In normali circostanze, quando qualcuno si arrabbia con una divinità patrona sarà privato della vita nell’esistenza presente e in seguito rinascerà in uno dei cattivi sentieri. Tuttavia, il ricco Nyagrodha s’infuriò moltissimo contro una divinità patrona, gli parlò in maniera offensiva, eppure il suo grande desiderio fu esaudito ed egli ebbe un nobile figlio. Da ciò dovresti renderti conto che la rabbia può essere sia buona sia cattiva.
(…) Il Sutra Susiddhikara dice: «Si castiga l’oggetto di culto così come si farebbe con un demone o uno spirito maligno». Il significato di questo passo è che se qualcuno fa una richiesta alla divinità nella maniera prescritta dai sutra e svolge le pratiche appropriate per diversi anni, ma non ottiene la risposta desiderata, dovrebbe punire l’oggetto di culto legandolo con le corde o frustandolo.
(Sul rimproverare Hachiman, RSND 2)

Ma se non riusciamo a mediare la rabbia verso noi stessi attraverso il Gohonzon, permettendo invece alla mente di nutrirla con il giudizio verso sé stessi e la rassegnazione, essa finirà per consumare ogni nostra energia e speranza, imprigionandoci nella sofferenza dello stato vitale d’Inferno.
È qui che avremo bisogno, forse più degli altri stati vitali, degli altri, dei nostri compagni di fede.
Da soli non si ha la forza di reagire se non attraverso la rabbia autodistruttiva, men che meno di prendere decisioni o di affermare e lodare la propria vita attraverso la recitazione del Daimoku. Abbiamo bisogno semplicemente di qualcuno che si sieda accanto a noi, fisicamente o con un qualsiasi mezzo di comunicazione, per ascoltarci ed offrire, con cuore sincero, anche una sola parola d’incoraggiamento.
Il presidente Ikeda scrive a proposito:
“Può bastare questo per riaccendere la fiamma della vita nel cuore di chi sta agonizzando nella disperazione. Il solo sapere che c’è qualcuno a cui importa di loro produce un’espansione dello spazio vitale. Per quanto disperata appaia la situazione, se sentiamo che non siamo soli ma abbiamo un legame con gli altri e con il mondo, riusciremo sicuramente a risollevarci e a reagire” (ibidem).
Siamo veramente fortunati se nella nostra vita abbiamo saputo circondarci di tali “buoni amici”, portatori della fiaccola della compassione e della speranza.

Esercitando ad affrontare la nostra vita "Gohonzon":1/“Accetto le difficoltà che mi vengono contro” di cui mi assumo la ...
29/04/2025

Esercitando ad affrontare la nostra vita "Gohonzon":
1/“Accetto le difficoltà che mi vengono contro” di cui mi assumo la responsabilità e la scelta che ho fatto per dimostrare la forza della legge.
2/Mi arrendo alla Legge staccandomi dalle sofferenze o disturbi causati dai problemi
3/Mi fido della legge per
4/ Sviluppo il mio apprezzamento e ringrazio profondamente la legge per avermi dato la possibilità di dimostrare ancora una volta la forza della mia pratica e del mio impegno

Ritratto di un demonedi Gianna MazziniIn cima a tutti c'è lui, il Re demone del sesto cielo,con i suoi dieci eserciti pr...
12/03/2025

Ritratto di un demone
di Gianna Mazzini

In cima a tutti c'è lui, il Re demone del sesto cielo,

con i suoi dieci eserciti pronti ad accerchiarci.

Ma osservando la nostra mente attraverso la preghiera

troviamo la forza di scoprire la loro fragilità

Appare per far smettere di pregare, fiaccare lo stato vitale, indebolire la fede.

«Quando incontra qualcuno che ha rivolto il suo cuore al bene, cerca di ostacolarlo» (Lettera ai fratelli, RSND, 1, 440; cfr. SND, 4, 108).

Eppure la sua apparizione è proprio il segno della crescita.

Se non stessimo attraversando profondi cambiamenti non ci sarebbe nessun motivo valido, per lui, di farsi vivo e sbarrarci la strada.
Si chiama Demone del sesto cielo e, nella splendida allegoria del Buddismo, è rappresentato come un re molto potente che ha al suo seguito dieci eserciti. Si tratta di eserciti insoliti, perché i suoi soldati sono vestiti di desiderio, di tristezza, di fame e sete, di piacere, di sonno, di paura, di dubbio e rimpianto, di collera, di fama e guadagno e d'orgoglio e disprezzo.
Sono eserciti che ti accerchiano e ti spiazzano.

Mentre scrivevo quest'articolo sono venuti a trovarmi un po' tutti. Ogni tanto una bordata d'orgoglio, uno sparo di tristezza. O di piacere.
Li incontri quando meno te l'aspetti, e con una forma sempre diversa: oggi, ad esempio, è stato il caso di un esercito di sonno.
Mi si chiudevano gli occhi proprio quando mi mettevo a pregare, avevo voglia di sdraiarmi sul letto e non pensare a niente.
Ma non l'ho fatto.

Conoscere queste dieci forze serve proprio per riuscire a batterle.

Demone viene da daimon, parola greca che significava in origine "spirito, entità soprannaturale". Per la cultura dell'antica Grecia i demoni erano spiriti, sia positivi che negativi, che governavano gli stati d'animo umani. L'accezione di questa parola non era affatto solo negativa. Quindi, anche se siamo abituati ad associarla con qualcosa di malefico, è importante sapere che esistono anche i demoni del bene, demoni ispiratori di cose buone.
Al punto che, in greco antico, la felicità si chiama proprio eudaimonia, che significa "buon demone" o "demone del bene".

Il demone è una forza che ci consiglia. Che influenza stati d'animo e comportamenti. Una specie di voce interna che ha il potere di farci scegliere fra questo o quello, che indirizza.

Senza sonno non si vive.
È al sonno e al suo potere rigenerante che devo il miracolo del risveglio ogni mattina.
Una giusta quantità di paura è necessaria per produrre pensieri e azioni che possono trasformarsi in capacità di misurare gli eventi.

Serve il desiderio, perché fa muovere: spinge il cuore e il corpo oltre ogni ostacolo. Alimenta la vita e proietta in avanti. Serve anche un po' di sana tristezza. Quando si cambia si diventa sempre un po' tristi. È la reazione ad abbandonare parti di sé che non servono più. Poi ci sono la fame e la sete, senza le quali un corpo non si nutre, una giornata non riesce a fare spazio alla giornata successiva, non si cresce e non si rimane vivi. Serve il piacere, che è una forma di manifestazione d'amore per sé, per un altro o un'altra, per qualcosa. Serve il dubbio, che fa cercare e rideterminare, serve la collera, quando è orientata a combattere le ingiustizie. Serve anche una giusta spinta a guadagno e fama. Persino l'orgoglio può essere importante: ha fatto uno scatto di orgoglio, si dice di qualcuno che riesce a rialzarsi dopo una fase di sconforto.

Non è la loro presenza nella nostra vita a essere negativa. È la ragione per cui appaiono queste forze a renderle "demoniache", nel senso di "padrone di noi".

La tristezza diventa un esercito del demone quando si mangia la voglia di credere e di pregare. Quando la paura diventa un esercito di pensieri infidi e potenti, scatena un potere devastante.
Per paura siamo capaci di trasformare le nostre case e i nostri sguardi.
Sbarre alle finestre, lucchetti ai cassetti. Elmetto in testa e parole cattive nel cuore e nella gola, pronte a uscire come proiettili in canna. C'è l'esercito del dubbio e del rimpianto quando la testa si riempie di «se avessi fatto, se avessi detto». Mille pensieri con la faccia rivolta all'indietro, che ingabbiano la fede, fermano la preghiera e non fanno andare di fronte al Gohonzon. La collera può essere il modo sano di far fronte a quello che non va. Ma può diventare, in un attimo, una furia che spacca le cose fuori di sé prima di avere la forza di guardare dentro. E poi ci sono gli eserciti della fama e del guadagno, migliaia di soldati fatti di pensieri che ci fanno sentire arrivati e superiori agli altri. Soldati pieni di disprezzo che scavano solchi profondi fra noi e chiunque altro.

Scrive Nichiren Daishonin nel Gosho Curare la malattia: «L'oscurità fondamentale si manifesta come Re demone del sesto cielo» (RSND, 1, 988; cfr. SND, 5, 78). Il Re demone viene definito come "colui che gode liberamente delle creazioni illusorie degli altri". Lui, il demone, prova piacere nel vedere che caschiamo nel suo tranello e crediamo ai suoi camuffamenti. Vuole tenerci all'oscuro del fatto che la nostra vita e quelle degli altri sono tutte entità della Legge mistica. Vuole tenerci al buio. Ed è proprio da questo buio che partono tutte le illusioni che portano all'infelicità e ci fanno fare azioni distruttive.

È importante allora ricordarsi che "lui", il demone, è un'allegoria, cioè una personificazione di qualcosa di invisibile agli occhi, e che in realtà è dentro e fuori di noi. Può farsi largo nella nostra mente, in quella delle persone intorno a noi e nell'ambiente.
Non solo nei nostri pensieri quando sono annebbiati, ma anche neisottilissimi condizionamenti della società in cui viviamo.

Il demone del sesto cielo è molto a suo agio nel nostro tempo: perché è un tempo governato dall'esaltazione degli eccessi, profondamente imbevuto di una cultura che premia il disprezzo e la voglia di dominare gli altri, un tempo che coltiva ogni forma di attaccamento al piacere, incoraggia il desiderio di accumulare quanto più denaro possibile, e fa sentire molto fieri di cavalcare desideri e privilegi.

La natura demoniaca del potere è proprio questa: utilizzare questa nostra ignoranza e spingere a guardare la vita con disprezzo, e a usare gli altri per i propri fini.

Ma quando parliamo di demoni, di funzioni negative, non dobbiamo mai cadere nella trappola di considerare queste funzioni come la vera natura della nostra vita.
La nostra vera essenza non è negativa.
È solo oscurata dalle funzioni negative. Può sembrarci così buia data la natura "massiccia" del demone del sesto cielo.
Ma noi abbiamo sempre, in ogni momento della nostra giornata e della nostra vita, la possibilità di osservare la nostra mente, pregando.
La padronanza della mente avviene recitando Daimoku, azione magnifica che permette non solo una visione chiara e illuminata ma anche la forza vitale necessaria per agire di conseguenza.

Pregando si può scoprire che gli eserciti del Re demone sono tanto temibili quanto fragili.

E che la felicità non sta nel non incontrarli mai (cosa peraltro impossibile), né tantomeno nello sterminarli, ma nell'avere la forza di neutralizzare la loro intenzione profonda: che è quella di sviarci e non farci credere nella dignità di ogni forma di vita e nella possibilità di ti**re fuori da noi e dalle cose che viviamo il senso più autentico.

Serve coraggio: e il coraggio buddista è fatto di assiduità.
Di gesti, piccoli o grandi, ma continui.

Il demone non si combatte scimmiottandolo, ma restando se stessi, se stesse e approfondendo la fede, pregando, cadendo e rialzandosi, pregando anche quando fa fatica farlo.
Un passo dopo l'altro.
Con continuità.
Un passo dopo l'altro. Il demone si combatte smascherandolo.

Azioni apparentemente piccole come alzarsi e andare là, di fronte al Gohonzon, e l'esercito scompare, come un miraggio nel deserto che c'è solo per farti fare un passo avanti.
Soldati armati fino ai denti, con fucili di pensieri già fatti che disegnano la vita come è già stata e non come potrebbe essere e anzi sarà. Basta pregare.Basta non significa che è facile, ma che pregare è l'azione necessaria. Basta aprire un libro su una frase del mio maestro e l'esercito si fa da parte, perché capisce che l'ho battuto.

Le risposte sono nel cercarle, non nel saperle già.

Tratto da : Buddismo e Società n° 133 Mar - Apr 2009

Buongiorno 🌞 L’intenzione di andare davanti al Gohonzon è di per sé molto importante. Le persone che hanno il coraggio d...
17/11/2024

Buongiorno 🌞
L’intenzione di andare davanti al Gohonzon è di per sé molto importante. Le persone che hanno il coraggio di continuare a sfidarsi in questo senso sono degne di rispetto. Si può decidere: “Reciterò un po’ di Daimoku, anche solo qualche minuto al giorno “, oppure:”Praticherò il Buddismo davanti al Gohonzon tutti i giorni”.
Il Buddismo insegna il principio secondo cui “Le illusioni e i desideri sono illuminazione”. Per spiegare questa realtà in modo semplice direi che le illusioni e i desideri rimandano alle sofferenze e agli obiettivi e che, proprio bramando ardentemente qualcosa, si può provare la sofferenza; l’illuminazione consiste, invece, nel conseguimento di un’ immensa e assoluta felicità che si espande sempre più. Normalmente si potrebbe dedurre che l’illuminazione e le illusioni e i desideri sono quindi due cose ben separate e distinte, soprattutto finché la sofferenza ci sembrerà l’esatto opposto della felicità. Ma questo non è vero nel caso del Buddismo di Nichiren, che insegna che solo “bruciando la legna” delle illusioni e dei desideri potremo ottenere la “fiamma” della felicità. Ed è attraverso il Daimoku che noi “bruciamo la legna” delle illusioni e dei desideri.
Daisaku Ikeda
“Preghiera e azione”, pag. 16/17

15/11/2024
Speciale Il GohonzonUna lanterna nell'oscuritàdi Richard CaustonIl Gohonzon può essere spiegato in molti modi: come è fa...
17/05/2024

Speciale Il Gohonzon
Una lanterna nell'oscurità
di Richard Causton

Il Gohonzon può essere spiegato in molti modi: come è fatto, cosa rappresenta, a cosa serve. [...] In molti suoi scritti Nichiren Daishonin utilizza tutti questi punti di vista per indirizzare i suoi seguaci verso una comprensione profonda del Gohonzon. Noi partiremo dall'analisi della parola stessa: honzon significa letteralmente "oggetto di fondamentale rispetto", go si traduce con "degno di onore".
Per un occidentale potrebbe risultare particolarmente difficile capire il significato del termine "Gohonzon", perché mostrare devozione verso un oggetto può sembrare strano se non addirittura sospetto. La scienza, per esempio, considera primitivo attribuire poteri particolari e non dimostrabili scientificamente a oggetti inanimati.
Nichiren Daishonin, tuttavia, intuì che avere un oggetto di culto o qualcosa verso cui esprimere devozione è una naturale necessità degli esseri umani, e che tale tendenza può indurli a crearsene uno proprio. Nelle prime scuole buddiste, che si basavano sugli insegnamenti precedenti al Sutra del Loto, era consentito il culto di statue di Shakyamuni rappresentato a volte disteso, altre seduto o in piedi. Ciò avveniva nonostante il Budda stesso avesse ammonito i suoi discepoli a seguire la Legge e non la persona.
Ma l'esigenza di avere un oggetto di culto non è tipica solo della religione. Ciascuno di noi, in modo più o meno consapevole, se ne crea uno che, anche se astratto e personale, assolve la stessa funzione dell'oggetto di culto religioso: fornire cioè un punto di riferimento verso cui indirizzare le proprie ambizioni, le speranze, i desideri. Per molti la famiglia viene posta al di sopra di tutto, altri mettono al primo posto la carriera, il denaro, i beni materiali, la cultura, un cantante, un divo del cinema, gli animali. Un oggetto di devozione è ciò per cui viviamo, su cui basiamo la nostra felicità e che influenza ogni aspetto della nostra vita. Spesso capiamo quale sia questo oggetto solo nel momento in cui lo perdiamo: quando il nostro compagno/a ci lascia, quando ci viene rubata la macchina, quando la nostra promettente carriera si blocca. Nel momento doloroso della perdita e della separazione ci rendiamo conto fino a che punto abbiamo basato la nostra vita su qualcosa di esterno a noi.
Il Buddismo di Nichiren Daishonin afferma che gli esseri umani non possono vivere separati gli uni dagli altri e per questo non considera necessario sradicare gli attaccamenti per diventare felici. Il Daishonin comprese che le persone hanno bisogno di qualcosa cui dedicare la propria vita. Per questo motivo, iscrivendo il Dai-Gohonzon, egli donò a tutta l'umanità l'Oggetto di culto che indirizza i desideri nella corretta prospettiva.
[...] A differenza degli altri oggetti di culto, il Gohonzon rimane perfetto e immutabile sia nella forma sia nel significato, conserva sempre la sua purezza, il suo potere e, grazie a queste caratteristiche, può offrire un grande sostegno.
Per spiegare questo punto il Daishonin afferma: «Una donna che si dedica al Gohonzon attira la felicità in questa vita e nella prossima il Gohonzon sarà con lei e la proteggerà sempre. Come una lanterna nell'oscurità, come un forte braccio che ti sostiene lungo un sentiero infido, il Gohonzon ti proteggerà, signora Nichinyo, ovunque tu vada» (Il vero aspetto del Gohonzon, SND, 4, 203).
Il Gohonzon non è qualcosa di esterno a noi che esaudisce i desideri: è un oggetto di culto che serve a far emergere la nostra innata natura di Budda.
Nichiren Daishonin è assolutamente esplicito su questo punto: «Non cercare mai questo Gohonzon al di fuori di te. Il Gohonzon esiste nella carne di noi persone comuni che abbracciamo il Sutra del Loto e recitiamo Nam-myoho-renge-kyo» (ibidem). Il Gohonzon è come uno specchio: riflettela Buddità che è dentro di noi.
In questo contesto è importante comprendere che la nostra reazione di fronte a un oggetto di culto costruito da una persona non è determinata solo da ciò che esso rappresenta, ma anche dallo stato vitale in cui si trovava chi lo ha realizzato. [...] Il Gohonzon fu iscritto dal Daishonin con l'intento di condurre alla felicità tutti gli esseri umani e di conseguenza riflette il suo stato vitale. Recitando davanti al Gohonzon noi possiamo sviluppare sempre più la tendenza verso la condizione vitale più alta: la Buddità. [...]
Con una pratica costante, la Buddità diventa la tendenza dominante della vita, proprio come un ago che si magnetizza quando viene avvicinato a una calamita. «Vi siete trasformato restando a contatto con me - afferma Nichiren Daishonin nel Rissho ankoku ron - e come il rovo che cresce nel campo di canapa, avete imparato a stare diritto» (SND, 1, 42).
[...] Il Gohonzon non rappresenta solo la Legge di Nam-myoho-renge-kyo, ma anche la vita di Nichiren Daishonin. In un altro scritto il Daishonin scrive: «Io, Nichiren, ho iscritto la mia vita in inchiostro di sumi, perciò credi nel Gohonzon con tutto il tuo cuore» (Risposta a Kyo'o, WND, 412; cfr. SND, 4, 150).
Per spiegare questo concetto facciamo l'esempio di un pittore, mettiamo Van Gogh, che esprimeva nei quadri il suo stato vitale. I dipinti, agendo come causa esterna, provocano in noi lo stesso stato vitale dell'artista, poiché attivano una condizione già presente, anche se in latenza, nella nostra vita.
Allo stesso modo Nichiren Daishonin espresse la sua condizione vitale di Budda nel Gohonzon e questo, agendo da causa esterna, mentre recitiamo Daimoku fa emergere la nostra Buddità, anche se non ne siamo coscienti. [...] Il continuo contatto con la vita di Nichiren Daishonin ci porterà a risvegliare in noi le qualità che caratterizzarono la sua vita: infinita saggezza, grande compassione per le sofferenze di tutte le persone e un indomabile spirito combattivo che nasceva da un grande coraggio e da un alto stato vitale.

Tratto da : Buddismo e Società n°112 - 2005

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